Fino a 2:05 è filtrato, poi a ruota libera.
barbara
Fino a 2:05 è filtrato, poi a ruota libera.
barbara

Ti hanno minacciata molte volte?
Molte, molte volte. Minacce da codardi, senza mai mostrare la faccia. Una volta mi hanno investita con un’automobile. Sono venuti non so più quante volte a saccheggiare casa mia, senza lasciare nulla, portandosi via persino i quaderni. Però le cose materiali si possono ricomprare. Il peggio che ci hanno rubato sono stati i nostri figli, e non c’è furto più grande. Per questo ancora oggi, quando ci dicono di fare l’elenco di quello che ci viene rubato, in modo da essere risarcite, non accettiamo; è grottesco, è un abbassare l’uomo all’espressione minima, mentre i nostri figli ne erano l’espressione massima. Li hanno portati via e basta, per questo non c’è risarcimento. (Le pazze)
E poi devi leggere questo, e questo, e questo, e questo e questo. (Certo, questo post sarebbe stato più bello poterlo fare prima. Anzi, la cosa migliore di tutte sarebbe stata quella di non aver mai avuto bisogno di fare quelli precedenti. Ma insomma, bisogna accontentarsi).

barbara
Ma Israele non è nemica della Siria.
Bambina siriana salvata da cardiochirurghi israeliani
Una bambina di quattro anni proveniente dalla Siria è stata sottoposta con successo, lunedì, a un intervento vitale di chirurgia cardiaca presso il Wolfson Medical Center di Holon (Israele), nel quadro delle attività volontarie di Save a Child’s Heart (“Salva il cuore di un bambino”). Il caso della bambina, la cui identità non è stata divulgata per tutelare la famiglia dagli estremisti che imperversano nel suo paese, era stato presentato a Save a Child’s Heart da un’organizzazione umanitaria americana che opera in Giordania e Israele.
La bambina è arrivata in Israele la scorsa settimana da un paese terzo dove lei e la madre erano giunte come profughi in fuga dalla guerra civile che infuria in Siria. Al suo arrivo, è stata visitata da un’équipe medica di Save a Child’s Heart che ha valutato che necessitava di un intervento a cuore aperto al più presto possibile: il tutto gratis, grazie al lavoro volontario dello staff medico e ai fondi raccolti. Ora la bambina si sta riprendendo, nel reparto di terapia intensiva della pediatria dell’ospedale Wolfson, in attesa di poter tornare in Giordania. “Senza l’intervento, poteva morire nel giro di pochi mesi, forse anche settimane” spiega il chirurgo, Lior Sasson. E aggiunge: “E’ incoraggiante poter eseguire un intervento chirurgico su una piccola proveniente da un paese ostile”.
Stando al racconto della madre, i medici in Siria avevano scoperto la malfunzione cardiaca quando la figlia aveva sei mesi d’età, ma non erano disponibili terapie adeguate. “Continuavamo a portarla dai dottori – dice – ma non c’era niente che si potesse fare per lei. Non poteva né correre né giocare come gli altri bambini, e per la maggior parte del tempo stava davvero male”.
Quando è scoppiata la guerra civile siriana, la madre si è resa conto che la famiglia, per salvare la figlia, non aveva altra scelta che lasciare il paese e cercare aiuto all’estero. Un anno e mezzo fa si sono spostati in Giordania, dove la madre si è rivolta a un’associazione cristiana americana supplicandola di aiutarla. A sua volta l’associazione ha contattato Save a Child’s Heart e pochi giorni fa, in coordinamento con il ministro degli interni israeliano Gideon Sa’ar, madre e figlia hanno potuto entrare in Israele.
“All’inizio temevo la reazione del regime siriano al fatto che venissimo qui – ricorda la donna – e naturalmente io stessa avevo paura a venire in Israele. Ma dal momento che siamo arrivate, mi sono sentita a mio agio. I dottori hanno trattato bene sia me che mia figlia”. E aggiunge che al Wolfson ha incontrato altri pazienti accuditi da Save a Child’s Heart, fra i quali molti palestinesi e arabi di altri paesi mediorientali.
