PER ORA IN GERMANIA (1)

Domani sull’intero pianeta

L’articolo è lungo, ma vale la pena di leggerlo, perché difficilmente queste cose arrivano ai mass media. E bisogna conoscerle, invece.

La Germania si sottomette alla legge della Sharia
Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche e hanno semplicemente esercitato il loro diritto alla libertà di parola. Questa sentenza, che di fatto legittima la legge della sharia in Germania, è solo un esempio di un crescente numero di casi giudiziari in cui i tribunali tedeschi – intenzionalmente o meno – promuovono la creazione nel paese di un sistema giuridico parallelo basato sulla legge islamica. Nel settembre del 2014, l’autoproclamata “polizia della sharia” suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica distribuendo volantini gialli in cui si annunciava la costituzione di una “zona controllata dalla sharia” a Elberfeld, un quartiere di Wuppertal. I “poliziotti” esortavano i passanti musulmani, e non, a frequentare le moschee e ad astenersi da alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, pornografia e prostituzione.
shariah-zone
I sedicenti poliziotti sono seguaci del salafismo, un’ideologia violentemente anti-occidentale che cerca apertamente di rimpiazzare la democrazia in Germania (e non solo) con un governo islamico basato sulla sharia. L’ideologia salafita afferma che la sharia è superiore ai secolari principi della common law perché emana da Allah, l’unico legislatore legittimo, e pertanto essa è giuridicamente vincolante per tutta l’umanità. Secondo la visione salafita del mondo, la democrazia cerca di porre la volontà dell’uomo al di sopra di quella di Allah ed è quindi una forma di idolatria che deve essere condannata. In altre parole, la sharia e la democrazia sono incompatibili. Il sindaco di Wuppertal Peter Jung si è detto fiducioso del fatto che la polizia assuma una linea dura contro gli islamisti: “L’intenzione di queste persone è quella di provocare, intimidire e imporre la loro ideologia agli altri. Noi non permetteremo questo”. Il capo della polizia di Wuppertal, Birgitta Radermacher, ha dichiarato che questa “pseudo polizia” rappresenta una minaccia per lo Stato di diritto e solo gli ufficiali e gli agenti di polizia che prestano servizio alle dipendenze dello Stato sono i legittimi rappresentanti dell’ordine in Germania. E ha aggiunto: “Il monopolio del potere spetta esclusivamente allo Stato. Un comportamento che intimidisce, minaccia o provoca non sarà tollerato. Questa ‘polizia della sharia’ non è legittima. Chiamate il 110 [il numero della polizia] quando v’imbattere in questa gente”. Il procuratore di Wuppertal, Wolf-Tilman Baumert, ha affermato che gli uomini, indossando giubbotti di colore arancione con la scritta “SHARIAH POLICE”, avevano violato una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche.
Questa legge, che proibisce in particolare le uniformi che esprimono idee politiche, era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico. Secondo Baumert, i giubbotti sono illegali perché hanno un “deliberato effetto intimidatorio e militante”. Il 21 novembre 2016, tuttavia, la Corte distrettuale di Wuppertal ha stabilito che i giubbotti, che non possono essere considerati delle uniformi, non costituiscono affatto una minaccia. Il tribunale ha detto che i testimoni e i passanti non avrebbero potuto sentirsi intimiditi da quegli uomini e che condannarli avrebbe significato violare la loro libertà di espressione. La sentenza “politicamente corretta”, che può essere impugnata, di fatto autorizza la “polizia della sharia” a continuare ad applicare la legge islamica a Wuppertal.

I tribunali tedeschi e la sharia
I giudici tedeschi fanno sempre più riferimento alla legge della sharia e si rimettono ad essa perché gli attori o i convenuti sono musulmani. Secondo gli oppositori, i procedimenti giudiziari – soprattutto quelli in cui la legge tedesca ha un ruolo secondario rispetto alla legge della sharia – riflettono una pericolosa ingerenza della legge islamica nel sistema giuridico tedesco. Nel maggio del 2016, ad esempio, una Corte d’Appello di Bamberg ha convalidato l’unione tra una ragazza siriana di 15 anni e suo cugino di 21 anni. Il tribunale ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio era valido perché era stato contratto in Siria, dove unioni del genere sono consentite in base alla sharia, che non pone alcun limite di età per contrarre matrimonio. La sentenza ha in pratica legalizzato i matrimoni di minori in Germania. Il caso è diventato pubblico poco dopo l’arrivo della coppia in un centro di accoglienza per profughi di Aschaffenburg, nell’agosto 2015. L’Ufficio di assistenza ai giovani (Jugendamt) si è rifiutato di riconoscere il loro matrimonio e ha separato la ragazza dal marito. La coppia ha intentato causa e un tribunale minorile si è espresso a favore dello Jugendamt, che è diventato il tutore legale della ragazza. La Corte di Bamberg ha rovesciato questa sentenza e ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio è valido perché era già stato consumato, aggiungendo però che l’Ufficio di assistenza ai giovani non aveva alcuna autorità legale per separare la coppia.
La decisione – che è stata definita come “un corso intensivo di diritto matrimoniale islamico siriano” – ha scatenato una tempesta di critiche. Qualcuno ha accusato il tribunale di Bamberg di anteporre la sharia al diritto tedesco per legalizzare una pratica vietata in Germania. Coloro che hanno stigmatizzato la decisione del tribunale hanno fatto riferimento alla legge introduttiva al codice civile tedesco (Einführungsgesetz zum Bürgerlichen Gesetzbuche, EGBGB), che afferma: “Una norma di legge di un altro Stato non può essere applicata se la sua applicazione dovesse produrre un risultato manifestatamente inconciliabile con i principi fondamentali del diritto tedesco. In particolare, non è applicabile se la sua applicazione fosse inconciliabile con i diritti fondamentali”. Questa disposizione viene regolarmente ignorata, a quanto pare nell’interesse della correttezza politica e del multiculturalismo. In effetti, la sharia viola il sistema giuridico tedesco pressoché incontrollato da quasi due decenni. Qui di seguito qualche esempio:

■ Nell’agosto del 2000, un tribunale di Kassel ordinò a una vedova di condividere la pensione del defunto marito marocchino con un’altra donna con cui l’uomo era anche sposato. Anche se la poligamia è illegale in Germania, il giudice stabilì che le due vedove dovevano condividere la pensione, conformemente alla legge del Marocco.

