LA GUERRA CHE ISRAELE NON AVREBBE DOVUTO VINCERE

di Niram Ferretti

Il cinquantesimo anniversario della riunificazione di Gerusalemme che cadrà il 23 di maggio e coinciderà con l’attesa visita di Donald Trump in Israele dal 22 al 23, riporta inevitabilmente alla memoria la Guerra dei Sei Giorni che permise a Israele di catturare Gerusalemme Est allora sotto dominio giordano. La fotografia in bianco e nero di David Rubinger dei tre paracadutisti israeliani immortalati davanti al Kotel (Muro del Pianto) è una delle immagini simbolo della vittoria israeliana. Vittoria che è entrata nella leggenda e che ci permetterà qui di svolgere alcune considerazioni.
La Guerra dei Sei Giorni del 1967 prese il via in virtù dall’aggressione araba determinata dalle ambizioni smisurate di Gamal Abdel Nasser, l’allora dittatore egiziano il quale voleva proporsi come il conducator dell’intero mondo arabo. L’intento di Nasser e dei suoi alleati, la Giordania, la Siria, l’Iraq, il Libano e l’Arabia Saudita, era quello di distruggere Israele. Si trattava, in altre parole, di risolvere in modo drastico la « questione ebraica » in Medioriente. Missione che già agli albori dell’impresa sionista si era incaricato di assolvere con solerzia e sotto benedizione hitleriana Amin Al Husseini. Ciò che invece accadde, la cocente sconfitta subita, costituì un trauma profondo per l’orgoglio arabo nonché la fine delle ambizioni panarabe del Ra’is.
Ma da questa sconfitta sarebbe nata la più pervasiva e incessante demonizzazione di uno stato sovrano che la storia ricordi. Incapaci di annientare Israele sul terreno, si è provveduto a farlo in effige attraverso la propaganda. Una propaganda che dura da 50, predisposta a tavolino dagli arabi allora in combutta con l’Unione Sovietica.
Lo Stato ebraico, trasformato in un mostro “genocida”, “nazista”, “razzista”, “colonialista”, “imperialista, non è altro che l’effetto di uno spostamento semantico. Tutta la negatività attribuita agli ebrei in quanto tali è stata trasferita al loro Stato. Non godendo più l’antisemitismo manifesto dell’ampio consenso collettivo di cui godeva un tempo, si è provveduto a riciclarlo in forma antisionista. E c’è qui un evidente discrimine tra una legittima critica a uno Stato e alle sue politiche e la narrativa nera che lo criminalizza. Gli israeliani “nazisti” sono esattamente la stessa cosa degli ebrei “deicidi”, gli israeliani “genocidi” sono la stessa cosa degli ebrei che venivano accusati di omicidi rituali di bambini, gli israeliani “razzisti”,”violenti” e “oppressori” sono ulteriori esempi del paradigma della colpa, l’assunto cardine di ogni forma di antisemitismo.
E’ stata la guerra che Israele non avrebbe dovuto vincere l’evento che ha rimesso in moto a pieno ritmo le rotative dell’avversione per gli ebrei, in una forma aggiornata e più accettabile, trasformando gli israeliani in carnefici e i palestinesi in vittime. Una volta fissato questo codice tutto il resto ne è conseguito inesorabilmente.
Nasser, alla vigilia della guerra, mentre ammassava le sue forze in attesa di attaccare Israele, cercava il pretesto per potere trasformare la sua volontà di distruzione dello Stato ebraico, in legittima difesa contro una aggressione israeliana inesistente. Fu Israele a prevenirlo con la memorabile azione deterrente che, all’alba del 5 giugno 1967, gli permise di distruggere l’aviazione egiziana prima che questa potesse mettersi in volo. Il “misfatto” di Israele è stato, per la seconda volta, la sua vittoria in una guerra che, come quella del ’48, avrebbe dovuto essere nelle intenzioni dei suoi iniziatori, annichilente.
I cinquant’anni della riunificazione di Gerusalemme e della vittoria “miracolosa” nella Guerra dei Sei Giorni sono qui per ricordarci contemporaneamente cinquanta anni senza sosta di assedio propagandistico contro lo Stato ebraico.