La fondazione israeliana Save a Child’s Heart, creata nel 1995 dal compianto cardiochirurgo pediatrico Amiram Cohen, ha già assistito più di 3.200 bambini in 44 paesi in via di sviluppo. Con l’intervento di lunedì, la Siria è diventata il 45esimo paese.
(Jerusalem Post, YnetNews, 14 maggio 2013 – da israele.net)
Se poi ti capita di ammalarti in Israele e hai la fortuna di trovarti al posto giusto nel momento giusto…
(se ti interessano i dettagli, clicca qui)
HADASSAH
barbara
Che la Croce Rossa è una cosa buona e giusta e serve solo per cose buone e giuste, come è documentato anche qui e quindi spararci su è una cosa brutta e cattiva. E meno che mai sparate se si tratta della Croce Rossa dell’Onu, che è una cosa ancora molto più buonissima e giustissima della Croce Rossa normale perché l’Onu è quella cosa buonissima, onestissima, superpartissima che serve per portare la pace nel mondo.
Poi se avete ancora un po’ di tempo, andate anche a leggere qui.
barbara
L’inizio del libro appena recensito mi ha fatto ricordare un’altra storia, molto vicina a me, che avevo postato nel primo blog, circa otto anni fa, e sono andata a ripescarla. Eccola.
Lo sapeva, naturalmente, che avrebbe scatenato un finimondo, ma non era certo cosa che potesse preoccuparla. Così quando mia nonna, esterrefatta, strillò: «E quello …?» rispose, molto tranquillamente: «L’ho trovata». «Trovata?» «Trovata». «Come trovata?» «È di una ragazza. Era disperata, non sapeva cosa fare». «E lei se l’è portata a casa?» «E cosa dovevo fare? Lasciare che si buttasse nel fiume, lei e la bambina?» «E cosa ne facciamo?» «La teniamo: cos’altro dovremmo fare? Ne ho tirati su quattordici, posso tirare su anche la quindicesima». «Ma se non abbiamo da mangiare neanche per noi!» «Appunto: se siamo capaci di fare la fame in otto, possiamo farla anche in nove». E il discorso si chiuse lì: inutile provare a discutere con la suocera. Una suocera che a vent’anni se n’era andata in cerca di lavoro ed era tornata qualche anno dopo, a inizio secolo, con un figlio, e a chi azzardava commenti o insinuazioni rispondeva a muso duro: «Mì me’o gò fato, mì me’o mantegno, e vialtri feve i cassi vostri». E la bambina rimase. La madre, senza più il peso di lei, trovò un lavoro. Quando poteva andava a trovarla, quando poteva dava qualche soldo. Qualche tempo dopo trovò un brav’uomo che la sposò e riconobbe la bambina come sua figlia. Andarono a prendersela, e fu quasi un lutto per tutta la famiglia, che le si era affezionata. Passarono due anni. Una sera sentirono bussare: era il brav’uomo, con la bambina in braccio. La madre era morta, spiegò, lui lavorava tutto il giorno: potevano prendersene di nuovo cura loro? Avrebbe pagato per il mantenimento, naturalmente. Non per il disturbo, quello non poteva, era un pover’uomo anche lui, ma per il mantenimento sì. E la bambina tornò a far parte della famiglia: nove persone in due stanze, col gabinetto in cortile, ma ce n’erano tanti, a quei tempi, a vivere così e anche peggio. Ogni domenica lui tornava, portava i soldi e coccolava la bambina. Finché un giorno tornarono in due: aveva trovato una nuova moglie, disposta a prendersi cura della bambina, e quindi erano venuti a prenderla per portarsela a casa. Piansero, tutti e otto. Lo supplicarono di lasciargliela. Erano disposti a tenerla anche gratis, ma lui fu irremovibile: «Per me lei è mia figlia. Lei sta con me». Non la rividero più.
