PROVATE A IMMAGINARE

che un bel giorno io mi metta davanti a una telecamera per denunciare al mondo, con voce rotta dall’angoscia e occhi sbarrati dall’orrore, che ho fatto delle indagini sull’impasto del pane e ho scoperto che ci mettono dentro – tenetevi forte – il lievito! Che cosa pensereste? Che sono una burlona, suppongo, oltre che un’ottima attrice, oppure psicopatica con forte tendenza alla mitomania. E immaginate che qualche giorno dopo avere denunciato al mondo la presenza del lievito nell’impasto del pane io muoia  e l’intero mondo dei social si sollevi gridando all’assassinio per chiudermi la bocca, per impedirmi di rivelare al mondo la terribile verità che ho scoperto, quella verità che i poteri forti non vogliono che veniate a sapere: roba dell’altro mondo? Romanzo distopico? Fantasia malata? Niente di tutto questo: pura e semplice realtà quotidiana. Un giorno sì e l’altro pure c’è qualcuno che si mette davanti a una telecamera per denunciare al mondo, con voce rotta dall’angoscia e occhi sbarrati dall’orrore, che ha fatto delle indagini sui vaccini e ha scoperto che c’è dentro – tenetevi forte – il grafene! Ebbene sì, è la stessa identica cosa: il grafene nei vaccini è l’esatto omologo del lievito nel pane, altrettanto utile e altrettanto innocuo. L’unica differenza è che tutti sanno che cos’è il lievito mentre il grafene la stragrande maggioranza delle persone non solo non sa che cosa sia, ma non si prende neppure il disturbo di perdere dieci secondi per informarsi. E così, di computer in computer, di cellulare in cellulare, la leggenda nera del grafene si diffonde e semina il terrore, ho addirittura letto – tutto maiuscolo e grassettato e accompagnato da decine di punti esclamativi ed emoticon con diavoli e simboli dell’orrore, per non rischiare che a qualcuno possa sfuggire – che col grafene vi entra nel sangue Satana che poi vi ruba l’anima e voi non siete più creature umane bensì servi del demonio, alè. L’altra parola magica del vocabolario del terrore, è “nanoparticelle”, le terribili, famigerate, micidiali nanoparticelle, sparate anch’esse – sottovoce e in atteggiamento da carbonari (“un ricercatore ha scoperto che ci sono delle nanoparticelle, lo ha divulgato e adesso teme per la sua vita. Se dovessero trovarlo morto sapete qual è il vostro dovere”) – su tutti i social per terrorizzare tutti i babbei in circolazione e convincerli che vaccinarsi è pericolosissimo. Senza, beninteso, avere la più pallida idea di che cosa siano e come vengano utilizzate queste famigerate nanoparticelle. L’importante è sparare parole grosse che facciano impressione.

E adesso state a sentire questa, fresca fresca. In una clinica privata della città in cui vivo, non chiedono a nessuno né green pass, né tamponi, però alle persone che non conoscono chiedono se siano vaccinate; se non lo sono ovviamente le ricevono e le curano lo stesso, però prendono qualche precauzione in più. Qualche giorno fa arriva uno, che dice di essere vaccinato. Passa qualche giorno e uno dei medici della clinica, che lavora anche all’ospedale, se lo vede arrivare, malato di covid a uno stadio così avanzato da avere i polmoni praticamente distrutti. Naturalmente non era vero che era vaccinato, però lui era convinto di avere detto la verità: infatti si era fatto fare, da un medico di una città vicina, un vaccino omeopatico. Per la modesta cifra di 400 euro. Perché loro sono furbi, eh, mica come noi pecoroni che ci facciamo in(o)culare in massa.

E, a proposito: la donna di Sassari che non è stata ricevuta all’ospedale perché non aveva il tampone: ovviamente NON ha perso il bambino a causa del mancato accoglimento: se l’aborto è avvenuto pochissimi minuti dopo, quando ancora era nel parcheggio dell’ospedale, significa che quando è arrivata era già in corso. Chiarito questo, una donna incinta che si presenta all’ospedale con dolori e perdite è una persona bisognosa di soccorso immediato, e l’omissione di soccorso è un reato penale punibile con la reclusione: mi auguro che ciò avvenga, e in tempi rapidi.
Quanto agli sciacalli che ipotizzano, quando addirittura non si dichiarano certi, che la causa dell’aborto sia stato il vaccino: no, pezzi di merda, se fosse stata vaccinata avrebbe avuto il green pass e non le avrebbero chiesto il tampone. Ma voi proprio non vi smentite mai, eh?

barbara

SE PER ESEMPIO

Se per esempio sostituissimo davvero tutte le auto vere con le auto elettriche. Prima una riflessione di puro buon senso.

Fabrizio Santorsola

L’auto elettrica – la più grande truffa che il mondo abbia mai visto?
Qualcuno ci ha pensato?
“Se tutte le auto fossero elettriche… e dovessero restare bloccate in un ingorgo di tre ore nel freddo di una nevicata, le batterie si scaricherebbero tutte, completamente.
Perché nell’auto elettrica praticamente non c’è riscaldamento.
Ed essere bloccato in strada tutta la notte, senza batteria, senza riscaldamento, senza tergicristalli, senza radio, senza GPS per la batteria tutta scarica, non deve essere bello.
Puoi provare a chiamare il 911 e proteggere le donne e i bambini, ma non potranno venire ad aiutarti perché tutte le strade sono bloccate e probabilmente tutte le auto della polizia saranno elettriche.
E quando le strade sono bloccate da migliaia di auto scariche, nessuno potrà muoversi. Le batterie come potranno essere ricaricate in loco?
Lo stesso problema durante le vacanze estive con blocchi chilometrici.
Non ci sarebbe in coda la possibilità di tenere accesa l’aria condizionata in un’auto elettrica. Le tue batterie si scaricherebbero in un attimo.
Naturalmente nessun politico o giornalista ne parla, ma è questo che accadrà.
Testo da me liberamente tradotto, ripreso da Marian Alaksin (Repubblica Ceca)

Poi un articolo con un po’ di calcoli.

Giancarlo Lehner

A proposito della moda del green, qui e subito, una delle più strampalate mistificazioni della storia, cito i seguenti inoppugnabili dati dall’articolo di Dario Rivolta, uno studioso che ragiona e non vende fumo:
«Un parco eolico da 100 megawatt richiede trentamila tonnellate di minerali ferrosi, cinquantamila tonnellate di cemento e almeno novecento tonnellate di plastica e resina.
In un impianto solare della stessa potenza, il ferro e l’acciaio necessari sono tre volte tanto e solo il cemento sarà impiegato in quantità minore che nell’eolico.
Nel progetto lanciato dall’Ue la produzione di energia elettrica derivante da questi impianti dovrebbe passare dai 1500 gigawatt di oggi ad 8000 GW entro il 2030. Il calcolo dei materiali necessari che bisognerà estrarre dalla terra è presto fatto. E lo si dovrà fare con i vecchi metodi industriali.
Inoltre, molti dei componenti che dovranno essere utilizzati appartengono al gruppo di quei minerali che vanno sotto il nome di “terre rare”.
Alcune di loro portano nomi sconosciuti come i lantanidi, lo scambio, l’ittrio, l’eurobio, il lutezio ecc.
Di altri minerali abbiamo forse già sentito parlare:
niobio
tantalio
tungsteno
litio
tellurio
selenio
indio
gallio
Oltre a queste, per creare l’elettricità e stoccarla nelle batterie occorrono anche grandi quantità di cobalto, manganese, nickel, stagno, grafite, rame ecc.
Nella maggior parte dei casi, nonostante l’aggettivo (rare) attribuito ad alcune di queste materie, non si tratta di presenze scarse sul nostro pianeta ma sono minerali dispersi all’interno di rocce che devono essere estratte e lavorate.
Per ottenere un chilo di vanadio bisogna lavorare otto tonnellate di rocce; per un chilo di gallio ne occorrono cinquanta, mentre per ottenere il lutezio in eguale quantità bisogna raffinarne ben duecento tonnellate.
Tutte queste lavorazioni si fanno con l’impiego di grandi quantità di acqua e solventi.
La lavorazione necessaria è così deleteria per l’ambiente circostante che si spiega perché la maggior parte dei Paesi del mondo ha rinunciato ad estrarli, lasciando che sia la Cina ad occuparsi della produzione (e relativa fornitura) di almeno due terzi della domanda mondiale.
Un altro esempio: in una macchina a propulsione elettrica circa duecento chili di quanto pesa in totale sono indispensabili per il funzionamento della batteria e per la sua protezione.
Si tratta di un quantitativo corrispondente a sei volte quello presente nelle auto tradizionali.
Bisogna aggiungere che per la trasmissione dell’elettricità derivante dagli impianti solari, eolici e dall’idrogeno, le reti di distribuzione oggi esistenti saranno riutilizzabili solo in parte.
Serviranno enormi quantità extra di rame per gli elettrodotti e migliaia di tonnellate di acciaio per le nuove tubature necessarie al trasporto dell’idrogeno.
I prezzi schizzeranno alle stelle, causando una nuova e lunga inflazione anche su tutti i prodotti a valle.
Al nuovo ingente sfruttamento delle risorse naturali per procedere verso la “transizione verde” vanno aggiunte le conseguenze socio-economiche all’interno delle nostre società. L’Europa (così come- forse- gli Stati Uniti) si è data l’obiettivo di passare ai nuovi sistemi entro il 2030 e completare il processo entro il 2050, mentre la Cina ha dichiarato che raggiungerà il picco delle proprie emissioni di CO2 solo nel 2030 e raggiungerà l’obiettivo finale non prima del 2060. Per l’India il passaggio richiederà ancora più tempo.
È allora evidente che, negli anni che faranno la differenza, si creerà un divario crescente nei costi di produzione industriali tra i due mondi e certo non a vantaggio delle imprese europee. Con conseguenti crisi che colpiranno molti lavoratori e molte aziende.
Sotto l’aspetto politico va anche aggiunto che, pur riuscendo a liberarci dall’oligopolio dei produttori di gas e petrolio, ci metteremmo, noi europei, totalmente nelle mani dei nostri nuovi fornitori di minerali rari e materie prime.
Va aggiunto che gli utenti dovranno sostituire le loro caldaie per il riscaldamento, tuttora a gas o gasolio, con pompe di calore azionate dall’ energia elettrica da fonti rinnovabili.
Gli automobilisti dovranno rottamare i loro veicoli a benzina, a gasolio o ibridi per sostituirli con autovetture solo elettriche che però, con la tecnologia attuale, non consentiranno loro di andare da Milano a Roma senza fermarsi qualche ora per ricaricare le batterie».
L’imperialismo del regime comunista cinese evidentemente ha pagato e strapagato politici, scienziati (quelli non mercenari non vengono ascoltati) e addetti all’informazione, per montare la mitologia del green.