(L’informale, 20 maggio 2017)

E non sarà male rileggere anche questo. 5 GIUGNO 1967

barbara

 

SE CREDETE CHE LAVORARE SIA BRUTTO

Un uomo egocentrico muore. Si ritrova su una nuvola soleggiata, circondata da tutti i comfort e bellezza che ha sempre sognato. È sorpreso di avere meritato una simile ricompensa celeste, dopo tutte le scelte egoiste che ha fatto nella vita. Vedendo un bar riccamente fornito, va per versarsi da bere. Un cameriere appare al suo fianco. “Che cosa desidera?” chiede. L’uomo gli dice la sua bibita preferita, che viene prontamente servita. Sta per prendere un libro quando il cameriere appare e gli porge il volume. Quando vuole servirsi dal buffet caviale e champagne, viene di nuovo servito. Ogni volta che vuole fare qualcosa, il cameriere appare e lo fa per lui. Dopo un po’ l’uomo gli chiede di andare via. “Mi faccia fare qualcosa da solo,” dice. “Mi dispiace, Signore,” dice il cameriere. “L’unica cosa che Le è proibita qui è di fare qualunque cosa. Lei dica che cosa Le piacerebbe e io lo farò per Lei.” “Ma è pazzesco,” dice l’uomo. “Se non posso fare niente da me, preferisco stare all’inferno.” Al che il cameriere risponde “Perché, dove crede di essere?” (qui, traduzione mia)

barbara

UN MEDICO PERDE LA PAZIENZA

E spara a zero.

Mi sono “rotto il cazzo” e “frantumato i coglioni”