Sono passati più di sessant’anni, e ancora, ogni tanto, sorprendo mia madre a fissare nel vuoto, sospirare e mormorare: «Chissà dov’è …».
barbara
C’è un racconto ebraico: un mendicante va dal suo rabbino e chiede, spiegami rabbino, che io non capisco: busso alla porta di un povero che in casa non ha altro che un pezzo di pane, e lui prende il pezzo di pane e lo divide con me; busso alla porta di un ricco che ha la dispensa piena, e quello mi caccia in malo modo: perché? Il rabbino lo invita ad andare alla finestra e descrivergli quello che vede, e il mendicante comincia a dire: vedo la strada, due alberi, una donna con un bambino per mano, un uomo in bicicletta… Poi il rabbino lo manda davanti a uno specchio e, ugualmente, gli chiede di descrivere quello che vede. Perplesso per una richiesta che gli appare assurda, il mendicante risponde: la mia faccia vedo, e che altro dovrei vedere? Vedi – spiega il rabbino – è sempre vetro, ma appena ci metti dietro un po’ d’argento, non vedi più altro che te stesso.
Povera tra i poveri è Fula; povera e per giunta appartenente ai rifiuti dell’umanità, i dalit, i fuori casta, quelli che gli altri “Se potessero, non starebbero neppure sotto la stessa pioggia che scende dal cielo, con gente come noi”. E non è una donna sterile con vuoti da riempire: ha già tre figli, lei. E tuttavia non esita un solo istante a raccogliere quella neonata urlante e sanguinante abbandonata presso i binari, ignorando le perplessità del marito, a stringersela al petto e decidere di tenerla con sé. La bambina è di pelle più chiara, ma vivendo con la famiglia dalit diventa automaticamente parte dei fuori casta, ossia persona priva di ogni diritto, cominciando da quello allo studio. Al villaggio, a dire la verità, una scuola ci sarebbe, ma il maestro, quando non dorme perché troppo ubriaco, oltre a bastonare furiosamente i bambini non fa altro che far loro ripetere fino allo sfinimento pezzi di alfabeto e qualche numero, cosa che fa disperare Bharti, per la quale lo studio è la passione più grande, ma le scuole private, le uniche in cui c’è la possibilità di imparare davvero, costano, e nessun dalit se ne può permettere la retta.
Bar ama baro, “impara o insegna”, dice un proverbio somalo, con la saggezza concreta dei popoli che per sopravvivere possono contare solo sulle proprie forze. La mente non deve sostare, se non sei impegnato a imparare, provvedi a trasmettere ciò che hai imparato. E questa sembra essere la filosofia della piccola Bharti, messa immediatamente in pratica: appena esce dalla scuola, alla fine di quelle noiosissime e inutili lezioni, si siede all’ombra del grande mango, e i bambini più piccoli si siedono intorno a lei e ne ricevono a loro volta il poco sapere che è riuscita ad acquisire. A segnare la svolta sarà un imprevisto e tragico evento, che cambierà la vita di tutti, e aprirà a Bharti la via del sapere.
Dalla postfazione
In India, più di un bambino su cinque non va a scuola. Metà degli allievi lascia gli studi alle elementari, prima degli undici anni. L’analfabetismo riguarda più di ottanta milioni di bambini. Cifre allarmanti, che tuttavia non devono offuscare l’evoluzione che il paese ha conosciuto dopo aver ottenuto l’indipendenza nel 1947.
Nel suo discorso del primo aprile 2010, il primo ministro indiano Manmohan Singh annuncia che la scuola diventa obbligatoria per tutti i bambini dai sei ai quattordici anni. Ufficialmente, la misura riguarderebbe più di dieci milioni di bambini delle aree sfavorite, fino a quel momento esclusi dal sistema scolastico. Ma la cifra, secondo gli esperti, è molto più alta.
Se questa nuova legge riflette intenzioni nobili e sincere, la sua applicazione si scontra con numerosi ostacoli, in particolare la carenza di insegnanti preparati e di scuole adatte ad accogliere l’ondata di nuovi allievi, soprattutto nelle zone rurali.