■ Nel marzo del 2004, un tribunale di Coblenza concesse alla seconda moglie di un iracheno residente in Germania il diritto di soggiorno permanente nel paese. La Corte stabilì che dopo cinque anni di matrimonio poligamico in Germania, sarebbe stato ingiusto pretendere che la donna facesse ritorno in Iraq.

■ Nel marzo del 2007, una giudice di Francoforte citò il Corano in una causa di divorzio che coinvolgeva una donna tedesca di origine marocchina che era stata ripetutamente picchiata dal marito marocchino. Anche se la polizia aveva ordinato all’uomo di stare lontano dalla ex moglie, egli continuò ad abusare di lei, minacciandola perfino di ucciderla. La giudice Christa Datz-Winter si rifiutò di accordare il divorzio, citando il versetto 34 della Sura 4 del Corano, che giustifica “sia il diritto del marito di utilizzare le punizioni corporali contro una donna disobbediente sia la superiorità del marito nei confronti della moglie”. La giudice fu poi rimossa dal caso.

■ Nel dicembre del 2008, un tribunale di Düsseldorf condannò un uomo turco a corrispondere alla sua ex figliastra una dote di 30.000 euro (32.000 dollari), ai sensi della sharia.

■ Nell’ottobre del 2010, un tribunale di Colonia stabilì che un uomo iraniano doveva pagare alla sua ex moglie 162.000 euro (171.000 dollari), l’attuale controvalore di 600 monete d’oro, in linea con quanto disposto dal contratto di matrimonio islamico.

■ Nel dicembre del 2010, un tribunale di Monaco stabilì che una vedova tedesca aveva diritto solamente a un quarto del patrimonio lasciatole dal defunto marito, che era nato in Iran. La Corte assegnò, ai sensi della sharia, gli altri tre quarti dell’eredità ai parenti dell’uomo che vivevano a Teheran.

■ Nel novembre del 2011, un tribunale di Siegburg permise a una coppia iraniana di divorziare due volte, la prima con una sentenza pronunciata da un giudice tedesco, secondo la legge tedesca, e la seconda davanti a un religioso iraniano, ai sensi della sharia. Per il capo della Corte Distrettuale di Sieburg, Birgit Niepmann, la sentenza della sharia “era un servizio della Corte”.

■ Nel luglio del 2012, un tribunale di Hamm condannò un uomo iraniano a pagare alla sua ex moglie un mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Iran, si era poi trasferita in Germania e infine separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 800 monete d’oro, pagamento da effettuare su richiesta. Il tribunale stabilì che il marito desse alla moglie 213.000 euro (225.000 dollari), l’attuale controvalore delle monete.

■ Nel giugno 2013, un tribunale di Hamm stabilì che chiunque contragga matrimonio secondo la legge islamica in un paese musulmano e poi chieda il divorzio in Germania deve rispettare le condizioni del contratto di matrimonio stabilite dalla sharia. La sentenza di riferimento ha in effetti legalizzato la pratica della sharia del “triplo talaq” secondo cui si può divorziare pronunciando tre volte la frase “Io ti ripudio”.

■ Nel luglio del 2016, un tribunale di Hamm ha ordinato a un libanese di pagare alla sua ex moglie un assegno di mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Libano, in seguito trasferita in Germania e poi separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 15.000 dollari. Il tribunale tedesco ha stabilito che l’uomo versi alla donna l’equivalente di 15.000 dollari in euro. In un’intervista a Spiegel Online, Mathias Rohe, esperto di Islam, ha spiegato che l’esistenza di strutture giuridiche parallele in Germania è una “conseguenza della globalizzazione”. E ha aggiunto: “Noi applichiamo la legge islamica così come la legge francese”.