E tutto questo bordello sarebbe per fermare i “cambiamenti climatici” per via del fatto che ci sarebbe in atto una “emergenza climatica”. Siccome so che purtroppo c’è ancora in giro gente che crede a questa ridicola favola, ricordo che le cose che strilla istericamente la piccola analfabeta ritardata psicopatica mitomane allo scopo preciso di terrorizzare le masse (“voglio che siate terrorizzati” – e riuscendoci perfettamente), ossia che abbiamo ancora dieci anni prima che sia troppo tardi, come già è stato ripetutamente documentato in questo blog, venivano strillate anche dieci anni fa, e venti anni fa, e trenta anni fa, e quaranta anni fa, e cinquanta anni fa. E se i signori della dittatura del terrore climatico avessero ragione, ciò significherebbe che da quarant’anni il pianeta non esiste più  e noi siamo zombie vaganti nello spazio. Fermo restando che, se anche un’emergenza climatica ci fosse – ma non c’è – il solo pensare di poter intervenire sul clima sarebbe puro delirio di onnipotenza. E qualcuno farà bene a cominciare a ridimensionarsi.

barbara

REAZIONI AVVERSE E ALTRE STORIE*

Come già in altre occasioni mi è capitato di ricordare, nel mondo muoiono cento persone al minuto, quasi due persone ogni secondo: vecchi e giovani. Malati e sani. Vaccinati e non vaccinati. Che hanno o non hanno appena bevuto un caffè, sorseggiato un cognac, fumato una sigaretta, mangiato una fiorentina, scopato, nuotato, fatto una corsa, litigato con qualcuno, ascoltato il Largo di Händel, caricato una lavatrice, fatto una doccia, raccolto fiori in giardino, rifatto il letto, dormito, studiato, mandato una mail, vinto alla lotteria, perso alla lotteria, sbadigliato, sorriso, telefonato, fatto ginnastica, preso uno spavento, sceso una scala…
In questo momento un’infinità di persone stanno ossessivamente catalogando tutti coloro che dopo essersi vaccinati hanno avuto un malore, un infarto, una trombosi, un ictus, un aneurisma, un eritema, un mal di testa, un attacco di diarrea, freddo, stanchezza, un foruncolo sul naso, insomma un qualsiasi accidente (badando a non dimenticare i cucchiaini che si attaccano al braccio) intervenuto fra due secondi e due mesi dopo l’inoculazione del vaccino. Ora,  proviamo a immaginare che qualcuno si metta a raccogliere altrettanto ossessivamente dati su persone morte – e tralascio, per semplificare il compito ai volontari, tutti gli altri possibili accidenti minori. Minori della morte, voglio dire – da due secondi a due mesi dopo avere scopato: si accettano scommesse sui dati che ne risulterebbero. E magari proviamo a immaginare che man mano che raccolgono i dati si mettano a inondarne i social, fare migliaia di video accorati o disperati da far girare su whatsapp, facebook, twitter, instagram, siti, blog eccetera eccetera, e a strillare che i “giornaloni” non pubblicano quei dati perché non accettano “verità diverse” da quella ufficiale e non vogliono che voi ne veniate a conoscenza (salvo il fatto che, esattamente come il bicarbonato che cura il cancro ma la famigerata BigPharma non vuole che si sappia, ne sono a “conoscenza” miliardi di persone che continuano a farle girare per l’universo globo – ma chi sta a badare a queste quisquilie)… Ecco, immaginate…

NOTA: naturalmente sostituendo “scopare” con fumare una sigaretta, litigare, correre, prendere uno spavento o una qualsiasi delle attività o situazioni sopra elencate, il prodotto non cambia.

*Ognuno si senta libero di attribuire al termine “storie” il significato che preferisce.

barbara

I FIORI GIALLI

Aveva in mano dei nauseanti fiori gialli angoscianti. Non conosco il loro nome, chi diavolo lo sa? Ma sono sempre i primi a spuntare a Mosca. E questi fiori risaltavano decisamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva in mano fiori gialli! Un colore orribile. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si girò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja passeggiavano migliaia di persone, ma le garantisco che lei vide solo me e mi fissò, non preoccupata, ma addirittura dolente. Non mi colpì tanto la sua bellezza, quanto la straordinaria, e mai vista prima solitudine nei suoi occhi! Seguendo quel segnale giallo, anch’io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo silenziosamente lungo il vicolo triste e tortuoso, uno da un lato, una dall’altro. E per di più non c’era anima viva. Io ero in preda al tormento perché pensavo che fosse necessario parlarle, e avevo paura che, invece, non sarei stato capace di dire una sola parola e lei se ne sarebbe andata, e non l’avrei vista mai più. E invece, a un tratto, fu lei a parlare: «Le piacciono i miei fiori?». Ricordo distintamente il suono della sua voce, bassa, ma con bruschi picchi di tono, e, è sciocco, lo so, sembrava che un’eco risuonasse nel vicolo e urtasse il muro giallo e sporco. Passai in fretta dalla sua parte e, avvicinandomi a lei, risposi: «No». Mi guardò stupita, e, a un tratto, in modo del tutto inaspettato, sentii che da una vita amavo proprio quella donna! Che roba? Lei dirà che sono pazzo. – – Non dico niente, – esclamò Ivan, e aggiunse: – La prego, continui! L’ospite continuò.
– Sì, mi fissò stupita, e poi chiese: «Ma non le piacciono i fiori in generale?». Mi sembrò di percepire nella sua voce una certa ostilità. Le camminavo accanto, e cercavo di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo in imbarazzo. «No, i fiori mi piacciono, ma questi no», dissi. «E quali le piacciono allora?». «Le rose». Avrei voluto rimangiarmi le parole perché lei con un sorriso contrariato gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccolsi, un po’ smarrito, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ancora e i fiori mi rimasero in mano. Proseguimmo così, in silenzio, per un po’, poi lei mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, e infilò sotto il mio braccio la mano coperta da un guanto nero svasato, e continuammo a camminare vicini. – E poi? – disse Ivan. – La prego, non tralasci niente! – – E poi? – l’ospite ripeté la domanda di Ivan. –
Quello che successe in seguito, lo può indovinare da solo –. L’ospite si asciugò una lacrima improvvisa con la manica destra, e proseguì: – L’amore ci balzò davanti come un assassino sbuca fuori da un vicolo, quasi uscisse dal centro della terra, e ci colpì nello stesso istante. Così colpisce un fulmine, un coltello a serramanico! Ma lei, in seguito, disse che non era proprio così, che ci amavamo da tanto tempo senza esserci mai incontrati, anche se lei viveva con un altro e io, allora… con quella, come si chiamava. –
[…]
Presi dal cassetto del tavolo le copie pesanti del romanzo, quaderni, appunti, e cominciai a bruciarli. Era difficile, la carta scritta non brucia volentieri. Spezzandomi le unghie strappavo i quaderni, li mettevo tra i pezzi di legno, e li scuotevo con l’attizzatoio. Ma vinceva la cenere e si spegnevano le fiamme.

Vale la pena, dopotutto, di rileggere un libro a mezzo secolo di distanza: mezzo secolo di acciacchi, ma anche di maturazione, e di studio, e di conoscenze per recuperare tutto ciò che al primo passaggio era rimasto indietro e poter finalmente dire, in piena coscienza: sì, è un capolavoro.

barbara

LA STORIA DI STEFANO CUCCHI

Quella vera. Perché la disinformazione va combattuta sempre, in tutti i campi. Carlo Giovanardi non è una persona particolarmente simpatica, ma il punto della questione è se i fatti che afferma siano veri o falsi. E non mi sembra che tali fatti siano stati smentiti.

L’altro Cucchi
La disinformazione orchestrata intorno al caso
di Carlo Giovanardi, 12 Novembre 2014

Dopo la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma che ha assolto polizia penitenziaria e medici per la morte di Stefano Cucchi, il cosiddetto “Giornalista Collettivo”, battezzato così da Giuliano Ferrara, si è scatenato con una micidiale disinformazione, Tg1 in testa, che per giorni ha martellato gli italiani di immagini ed interviste suggestive guardandosi bene dall’offrire elementi di conoscenza del caso su cui maturare un’opinione. Andando con ordine.
Quanti italiani sanno che prima dell’arresto come spacciatore (a casa sua sono stati trovati durante la perquisizione due panetti di hashish del peso di 905 grammi, un involucro di cocaina di 103 grammi, tre bilancini di precisione, materiale da confezionamento, confezioni di mannite, cellophane e carta di alluminio, altri involucri con hashish sparso per casa) Stefano Cucchi era stato ricoverato ben 17 volte al pronto soccorso a causa di ferite, lesioni, fratture refertate negli anni da decine di medici, tutte subìte nel limaccioso mondo che frequentava? E’ mai possibile che nel 18esimo ricovero i responsabili di lesioni siano stati i tre agenti della polizia penitenziaria?
Sin dall’inizio del caso ho detto che le eventuali responsabilità dovevano essere accertate nel processo, nel quale più di 40 periti e consulenti della pubblica accusa e dei giudici (che a loro volta hanno voluto nominare altri consulenti) hanno concluso non esserci relazione fra le lesioni e la morte: in primo grado e in Appello pertanto magistrati e giuria popolare (cittadini estratti a sorte) hanno assolto da ogni addebito gli agenti. Consulenti, periti, giudici, giurati popolari, pubblici ministeri del processo sono tutti dunque collusi?
Ma il Senato della Repubblica, elemento forse sfuggito al presidente Grasso quando ha ricevuto la sorella di Cucchi e da una foto ha dedotto che Stefano è stato massacrato, proprio sul caso Cucchi ha votato il 17 marzo 2010 un documento XXII-bis n. 2 intitolato: “Relazione conclusiva dell’inchiesta sull’efficacia, l’efficienza e l’appropriatezza delle cure prestate al signor Stefano Cucchi”. Tale relazione, relatrice la senatrice Albertina Soliani del Pd, è stata il frutto di una inchiesta nell’ambito della commissione sul Servizio sanitario nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino.
A pagina 3 sul documento si legge testualmente: “Il signor Stefano Cucchi muore intorno alle ore 3 del 22 ottobre nel reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini per arresto cardiorespiratorio come evento finale di un grave squilibrio idroelettrolitico. La causa della morte è, infatti, secondo la relazione dei consulenti tecnici di cui si è avvalsa la commissione, l’instaurarsi di una sindrome metabolica iperosmolare di natura prerenale dovuta a una grave condizione di disidratazione. In particolare, secondo i consulenti, il decesso si deve allo squilibrio metabolico e soprattutto idroelettrolitico conseguente alla mancata assunzione di cibo e di liquidi in modo regolare e sufficiente. All’analisi medico-legale il paziente risulta portatore di due patologie: la sindrome traumatica e la sindrome metabolica. Non vi è alcuna relazione eziopatogenetica che collega il trauma alla sindrome metabolica. I consulenti tecnici ritengono si possa escludere, senza incertezza, che il decesso si debba alle conseguenze del trauma subìto. La sindrome dismetabolica e di squilibrio idroelettrolitico raggiunge un punto di non ritorno a partire dal quale non è più possibile correggere la sindrome attraverso la semplice assunzione di acqua, nella giornata del 21 ottobre”.
Il Senato è giunto pertanto alla stessa conclusione a cui è giunto il processo indicando nelle mancate cure e nella mancata somministrazione di acqua e cibo le cause della morte, come non mi sono mai stancato di sostenere in questi anni (la relazione del Senato spiega che al momento dell’arresto Stefano Cucchi pesava 52 kg e nel momento del decesso 42 kg). Per questo risulta davvero incomprensibile che la famiglia in cambio della liquidazione di un milione  e 340 mila euro da parte dell’ospedale Sandro Pertini, abbia revocato la costituzione di parte civile in Appello nei confronti dei medici confermandola soltanto nei confronti dei tre agenti che secondo la famiglia avrebbero “ammazzato di botte” il povero Stefano.
Se l’opinione pubblica fosse stata informata di queste circostanze certamente si sarebbe confermata nella convinzione che Stefano Cucchi sia una vittima della sua vita difficile segnata dalla droga, dalle sue patologie e dalle mancate cure a cui doveva essere obbligato dai medici: ma certamente non potrebbe condividere la decisione del Consiglio comunale di Roma di dedicargli una via o una piazza.