Dopo anni di campagne di sensibilizzazione, condotte in principal modo dalle organizzazioni umanitarie o dalle Nazioni Unite, gli adulti sembrano aver compreso l’importanza di dare un’educazione ai loro figli. Anche nelle regioni più isolate e arretrate, ormai sono in pochi a non realizzare le conseguenze benefiche di una scolarizzazione continua. Però, nella vita quotidiana, mandare un bambino a scuola costituisce spesso una difficoltà insormontabile, soprattutto per le famiglie più povere. Per loro, il costo della scuola è ancora troppo elevato: le rette, anche minime, a volte rappresentano quanto spende la famiglia per mangiare una settimana. Inoltre il retaggio coloniale impone ai bambini di portare l’uniforme: altre centinaia di rupie supplementari da reperire. Senza dimenticare le spese di trasporto per arrivare alla scuola più vicina. È vero che esistono sovvenzioni regionali e nazionali, ma molto spesso la corruzione impedisce a questi aiuti cruciali di arrivare ai beneficiari.
Gli adulti inoltre preferiscono far lavorare i bambini. Una consuetudine difficile da estirpare da parte delle autorità perché spesso sono i parenti, uno zio, una zia, che impiegano i loro figli e nipoti. Una manodopera gratuita, esclusiva e disponibile. Un droghiere userà suo figlio per fare le consegne, un agricoltore come manodopera durante il raccolto e la semina… E cosa dire delle ragazze attirate da un salario da donna delle pulizie, o che aiutano regolarmente la loro madre con le incombenze quotidiane quando invece dovrebbero essere sui banchi di scuola?
Nel caso delle famiglie più povere, capita che siano i bambini stessi i primi a voler contribuire alle spese per la propria sussistenza. Hanno così l’impressione di non essere più un fardello e di responsabilizzarsi, una qualità incontestabile in una società fondata sul rispetto e l’accettazione della gerarchia familiare.
Esiste inoltre una grande disuguaglianza tra ragazzi e ragazze. Se al ragazzo spetta il compito di perpetuare il nome di famiglia e di vegliare sullo svolgimento dei riti induisti, la ragazza, che porterà il nome del marito, è considerata un peso. Un proverbio indiano dice che “avere una figlia è come annaffiare il giardino del vicino”. Significa che una ragazza deve essere nutrita e cresciuta per anni, ma alla fine sarà la famiglia dello sposo a trarne profitto. E la pratica della dote, che è sempre diffusa nonostante sia vietata, costituisce un carico finanziario supplementare per i genitori. Il fenomeno è ben noto, così come le sue derive, per esempio l’aborto. L’ecografia prenatale è proibita in India proprio per prevenire l’aborto selettivo. Ma anche in questo campo, la corruzione consente di aggirare le leggi. I medici, per esempio, consegnano i risultati delle analisi in buste rosa o azzurre, secondo il sesso del bambino. Non appena si denuncia un’astuzia, ne viene escogitata un’altra.
Questo fenomeno ingiusto e pericoloso – in alcuni stati la carenza di donne in rapporto al numero di uomini è ormai una piaga – riguarda tutti gli indiani, indipendentemente dalla loro origine e dal loro stato sociale.
Il sistema delle caste risale a millenni fa. Casta significa “puro, non mischiato”. Concepito inizialmente per definire il ruolo di ciascuno nella società, secondo le competenze e l’abilità nel lavoro, oggi si basa esclusivamente sull’ereditarietà delle origini. In caso di matrimonio misto, relativamente raro, gli sposi adottano la casta più elevata.
In cima a questa gerarchia sociale c’è il bramino (”cuore puro e intelletto superiore”), al gradino più basso i dalit, gli intoccabili che rappresentano l’impurità. La loro possibilità di ascesa sociale è molto limitata: essi sono relegati ai lavori sporchi, come la raccolta degli escrementi. In India se ne contano quasi centosessanta milioni e sono le prime vittime di questo sistema di discriminazione, oggi proibito dalla Costituzione indiana, redatta peraltro da un intoccabile. Gandhi li chiamava harijan (”figli di Dio”). Gli intoccabili preferiscono il termine politico più appropriato di dalit (oppressi).