I tribunali islamici in Germania
In Germania, un numero crescente di musulmani sta deliberatamente bypassando del tutto i tribunali tedeschi e decide di affidare la soluzione di una controversia ai tribunali informali della sharia, che proliferano in tutto il paese. Si stima che siano circa 500 i giudici che dirimono controversie civili fra i musulmani che vivono in Germania – un dato che indica l’esistenza nel paese di un sistema di giustizia, basato sul diritto islamico, parallelo a quello statale. Una delle principali ragioni di questa proliferazione di tribunali della sharia è dovuta al fatto che la Germania non riconosce la poligamia né i matrimoni che coinvolgono minorenni. Il ministero dell’Interno tedesco, rispondendo a un’interrogazione sulla legge sulla libertà d’informazione, di recente ha rivelato che 1.475 minori sposati vivono in Germania dal 31 luglio 2016, e tra questi 361 hanno meno di 14 anni. Il numero esatto dei matrimoni di minori sarebbe molto più elevato di quello che dicono le statistiche ufficiali. La poligamia, sebbene sia illegale per la legge tedesca, è comune tra i musulmani di tutte le principali città tedesche.
A Berlino, ad esempio, si stima che un terzo degli uomini musulmani che vivono nel quartiere di Neukölln abbia due o più mogli. Secondo un servizio giornalistico trasmesso dall’emittente tv RTL, una delle principali imprese mediatiche tedesche, gli uomini musulmani residenti in Germania beneficiano regolarmente del sistema di previdenza sociale portando con loro nel paese tre o quattro donne provenienti dal mondo musulmano, per poi sposarle in presenza di un imam. Una volta arrivate in Germania, le donne richiedono prestazioni sociali, compreso il pagamento dell’affitto di una casa in cui vivere con i loro figli perché “madri single”. La cancelliera Angela Merkel ha dichiarato una volta che i musulmani che desiderano vivere in Germania devono rispettare la Costituzione e non la sharia. Più di recente, il ministro della Giustizia Heiko Maas ha dichiarato: “Nessuno di coloro che arrivano qui ha diritto di mettere i suoi valori culturali o religiosi al di sopra delle nostre leggi. Tutti devono conformarsi alla legge, poco importa se siano cresciuti qui o siano appena arrivati”.
Ma in realtà i leader tedeschi hanno tollerato un sistema giuridico parallelo basato sulla sharia, che consente ai musulmani di farsi giustizia da soli, con delle conseguenze talvolta tragiche. Il 20 novembre 2016, ad esempio, un tedesco di origine curda, di 38 anni e residente in Bassa Sassonia, ha legato il capo di una corda attorno alla parte posteriore della sua auto e l’altra estremità al collo della sua ex moglie, e poi ha trascinato la poverina per le strade di Hameln. La donna è sopravvissuta, ma versa in condizioni critiche. Il settimanale Focus ha riportato che l’uomo era un “musulmano molto religioso, sposato e divorziato secondo la legge della sharia”. Il giornale ha aggiunto: “In base alla legislazione tedesca, tuttavia, i due non erano sposati”.
Il Bild ha scritto che l’uomo era sposato “una volta secondo la legge tedesca e quatto volte secondo la sharia”. Il reato, che ha riportato l’attenzione sul problema della sharia in Germania, ha allarmato alcuni membri dell’establishment politico e mediatico. Wolfgang Bosbach, dell’Unione cristiano-democratica (Cdu), ha dichiarato: “Anche se qualcuno rifiuta di ammetterlo, un sistema giuridico parallelo si è progressivamente instaurato in Germania. Questo mostra un palese rifiuto dei valori e del nostro ordine giuridico”. Il 23 novembre, il Bild, il più diffuso quotidiano tedesco, ha ammonito sulla “capitolazione [del paese] davanti alla legge islamica”. In uno speciale “Rapporto sulla sharia”, il giornale ha affermato: “La Cdu e i socialdemocratici si erano impegnati nel loro accordo di coalizione firmato nel 2013 a ‘rafforzare il monopolio legale dello Stato. Noi non tollereremo una giustizia parallela illegale’, avevano detto. Ma così non è stato”. Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del Bild, ha così scritto: “Anche se ci rifiutiamo ancora di crederlo, intere zone della Germania sono governate dalla legge islamica! Poligamia, matrimoni di minori, giudici della sharia – da troppo tempo non si fa rispettare lo Stato di diritto. Molti politici hanno sognato il multiculturalismo… “Non è una questione di folklore, né di usi e costumi stranieri. È una questione di legge e ordine. “Se lo Stato di diritto non riesce ad affermare la sua autorità e a farsi rispettare, allora può immediatamente dichiarare fallimento”.
Soeren Kern, Gatestone Institute

Situazioni analoghe, unite alle no go zones, dove neppure la polizia si azzarda a entrare, ai quartieri in cui ad essere identificati come ebrei si finisce molto ma molto male, si trovano in Francia, Belgio, Inghilterra, Svezia. In Italia non siamo a questo punto, ma tanto tanto tranquilli non si sta neanche da noi.

barbara

REFERENDUM: LA PAROLA A UGO VOLLI

Che è infinitamente più bravo di me, e quindi lascio parlare lui.