La fonte dell’articolo non la posso dare perché l’articolo è sparito dalla rete, non so se sia un caso.

barbara

ANCORA DUE PAROLE SU QUEL BRAV’UOMO

Un buon articolo.

Tutu, un Nobel del politicamente corretto

Il defunto vescovo anglicano era un socialista, fatto passare per il Martin Luther King africano. Era nota la sua collateralità all’Anc, che usava metodi in stile Black Lives Matter. E le sue parole sugli ebrei erano cariche di antisemitismo.

Il corpo di Desmond Tutu verrà liquefatto, qualunque cosa ciò voglia dire. Bufala? Boh. Ormai non si capisce più niente e quello giornalistico è diventato un mestiere dinastico in via di patetica estinzione. Se è vero (e non è una errata traduzione dell’afrikaans «cremato», prima che qualche speaker francofilo dica «Tutù»), è quanto meno singolare per un arcivescovo (anche gli anglicani sono cristiani).

Premio Nobel per la Pace 1984, uno dei primi della svolta politicamente corretta di Oslo, fu fatto passare per il Martin Luther King degli africani. Il solito boomerang occidentale in piena Guerra Fredda, quando l’Urss cercava di «dialettizzare i contrasti» in Sudafrica, da cui, prima dell’allargamento del canale, passavano le grandi petroliere troppo larghe per Suez. La carriera di Tutu era stata stupefacente. Lasciati gli esami di medicina per il sacerdozio, dopo gli studi a Londra eccolo subito vescovo del Lesotho. Un anno, ed è segretario generale del Consiglio delle Chiese Sudafricane. E immediatamente comincia a viaggiare in tutto il mondo. Scopo di questi viaggi, propagandare il boicottaggio economico del Sudafrica reo di apartheid. E il tirannico governo di Pretoria che fa, gli revoca il passaporto? Per niente. E giù premi. Anche quello intitolato a Martin Luther King. Il Nobel, poi, gli vale anche l’arciepiscopato di Città del Capo. En plein.

La sua amicizia e collateralità con l’Anc (African National Congress) è nota e dichiarata. Anche se sui trenta membri del direttivo Anc una ventina erano membri del Partito comunista sudafricano. E mentre dal vicino Mozambico, in piena dittatura comunista, la gente scappava verso l’apartheid sudafricano, evidentemente considerato preferibile. L’Anc, per abbattere il regime, provocava disordini continui, conditi da distruzioni e saccheggi in stile Black Lives Matter ante litteram. I più anziani tra noi ricorderanno le foto dei famosi necklaces, le «collane» di pneumatici cosparsi di benzina e incendiati, messi al collo dei «collaborazionisti» neri con le mani legate dietro la schiena. Il primo presidente dell’Anc era l’altrettanto celebrato Mandela, premio Nobel pure lui e immortalato da Hollywood con un film agiografico. Aspettiamoci dunque un film su Tutu.

Scartabellando tra le notizie d’epoca ho trovato un bel florilegio di frasi storiche di quest’ultimo, compilato da Ettore Ribolzi per «Cristianità» nel 1987, dunque in corso d’opera. Mi permetto di riproporne alcune. Vancouver, 1983: «Trovo il capitalismo del tutto orrendo e inaccettabile. Io sono socialista». Zambia, 1985: «Se i russi venissero in Sudafrica oggi, allora la maggior parte dei neri che rifiutano il comunismo perché ateo e materialista li accoglierebbe come salvatori. Ogni cosa sarebbe migliore dell’apartheid». Stesso anno, alla rete televisiva Wnbc di New York: «Ma noi siamo i loro domestici, siamo noi che ci prendiamo cura delle case della gente bianca. Facciamo da mangiare e sorvegliamo i loro bambini. Alcuni domestici potrebbero essere reclutati e potrebbe essere loro fornita una fiala di arsenico» (l’intervistatore aveva fatto osservare che le armi le avevano i bianchi).

Uno dei pochissimi a non aver aderito alle sanzioni economiche contro il Sudafrica era stato Israele. E Tutu, nel 1984 invitato dal Gruppo dei deputati ebrei sudafricani, minacciava: «Secondo il Nuovo Testamento gli ebrei devono soffrire. Pertanto metteremo ciò in pratica, se prenderemo il potere». Infatti, «gli ebrei sono i maggiori sfruttatori dei neri, perciò devono soffrire». Concludendo, «non ci sarà simpatia per gli ebrei quando i neri prenderanno il posto dei bianchi». Plauso dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina, di Arafat, altro premio Nobel, anche lui per la Pace), il cui rappresentante nello Zimbabwe, Alì Halimeh, diceva: «Siamo convinti che il collasso del sistema del Sudafrica condurrà alla distruzione dello Stato sionista in Medio Oriente». Peccato che il Mossad sia sempre più furbo di loro.
Rino Cammilleri, qui.

E un po’ di esperienza diretta.

Gentile Redazione, Vivevo in Sud Africa. Cinque splendidi anni fino al 1986, quando fu chiaro che il Paese sarebbe finito in altre mani, con le conseguenze che possiamo vedere. Anche negli anni della “feroce apartheid” Tutu viveva nel quartiere più esclusivo di Città del Capo: Costancia. Ho rispetto per Nelson Mandela; ha saputo gestire il passaggio di poteri. Winnie Mandela – invece – amica e sodale, compagna di partito di Tutu, presenziava processi in cui neri erano imputati, assistendo alla condanna, molto etnica e pittorescamente tribale: Il necklace, la collana. Al condannato, immobilizzato, veniva posto, intorno al collo, un copertone di auto. Tipo collana, appunto. Poi una generosa spruzzata di benzina e lo spettacolo era garantito. Ustioni e soffocamento. L’arcivescovo ignorava tutto ciò? Lo sapevano tutti. Premio Nobel per la pace. Ognuno si diverte come può, come ritiene giusto. Ma è giusto? Il suo antisemitismo d’accatto non è sorprendente. Non per me. Saluti,
Gianfranco Pacini, qui.

Abbiate pazienza ma io, come è noto, detesto i santini.

barbara

A UN ANNO DA QUEL FAMOSO TERRIBILE SEI GENNAIO

In cui i crimini di Donald Trump hanno ampiamente superato quelli di Eichmann e Mengele e Idi Amin Dada messi insieme. Due interessanti articoli che, a un anno di distanza, fanno il punto della situazione.

Tucker Carlson: La fissazione dei Democratici sul 6 gennaio rivela quale sarà la loro strategia per le midterm

Perché i Repubblicani non dicono nulla in contrario?

Questo articolo è adattato dal commento di apertura di Tucker Carlson dell’edizione del 5 Gennaio 2022 di “Tucker Carlson Tonight”.