Si, mi sono veramente “rotto i coglioni”.
Faccio il medico da quasi quaranta anni e, pur essendo uno scorbutico con un carattere “dimmerda”, credo, in coscienza di aver sempre cercato fare il meglio possibile per i miei pazienti, con scienza, coscienza, buona pratica, correttezza professionale e “buonsenso clinico”.
Ovviamente non sta a me dire se sono o meno un “bravo medico”, anche perché, il più delle volte, tale giudizio dipende da quanto hai “accontentato” i comodi e le richieste assurde del paziente, a prescindere dalla clinica (ma di questo me ne sbatto altamente).
Mi sono ripromesso una cosa, a salvaguardia della mia vita e della mia salute: MAI più discutere di medicina e salute su FaceBook con “gli idioti senza frontiere, limiti e confini” che imperversano sui “social” senza avere la più pallida idea di quello di cui sproloquiano: Mamme Informate, Antivax, sostenitori del complotto di Big Pharma, Antichemio, Omeopati Panaceutici, ecc.ecc.
Per me, da ora in avanti potete tranquillamente morire, tra atroci sofferenze, estinguervi e ritrovarvi con figli handicappati a vita per le vostre scelte scellerate e prive di qualsiasi fondamento.
L’obbligo vaccinale appena approvato per decreto sarà bypassato rapidamente da qualche TAR di incompetenti che lo sospenderà in attesa di “delucidazioni” provenienti……. da Plutone o Urano.
Quello che mi fa ancora “incazzare” è tutta questa richiesta di “libertà di scelta”.
E’ una “richiesta” del “solito diritto all’italiana”, cioè privo di qualsiasi assunzione di responsabilità; è il solito “giochino” del fare i “froci con il culo altrui”.
Lo STATO ti fa firmare una “liberatoria”, ma se tu, “genitore informato” vuoi scegliere di NON vaccinare tuo figlio e se fossi una persona consapevole e responsabile ed adulta non solo all’anagrafe, dovresti CHIEDERE di firmare una “liberatoria” nei confronti dello STATO nella quale dichiari che qualsiasi “conseguenza” diretta od indiretta della tua scelta ricada “in solido” su di TE e non sullo “stato sociale”: quindi niente cure gratuite, niente assistenza sociale, niente pensione di invalidità a carico della comunità, ma tutto di tasca tua.
E mi ROMPE I COGLIONI sapere che i soldi che lo STATO mi rapina con le tasse debbano andare sprecati per mettere “una pezza” alla vostra imbecillità.
Cosa un po’ più “tecnica”: ho fatto fatica a comprendere ed accettare il concetto di “Effetto Gregge”, ma esiste ed è indiscutibile. Serve a proteggere chi, per tanti motivi clinici non può essere sottoposto alla prevenzione primaria vaccinale….. non vorrei che, in via ipotetica, un bambino non vaccinato sano, contagiasse un impossibilitato a vaccinarsi provocandogli danni irreparabili o facendolo morire; poi non stupitevi se un genitore “disperato” vi prenderà a fucilate. Assumetevene il rischio ipotetico.
E mi ROMPE I COGLIONI in maniera insopportabile che il giorno 8 luglio 2017 in Piazza del Popolo a PESARO (la mia città e patria del Dott. BURIONI) si terrà una manifestazione di Antivaccinisti per la Libertà di Scelta con la partecipazione di un tale Dott. DIEGO STAPHYSAGRIA TOMASSONE: date una occhiata al suo profilo FB e traete autonomamente le vostre conclusioni (ma prima fatevi un paio di fiale di Plasil in vena). Spero vivamente che quel giorno diluvi, ci sia una tempesta di fulmini e il fiume Foglia straripi e faccia “pulizia”.
Sono cose basate sulla EVIDENZA, quindi inconfutabili, a meno che tu non sia uno “studiato alla scuola della vita” e “laureato all’università della strada” e la tua “cultura” si ferma “all’Ignorantozoico”, “all’Analfabetassico” o all’alto medioevo, ma vale la pena ribadirle:
Non c’è alcuna relazione tra Autismo e sintomi correlati ed i vaccini.
L’apparato immunitario di un neonato è più che “maturo” ad affrontare la moltitudine di antigeni con cui viene a contato nel momento stesso della nascita.
Il MERCURIO che ERA presente nelle preparazioni vaccinali a scopo conservante è un sale di Mercurio Organico idrosolubile e a rapidissima eliminazione dall’organismo e NON tossico, a differenza del Mercurio metallico (quello che ingerite ogni volta che mangiare tonno in scatola, per esempio) che non è idrosolubile, si accumula e fa danni perché tossico.
L’obbligo vaccinale è stato reso tale in quanto nelle altre nazioni europee (dotate di una popolazione normalmente colta e consapevole, a differenza degli italioti boccaloni) i genitori fanno vaccinare i figli senza problemi e senza che lo stato debba intervenire per mantenere una percentuale di copertura vaccinale che non metta a rischio la salute collettiva.
I famigerati “test prevaccinali”, oltre ad essere un costo (e spreco) esorbitante (ma questo da un punto di vista sanitario non dovrebbe rappresentare una discriminante), NON hanno dimostrato nessun valore predittivo accettabile riguardo al rischio di complicazioni (a a parte quelle allergiche immediate che sono imprevedibili) legate alla somministrazione dei vaccini.
Detto questo concludo avvertendo che, qualsiasi post in risposta da parte di qualsiasi “idiota senza frontiere, limiti e confini” (vedi la lista, altamente incompleta, delle categorie elencate sopra), non sarà presa in considerazione e non avrà alcuna replica o risposta.
Grazie per l’attenzione,

Dott. Stefano Bonazzoli, Sabato 20 maggio 2017

Se non fossi altamente allergica al matrimonio, uno capace di incazzarsi così lo sposerei.

E poi aggiungerei anche questo, che ci sta di un bene, ma di un bene…

(NOTA: sarò via per qualche giorno. Vi ho programmato un po’ di cose, così non rischiate di andarmi in crisi d’astinenza)

barbara

AGGIORNAMENTO: poi, volendo, ci sarebbe anche questo.