Perché votare sì al referendum
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
Informazione Corretta di regola non interviene in temi di politica interna e si limita a parlare di Medio Oriente e di temi connessi. Vi sono però delle eccezioni, e la mia cartolina di oggi è una di queste. Siamo a una settimana dal referendum e la discussione infuria, anche con toni molto violenti, soprattutto da parte dei sostenitori del no. Basta pensare agli ultimi interventi di Beppe Grillo, che ha dato a Renzi della “scrofa ferita” e agli elettori del sì il titolo di “assassini”. Altri interventi fanno meno notizia ma sono più pervasivi. A me hanno chiesto quanto ero stato pagato, mi sono arrivate fotografie di cani che defecavano sulla bandiera del PD, un’immagine di Hitler che fa un gesto come a indirizzare chi guarda di lato, con la didascalia “Alle docce!”. Hanno creduto di offendermi anche cambiando il mio titolo in “professoressa” Volli, come se il genere femminile fosse un’offesa. A parte questi tratti di fascismo verbale, che meritano di essere analizzati a parte, la questione del referendum è molto seria e merita di essere discussa razionalmente, per prendere una decisione sensata.
Non aiutano in questo i toni allarmistici e spesso isterici dei sostenitori del no, che parlano di “svolta autoritaria”, mentre il testo non rafforza affatto i poteri del presidente del Consiglio, com’era previsto in proposte precedenti; parlano di una riforma del Governo, mentre è stata votata dalle Camere (ciascuna in due letture; dicono che la scelta dell’elezione indiretta del senato (diffusa in diversi paesi democratici e già presente per altre cariche nella nostra legislazione) sarebbe una limitazione della libertà di voto, che il comma di un articolo in cui si dice che le leggi debbono tener conto dei vincoli degli accordi internazionali e dell’ordinamento dell’Unione Europea (un comma che c’era già e che al posto di “ordinamento dell’Unione Europea” si parlava di “ordinamento comunitario” facendo riferimento al vecchio nome dell’istituzione europea) sarebbe addirittura la “cessione della sovranità nazionale”. Per capire bene quali sono le novità vi consiglio di prendervi il tempo di confrontare il vecchio testo con il nuovo. Ci sono delle comode pagine a doppia colonna con il vecchio testo e il nuovo. Questo per esempio è il lavoro fatto dalla Camera dei Deputati: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf. Scoprirete al primo sguardo, per esempio, che i primi 48 articoli, quelli che riguardano i diritti fondamentali dei cittadini, non sono affatto toccati dalla riforma. Sul referendum bisogna giudicare razionalmente, lo ripeto. E questo va fatto su due piani. I contenuti della riforma e le conseguenze politiche del voto. Sul primo punto, diciamolo chiaramente, non cambia il contesto della nostra vita, non si toccano i diritti politici e civili, non si altera la forma di stato. Non è affatto una rivoluzione. E’ una riforma, solo una riforma, non una rivoluzione, della macchina politica. Le funzioni del parlamento, della Corte Costituzionale, del Governo, delle regioni, della magistratura, ecc. ecc. restano sostanzialmente le stesse. Vi sono alcune modifiche che razionalizzano il processo di decisione. Spariscono enti inutili come il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e le province. Il Senato viene trasformato in una camera delle autonomie, con la riduzione del numero dei senatori e la loro elezione attraverso i consigli regionali e quelli comunali più importati.
Non essendo una fotocopia dell’altra camera ed essendo riunito solo part time, il senato perde molte funzioni, come la fiducia al governo, l’intervento nella legislazione ordinaria (ma non in quella di rilevanza regionale o in quella costituzionale). Come succede in molti paesi (fra cui per esempio la Gran Bretagna), la funzione parlamentare si accentra sulla Camera, che continua naturalmente a essere direttamente eletta da tutti. Il governo ottiene una corsia preferenziale per le sue proposte, ma in cambio le regole sui decreti sono più stringenti. E’ possibile consultare su certe leggi, come quelle elettorali, direttamente la Corte Costituzionale, evitando il ricorso ai tribunali dopo che sono entrate in funzione. Le leggi sono approvate senza il ping pong fra le due camere che ha rallentato e reso confusa la legislazione negli ultimi decenni. Alcune materie che erano competenza congiunta di Stato e regioni ritornano all’esclusiva legislazione statale, evitando conflitti logoranti e paralisi, come quella che ha fatto saltare ieri una parte della riforma della pubblica amministrazione perché le regioni erano state sì consultate e si erano pronunciate a maggioranza a favore, ma un paio non erano d’accordo. Insomma, la riforma semplifica la macchina dello stato, aiuta a prendere decisioni, chiarisce le responsabilità.
Si sarebbe potuti essere più radicali in queste scelte, ma il parlamento che ha approvato la riforma non consentiva interventi troppo decisi. E’ già un miracolo che il Senato abbia acconsentito alla diminuzione dei suoi poteri, difficilmente avrebbe accettato la sua abolizione pura e semplice. Il regime politico che esce dalla riforma è sostanzialmente lo stesso, solo ha perso i lacci e laccioli che erano stati imposti nel 1947, cioè in piena guerra fredda, per evitare che il governo potesse funzionare senza mettersi d’accordo con la minoranza. Il consociativismo, i compromessi, la partitocrazia, i mali riconosciuti da tutti del sistema politico italiano nascono da qui. E in effetti questa riforma non è molto diversa da quella che era stata scritta molte volte da esperti, commissioni, organi parlamentari. Come tutte le cose al mondo non è e non può essere perfetta. Ma è un progresso e grande. Per questo sul piano del contenuto il referendum merita il Sì.
Il secondo piano è quello delle conseguenze politiche. E’ abbastanza semplice ragionarci sopra. Se vince il sì, le cose continuano ad andare come sono andate finora. Nonostante tutte le polemiche che sono state sollevate, io penso che il governo Renzi sia il migliore da molto tempo. Ha fatto dei progressi notevoli in tema di diritti civili, organizzazione dello stato, gestione dell’economia, dialettica con l’Unione Europea. Su certe cose che ha fatto non sono affatto d’accordo, per esempio sull’”accoglienza” indiscriminata all’immigrazione irregolare. Ci sono stati un paio di brutti incidenti, molto significativi soprattutto per noi che ci occupiamo di Israele, come l’astensione all’Unesco e le lettere mandate agli italiani di Gerusalemme come se la città stesse in un’inesistente stato di Palestina. Ma queste sono state trappole costruite da pezzi di amministrazione che vorrebbero perseguire la tradizionale politica filoaraba dello stato italiano. E Renzi direttamente nel primo caso, il comitato per il Sì nel secondo sono intervenuti e hanno chiesto scusa – il che non è poco. In molte altre circostanze – visite di ministri, accordi internazionali, di recente l’appoggio contro gli incendi – questo governo ha mostrato una sincera volontà di amicizia con lo stato di Israele.