Oggi è il 5 gennaio – o, come verrà d’ora in avanti conosciuto da tutti i popoli civilizzati del mondo, il 6 gennaio. Stasera, a mezzanotte, tra poche ore, inizieremo la prima delle tante commemorazioni annuali delle orribili atrocità che hanno avuto luogo esattamente un anno fa al Campidoglio degli Stati Uniti.
Come si commemora una cosa del genere – un evento che cambia la storia, orribile da pensare, ma così significativo nella vita del paese? Il conteggio dei morti è la tradizionale unità di misura.
Quando la nazione è stata colpita da perdite inimmaginabili negli anni passati, è così che le ricordiamo: 40.000 vittime a Gettysburg2.400 morti Pearl Harbor. Quasi 3.000 americani morti l’11 settembre.
Ma questo è un nuovo tempo, un’epoca diversa. Quelle metriche antiquate non funzionano più mentre osserviamo un minuto di silenzio per i caduti del 6 gennaio.
Il 6 gennaio quanti ne abbiamo avuti… beh, vediamo, in realtà c’è stata solo Ashli Babbitt. Ashli Babbitt non era un soldato dell’Unione, o un marinaio della corazzata Arizona, o un eroico pompiere che si è precipitato in una torre di uffici che stava crollando. Era solo un’elettrice di TrumpEra disarmata. È stata colpita a morte senza preavviso da un agente di polizia di Capitol Hill in una storia ben documentata di quello che è stato un comportamento sconsiderato. Ashli Babbitt è stata la vittima del 6 gennaio.
Ma, onestamente, e quindi? Non si tratta di numeri, vero? Non si tratta di quante persone sono state uccise il 6 gennaio. Infatti, la lista di coloro che non sono stati uccisi quel giorno è piuttosto lunga. Include tutti i 535 membri del Congresso, così come il loro staff e l’intera stampa che era al seguito. Nessuno di loro è morto. Sono tutti ancora in giro. Ma, di nuovo, a chi importa? Non si tratta di contare i cadaveri.
Si tratta di sentimenti – di come si sentono i sopravvissutispecialmente dei reporter che sono sopravvissuti. I sentimenti dei reporter di Washington contano molto in America. Certamente contano molto di più di come vi sentite voi in questo momento. Come vi sentite voi, come probabilmente avrete già capito, è totalmente irrilevante per chiunque. Non importa a nessuno. Ma i giornalisti di Capitol Hill? A loro importaE sono sconvoltiMolti non si sono ancora ripresi da quello che hanno visto quel giorno. Quando si coricano per dormire la notte, le orribili immagini si ripetono in loop dietro le loro palpebre: Il tuono assordante delle raffiche di cannone. Il fumo del fuoco d’artiglieria spietato che oscura il sole. Le urla dei feriti che chiamano i loro cari, che riecheggiano come una colonna sonora demoniaca contro le pareti della hall della Speaker. L’inferno in un posto molto ristretto.
A meno che non siate stati lì, non potete capire come sia stato. Immaginate l’offensiva del Tet, più Falluja, più la notte prima del Ringraziamento al Whole Foods. Il 6 gennaio, non potevi dire chi fosse il nemico, a meno che non abbassavi lo sguardo e vedevi che aveva comprato le scarpe in un Walmart. Allora lo sapevi. Ma per il resto, era la nebbia della guerraamici miei.
Kasie Hunt era lì quel giorno. La Hunt è ora qualcosa che si chiama “capo analista degli affari nazionali” alla CNN. Come veterana dell’assedio del Campidoglio, la Hunt ha preso il suo profilo Twitter per dare speranza ai suoi compagni sopravvissuti. “Domani sarà dura per quelli di noi che erano lì o avevano i loro cari nell’edificio. Pensando a tutti voi e trovando la forza di sapere che non sono sola in questo….#6gennaio”
Questo è solo un tweet. Ma un giorno, bisogna che lo sappiate, perché questo è un paese pieno di speranza, la Hunt e i suoi compagni sopravvissuti al massacro insurrezionale del 6 gennaio si riuniranno in qualche modo più formale: Riunioni annuali, tenute all’ombra di un memoriale sul 6 gennaio di Washington, quello che costruiranno una volta abbattuto il Washington Monument per costruirlo. La Hunt e i grigi veterani del Washington Post e di Bloomberg News, di POLITICO, del The Daily Beast e dell’Atlantic Magazine alzeranno i loro artigli bianchi come una cosa sola, e ricorderanno come hanno ingannato la morte quel terribile giorno.
Okci fermiamo. È troppo imbarazzante. Proviamo vergogna anche solo a prenderci in giro. E infatti, come questione politica, l’anniversario del 6 gennaio non è uno scherzoÈ una cosa molto seriaFingere che una protesta sia stata in realtà un colpo di stato fallito è l’intera strategia del Partito Democratico per vincere le elezioni di midterm di quest’anno. A questo punto, è tutto ciò che hannoGovernare non ha funzionato. Ecco perché il procuratore generale degli Stati Uniti, uno degli uomini più politici di Washington, ha annunciato che il Dipartimento di Giustizia continuerà a molestare e ad arrestare le persone che hanno votato per Donald Trump.
MERRICK GARLAND“Il Dipartimento di Giustizia rimane impegnato a ritenere tutti i perpetratori del 6 gennaio, a qualsiasi livello, responsabili secondo la legge – sia che fossero presenti quel giorno o che fossero altrimenti penalmente responsabili dell’assalto alla nostra democrazia. Seguiremo i fatti ovunque ci condurranno”.
Tutti i responsabili“. Il Dipartimento di Giustizia ha già avuto la sua più grande caccia all’uomo nella storia. John Dillinger (un famigerato gangster americano degli anni venti, n.d.r.) starà ridendo dalla sua fossa all’inferno. Quella sul 6 gennaio sorpassa nettamente quella a Dillingere batte anche la caccia all’uomo dopo l’11 settembreSupera tutte le cacce all’uomo. Così la gente che stava lì a scattare foto con il telefonino è stata presa dall’FBI, alcuni di loro sono stati mandati in prigione, ma non sta ancora finendo, c’è ancora altro da fare.
Ma naturalmente, Merrick Garland non parla mai da solo. Il coro si unisce sempre a lui, perché si muovono sempre come un tutt’uno.
Frank Figliuzzi, per esempio, è stato un alto funzionario dell’FBI che ora lavora alla NBC News, ha twittato questa previsione/osservazione: “AG fa riferimento al Watergate. Capito? Merrick Garland si impegna a perseguire i sospetti del 6 gennaio a ‘qualsiasi livello’”. Un ex dirigente della NBC di nome Mike Sington ha scritto: “Non perdete la speranza, Trump potrebbe ancora essere arrestato“.
Arrestato per cosa? Immagino che non ci fosse spazio nel tweet per spiegare. Ma basta solo arrestato. Le persone cattive dovrebbero essere arrestate, questo è il punto. La cosa interessante è che ci sono un sacco di veri criminali che non hanno avuto spazio nel discorso di Garland.
Garland non ha fatto alcuna menzione del “pipe bomber” del 5 gennaio – Stiamo osservando l’anniversario del pipe bomber proprio ora. Quell’individuo è stato catturato – diremmo uomo ma non vogliamo entrare nello specifico nell’ambiente attuale – da un nastro di sorveglianza. Ha usato il suo telefono diverse volte. È tutto rintracciabile. Dov’è quella persona? Merrick Garland non ne ha parlato.
Ecco su cosa si è concentrato invece:
MERRICK GARLAND: “Abbiamo ricevuto più di 300.000 soffiate -+da cittadini comuni, che sono stati i nostri partner indispensabili in questo sforzo. Il sito web dell’FBI continua a pubblicare foto di persone in relazione agli eventi del 6 gennaio, e continuiamo a cercare l’assistenza del pubblico per identificare questi individui.”
Assicuratevi di controllare il sito web dell’FBIStanno pubblicando le fotoe non di persone che effettivamente lavorano per loro e che erano lì quel giorno. Non solo stanno pubblicando foto, le stanno togliendo dal sito, compresa la lista dei più ricercati. Ricordate Ray Epps? È in video diverse volte che incoraggia crimini, rivolte, violazioni del Campidoglio il 6 gennaio. Era sul sito dell’FBI. Ora è sparitoNon è stato accusato di nulla, a quanto pare. Perché? Questa è una buona domanda. Nessuno al Congresso sembra preoccuparsianche i senatori Repubblicani presunti conservatori.
Cosa sono impegnati a fare? Beh, sono impegnati a ripetere i punti di discussione che Merrick Garland ha preparato per loro.
SEN. TED CRUZ: “Ci stiamo avvicinando ad un solenne anniversario questa settimana ed è un anniversario di un violento attacco terroristico al Campidoglio, dove abbiamo visto le donne e gli uomini delle forze dell’ordine dimostrare incredibile coraggio, incredibile audacia, hanno rischiato la vita per difendere gli uomini e le donne che servono in questo Campidoglio.”
Siamo onesti, tutti i conservatori apprezzano Ted Cruz. Può non piacervi, ma dovete apprezzarlo. È legittimamente ritenuto intelligente, ed è una delle persone più capaci a servire al Congresso, forse la più capace. Non usa una sola parola a caso. Ogni parola che Ted Cruz usa è usata intenzionalmente, è un avvocato.
Ha descritto il 6 gennaio come un “violento attacco terroristico“. Tra tutte le cose che il 6 gennaio è stato, non è stato sicuramente un violento attacco terroristico. Non è stata un’insurrezione. È stata una rivolta? Certo, ma non è stato un “violento attacco terroristico“Mi dispiaceAllora perché ci stai dicendo che lo è stato, Ted Cruz? E perché nessuno dei tuoi amici Repubblicani che dovrebbero rappresentare noi e tutte le persone che sono state arrestate durante questa epurazione sta dicendo qualcosa?
Che diavolo sta succedendo qui? Ci state facendo credere che il Partito Repubblicano sia inutile come sospettavamo. Non può essere vero. Rassicuraci, per favore, Ted Cruz. (Qui)