OPERAZIONE SHYLOCK

Sì, lo so: Philip Roth è uno scrittore grandissimo stupendissimo meravigliosissimo straordinarissimo genialissimo. Criticarlo è peggio che bestemmiare in chiesa, peggio che rapinare un handicappato, peggio che mettere bombe in luoghi affollati. Lo so, e sono pronta a pagare le conseguenze di quanto sto per dire.
Tanti anni fa avevo letto L’orgia di Praga, talmente brutto, talmente insulso, talmente noioso che un secondo dopo avere girato l’ultima pagina non mi ricordavo più – e tuttora non ricordo – di che cosa parlasse. Questo qui non so perché ce l’ho, forse li avevo comprati insieme, raggirata dai proclami sul Grande Genio della letteratura, forse qualcuno mi aveva turlupinata raccontandomi che l’altro effettivamente non era granché ma questo era realmente un capolavoro, e insomma erano più di vent’anni che stava lì a prendere polvere e adesso mi sono decisa ad affrontare l’impresa di leggerlo. Nel corso delle 412 pagine si alternano noia profonda e noia mortale, pagine e pagine di pippe mentali che vorrebbero sembrare profonde e sono solo noiose, pagine e pagine di intrecci che vorrebbero sembrare intriganti e invece sono solo intricati e noiosi, al punto che se alzavo la testa un momento poi non mi ricordavo più dove ero arrivata. Il nome di Shylock, riferito al personaggio shakespeariano, compare per la prima volta a pagina 283, mentre la missione che dà il titolo al libro viene proposta a pagina 357 – oltretutto in maniera così contorta e confusa che solo dopo un bel po’ ti accorgi che gli è stato proposto di partecipare a una missione: le 356 pagine e mezzo precedenti servono da introduzione. Poi a pagina 369 veniamo informati che la missione non ce la può raccontare perché il Mossad gliel’ha caldamente sconsigliato. Seguono altre quarantatre pagine di pallosissime e inconcludenti pippe mentali e poi finalmente il libro finisce. Ad un certo punto ho cominciato a saltare mezze righe, righe intere, paragrafi, mezze pagine perché la noia era davvero impossibile da reggere. Perché sono arrivata fino in fondo? Perché non riuscivo a credere che un libro di oltre quattrocento pagine potesse contenere un tale nulla assoluto, e sono andata avanti nella convinzione che qualcosa dovesse per forza succedere e invece no, non succede niente. Proprio niente di niente. E in più è brutto: non ci sono altri aggettivi adatti a questo libro, è proprio brutto e basta. Con in più il penoso espediente di suggerire che sia una storia inventata che però potrebbe anche essere vera ma potrebbe anche essere tutto un lavoro di fantasia ma potrebbe però anche esserci dentro qualcosa di vero… Ho conosciuto bambini dell’asilo con fantasie molto migliori.
Dice che questo libro ha vinto il PEN/Faulkner Award for Fiction per il 1994. Effettivamente è proprio un libro del pen.

Philip Roth, Operazione Shylock, Mondadori
operazioneShylock
barbara

QUELLE FAMOSE CHIAVI

chiave
Questa donna palestinese mostra orgogliosa le chiavi della casa che avrebbe abbandonato, 69 anni fa, persuasa in ciò dagli eserciti arabi che si apprestavano ad annichilire nel 1948 il neonato stato ebraico, subito dopo la sua solenne proclamazione. Peccato però che questo modello di chiave esista da non più di trent’anni. Si vede che nel frattempo sarà tornata in Israele per cambiare la serratura… (qui)

Senza contare che col piffero che questa donna ha 69 anni.

barbara

JUDEN HABEN WAFFEN!

Pochi giorni fa ricorreva il settantaquattresimo anniversario della fine dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. Poiché il cannocchiale è irraggiungibile da ormai oltre un mese e mezzo, e temo che sia definitivamente defunto – con conseguente perdita del migliaio buono di documenti postati in sei anni e mezzo – ripropongo qui il post pubblicato undici anni fa.