L’assalto al referendum non viene fatto per difendere la Costituzione, come recitano gli slogan, ma per azzoppare Renzi. E condotto da un’accozzaglia (il termine è stato criticato ma giusto, dato che significa “insieme disordinato di persone o cose, per lo più disparati tra loro” http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=accozzaglia), in cui si uniscono le posizioni più disparate: c’è l’Anpi e gli islamisti dell’Ucoi (questo non meraviglia, dato quel che fa l’Anpi il 25 aprile), c’è Vendola e Salvini, Berlusconi e De Magistris, D’Alema e Brunetta, Casa Pound e la CGIL, c’è naturalmente Grillo con i suoi, Zagrebelski e i no tav, il Manifesto, il Fatto e il Giornale.. Insomma tutta l’opposizione al governo e tutti quelli che sperano di ottenere vantaggi dalla sua caduta. E’ legittimo naturalmente.
Ma intanto lasciatemi notare che con un paio di eccezioni che certo non sono al centro dello schieramento (la Lega e Forza Italia, più qualche isolato), tutto il resto è fortemente antisraeliano, se non proprio antisemita. Nella compagnia c’è Piccardo, il capo della Fratellanza Musulmana in Italia e anche un certo Paolo Barnard, che è il più accanito predicatore antisionista sulla rete. E tutti gli altri. E’ un dato da considerare. Ma lasciamolo da parte e andiamo al sodo. Il problema è che succede si vince il no. O se vogliamo essere ancor più concreti, chi vince davvero. Mi sembra ovvio che in una coalizione, soprattutto se disorganica e senza patti, conti il più grosso. Bene, i sondaggi delle ultime settimane danno il PD fra il 33,5 e il 30% – ma il Pd per l’appunto sarebbe lo sconfitto , nella nostra ipotesi, battuto anche grazie al tradimento delle minoranze. Subito dopo viene il 5 stelle , fra il 27,6 e il 31,3. Gli altri soggetti sono terribilmente indietro: La lega è fra l’11 e il 13, Forza Italia fra il 10 e il 14, Fratelli d’Italia, Sel e Ndc stanno fra il 3 e il 5, tutti gli altri valgono come i prefissi telefonici, zero e qualcosa; insomma i 5 stelle valgono da soli ben più di tutto il resto dell’opposizione riunito (la fonte è questa: http://www.termometropolitico.it/sondaggi-politici-elettorali, ma più o meno tutti i sondaggi dicono lo stesso). Dunque è evidente, se il primo, il Pd, perde e litiga e magari si spacca, chi è il vincitore se prevale il No? Beppe Grillo e i suoi.
La spinta del referendum li porterà magari al sorpasso, è chiaro che Renzi sarà logorato e o subito o nel giro di qualche mese portato alle dimissioni. Si profila uno scontro elettorale all’inizio del ‘17, in cui vince il movimento 5 Stelle. Con le regole attuali avrà probabilmente la maggioranza in Parlamento. Se ci si mette d’accordo per cambiare la legge elettorale (ma non è affatto detto che ci si riesca), avrebbe comunque più di un terzo dei voti. E le maggioranze allora sono o un blocco da Bersani a Salvini, che mi sembra francamente improbabile; o una maggioranza fra estrema sinistra (Sel, Bersani, d’Alema) e i discepoli di Grillo. In ogni caso è molto probabile che chi vota no, consegni le chiavi del governo al Movimento 5 stelle. E questa, a mio modo di vedere è una catastrofe storica, paragonabile al calcolo dei comunisti che nel ‘22 in Italia e nel ‘33 in Germania, decidendo di non unirsi alla sinistra moderata (che chiamavano “socialfascisti”) consegnarono l’Europa ai fascisti veri, con tutto quel che ne seguì.
Sto esagerando? In tutta onestà, non credo. Il Movimento 5 stelle è la cosa più pericolosa che sia arrivata in Italia dal 1919, quando un giornalista al soldo dei francesi fondò i “fasci di combattimento”, facendo finta di essere modernissimo, al di là della destra e della sinistra, non corrotto come gli altri. Da un lato i 5 stelle sono l’equivalente di quel movimento di Tsipras che ha devastato la Grecia (anche se tutti danno la colpa all’Unione Europea, la responsabilità è loro), di Podemos in Spagna e soprattutto della catastrofe politica, umana ed economica del movimento di Chavez e Maduro in Venezuela. Che questi “movimenti popolari” abbiano la simpatia di un politico peronista come Bergoglio, rende più grave il mio allarme. Dall’altro l’organizzazione interna del movimento di Grillo è del tutto anomala anche rispetto ai totalitarismi. Se Stalin faceva almeno finta di fare i congressi e Mussolini fu rovesciato il 25 luglio da un organismo che si chiamava Gran Consiglio del fascismo, fra i 5 stelle non c’è neanche questa caricatura di democrazia. Il loro sistema di potere è quello di una società commerciale, con dei proprietari, non di un movimento politico. Infine il personale politico che ha raccolto è pessimo, impreparato, incapace di gestire le complessità della vita contemporanea, timoroso del nuovo, anche se finge di essere tecnologico. Una serie di cose che sono emerse in questi ultimi mesi mostrano anche che onestà e disinteresse assoluto proclamati sono quanto meno dubbi, nella realtà. Fra le altre cose, la loro ideologia è terzomondista e appassionatamente antisraeliana. Dunque un loro governo sarebbe la catastrofe. La distruzione economica del paese, la fine della libertà politica, l’instaurazione di un sistema di governo opaco e antidemocratico.
Basti pensare a come il giovane Casaleggio ha letteralmente ereditato dal padre dopo la sua morte il comando sul movimento, senza che nessuno abbia neanche finto di discutere l’eredità. Bisogna impedire questa catastrofe. Anche se la riforma fosse pessima, bisognerebbe votare sì. Ma pessima non è, è piuttosto buona, e quindi le persone che esaminino bene la scelta non possono non votare sì. Chi si illude che la vittoria del no significherebbe il ritorno di Berlusconi, il decollo di Salvini, la riaffermazione della prospettiva operaista, qualunque utopia di questo tipo, nutre illusioni masochiste e pericolose. C’è una sola strada per tenere aperta la partita della democrazia italiana ed è votare Sì. (pubblicato su Informazione Corretta)