Byron York – È la settimana del 6 gennaio e la caccia a Donald Trump continua

Giovedì 6 gennaio 2022 si è celebrato il primo anniversario della rivolta del Campidoglio. La Speaker della Camera Nancy Pelosi e i Democratici avevano pianificando una serie di eventi per commemorare l’occasione. Joe Biden ha tenuto un discorso. L’ex presidente Donald Trump doveva tenere una sua conferenza stampa (poi annullata). I media ne parleranno per tutta la settimana.
Ma la cosa più importante al momento in corso è il Comitato sul 6 gennaio della Camera. Soprattutto, i Democratici della Camera che hanno creato il comitato vogliono usarlo per processare Donald Trump – o, almeno, assicurarsi che gli sia legalmente proibito di ricandidarsi alla presidenza nel 2024 o, in mancanza di ciò, danneggiandolo politicamente così tanto da farlo perdere comunque anche se riuscirà a ricandidarsi.
Come conseguire questi obiettivi? Con il loro primo impeachment di Trump tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, alcuni Democratici avevano esplicitamente espresso la propria fiducia che il Presidente ne sarebbe rimasto così severamente macchiato da quell’impeachment tanto da non poter vincere la rielezione. Poi, dopo che Trump ha effettivamente perso nel novembre 2020, seguito dal suo rifiuto di accettare il risultato delle elezioni, e poi dalla rivolta del Campidoglio, speravano che un secondo impeachment avrebbe portato alla sua interdizione dal ricoprire nuovamente una carica pubblica.
Non è successoDonald Trump rimane, al momento, il principale candidato potenziale alle primarie presidenziali dei Repubblicani del 2024.
Ed è qui che entra in gioco il Comitato sul 6 gennaio.
I membri del comitato, i Democratici più i loro alleati Repubblicani selezionati personalmente da Nancy Pelosi, Liz Cheney e Adam Kinzinger, stanno cercando una qualsiasi ragione per sostenere delle accuse penali contro Donald Trump. Sembra aspettassero una decisione da parte di Trump se attendere o meno fino a dopo le ore 16:00 del giorno della rivolta – esattamente le 16:17 – per pubblicare un video che invitava i rivoltosi a ritirarsi e a tornare a casa.
La violenza si è svolta quel pomeriggio“, ha detto Liz Cheney il mese scorso. “Ma per 187 minuti il Presidente Trump si è rifiutato di agire“. Questi 187 minuti, a cui Cheney si riferisce spesso, sono apparentemente le tre ore e sette minuti che intercorrono tra la parte del discorso in cui Trump ha invitato i suoi sostenitori a protestare “pacificamente” al Campidoglio ed il video delle 16:17 in cui dice loro di andarsene. Durante questo periodocontrariamente all’affermazione fatta da Liz CheneyTrump aveva twittato due volte – una volta, alle 14:38, dicendo: “Per favore sostenete la nostra polizia del Campidoglio e le forze dell’ordine. Sono veramente dalla parte del nostro Paese. Rimanete pacifici!” e poi, alle 15:13, dicendo: “Sto chiedendo a tutti al Campidoglio di rimanere pacifici. Nessuna violenza! Ricordate, noi siamo il partito della legge e dell’ordine – rispettate la legge e i nostri grandi uomini e donne in uniforme. Grazie!” Infine, alle 16:17Trump ha postato un video in cui ha chiesto ai rivoltosi: “Ora dovete andare a casa. Dobbiamo riportare la pace. Dobbiamo ripristinare la legge e l’ordine”.
Liz Cheney non conta quei tweet – all’epoca forse la principale modalità di comunicazione di Donald Trump – nella sua formulazione della sua teoria dei “187 minuti”. Invece, dice che il fallimento di Trump nel chiedere immediatamente e con più decisione il ripristino dell’ordine ammonti ad una “negligenza del dovere” che potrebbe essere punita dalla legge ed usata per squalificare Trump dal ricoprire nuovamente la carica di Presidente.
Avrebbe potuto dire loro di ritirarsi“, ha detto Liz Cheney di Trump sulla ABC News domenica 2 gennaio. “Avrebbe potuto dire loro di andare a casa – e non l’ha fatto. È difficile immaginare una negligenza più significativa e più grave di questa”.
Liz Cheney ha notato che alcuni membri del Congresso, così come gli aiutanti di Trump e persino la famiglia del Presidente lo stessero esortando a fare una dichiarazione televisiva. “Qualsiasi uomo che non lo faccia… è chiaramente inadatto alla carica anche in futuro, chiaramente non potrà mai più trovarsi da nessuna parte nelle vicinanze dello Studio Ovale”, ha detto.
Liz Cheney stava solo esprimendo una sua opinione oppure delineando una strategia legale? Questa è la vera “domanda dietro la domanda” quando George Stephanopoulos della ABC le ha chiesto: “La sua mancata dichiarazione è una negligenza criminale?
Penso che ci siano… potenziali statuti penali che vengono in questione qui“, ha risposto la Cheney, “ma penso che non ci sia assolutamente alcun dubbio che sia stata una negligenza. E penso che una delle cose che la commissione dovrà considerare mentre stiamo esaminando una iniziativa legislativa è se avremo bisogno di pene più severe per quel tipo di negligenza del dovere”.
Osservate attentamente le parole di Liz CheneyDove vuole arrivare? Ecco una visione della situazione, dopo aver parlato con alcuni esperti legali e costituzionalisti di orientamento Repubblicano:
La negligenza non è un reatoTrump non può essere incriminato per negligenza. Si tratta, piuttosto, di qualcosa per cui il Congresso avrebbe potuto certamente rimuovere Donald Trump attraverso un procedimento di impeachment – ma questo non è successo. Il secondo impeachment di Trump si basava infatti su un singolo capo di accusa, che lo accusava di aver incitato alla rivolta contro il Campidoglio.
Quindi, come potrebbe il comitato sul 6 gennaio, come suggerisce Liz Cheney, invocare l’introduzione di “pene più severe” per “quel tipo di negligenza”? Certamente non per un crimine inesistente. E inoltre, la Costituzione impedisce al Congresso di approvare leggi penali che si applicano retroattivamente; i legislatori cioè non possono trasformare un atto del passato, che era legale nel momento in cui si è svolto, in un atto criminale che possa essere punibile in un secondo momento. Il Congresso non può nemmeno aumentare retroattivamente la pena per un crimine che sia già stato commesso. E, un’altra cosa: il Congresso non può approvare una legge per punire un singolo individuo, anche se questo singolo individuo è un ex presidente degli Stati Uniti.
Oltre a tutto ciò, la Commissione sul 6 gennaio non è un’inchiesta penaleIl Congresso non ha questa autorità. Il Dipartimento di Giustizia ce l’ha. Come comitato di supervisione del Congresso, il comitato sul 6 gennaio è tenuto ad avere uno “scopo legislativo“, cioè deve condurre una supervisione in modo da informare e creare una legislazione da sottoporre al vaglio del Congresso. Ecco perché Liz Cheney ha menzionato lo “scopo legislativo” di voler introdurre pene più severe” per la “negligenza del dovere“, anche se questo sembra legalmente impossibile. Ha fatto sembrare che il comitato stia effettivamente perseguendo una sorta di “riforma legislativa“, quando in realtà sta prendendo di mira Donald Trump.
Una cosa che il comitato, e la Camera nel suo complesso, può certamente fare è redigere il c.d. criminal referral – che consiste nel raccogliere delle prove ed inviarle al Dipartimento di Giustizia con la raccomandazione che un soggetto venga indagato. Questo è il motivo per cui Liz Cheney ha menzionato delle potenziali leggi criminali che potrebbero entrare in gioco.
Il Comitato sul 6 gennaio sta dunque chiaramente cercando qualsiasi prova che possa indicare che Donald Trump abbia violato qualche legge, così da poter poi chiedere alla Giustizia di perseguirlo. Per esempio, se il Dipartimento di Giustizia accusasse le persone intorno a Trump, o gli organizzatori della manifestazione del 6 gennaio, di “cospirazione”, potrebbe poi asserire che Trump stesso fosse parte attiva di quella cospirazione ed accusarlo di questo.
Finoranon abbiamo visto alcuna prova a sostegno di un argomento del genere, certamente non da parte del Comitato sul 6 gennaio. E per tornare allo “scopo legislativo” del comitato – non c’è modo che, anche se Trump fosse accusato di “cospirazione”, il Congresso possa introdurre delle nuove “pene più severe” da applicare ad una sua condotta del passato che impediscano Trump di ricoprire nuovamente la carica di Presidente.
Oltre alla Commissione sul 6 gennaio, le forze ‘anti-Trump’ stanno cercando altri modi per tenerlo fuori dalle elezioni del 2024.
Il più significativo tentativo è quello con il 14° Emendamento della Costituzione americana, che proibisce a chiunque abbia partecipato ad un’insurrezione o ad una ribellione [contro gli Stati Uniti], o abbia fornito aiuto o appoggio ai suoi nemici” di ricoprire una carica pubblica. (N.B. Approvato dopo la Guerra Civile, era originariamente destinato ad applicarsi solamente agli “ex funzionari confederati”). Ma per intraprendere qualsiasi azione ai sensi del 14° Emendamento, il Congresso dovrebbe prima stabilire che gli eventi del 6 gennaio costituiscano una insurrezione o ribellione” contro il governo degli Stati Uniti, e successivamente che Trump abbia partecipato attivamente all’insurrezione. Ma non basta, una tale sentenza dovrebbe anche reggere al vaglio di un tribunale.
I Democratici la perseguiranno? Non è chiaro. Ma, come minimo, sembra che stiano progettando di usare il 14° emendamento contro alcuni membri repubblicani del Congresso. Recentemente, Marc Elias – l’avvocato democratico che sta dietro allo sporco trucco del Dossier Steele nelle elezioni del 2016 – ha twittato: “La mia previsione per il 2022: prima delle elezioni di midterm, avremo una seria discussione sul fatto che dei singoli membri repubblicani della Camera debbano essere squalificati dalla Sezione 3 del 14° Emendamento dal servire nuovamente al Congresso. Potremmo persino assistere ad un contenzioso”. Elias ha allegato il testo della parte “insurrezione o ribellione” dell’emendamento.
I Democratici possono contare su Elias se vorranno andare fino in fondo. Dopo tutto, hanno raccolto enormi benefici politici dal caso messo in piedi dal falso Dossier Steele, e lui è sempre alla ricerca di nuovi modi, che siano legittimi o meno, per far deragliare il sistema a favore dei Democratici.
Niente di tutto questo è per difendere le azioni di Donald Trump quel 6 gennaio: nelle settimane precedenti a quel giorno, ha incitato i sostenitori a credere che le elezioni fossero state rubate. Ha rifiutato di concedere, anche dopo che le sue numerose sfide legali ai risultati dei singoli stati erano fallite. Poi, quando alcuni di quei sostenitori hanno preso d’assalto il Campidoglio, avrebbe dovuto immediatamente dire loro di fermarsi e di andare a casa, proprio in quel momento. Per molte persone, le azioni di Trump nelle settimane dopo le elezioni del 3 novembre 2020 sono state vergognose e lo hanno squalificato dal servire ancora come Presidente degli Stati Uniti.
Ma questo è un giudizio politico. I Democratici danneggeranno solamente la loro causa qualora tentassero di inventare qualche crimine o di abusare della Costituzione nel tentativo di impedire legalmente a Donald Trump di ricoprire nuovamente quella carica. Gli elettori potranno deciderlo da soli.
Tuttavial’anniversario ad un anno di distanza dal 6 gennaio trova i Democratici, sia nel Comitato del 6 gennaio che oltre, determinati a mantenere viva la lotta. E anche se i loro schemi ‘anti-Trump’ sembra improbabile che possano funzionare in senso legale, con l’aiuto di qualche mass media comprensivo, continueranno a focalizzare l’attenzione sul 6 gennaio per tutto il 2022.
Una domanda finaleMa le elezioni di novembre? Gli elettori sono profondamente preoccupati per l’economia, l’inflazione, il COVID-19, il crimine, l’educazione, la competenza di Joe Biden, ed altre questioni che stanno diventando sempre più difficili per i Democratici. Alcuni nel Partito sembrano pensare che fissarsi sull’anno scorso, e su un ex presidente in particolare, possa non essere il modo migliore per affrontare queste preoccupazioni. Il mese scorso, POLITICO ha riferito che i Democratici speravano che il [comitato sul 6 gennaioavrebbe concluso il suo lavoro questa primavera, lasciando al Partito un sacco di tempo prima delle elezioni di metà mandato per spostare l’attenzione sulle questioni ancora sul tavolo e che trovano un riscontro tra gli elettori”. Questo non accadrà.
Quindi, questa è la settimana del 6 gennaio. Ma se alcuni Democratici continueranno su questa posizione, ogni settimana del 2022 sarà la settimana del 6 gennaio. Ed allora gli elettori potranno dire la loro.
Luca Maragna, qui.

Hanno cominciato con la marcia delle donne perché Trump non le rispetta e le considera come meri oggetti, hanno proseguito con la buffonata della Russia, hanno fabbricato il 6 gennaio col rifiuto di rinforzare le difese intorno al Campidoglio in previsione di possibili disordini e tentativi di irruzione come tentativo postumo di impeachment per scongiurare una ricandidatura, nella quale sanno che con tutta probabilità avrebbe di nuovo la vittoria – già, perché quando i voti vengono seriamente controllati, gli imbrogli vengono fuori, eccome se vengono, altro che complottismo!
E se vi restano ancora cinque minuti, andate a leggere anche qui.

barbara

TROVA LA PAROLA MANCANTE

La Svezia, la violenza delle gang e una neo premier

di Judith Bergman
6 gennaio 2022

Pezzo in lingua originale inglese: Sweden, Gang Violence and a New Prime Minister
Traduzioni di Angelita La Spada