varsavia ghetto 1
È con questo grido sgomento che i tedeschi accolgono l’incredibile, l’impensabile, l’inimmaginabile: gli ebrei hanno armi. Questo branco di Untermenschen, questa ammucchiata di straccioni pidocchiosi indegni di vivere, hanno deciso di ribellarsi al destino loro assegnato: moriranno, sì, ma non in una camera a gas. Moriranno, sì, ma con le armi in pugno. Moriranno, sì, ma morirà con loro anche qualche combattente dell’esercito più potente del mondo, qualche rappresentante della razza dei superuomini, qualche orgoglioso dominatore ariano. E questa banda di straccioni riuscì a resistere all’esercito tedesco per quasi un mese: fino all’8 maggio 1943.
Quello che segue è un brano dal diario di Zvia Lubetkin, che fu tra i capi dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia (aprile 1943). Dopo la guerra, Zvia è emigrata in Israele con altri superstiti e nel giugno del 1946 ha rilasciato la sua prima testimonianza al Comitato del Kibbutz Hameuhad, al kibbutz Yagur. Zvia è stata tra i fondatori del kibbutz “Lohamei haghetaot”, in cui si è spenta nel 1978, a 64 anni.

varsavia ghetto 2
Si fa sera. Io e Haim Primer, del gruppo Akiva, ci mettiamo in cammino e Marek Edelman è con noi. Siccome anche Marek rientra nel nòvero dei “ragazzi indisciplinati”, quelli cioè che se ne infischiano degli accorgimenti di sicurezza, ecco che allora prendiamo con noi una candela per illuminarci la strada. La cosa è assolutamente proibita. La candela potrebbe metterci nei guai, ma, del resto, è difficile farne a meno e noi dobbiamo procedere furtivamente tra le rovine.
varsavia ghetto 3
Un soffio di vento spegne il lume. Rimaniamo bloccati tra le rovine di un caseggiato completamente buio, senza sapere dove siamo e dove andiamo. Cominciamo a scalare quell’ammasso di detriti. Ad un tratto, non so come, scivolo rovinosamente e cado dentro ad una buca tra le rovine. So che non devo urlare. Il primo pensiero che mi salta in mente è questo: dov’è la pistola? I miei compagni si sono spaventati più di me, perchè non sanno cosa mi sia successo. A fatica mi tirano fuori dalla buca. Zoppicante e piena di graffi, continuo il cammino.
varsavia ghetto 4
Ci avviciniamo a via Mila 18, dove ha sede il bunker principale dell’Organizzazione Ebraica di Combattimento. Il nostro spirito si rianima. Ci mettiamo a programmare degli scherzi da fare ai compagni che stanno di guardia all’entrata. Ma, ben presto, nei pressi del bunker, rimaniamo sorpresi perchè ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, rispetto ai giorni passati. Non riesco a riconoscere il posto e, anzi, per un momento, mi sembra che abbiamo sbagliato strada. C’è qualcosa di diverso. Le rovine sono piene di brecce. Non ci sono le sentinelle vicino al nascondiglio, e il nascondiglio stesso, dov’è andato a finire? A un tratto, sono presa da un senso di angoscia, provo a soffocarla, forse i guardiani del bunker si sono spostati per coprirsi meglio. E loro stessi hanno messo le pietre all’entrata per camuffarla. Il bunker ha sei entrate. Noi ci dirigiamo verso la seconda, la terza, la quarta. Non esistono più e non si vede neppure traccia di un guardiano. Il cuore si riempie di orrore e ha tristi presagi. Uno di noi pronuncia la parola d’ordine, nel caso che una sentinella nascosta ci risponda, ma non si ode voce o segno di risposta.
varsavia ghetto 5
A questo punto, cominciamo a muoverci nervosamente e il timore di una disgrazia si fa largo nei nostri cuori. Nel cortile accanto, vediamo d’un tratto delle ombre che si muovono nelle tenebre, c’è chi è seduto e chi cammina. In un primo tempo, abbiamo l’impressione che il nostro gruppo si sia messo in azione come è solito fare al calar della sera. Ci dirigiamo gioiosamente verso quelle figure indistinte, che riconosciamo come i nostri compagni. Ma, subito dopo, ci arrestiamo davanti ad uno spettacolo terribile: davanti ai nostri occhi si presentano degli esseri sporchi di fango e di sabbia, stremati e tremanti come se non fossero di questo mondo. Uno di loro si accascia al suolo svenuto, un altro respira a fatica, Yehuda Vangrobar, dell’Hashomer hatzair, emette dei rantoli soffocati, pesanti e Tossia Altman giace a terra, ferita alla testa e alle gambe. Siamo attorniati da gente a pezzi, che, in modo concitato, ci racconta ciò che è successo, in che modo è andato distrutto il bunker dei combattenti ebrei di via Mila 18 e come in pochi siano riusciti a mettersi in salvo.
Qui incontriamo tre compagni, che come noi sono usciti l’altro ieri dal bunker per andare in missione nella parte ariana e sono tornati poco fa. Tuvia Bojikowsky, Mordechai Grovas, comandante di una delle compagnie dell’Hashomer Hatzair, soprannominato Mardek e Israel Kanal. Anche loro sono usciti in missione al di là della parte ariana, sono rimasti bloccati da qualche parte come noi e non hanno potuto fare ritorno. Si sono imbattuti e scontrati con una pattuglia tedesca, ne sono usciti illesi e sono rimasti nascosti tra gli ammassi di detriti, pronti ad affrontare il nemico. Sono arrivati qui prima di noi e hanno sentito le cose terribili avvenute nel bunker di via Mila 18.