Direi che questa è una delle migliori analisi uscite sull’argomento, e quindi la faccio mia.

ugo-volli
(P.S.: questa foto mi piace un sacco anche perché la kippà all’uncinetto che si intravede, è una che gli ho fatto io per un suo compleanno)

barbara

PRIMA DI PASSARE AD ALTRO

Ripropongo tre miei vecchi post.

E BELLA ANCHE CUBA

Intervista a Oliviero Diliberto accompagnata dai commenti dell’esule cubano portavoce per l’unione delle libertà a cuba Joel Rodriguez.

Intervista a Oliviero Diliberto Segretario Nazionale del Partito dei Comunisti Italiani Realizzata da Marco Papacci Segretario circolo di Roma Ass.ne Naz.le di Amicizia Italia-Cuba Roma 14 dicembre 2005

D): Con le dovute differenze culturali, storiche, geografiche e politiche, cosa prenderebbe del sistema cubano per adottarlo in Italia?

R): Sicuramente il sistema di protezione sociale, che è il più avanzato non soltanto di tutta l’America Latina, il che non è molto difficile visto lo stato degli altri paesi, ma anche rispetto a molti paesi occidentali, o cosiddetti occidentali. Penso al sistema sanitario, al sistema della protezione del lavoro, che sono avanzatissimi. Non è un caso che Cuba venga attaccata parlando di Diritti Umani, dimenticandosi, naturalmente sono in malafede quelli che l’attaccano, che il grande tema dei Diritti Umani inizia dal diritto alla vita, ad una vita decente, ad una vita dignitosa per tutti e non soltanto per ristretti gruppi di privilegiati come nel resto del mondo.
Joel Rodriguez commenta:

Appunto, On. Diliberto, “vita decente, ad una vita dignitosa” e soltanto questo quello che vuole il popolo cubano, il non doversi prostituire e vendere per sopravvivere; a Cuba il ristretto gruppo di privilegiati si riduce a Fidel Castro e i suoi colonnelli e generali, il resto della popolazione vive in una miseria totale. Di quale sistema di protezione sociale mi parla On. Diliberto, di quale sanità? quella cosa allo sfascio la vuole chiamare sanità? Vorrei vedere se in Italia ci fosse un sistema sanitario come quello cubano, in quale ospedale andrebbe lei e i suoi compagni caro On? Lei per caso non sa che a Cuba manca il personale medico e infermieristico negli ospedali, perché sono in “missione” umanitaria in Venezuela, costretti ad andare in Venezuela in cambio di pretodollari e per fare indottrinamento politico alla popolazione?

D): A Cuba, alcune tipologie di cittadini (tra cui, ad esempio i lavoratori di zuccherifici dimessi o in via di ristrutturazione), hanno la possibilità di scegliere tra un nuovo lavoro e frequentare l’università o corsi professionali, in questo secondo caso, ricevono comunque un salario. Sa di altri paesi nel mondo in cui si adotta questo stesso principio?

R): Ovviamente no. E’ un principio avanzatissimo. Se vogliamo è un principio che potrebbe tranquillamente trovarsi nella nostra Costituzione repubblicana che vogliono smantellare perché è il principio del diritto al lavoro, connesso con il diritto all’istruzione. In Italia ci fu negli anni ’70 dopo la grande vittoria dello Statuto dei lavoratori, un esperimento non così avanzato ovviamente, ma altrettanto interessante che era quello delle cosi dette 150 ore. Cioè 150 ore di lavoro retribuite come lavoro per quegli operai che andavano all’università o comunque volevano apprendere nelle istituzioni scolastiche italiane. Naturalmente è durato poco perché gli imprenditori non accettano l’idea che i lavoratori siano istruiti, per un motivo molto semplice che alcuni si dimenticano, che la cultura è lo strumento più formidabile per avere conoscenza, per avere consapevolezza dei propri diritti, quindi andava abolito.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto, se in Italia -o in qualunque altro posto- i lavoratori guadagnassero 15 dollari al mese e lo Stato più di mille dollari per ogni lavoratore (come nel caso delle compagnie straniere che hanno affari nell’isola), sicuramente qualunque stato si potrebbe permettere di mandare a “studiare” i lavoratori per un periodo. Se non altro, Diliberto, questo si chiama sfruttamento dei lavoratori. Oltretutto, lo studio nelle mani del regime non è altro che un continuo indottrinamento, è l’arma che usa per mantenere la popolazione schiava. Chiama lei insegnamento quello del regime cubano, dove è vietato leggere libri di Gandhi?

D): In Italia, il PDCI è l’unico partito che sostiene con coerenza il sistema di governo cubano, cos’è che vi fa mantenere questa posizione (sicuramente non troppo comoda nello scenario politico italiano) di costante rispetto nei confronti della Rivoluzione Cubana, cos’è che vi porta a non unirvi a tutti gli altri partiti- nessuno escluso- schierati contro i “sistemi” di Fidel Castro, “il dittatore che mangia i bambini”?

R): Basterebbe quello che ho detto sino adesso per giustificare la difesa di Cuba. In realtà aggiungo un’altra cosa. Noi siamo coerentemente antimperialisti, parola che non si usa più, neanche tra quelli che si dichiarano comunisti in altri partiti. E’ il punto chiave. Cuba non viene attaccata perché c’è una presunta “dittatura”, perché se fosse questo il motivo, gli Stati Uniti dovrebbero attaccare mezzo mondo. Cuba viene attaccata proprio perché è un simbolo per tutti coloro che nel mondo non si sono arresi. E quindi va difesa, vorrei dire quasi a prescindere, perché è la garanzia che si può sconfiggere l’imperialismo. Per altro il simbolo è particolarmente rilevante proprio perché è una piccola isola, a 90 miglia marine dagli Stati Uniti d’America e questi non sono riusciti a eliminarla in tutti questi anni ed è straordinario tutto quello che è successo.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto capisco, l’antimperialismo può essere la scusa di qualunque dittatore per mantenersi al potere, con la patente di antimperialista si possono violare tutti i diritti di questo mondo, incluso quelli che lei sostiene di difendere, dei lavoratori. Forse lei ha ragione Cuba e un simbolo, un simbolo per dimostrare al mondo dove porterebbe un sistema governato con le vostre idee. Diliberto non ci prendiamo per il culo, gli americani non hanno voluto eliminare il dittatore Fidel Castro, cosa trova di straordinario, tutte le fucilazioni, tutti gli intellettuali in esilio, la popolazione che preferisce perdere la vita in mare per arrivare negli USA piuttosto che continuare a vivere nel “paradiso socialista comunista o castrista”?

D): Alla luce della sentenza del tribunale di Atlanta che dichiara nullo il giudizio tenutosi a Miami contro i Cinque cubani con cui li si condannava a più ergastoli senza alcuna prova a sostegno delle accuse, lei crede nel sistema giudiziario statunitense? Crede che questo possa andare oltre le fortissime pressioni politiche, tutte assolutamente contro i Cinque cubani, restituendogli finalmente la libertà?