La Svezia è un Paese fantastico, ma stiamo affrontando una serie di gravi problemi”, ha detto la Andersson . “Ho intenzione di sollevare ogni pietra per porre fine all’emarginazione e respingere il crimine violento che sta affliggendo la Svezia…”.
La Svezia sta affrontando molto più di un “grave problema”. Per anni, il Paese ha stabilito nuovi record penali, rifiutandosi di parlare apertamente del legame esistente tra migrazione e violenza delle gang. Questa reticenza può derivare da una combinazione di correttezza politica e paura da parte della Svezia di non riuscire a realizzare la propria dichiarata ambizione di essere la “superpotenza umanitaria” del mondo. Già nel 2019, il leader del partito di opposizione Moderaterna, Ulf Kristersson, aveva definito la situazione “estrema per un Paese che non è in guerra”.
Per molti anni, qualsiasi discussione pubblica sulle connessioni esistenti fra la migrazione e l’aumento dei livelli di criminalità e di violenza delle bande è stata considerata un tabù. La pubblicazione di statistiche sull’argomento si è interrotta bruscamente dopo che il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità ( Brå ) le aveva pubblicate due volte, nel 1996 e nel 2005. Nel 2017, l’allora ministro della Giustizia Morgan Johansson si è opposto alla pubblicazione di statistiche sull’origine etnica dei criminali in Svezia, affermando che erano irrilevanti. La maggioranza dei membri del Parlamento ha sostenuto la sua opinione. La ricerca condotta privatamente sull’argomento è stata semplicemente ignorata. Tuttavia, man mano che le sparatorie sono diventate la norma quotidiana e sempre più passanti innocenti venivano mutilati e uccisi, il tabù è gradualmente diventato un argomento di discussione.
“Oggi non è più un segreto che gran parte del problema delle gang e della criminalità organizzata con le sparatorie e le esplosioni sia legato all’immigrazione in Svezia degli ultimi decenni”, ha scritto il capo della polizia di Göteborg, Erik Nord, in un editoriale pubblicato a maggio.
“Quando, come me, si ha l’opportunità di seguire le cose a livello individuale, ci si accorge che in linea di principio chiunque spari o venga fucilato nei conflitti tra bande proviene dai Balcani, dal Medio Oriente, dall’Africa settentrionale o orientale”.
Ad agosto, in un voltafaccia assoluto che riflette fino a che punto sono cambiate le opinioni in Svezia dal 2017, Brå, per la prima volta in 16 anni, ha pubblicato un nuovo rapporto contenente le statistiche sull’origine etnica dei criminali schedati, scrivendo:
“La distribuzione dei reati registrati tra persone di origine autoctona e non è spesso argomento di discussione. Il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità ( Brå) ha già pubblicato due studi di ricerca su questo tema, ma sono trascorsi diversi anni dalla pubblicazione dello studio più recente (nel 2005), che si è concentrato sulla criminalità registrata nel periodo che va dal 1997 al 2001. Dal 2001, l’immigrazione in Svezia è aumentata e la composizione della popolazione non nativa è cambiata. L’attuale studio è stato avviato riguardo a questo background, con l’obiettivo di aggiornare e migliorare la base di conoscenza sulla criminalità tra persone di origine autoctona e non”.
Il rapporto ha affermato:
“Il rischio di essere schedati come delinquenti è maggiore tra le persone nate in Svezia da due genitori non autoctoni, seguite da persone nate all’estero. (…) Il rischio di essere segnalati come sospettati di reato è 2,5 volte più alto tra le persone nate all’estero rispetto alle persone nate in Svezia da due genitori autoctoni. Per le persone nate in Svezia da due genitori non nativi, il rischio è poco più di 3 volte più alto”.
La Svezia registra il più alto numero di sparatorie mortali per milione di abitanti in Europa, secondo uno studio comparativo sulle sparatorie in Europa, pubblicato a maggio dal Brå. La Svezia, inoltre, è l’unico Paese in Europa in cui le sparatorie letali sono aumentate dal 2005. Nel 2020, 47 persone sono state uccise e 117 ferite in 366 sparatorie. Per l’anno 2021 fino a novembre, sono già state uccise 42 persone e hanno avuto luogo 290 sparatorie. Secondo il Brå:
“Il livello di omicidi con armi da fuoco in Svezia è molto alto rispetto ad altri Paesi europei, con circa 4 morti per milione di abitanti all’anno. La media per l’Europa è di circa 1,6 morti per milione di abitanti. Nessuno degli altri Paesi inclusi nello studio ha registrato aumenti paragonabili a quelli osservati in Svezia. Piuttosto, nella maggior parte di questi Paesi, sono state rilevate diminuzioni continue sia nei tassi di omicidi totali sia nei tassi di omicidi con armi da fuoco”.
Nel 2019, la polizia ha previsto che il problema continuerà negli anni a venire. “Pensiamo che queste [sparatorie e questa violenza estrema] potrebbero continuare per cinque-dieci anni nelle aree particolarmente vulnerabili”, ha dichiarato nel 2019 il capo della polizia Anders Thornberg. “Le droghe hanno attecchito nella società e la gente comune le compra. C’è un mercato per cui le gang continueranno a battersi”.
“La ricerca mostra”, secondo il rapporto del Brå, “che in Svezia l’aumento della violenza letale con armi da fuoco è fortemente associato ad ambienti criminali nelle aree vulnerabili”.
La polizia svedese è giunta alla stessa conclusione: “Le aree vulnerabili sono un centro per la criminalità organizzata””, ha scritto di recente la polizia svedese . “I criminali delle aree vulnerabili sono esportatori di criminalità in altre parti del Paese”.
La polizia svedese definisce le “aree vulnerabili” come “aree geograficamente limitate che sono caratterizzate da un basso status socio-economico e dove i criminali hanno un impatto sulla comunità locale”.
Secondo l’ultimo rapporto sulle aree vulnerabili, pubblicato il 3 dicembre dalla polizia svedese, ci sono 61 enclave di questo tipo. Alcune di queste aree, secondo la polizia svedese, sono classificate come “aree particolarmente vulnerabili” che presentano livelli di problemi ancora più elevati. Tali problemi sono caratterizzati da “minacce sistematiche e atti di violenza” soprattutto contro testimoni di crimini, da condizioni di lavoro che sono quasi impossibili per la polizia, e da “strutture sociali parallele, dall’estremismo, come le violazioni sistematiche della libertà religiosa o da una forte influenza fondamentalista che limita i diritti umani e la libertà, da persone che viaggiano per prendere parte a combattimenti in aree di conflitto, [e] da un’alta concentrazione di criminali”.
In Svezia, che conta circa 10 milioni di abitanti, 556.000 persone vivono nelle 61 aree vulnerabili, pari al 5,4 per cento della popolazione svedese, secondo il rapporto “Fatti per il cambiamento – un report sulle 61 aree vulnerabili della Svezia”. Tre abitanti su quattro delle aree vulnerabili hanno origini straniere; i Paesi di nascita più comuni sono Siria, Turchia, Somalia, Polonia e Iraq. Secondo il report, il numero di abitanti di origine straniera che vivono in un’area vulnerabile varia. In cinque di queste aree vulnerabili, la proporzione di residenti di origine straniera è pari o superiore al 90 per cento: Rosengård a Malmö, Hovsjö a Södertälje, Fittja a Botkyrka, Rinkeby/Tensta a Stoccolma e Hjällbo a Göteborg. In Svezia, ci sono circa 2,5 milioni di persone di origine straniera; il 16,2 per cento di loro, secondo il rapporto, vive in aree vulnerabili. In un recente comunicato stampa, la polizia svedese ha scritto:
“La principale ragione alla base dell’ondata di sparatorie ed esplosioni è la situazione che prevale nelle aree vulnerabili, dove i residenti si sentono minacciati dai criminali, dove esiste un traffico di stupefacenti e dove i criminali in alcuni luoghi hanno creato strutture sociali parallele”.
La neo premier svedese ha annunciato di essere finalmente pronta a imporre sanzioni più severe per scoraggiare le gang.
“Saranno imposte sanzioni ancora più pesanti per i reati legati alle bande”, ha annunciato la Anderson il 30 novembre, nella sua prima dichiarazione sulla politica del governo.
“Non dovrebbe essere possibile minacciare i testimoni di tacere, ma dovrebbero ricevere il sostegno di cui hanno bisogno per adempiere in sicurezza al loro dovere. Sarà più facile trattenere le persone sospettate di reati gravi. (…) Chi commette più reati dovrebbe essere punito più severamente. Le pene ridotte per i giovani di età compresa fra i 18 e i 20 anni che commettono reati gravi saranno abolite. Le sanzioni dovrebbero riflettere meglio la gravità dei reati, anche quando gli autori sono giovani”.
La riduzione delle pene per i giovani ha rappresentato un grave ostacolo ad affrontare i problemi, perché i giovani sono tra i principali motori della violenza di gruppo, che ora include anche i minori.
In sei delle sette regioni di polizia, le gang utilizzano i bambini di 12 anni per svolgere le loro attività criminali, tra cui la vendita di droga e il trasporto di armi. Secondo quanto riferito dalla polizia, a Stoccolma e a Göteborg centinaia di minori sono coinvolti in atti criminali per conto delle bande. Secondo i capi dell’intelligence svedese, il reclutamento di bambini è aumentato negli ultimi anni e, stando ad alcuni esperti, le bande criminali ora reclutano bambini di appena otto anni.
Ad agosto, la polizia ha arrestato tre adolescenti, di circa 15 anni, per aver sparato e ferito gravemente due uomini e una donna di 60 anni, che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, nella città di Kristianstad. “Purtroppo questa situazione è diventata una routine”, ha affermato una donna che lavora nell’area. “Se ci sono state sparatorie durante la notte, di solito ce ne sono di più il giorno successivo. (…) Ci si deve preoccupare di intromettersi”.

Judith Bergman è avvocato, editorialista e analista politica. È Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute. (Qui)

Sì, lo so, è molto molto molto difficile trovarla…

barbara

SE SOLO RICORDASSERO LA STORIA…

È un post lungo, molto più lungo di quanto sia ragionevole fare un post, ma la faccenda è seria, e brutta, e potrebbe rischiare di travolgerci tutti, quindi bisogna guardarla bene in faccia.

Gli Stati Uniti non guadagnerebbero nulla nel confronto con la Russia.
Il conduttore di ‘Tucker Carlson Tonight’ affronta la gestione di Joe Biden della politica estera.

Questo articolo è adattato dal commento di apertura di Tucker Carlson dell’edizione del 7 Dicembre 2021 di “Tucker Carlson Tonight”.