E questo è quanto abbiamo raccolto dalle testimonianze dei superstiti:

Nel pomeriggio, mentre giacciono mezzi nudi sui loro giacigli, una sentinella dell’avamposto fa correr voce che dei gendarmi tedeschi si stanno avvicinando al bunker e, infatti, si sentono distintamente i loro passi. In questi casi, i combattenti prevedevano di reagire in due modi diversi. Secondo il primo, siccome i tedeschi inizialmente erano soliti ingiungere agli ebrei di venir fuori, allora usciva prima la nostra compagnia con le armi nascoste e dopo qualche secondo apriva il fuoco sul nemico e, nel trambusto che ne seguiva, i combattenti si sarebbero dileguati in ogni parte. Alcuni sarebbero morti in combattimento, altri sarebbero riusciti a mettersi in salvo. Il secondo modo prevedeva che bisognasse restare all’interno, ignorando le intimazioni del nemico. Se tentavano di penetrare con la forza, bisognava respingerli con uno sbarramento di fuoco. In questo caso, si poteva resistere per tutto il giorno, perchè i tedeschi non sarebbero entrati, e ci si poteva mettere in salvo. Si sapeva, comunque, che i tedeschi usavano i gas ma questa eventualità non era stata presa in considerazione. Qualcuno ci aveva pure detto che se si teneva un panno bagnato in faccia, i gas non producevano un effetto immediato.
A questo punto, si decide di ignorare l’ingiunzione perentoria dei tedeschi.
Quando arrivano e intimano alla gente di venir fuori, escono i civili, che si consegnano al nemico; dei combattenti, invece, non esce nessuno. I tedeschi dichiarano che chi si arrende viene mandato ai lavori ma chi si rifiuta di uscire è condannato a morire fucilato sul posto. I nostri compagni, nel frattempo, si barricano vicino ai vicoli e aspettano, armi in pugno, l’arrivo dei tedeschi, i quali ribadiscono la loro promessa che nessun male verrà fatto a chi viene fuori. Tutti i combattenti, però, ignorano la loro richiesta. A questo punto, i tedeschi evitano di penetrare nel bunker e cominciano ad immettere i gas, che si diffondono rapidamente all’interno del bunker.
Così arriva la fine spaventosa per centoventi compagni. I tedeschi non li condannano ad una morte rapida, dal momento che introducono nel bunker quantità minime e intermittenti di gas, per fiaccare in questo modo il loro spirito con un lento e progressivo soffocamento. Arieh Wilner è il primo ad esortare i compagni: venite, uccidiamoci, così non cadiamo vivi in mano dei tedeschi! Detto e fatto. Inizia una serie di suicidi. Si sentono degli spari provenire dall’interno del bunker: alcuni combattenti ebrei si tolgono la vita. Avviene anche che un’arma si inceppa e il suo possessore, afflitto e confuso, chiede al compagno di ucciderlo, ma nessuno se la sente di farlo. Berel Broide, che ha la mano ferita e non può impugnare la pistola, chiede ai compagni di sopprimerlo. Mordechai Anilewitz, fiducioso che l’acqua possa neutralizzare l’effetto dei gas, consiglia ai compagni di provare a farlo. Ad un tratto, arriva qualcuno e dice che c’è un’uscita segreta, ignota al nemico, ma solo pochi riescono a raggiungerla, perchè chi è rimasto in vita, si è indebolito per i vapori letali dei gas e sta morendo soffocato.
Tra i combattenti del bunker di via Mila c’è anche Lusek Rothblatt, militante del gruppo Akiva, insieme a sua madre Maria, che, a suo tempo, aveva diretto un orfanotrofio e ai tempi della grande Aktzia [retata] era riuscita a salvare molti dei suoi ragazzi e li aveva raccolti in un casolare abbandonato. Che cosa sia poi successo a quegli orfani, nel periodo tra la grande Aktzia [retata] e l’inizio dell’insurrezione del Ghetto, proprio non lo so. Adesso Maria Rothblatt è accanto a suo figlio e in quei tragici momenti di assedio al bunker, gli chiede di toglierle la vita. Lusek le spara quattro colpi ma la donna non muore subito e agonizza in una pozza di sangue. A quel punto, anche Lusek si toglie la vita.