Questo testo non è dell’anteguerra: è di due anni fa. Nella narrazione in prima persona della vita quotidiana di Bharti, è possibile trovare una rappresentazione concreta di ciò che è ancora oggi, almeno nelle zone rurali, la vita di un intoccabile.
Certo, questo genere di prestazioni non è una novità per la celebre e “prestigiosa” testata. Una delle più clamorose è stata senz’altro quella relativa a Tuvia Grossman, per ricordare la quale ripropongo un mio post di sette anni fa, in cui inserirò qualche nota in corsivo.
Il 30 settembre 2000 il New York Times pubblicava questa foto

ripresa dai giornali di tutto il mondo. La didascalia spiegava: “Un poliziotto israeliano e un palestinese sul Monte del Tempio”. Il poliziotto era effettivamente un poliziotto israeliano, ma il ragazzo con la faccia ridotta a una maschera di sangue non era un palestinese e, per inciso, i due non si trovavano neppure sul Monte del Tempio [Chiunque abbia visto il Monte del Tempio anche solo in fotografia, vi ha mai visto qualcosa del genere?

Ma per certe “prestigiose” testate non sono certo insignificanti dettagli come questi a far vacillare le certezze dei redattori] Il ragazzo, in realtà, era Tuvia Grossman, ebreo americano: stava viaggiando su un taxi quando una banda di palestinesi aveva preso a sassate il taxi, tirato giù di peso Tuvia e lo avevano picchiato e bastonato fino a ridurlo nelle condizioni in cui appare nella foto.

Riuscito a sfuggire ai suoi aggressori, aveva raggiunto il poliziotto israeliano, fotografato nel momento in cui, col bastone e con le urla e con la faccia feroce, cercava di tenere a bada i palestinesi nell’attesa che arrivassero i soccorsi [senza sparare, si noti bene, anche se avrebbe potuto benissimo farlo, e risolvere così la situazione in pochi secondi]. Il New York Times, contattato dal padre del ragazzo che aveva spiegato come stavano in realtà le cose, qualche giorno dopo aveva pubblicato una rettifica, ma non tutti gli altri giornali hanno provveduto a ristabilire la realtà dei fatti.
Questa, nel secondo giorno della cosiddetta intifada, è stata la prima opera di disinformazione in quest’ultima guerra terroristica contro Israele. Molte altre ne sono seguite: il caso del bambino Mohammed al Durra, colpito a morte da pallottole palestinesi nel corso di uno scontro a fuoco (iniziato dai palestinesi, giusto per amor di precisione) e messo in conto a Israele (vale inoltre la pena di ricordare che il bambino era solito uscire tutti i giorni per andare a tirare sassi contro i soldati israeliani. Vale anche la pena di ricordare che quando erano previsti scontri Arafat faceva chiudere le scuole e mandava gli autobus per portare i bambini a fare da scudi umani ai cecchini, e che tale pratica è cessata solo in seguito a un energico intervento della regina di Svezia). [E ricordiamo anche i risultati delle successive indagini, le immagini del bambino che si muove dopo essere “morto” e tanti altri dettagli del genere]. Il caso di Rachel Corrie della quale, per dimostrare che era stata uccisa intenzionalmente, è stata fatta circolare la foto in cui risulta ben visibile col suo giubbotto catarifrangente, salvo dimenticarsi di dire che quella foto risaliva ad almeno due ore prima della morte (mentre non è mai stata pubblicata la foto presa due settimane prima in cui la “pacifista”, con la faccia stravolta dall’odio, insegna ai bambini palestinesi a bruciare la bandiera americana). Il caso della bambina israeliana fotografata mentre contempla le macerie della sua casa distrutta dai razzi palestinesi, con la didascalia: “Bambina palestinese contempla le macerie della sua casa distrutta dagli israeliani”. Il caso dell’inglese “colpito alle spalle dagli israeliani”, mentre fronteggiava gli israeliani e alle sue spalle c’erano i palestinesi. Il caso del “massacro” di Jenin con migliaia di morti, poi con centinaia di morti, alla fine con 52 morti di cui i quattro quinti combattenti, a fronte di 23 morti israeliani. Eccetera eccetera. Eccetera.