Ecco a voi qualcosa che tutti dobbiamo cominciare a interiorizzare. Solo perché qualcosa sembri  inverosimile o possa sembrare pazzoide o sembri totalmente distruttivo per gli interessi americani fondamentali, non significa che il governo degli Stati Uniti non lo farà. Questa è la lezione principale del momento storico che stiamo vivendo.
Quindi, con questo in mente, non passateci oltre, non importa quanto inverosimile possa sembrare, una guerra vera e proprio con la Russia. Sì, è un’idea folle. Non c’è nulla che potremmo guadagnare da un confronto militare con Vladimir Putin e c’è molto che potremmo perdere, comprese naturalmente molte migliaia di vite americane, ma questo non significa che Joe Biden non lo farà.
Biden è impopolare. È incompetente ed è disperato, ma più di tutto Joe Biden è debole. È una pedina del suo staff e degli ideologi incalliti che lo circondano. La Russia è attualmente coinvolta in una disputa di confine con la vicina Ucraina, e molti degli aiutanti più stretti di Biden stanno spingendo gli Stati Uniti a farsi coinvolgere militarmente.
Ora, tra le molte, molte ironie che qui troviamo è che la crisi ucraina è stata in gran parte creata dagli stessi aiutanti di Joe Biden e da molte persone come loro in tutti i livelli del governo degli Stati Uniti.
Quindi, eccovi la posizione russa. Per la Russia, la questione centrale è la NATO. La NATO è l’alleanza militare del dopoguerra creata nel 1949 per impedire ai sovietici di invadere l’Europa Occidentale, ed ha funzionato abbastanza bene per circa 40 anni. Ma l’Unione Sovietica non esiste più da più da tre decenni. Fa parte della storia ormai, eppure la NATO continua a vivere, più finanziata che mai. È un esercito senza uno scopo.
Quindi, a questo punto, la NATO esiste principalmente per tormentare Vladimir Putin che, nonostante i suoi molti difetti, non ha intenzione di invadere l’Europa Occidentale. Vladimir Putin non vuole il Belgio, vuole solo mantenere sicuro il suo confine occidentale, ecco perché non vuole che l’Ucraina entri nella NATO, e questo, dal suo punto di vista, ha senso. Immaginate come ci sentiremmo se il Messico ed il Canada diventassero stati satelliti della Cina, non ci piacerebbe affatto.
Nel caso della Russia, si tratta di una questione esistenziale. Una presa di potere della NATO in Ucraina comprometterebbe l’accesso della Russia alla sua base navale di Sebastopoli. Questo è il sito della flotta russa nel Mar Nero ed uno degli unici collegamenti del paese alle acque internazionali.
Nelle parole dello studioso russo, Richard Sakwa, se la Russia perdesse la base navale di Sebastopoli, sarebbe, e cito: “La più grande sconfitta geopolitica militare della Russia negli ultimi mille anni“. Quindi per Vladimir Putin è inaccettabile, è un disastro. Non può permettersi che accada, e non lo permetterà.
Ma anche per gli Stati Uniti, e questo è il punto principale della questione, non ci sarebbe alcun beneficio. Gli Stati Uniti non guadagnerebbero proprio nulla dal prendere il controllo dell’Ucraina. Perché dovremmo volerlo fare?
Nella migliore delle ipotesi, staremmo spingendo la Russia – e noi stessi – più a fondo nelle braccia del governo della Cina, e questo sarebbe un disastro per gli Stati Uniti ed un disastro per il mondo. Quindi perché lo stiamo facendo? Perché il governo degli Stati Uniti sta spingendo l’Ucraina ad unirsi alla NATO?
Beh, solo Dio sa perché. Ma lo stiamo facendo, entrambi i partiti lo stanno facendo. I neocon intorno a Joe Biden sono a favore, naturalmente, come lo sono per ogni idea di sinistra e stupida, ma lo è anche l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, un uomo intelligente, lo è il senatore dell’Ohio Rob Portman, lo sono molti Repubblicani. Quindi, questa è una sorta di follia bipartisan.
La domanda è: Joe Biden può tenergli testa? E la risposta è: Suvvia, Biden è sempre stato più un lobbista che un leader. Dice quello che gli viene detto di dire.
Una volta erano le società delle carte di credito del Delaware a scrivere i suoi copioni; ora sono i neocon nel Dipartimento di Stato. È la stessa ideologia.
Biden ha parlato con Vladimir Putin in una videochiamata e, secondo la Casa Bianca, ha informato il leader russo che gli Stati Uniti intendono controllare l’Ucraina a qualunque costo. Il Segretario di Stato – e musicista pop in difficoltà – Antony Blinken ha ripetuto questo messaggio. Ha minacciato di inviare le truppe americane lì.
Ecco il portavoce di Antony Blinken.

NED PRICE, RESPONSABILE DEL DIPARTIMENTO DI STATO: “Se la Russia sceglie di mancare la de-escalation, se la Russia sceglie di andare avanti con qualsiasi piano che possa aver sviluppato per continuare la sua aggressione militare o per aggredire militarmente l’Ucraina, per violare la sovranità dell’Ucraina, la sua indipendenza, la sua integrità territoriale, noi ed i nostri alleati saremmo pronti ad agire. Saremmo pronti ad agire risolutamente.”

Questi sono dei bambini.
L’integrità territoriale dell’Ucraina – questa è la preoccupazione. È di questo che si tratta, ci stanno dicendo, perché se c’è una cosa di cui la Casa Bianca di Biden si preoccupa, sono i confini sicuri, almeno in Europa Orientale, dove i confini non sono “razzisti”.
I confini dell’Ucraina devono essere difesi. Sarebbe immorale aprire quelle frontiere al mondo e permettere, diciamo, a decine di migliaia di disoccupati haitiani di attraversarle. Non possiamo permettercelo. Infatti, invieremo truppe americane in Ucraina per impedire tutto questo.
Le frontiere aperte sono permesse solo in Texas, Arizona e California, e ovunque i potenziali elettori Democratici possano arrivare senza invito dal Terzo Mondo, ma l’Ucraina, No. L’Ucraina ha un diritto dato da Dio all’integrità territoriale e i soldati americani moriranno per difendere questa integrità territoriale. Questa è la nostra posizione ufficiale come paese.
Ora, secondo la CNN, dobbiamo fermare questi attacchi russi ai sacri confini dell’Ucraina perché, se non li fermiamo, quello che potremmo avere qui è ciò che la CNN chiama una “situazione di sicurezza terribile”.
Ora, questa frase sembra provenire dal Sottosegretario di Stato di Joe Biden, Victoria Nuland che, secondo la CNN ha dato un “cupo briefing” ai senatori degli Stati Uniti.
Victoria Nuland è fortemente a favore di una guerra con la Russia. Ciò che è sorprendente è che qualcuno, da qualche parte, la stia ancora ascoltando. Nessuna persona seria potrebbe prendere sul serio Victoria Nuland. È una barzelletta.
Non solo è ovviamente insignificante come persona, chiedete a chiunque la conosca, e non è particolarmente filo-americana, tra l’altro, è stata uno degli architetti del disastro in Iraq. Allora perché Victoria Nuland parla ancora di politica estera? Il tizio che ha progettato Chernobyl costruisce ancora reattori nucleari? Probabilmente No.
Solo a Washington, dove il fallimento viene assolutamente premiato, qualcuno come Victoria Nuland potrebbe ancora esercitare ancora il potere, cosa che lei fa assolutamente. È spaventoso quando ci si pensa.
Victoria Nuland sta guidando la politica americana sull’Ucraina, che naturalmente è giustificata dal nostro più ampio sostegno alla “Democrazia”. Ora, tenetelo a mente mentre sentite tutto questo. Questa è la stessa… la stessa Victoria Nuland che era stata ripresa su un nastro diversi anni fa mentre complottava su come porre fine alla democrazia in Ucraina.
Ecco la Nuland in una registrazione audio trapelata che trama per il rovesciamento del presidente democraticamente eletto dell’Ucraina. Guardate come la Nuland snocciola una lista di potenziali burattini da installare al posto del presidente democraticamente eletto.
VICTORIA NULAND, SOTTOSEGRETARIO DI STATO PER GLI AFFARI POLITICI DEGLI STATI UNITI: “Penso che Yats sia il tipo che abbia l’esperienza economica, l’esperienza di governo. Lui è il… sapete, quello di cui ha bisogno sono Klitsch e Tyahnybok all’esterno. Ha bisogno di parlare con loro quattro volte alla settimana.”
“Penso solo che Klitsch, entrando, si troverà in quel livello a lavorare per Yatseniuk. Semplicemente non funzionerà.”
GEOFFREY PYATT, EX AMBASCIATORE IN UCRAINA: “Sì, No. Penso che sia… penso che sia giusto. Ok, ma…”
“Non funzionerà“. E gli elettori dell’Ucraina che pensavano di essere partecipi alla Democrazia? No, c’è Victoria Nuland che lavora per rovesciare la Democrazia.
Tenete a mente che se lo faranno lì, lo faranno anche qui.
State sentendo lo stesso scagnozzo del Dipartimento di Stato che ha lavorato per organizzare un colpo di stato in Ucraina dirci che dobbiamo andare in guerra con la Russia per preservare la “Democrazia” in Ucraina. Queste persone non hanno vergogna.
Quindi la domanda è: di cosa si tratta veramente? Naturalmente, non si tratta della Democrazia, per la quale hanno zero rispetto. Beh, in parte, è una sbornia della bufala sulla Russia lunatica che ha assorbito Washington per tre anni. Tutto ciò che riguarda Vladimir Putin è male, quindi, facciamo una guerra con lui. Molte persone lo pensano.
Ma c’è anche una causa più profonda che viene raramente notata.
Per anni, i portatori di interessi ucraini hanno pompato milioni di dollari in lobbying a Washington, D.C. per cambiare la politica estera americana nella regione. Ad un certo punto, come avrete sentito, hanno impiegato il figlio del presidente stesso per spingere il loro punto di vista. Quindi decine di migliaia di dollari al mese per dirci che ‘la Russia è cattiva’ e che ‘dobbiamo stare con l’Ucraina perché c’è la Democrazia’, anche se lavoriamo per rovesciare la Democrazia in Ucraina.
Quindi, con questo in mente, ora che lo sapete, forse non sarete rimasti così sorpresi quando Joe Biden ha deciso che Vladimir Putin non possiede un’anima.
GEORGE STEPHANOPOULOS, CONDUTTORE DELLA ABC NEWS: “Ha detto che sa che non ha un’anima.”
JOE BIDEN: “Beh, gliel’ho detto, Sì. E… e la sua risposta è stata: ci capiamo l’un l’altro.”
“Non stavo facendo il saputello. Ero solo con lui nel suo ufficio, ecco come è successo. È stato quando il presidente Bush ha detto, ‘ho guardato nei suoi occhi e ho visto un’anima’. Ho detto, ho guardato nei tuoi occhi e non credo che tu abbia un’anima, e ho guardato — e lui ha detto, ci capiamo.”
GEORGE STEPHANOPOULOS: “Quindi lei conosce Vladimir Putin e pensa che sia un assassino?”
JOE BIDEN: “Sì. Lo penso.”
Queste persone sono bambini. Di nuovo, bambini che fingono di essere leader.
Vladimir Putin è un assassino, presumibilmente non diverso da ogni altro capo di stato sulla Terra in tutta la storia umana. Ma, onestamente, questa non è la domanda rilevante. L’anima di Vladimir Putin? A chi importa? Possiamo lasciarla al suo parroco, ammesso che ne abbia uno.
L’unica domanda che conta, l’unica domanda è come l’intervento in Ucraina serva agli interessi fondamentali degli Stati Uniti. E, naturalmente, questa è l’unica domanda che nessuno a Washington si sta facendo.
Guardate al piccolo ed obbediente portavoce del Pentagono, un uomo con così poca dignità che dirà qualsiasi cosa gli venga detto di dire, vantarsi di quanto equipaggiamento militare stiamo ora inviando all’Ucraina e, notate, mentre guarderete a questo nastro, che non pensa nemmeno a spiegare perché dovremmo inviare quell’equipaggiamento militare.
REAR ADMIRAL JOHN KIRBY (RET.) PENTAGON PRESS SECRETARY: “Abbiamo fornito milioni di dollari in assistenza letale e non letale all’Ucraina negli ultimi 10 o 11 mesi.”
“Nulla è cambiato riguardo al nostro impegno per assicurarci che l’Ucraina abbia ciò di cui ha bisogno per difendersi.”
Quindi, dite quello che volete su Donald Trump ed il suo account di Twitter, forse vi piaceva, forse sarete rimasti inorriditi dal suo stile ma, in retrospettiva, se c’è una cosa per cui Donald Trump merita eterno credito è aver tenuto degli idioti come quelli nel loro buco per quattro anni. Non ci sono state guerre inutili con Donald Trump.
Non è una cosa da poco nella recente storia americana, infatti, è successo raramente nell’ultimo secolo, ma attraverso una determinazione incrollabile per la quale non ha ottenuto credito, se c’è una cosa per cui merita credito, è questa – Donald Trump l’ha fatta. Ha resistito ancora ed ancora quando i membri del Congresso ed i tizi della Raytheon, quando tutte le parti interessate lo hanno spinto ad andare in guerra qui, lì ed ovunque, Donald Trump ha resistito.
E, a Washington, soprattutto, lo hanno odiato per questo. Alla fine lo hanno messo sotto impeachment per questo.
ADAM SCHIFF: “Come ha detto un testimone durante la nostra inchiesta sull’impeachment, gli Stati Uniti aiutano l’Ucraina ed il suo popolo in modo che possiamo combattere la Russia laggiù e non invece combattere la Russia qui.”
Davvero? Combatteremo la Russia qui, vero, Adam Schiff? Adam Schiff, naturalmente, una persona stupida ed un democratico impenitente.
Ma ciò che è così interessante e che dovrebbe farvi sedere e prestare attenzione è che, improvvisamente,  alcuni Repubblicani impenitenti stanno facendo dei discorsi identici.
Il senatore Roger Wicker del Mississippi – non un genio, notoriamente, ma comunque un senatore Repubblicano in carica, è andato a FOX News a dire, ‘potremmo aver bisogno di inviare truppe americane in Ucraina’ e, forse, perché questo non è folle o altro, ‘pensare all’uso di armi nucleari’. Ce l’abbiamo proprio in tasca. Le Armi nucleari.
Roger Wicker, un senatore degli Stati Uniti in carica. Nessuno a Washington ha riso di Roger Wicker. Questo è così folle che nessuno sembra consapevole di quanto sia folle. Stanno tutti seduti però ad ascoltare Victoria Nuland che dice loro cosa dobbiamo fare.
Quanto queste cose sono penetrate nella psiche di Washington, D.C.? Bene, ecco un triste passaggio.
Questa è Joni Ernst, che è totalmente affabile, una repubblicana simpatica, una specie di persona “ragionevole” nella maggior parte delle cose del Midwest che però, improvvisamente, parla come una guerrafondaia assetata di sangue, che suona molto come Adam Schiff quando parla di quel vile di Vladimir Putin.
JONI ERNST: “Ha bisogno di dire a Vladimir Putin che non vi permetteremo più di continuare con il gasdotto Nord Stream 2. Abbiamo bisogno che sappia e capisca che difenderemo l’Ucraina e le forniremo assistenza. Deve dirlo molto chiaramente.”
Vladimir Putin è così cattivo che taglieremo il gas naturale all’Europa Occidentale come ritorsione contro di lui a dicembre. Congeleremo la Germania ed il Lussemburgo, e questo insegnerà di certo qualcosa a Vladimir Putin.
Di nuovo, quella che avete appena sentito è una bambina che non ha idea di cosa stia parlando, ma continua a parlare comunque. “Difenderemo l’Ucraina”, dice Joni Ernst. Ricordate che questa è una senatrice dell’Iowa. Quindi, cosa succede se non difenderemo l’Ucraina, Joni Ernst? I bambini di Des Moines cresceranno parlando russo?
Nessuno le ha fatto questa domanda. Non ci ha mai pensato, neanche per un momento, ma tutti stanno leggendo dagli stessi punti di discussione, da Adam Schiff a Roger Wicker a Joni Ernst.
Si scopre che le campagne di lobbying all’estero funzionano piuttosto bene, ed è quello che gli ucraini pagano quando vengono a Washington.
Quindi, in quale direzione sta andando esattamente tutto questo? Cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi? (Qui)