Così venne recisa la gloria della Varsavia ebraica in lotta. Qui i combattenti ebrei trovarono la morte e tra loro anche Mordechai Anilevitz, il più amato e caro tra i combattenti, il comandante coraggioso, di bell’aspetto, che anche nei momenti più terrificanti, aveva il sorriso sulle labbra. Pochi si salvarono da quell’inferno. Tra loro, quelli rimasti feriti nei tentati suicidi, quelli semisoffocati dai gas, come Menachem Bugelman del Dror e Yehuda Vangrobar dell’Hashomer Hatzair.
Fu uno spettacolo orribile, sconvolgente. Tutti aspettavamo la fine, sapevamo che si stava avvicinando e non avevamo scampo. E, tuttavia, questa storia ci fece rabbrividire e inorridire. Il cuore continuava a piangere la morte degli amici e la sofferenza dei compagni mezzi morti. E c’era solo un desiderio: porre fine per sempre a questa agonia. Non conoscevamo il nostro stato d’animo. Come pazzi correvamo qua e là intorno al bunker e con le nostre unghie tentavamo di strappare le pietre ammassate della barricata. Forse saremmo riusciti ad arrivare ai cadaveri, a prendere le armi, ma i tedeschi avevano fatto saltare in aria tutto con l’esplosivo.
In pochi, con un senso di cordoglio e di lutto, ci levammo da quel luogo orrendo per trovare un rifugio al manipolo di compagni feriti e stremati e per pensare al domani. Le labbra sussurrarono qualche parola di commiato ai nostri compagni fedeli e valorosi, la gloria del nostro sventurato eroismo era stata recisa, la fine dei nostri sogni e delle nostre speranze vi era rimasta sepolta. Provammo la sensazione di andarcene da qui nudi e privati dell’anima, dei sogni, della fede… Tutto è rimasto sepolto qui, per sempre.
varsavia ghetto 6

E non dimentichiamo mai che tutto questo non sarebbe avvenuto – non in queste proporzioni, almeno – se a quel tempo ci fosse stato lo stato di Israele. Che non è nato, come amano dire gli antisemiti, a causa di (o grazie a, a seconda dei punti di vista), Auschwitz, bensì nonostante Auschwitz.

barbara

E QUANDO (12/2)

E quando nella casa (casetta. Casettina. In effetti il mio appartamento è più grande) di Ben Gurion in mezzo al deserto (oggi non più, ma a quel tempo lo era) Franco ha proposto di cantare tutti insieme HaTikvah. Ho chiesto espressamente l’autorizzazione a cantare anch’io (per metà della mia vita ho pensato di essere la persona più stonata del pianeta. Poi è salito alla ribalta Jovanotti e mi sono dovuta autorelegare al secondo posto. Che è comunque una posizione non da poco). HaTikvah è una cosa talmente emozionante che mi emoziono perfino quando, stonatissima, la canto io. E quelle cinquanta persone strette in una stanza, alcune intonate e alcune no, appassionate, emozionate, unite in quel coro spontaneo, mi hanno fatto pensare – spero che a qualcuno l’accostamento non appaia irrispettoso – a quest’altro coro,

soprattutto per le parole finali del rabbino: “Am Israel chai, the children of Israel still live”: loro erano vivi, e dopo settantadue anni noi eravamo lì, in Terra d’Israele, in mezzo al deserto fatto fiorire anche da loro e dagli altri sopravvissuti, vivi, a testimoniare la realizzazione di quella speranza.