R): Io ho una scarsa fiducia nel sistema giudiziario statunitense, anche perché avendolo visto da vicino, nella vicenda della liberazione di Silvia Baraldini, come dire ho scarsa fiducia. Tuttavia è comunque un successo l’annullamento di quella sentenza. Io lessi a suo tempo le motivazioni delle condanne, erano aberranti, anche dal punto di vista della giustizia degli Stati Uniti d’America che si proclama “garantista”. Per avere un processo equo, dovrebbe tenersi lontano dalla Florida, e se fosse possibile con degli osservatori internazionali. Per quanto ci riguarda, come Partito dei Comunisti Italiani, continueremo a sostenere la causa dei Cinque patrioti, che tra l’altro avevano ricevuto delle sentenze con delle pene accessorie di cui non parla nessuno, come per esempio il divieto di incontrare i propri familiari, cosa che dovrebbe urtare la coscienza democratica di qualunque persona perbene. Adesso lasciamo stare la categoria destra o sinistra, qualunque persona perbene. Occorre che l’opinione pubblica stia bene attenta a quello che succede appunto nel prossimo processo che si farà negli Stati Uniti, in modo tale da far sentire a quel tribunale, che non sappiamo ancora quale sarà, che comunque non possono fare quello che gli pare.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto, lei ha poca fiducia nel sistema giudiziario statunitense, però è un po’ contraddittorio quando poi dice della “liberazione di Silvia Baraldini”. Come mai un sistema giudiziario così poco affidabile libera un presunta terrorista? Mi dica, crede che a Cuba l’avrebbero liberata una Baraldini? Le prigioni cubane sono piene di persone per il solo fatto di pensare liberamente, o di esprimere le loro idee in maniera pacifica. E non vengono liberate anche se non ci è mai stato un processo. Ma lei difende il regime castrista è ha poca fiducia nel sistema giudiziario americano. Non ce dubbio, mi devo impegnare di più a far capire agli italiani chi è realmente lei.

On. Diliberto, perché non ha mai chiesto degli osservatori internazionali per il processo contro i dissidenti cubani? Sono esseri umani i dissidenti cubani, non meritano pure loro un processo equo?

On. Diliberto, vedo che lei segue di pari passo il regime cubano, non perde una virgola del longevo dittatore cubano (c’era qualche dubbio?) Però la differenza tra lei e il dittatore e che lui a Cuba se lo può permettere, ha il controllo sull’informazione, e al popolo cubano non è permesso di conoscere la realtà. Qui in Italia è diverso, nonostante i comunisti come lei controllino ancora l’informazione (perché così è e lo dimostra il caso cubano), la gente ha la libertà di usare internet (a Cuba no) informarsi, cercare la verità. E proprio cercando questa verità si renderanno conto delle sue bugie prese dal regime: non sono 5 gli arrestati nella Red Avispa, bensì 14, On. Diliberto e lei lo sa bene. Sa bene che il regime parla solo di 5 perché gli altri hanno confessato, hanno riconosciuto che il loro lavoro non era solo di spiare (poi mi dica del polverone che lei stesso alzerebbe in Italia se venisse a sapere che ci sono spie americane dentro al suo paese), il loro lavoro consisteva nell’attentare contro membri dei diversi gruppi oppositori al regime di Fidel Castro radicati a Miami, erano implicati anche nell’abbattimento da parte del regime castro-comunista di un piccolo aereo civile in acque internazionali. “Signor” Diliberto, se vuole le fornisco le identità degli altri arrestati e condannati dal sistema giudiziario americano; penso che anche loro siano innocenti, vista la sua poca fiducia in quel sistema giudiziario. Oltre ai 5 (Gerardo Hernandez; Ramon Labañino; Antonio Guerrero; Fernando Gonzalez; Rene Gonzalez), lei puo trovare anche Joseph Santos; Amarilys Silverio; Alejandro Alonso; Nilo Hernandez; Linda Hernandez. Erano anche questi parte della stessa rete. Poi non si dimentichi anche Juan Pablo Roque, pure lui spia della stessa rete, ma è riuscito a scappare a Cuba cosi come José Rafael Brenes. La saluto On. Diliberto, augurandomi che questa mia arrivi a quanti più italiani possibile, così potranno rendersi conto delle bugie del paladino delle libertà e dei diritti dei lavoratori, nonché sostenitore di chi i lavoratori li schiavizza e non permette un sindacato indipendente.

Joel Rodriguez


ANCORA SU CUBA

Radicali.it – sito ufficiale di Radicali Italiani

Cuba: D¹Elia, per certi difensori dei diritti umani è un’isola felice

Roma, 16 marzo 2005

Alla lettera-petizione in difesa del regime cubano sottoscritta da 200 intellettuali di fama mondiale Nessuno tocchi Caino risponde con una nota in cui sono riportati alcuni fatti che provano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Castro.

I firmatari della lettera, tra cui figurano i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, affermano tra l’altro che a Cuba “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che la rivoluzione ha consentito il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente.”

Secondo il Segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D¹Elia, “la lettera non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo”. “Cuba ha due facce, una sotto i riflettori, l’altra nascosta. Per certi difensori dei diritti umani, esiste solo la prima: quella della base americana di Guantanamo dove sono detenuti i talebani.” “Ma Cuba non è solo Guantanamo ­ prosegue D’Elia -, è anche Combinado del Este, Canaleta, La Pendiente, Ceramica Roja, Kilo 8…” “La Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. E’ anche galera e centri di “rieducazione”.

Quanto all’isola felice dove “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria,” Nessuno tocchi Caino invita i firmatari della petizione pro-Castro a riflettere su quanto accaduto nel 2003 e che tutti hanno potuto leggere sui giornali di tutto il mondo e a quanto denunciato da importanti organizzazioni umanitarie.