Aggiungo questa lettera inviata a Deborah Fait, che mi sento di condividere quasi totalmente.

gentilissima Deborah,

di solito sono d’accordo con lei al 99% ma su Putin no, mi sento più vicino al Sig. Pacini, uno che i posti non li ha visti solo su internet, come me (ho viaggiato ma non come lui) cito: “come Putin, mirano a fare la Russia sempre più grande cercando di occupare altri paesi”

Putin è uno statista, fa gli interessi della Russia ed è deciso a difendere la sua Patria nel modo più opportuno (come Israele fa da più di 70 anni). Fino ad oggi ha sempre richiesto negoziati, anche all’Ucraina, che non applica gli accordi di Minsk. Nel Donbass ci sono popolazioni di origine russa, che Kiev perseguita (ricordi che il colpo di stato di Maidan fu reso possibile dall’appoggio USA e da formazioni neonaziste). Sulla Crimea credo che Israele non possa usare le categorie di giudizio americane, perché quando si parla di sicurezza Israele non perde tempo in chiacchiere. In Crimea la Russia ha la flotta del mar Nero, che deve fare, lasciare il posto alla Nato? Ci ricordiamo tutti che cosa successe quando l’URSS stava per schierare missili a Cuba. cosa fece JFK? e ora la Nato circonda la Russia perché i MSMedia dicono che Putin è uno zar? l’URSS non c’è più, il patto di Varsavia è sciolto, a che cosa serve la Nato? ci si deve inventare un nemico per giustificare quell’enorme e dispendioso apparato militare e industriale? nella indiscussa democrazia americana hanno inventato la bufala del Russiagate per fare l’impeachment a Trump due volte, due volte. Ma nessun giornalista ha dei dubbi? al contrario! su quella bufala qualcuno si è meritato un Pulitzer! Biden è un povero vecchio, invecchiato male, malato, messo lì in modo più o meno legale dai veri poteri per contrastare Trump: è quella la democrazia da esportare? Le sue dichiarazioni sono favolette o provocazioni basate sul nulla? La Russia che “invade” l’Ucraina? Mi ricorda la favola del lupo che sta sopra che accusa l’agnello che sta sotto di inquinargli l’acqua: il guaio è che il vecchio Biden non ha visto bene, sotto ci sta un orso NON un agnello. Perché Biden vuole che l’EU sia ostile alla Russia? Perché vuole sanzioni che ci danneggiano? Biden, il burattino messo alla presidenza dopo la carnevalata del 6 gennaio, dopo il trionfo del voto a distanza, causa Covid, che bella prova di democrazia! Nella conferenza stampa di Trump del 6 gennaio pv ne sentiremo delle belle. E per noi cittadini italiani che ci scaldiamo con il gas, quell’ostilità ha un costo anche perché la Germania non autorizza l’uso del nuovo gasdotto MS2, che porterebbe tanto gas da abbassare i prezzi … e il cattivo Putin dice un giorno sì e l’altro pure che lui ce lo venderebbe volentieri. Ma se non lo vogliamo lui lo vende alla Cina e all’India, non è un problema purtroppo anche lei, Deborah, risente della propaganda dei MSMedia occidentali che chiamano Putin lo zar, il dittatore, e lo giudicano per luoghi comuni (tipo quello che va in giro ad uccidere i suoi oppositori, che poi invece, miracolo, restano vivi). in 20 anni la Federazione russa è rinata, grazie a Putin che l’ha presa dopo gli anni di Eltsin, quello strano personaggio che la stava svendendo al miglior offerente basterebbe andarsi a leggere le fonti (sito del Presidente, del ministero degli esteri, portavoce, ambasciata) e si capirebbe che la Russia ha come primo obiettivo quello di negoziare, su un piano di parità se poi però Nato e Presidenza USA non vogliono tener conto di quello che viene detto a livello ufficiale (sarebbe meglio che la Nato non si espandesse a est, che gli USA non finanziassero e non organizzassero in modo illegale gli oppositori del sistema politico vigente) credo che facciano bene i russi a ricordare che da un bel po’ di secoli chi ha provato ad invadere quel grande paese ha sempre avuto brutte sorprese. 27 milioni sono i morti sovietici della WWII, più della metà civili. ogni famiglia ha avuto parenti morti in quel conflitto: guardi la marcia degli immortali (il 9 maggio di ogni anno) e si chieda se quello è un paese che cerca la guerra. si legga le pagine di eroismo a Mosca nell’inverno 1941, quando il blietzkrieg fu fermato (quello che in Francia arrivò a Parigi in un mese), le pagine dell’assedio di Leningrado, il martirio di Sebastopoli, la resistenza e la vittoria di Stalingrado, lo scontro gigantesco di Kursk e tanto altro. Certo, lo stalinismo fu una dittatura feroce ma la guerra patriottica fu il risultato dello spirito nazionale dei russi, a cui Stalin si appellò nei primi giorni dell’operazione Barbarossa quando, choccato e sgomento, non dava ordini e subiva l’offensiva nazista. D’altro canto gli slavi come gli ebrei non erano degni di essere considerati umani dai nazisti e venivano schiavizzati o semplicemente soppressi: si vada a leggere come erano trattati i prigionieri di guerra slavi, lasciati a morire di fame e di freddo nei campi di prigionia. Io amo Israele ma per gli stessi motivi amo la Russia. Credo che molti russi che sono emigrati in Israele queste cose le sappiano e infatti Israele tratta con Putin, da pari a pari, su principi geopolitici di confronto, senza pregiudizi, come ora negozia con gli arabi (che non sono certamente democrazie liberali!!!) Pensi a quanti disastri ha combinato l’amministrazione Obama-Clinton, soprattutto in M.O e in Ucraina. il tempo dell’America (quella strana cosa che è oggi, divisa, violenta, spaccata fra supericchi a trilioni e disperati homeless, DEM di estrema sinistra, tra pol cor, cultura woke, cancel culture e identità di genere liquida) il tempo dell’America che ha sempre ragione, modello da imitare, democrazia da esportare … è finito. grazie a Dio. e questo lo hanno capito anche russi e cinesi. degli italiani non parlo, mi viene da piangere Shalom
Luigi Mis, qui.

Nel diciottesimo secolo Carlo XII di Svezia pensò che fosse una buona idea sfidare la Russia: ne uscì con le corna rotte. Nel diciannovesimo secolo Napoleone pensò che fosse una buona idea sfidare la Russia: ne uscì con le corna rotte. Nel ventesimo secolo Hitler e Mussolini pensarono che fosse una buona idea sfidare la Russia: ne uscirono con le corna rotte. Oggi, nel ventunesimo secolo, Biden e l’Europa sembrano convinti che sia una buona idea sfidare la Russia – e hanno le corna rotte già in partenza… Quanto alla NATO, ricordiamo che è quella cosa grazie alla quale non si può impedire alla Turchia di invadere e massacrare i propri vicini perché ne è uno stato membro.
Non ho simpatia per Putin, non ne ho mai avuta. Ma non farebbe male ricordare che la Russia ha già sperimentato cosa significhi ritrovarsi i nemici in casa, magari quelli che fino a un’ora prima erano alleati. E se studiare la storia è troppo faticoso, potrebbe bastare guardare qualche spettacolo, per rendersi conto di quanto il trauma della guerra sia ancora una ferita che brucia, come questo

o questo,

o questo. L’Europa, invece, tutto questo sembra averlo dimenticato. E magari è proprio questa la causa, o almeno una causa, dello sfacelo in cui siamo caduti.

barbara