Di tutto ciò che è stato ordito in seguito è impossibile fare anche solo un succinto riassunto, trattandosi di decine di migliaia di menzogne, bufale, taroccamenti, falsificazioni, omissioni, capovolgimenti, invenzioni di sana pianta. Per questo, anche se sappiamo che assomiglia molto a una battaglia persa in partenza, non ci stancheremo mai di far sentire la nostra voce.
ISRAELE, SIAMO CON TE!
barbara
Uccise la compagna Tiziana Oliveri, Ivan Forte scarcerato dopo 12 mesi
Scritto da: Daniele Particelli – martedì 7 maggio 2013

E’ passato poco più di un anno da quando il 27enne Ivan Forte, reo confesso, uccise la compagna Tiziana Olivieri, 41 anni, strangolandola e dando fuoco all’appartamento della donna nel tentativo di coprire le prove della sua colpevolezza. Eppure da sabato scorso il giovane non si trova più in carcere.
Forte, ancora in attesa del processo, è stato scarcerato da pochi giorni e ora si trova nell’abitazione dei suoi genitori a Castrovillari, in provincia di Potenza, con l’obbligo di dimora e di firma tre volte a settimana. Come è possibile che un reo confesso dell’omicidio di una persona abbia già lasciato il carcere? Semplice: decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Al momento dell’arresto la Procura di Reggio Emilia aveva chiesto il giudizio immediato, ma il giudice per le indagini preliminari non ha mai fissato la data della prima udienza, arrivando così a far decorrere i termini di custodia. E così, per un semplice calcolo matematico, Forte è stato scarcerato.
Il giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Antonella Pini Bentivoglio, ha però disposto per lui l’obbligo di dimora nell’abitazione dei suoi genitori e l’obbligo di firma tre volte alla settimana, così da assicurarsi che il giovane non sia libero di muoversi troppo da Castrovillari.
Immediato lo sfogo dei familiari della vittima, a cui è stato affidato il bimbo nato dalla relazione tra Forte e Tiziana Olivieri, preoccupati anche per l’incolumità del bimbo che ora ho due anni:
Come è possibile che questa persona, dopo tutto quello che ha fatto, un anno dopo torni già libero? Che razza di Paese è questo se chi ha ucciso una volta, chi è stato capace di un gesto tanto efferato nei confronti della madre di suo figlio e che poi ha pure dato fuoco alla casa per cercare di far passare tutto come fosse stato un incidente, ora sia già fuori? Non è giusto. Loro lo sanno cosa ha fatto, perché lo hanno permesso? Io non lo accetto. Deve tornare in carcere. È libero anche di venire ad ammazzarci, di portare via suo figlio; tanto, che cosa ha da perdere questo ragazzo? Ha già confessato un omicidio, che cosa gli cambia? Lo Stato ci ha abbandonati, questa è una vergogna.
Fabio Lombardi, avvocato difensore del giovane Forte, ha spiegato che si tratta di un processo automatico, nulla è stato fatto da parte della difesa:
La scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare è automatica. Si tratta di un processo particolare, la nostra perizia psichiatrica deve ancora essere ultimata. E ancora non si è capito perché un ragazzo normalissimo e bravissimo come Ivan possa aver fatto una cosa del genere. È successo qualcosa di natura psichiatrica che ancora dobbiamo accertare.
Curioso, però, che in un momento in cui si parla sempre di più e sempre più spesso di femminicidio, ad un reo confesso di un delitto così brutale non sia stato possibile impedire di lasciare il carcere. (qui)
Si raccomanda, soprattutto, di sottolineare che abbiamo a che fare con un ragazzo normalissimo e bravissimo – perché, diciamolo, a chi non capita ogni tanto di strangolare una fidanzata in un momento di distrazione.
Ecco, s’i fossi foco vi garantisco che l’eruzione del Vesuvio del 79 diventerebbe un giochino da bimbi dell’asilo.
barbara