NOTA: A) L’11 aprile 2003, Fidel Castro ha fatto giustiziare tre componenti un gruppo di cubani che una settimana prima si era impadronito di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida. Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac sono stati fucilati all’alba. Quattro loro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. L’imbarcazione, rimasta a secco a 45 chilometri dalle coste cubane, era andata alla deriva per 24 ore e i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello. I dirottatori erano stati processati per direttissima e condannati per atti di terrorismo l’8 aprile. Nel giro di tre giorni, gli appelli sono stati respinti sia dalla Corte Suprema che dal Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo di Cuba presieduto da Fidel Castro, quindi giustiziati. La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha condannato il carattere sommario del processo celebrato in spregio delle regole minime di giustizia internazionalmente riconosciute e ha stabilito essere il fatto ³”una privazione arbitraria della vita.”

  1. B) Quanto alla rivoluzione cubana che ha permesso il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente,” basta leggere i rapporti sui diritti umani, sulle condizioni nelle prigioni cubane e il trattamento dei detenuti politici. Sia la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) che l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani hanno denunciato nel 2004 la presenza nelle carceri di casi diffusi di scabbia, tubercolosi, epatite, infezioni varie e malnutrizione. Una ventina di detenuti sarebbero morti nel corso dell’anno a causa di mancata assistenza medica. Detenuti per ragioni politiche o di coscienza sono stati rinchiusi in celle di isolamento umidissime, infestate dai topi, con un buco come gabinetto e un letto di cemento, senza acqua e senza il conforto della Bibbia che gli era stata sequestrata. Quelli non in isolamento sono stati costretti a indossare le uniformi del carcere, a mettersi sull’attenti all’entrata delle guardie nelle celle, messi insieme a detenuti comuni, violenti, intimiditi pesantemente e picchiati dalle guardie e sessualmente aggrediti da altri detenuti. Nel 2004, il regime ha messo agli arresti domiciliari 14 dei 75 dissidenti arrestati nella primavera del 2003, per lo più anziani e ammalati. Il numero è stato ampiamente compensato da altri trenta dissidenti incarcerati nel corso dell’anno, ha denunciato la Fondazione Cubana dei Diritti Umani.
  2. C) D’altro canto va anche detto che chi fornisce informazioni sulla situazione di diritti umani a Cuba rischia pene severissime. Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e già portavoce e segretario della Commissione diritti umani e riconciliazione nazionale, è stato condannato nel 2003 a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese. Marcelo è stato condannato anche per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.

CUBA ULTIMO ATTO

E scende infine in campo il nostro Red Ronnie, portando nuovi e originali argomenti a favore della giustezza del manifesto da lui e da altri firmato:

«E’ venuto con me Jovanotti – racconta – è impazzito»

Confesso che è dura rinunciare alla valanga di battute ad effetto che questa affermazione sollecita, ma sono forte, e resisterò. Anche per un senso di doveroso rispetto nei confronti della serietà dell’argomentazione portata. Dite di no? Che non vi basta? Niente paura, ne abbiamo delle altre:

«Il flautista Andrea Griminelli ha scoperto nei musicisti un entusiasmo incredibile».

Ecco: avete ancora il coraggio di dire che a Cuba vengono violati i diritti umani? Che hanno fatto male a firmare quel manifesto? Queste prove ancora non vi bastano? Ma siete proprio insaziabili, siete! Comunque non illudetevi che il nostro cappello a cilindro si sia svuotato: ne abbiamo ancora, di sorprese!

«Cuba me l’ hanno fatta conoscere I Nomadi. E continuo ad andarci»

Su, avanti, provate ancora a fare gli spiritosi, adesso! Provate a dire che voi, se ve l’avessero fatta conoscere I Nomadi, non ci tornereste più! Provate a dire che là vengono violati i diritti umani!

Ma l’intervistatrice, Virginia Piccolillo, non è di quelle (ne conosciamo, oh se ne conosciamo!) che stanno in ginocchio davanti all’intervistato, e incalza:

Ma i dissidenti?

Qualcuno forse si immagina che una simile, banale, squallida domanda possa mettere in difficoltà il Nostro? Ma neanche per sogno!

«Quando uccisero tre persone – dice Ronnie – fu solo perchè c’erano in programma 70 dirottamenti pagati dagli Stati Uniti, allora dovevano dare un segnale.

NOI, forse, avevamo dimenticato il famigerato “colpirne uno per educarne cento”; LORO no! Anche se qui in realtà ne hanno colpiti tre per educarne settanta, ma la matematica, come già abbiamo visto in un altro post, è solo un’opinione. Poi, magari, qualcuno potrebbe anche chiedere – sconsideratamente – perché mai non abbiano colpito anche quei settanta organizzatori di altrettanti dirottamenti, visto che sapevano con TANTA certezza chi e che cosa e come e quando, ma la risposta è estremamente semplice: non li hanno colpiti perché il regime cubano è buono e rispetta i diritti umani, ecco perché! Intendiamoci, comunque:

Sono contro la pena di morte. Sono un pacifista totale.

Di quelli senza se e senza ma. Quando si tratta degli Stati Uniti. Se si tratta di qualcun altro, beh, allora, ecco, cioè, praticamente, al limite …

Però non possiamo essere ipocriti: dimenticare che in una parte di Cuba c’è Guantanamo»

Ecco, cioè praticamente al limite, se in una parte di Cuba c’è Guantanamo dove gli americani tengono i terroristi e non sempre rispettano tutte le garanzie legali, che saranno mai le galere dell’altra parte di Cuba, che saranno mai le celle di un metro cubo per reati di opinione, che saranno mai un po’ di fucilazioni, anche se i fucilati in realtà non avevano torto un capello a nessuno! Mica ci verrete a dire che questa è violazione dei diritti umani, spero!

E per concludere ancora un paio di pensierini utili, qui, qui e qui.

barbara

 

QUAND ON EST CON ON EST CON

come cantava il grande Georges Brassens.

Papa Francesco: ‘Una triste notizia’

I profughi cubani (sì, profughi: quelli sono profughi veri) invece commentano così

Agli amanti di Castro di casa nostra, sicuramente a lutto stretto per la morte del vecchio porco, dedico invece questo.

barbara