E quando presso la tomba di Ben Gurion mi sono fatta un mezzo pianto insieme a Simonetta, perché certe emozioni sono troppo forti per riuscire a restare dentro, soprattutto quando si è vicini a qualcuno che le condivide, e in qualche modo devono uscire. Poi naturalmente abbiamo smesso, ed eccoci qui, belle e sorridenti.
con Simonetta

E quando ho chiesto ad Avi,
Avi 1
Avi 2
il nostro addetto alla sicurezza e paramedico, mitra in spalla e zaino di pronto soccorso al seguito, di misurarmi la pressione perché in questo periodo è molto ballerina e devo tenerla controllata per potere, in caso di necessità, aggiustare il dosaggio delle pastiglie, e lui ha risposto “Se vuoi vengo a misurartela in camera tutte le sere” (ohibò, è vero che mi sono sempre piaciuti giovani e che il mio ex più giovane potrebbe essere mio figlio, ma di questo potrei tranquillamente essere la nonna) (che comunque se ci fosse stato il minimissimo sospetto che lui parlasse sul serio, se ci fosse stato il minimissimo sospetto che io potessi prendere in considerazione l’idea, ad entrambi sarebbero stati cavati gli occhi seduta stante) (e avrei anche dovuto darle ragione).

E quando Emanuela ha incominciato a raccontare. È stato a Timna, durante la cena, che abbiamo consumato nel ristorante presso questo laghetto (foto di Martina),
lago Timna
arrivandoci per questo sentiero costeggiato da grandi candele di citronella.
sentiero lago Timna
Ha incominciato a raccontare, dicevo, e ho pensato eccone un’altra che vuole far sapere quanto è brava. E ha continuato a raccontare e ho pensato ah beh, però. Ed è andata avanti a raccontare e più andava avanti più mi diventava difficile contenere l’emozione. E sempre più diventava chiaro che non stava facendo la bella statuina, ma trasmettendo – con modestia, con umiltà – una conoscenza che nessuno di noi aveva. Quando ha finito di raccontare le ho chiesto di scrivere quello che aveva raccontato, per metterlo nel blog. Metterò anche le foto, e un video, e i link ai documenti, ma il racconto voglio che sia quello suo, palpitante, emozionato ed emozionante, come lo abbiamo sentito noi, in quella notte in mezzo al deserto, perché le azioni che danno un senso alla parola “umanità” non vanno mai nelle prime pagine dei giornali, ed è quindi giusto trovare per loro altri spazi.

E quando alla cena di Shabbat abbiamo cantato Shalom Aleichem e mi è tornata alla mente la volta che è stata cantata nel mikveh di Siracusa,
mikveh Siracusa
con voce bassa e profonda che riecheggiava tra le volte, io appoggiata a una di quelle colonne, e improvvisamente dal petto mi è scoppiato fuori un grosso singhiozzo.

E quando Shariel Gun, direttore generale del KKL Italia, appena saliti sull’autobus che dal Ben Gurion ci avrebbe portati al mar Morto, ha provveduto a informarci che “sull’autobus c’è uaifai, che immagino che in Italia si dirà vafa”, e io non solo non ho capito la battuta, ma non ho neanche capito che era una battuta, fino a quando un compagno di viaggio non mi ha detto che “ci ho messo un po’ prima di capire la battuta del vaf(f)a che si dice in Italia”.

E quando mi sono messa a raccontare a una compagna di viaggio un certo episodio, e per chiarire le circostanze ho spiegato che fino a non molto tempo fa vivevo in mezzo alle Alpi e lei mi interrompe dicendo: “Tu hai tenuto una conferenza a Udine!”

E quando la signora P., ultraottantenne (un bel po’ ultra, credo) si è incazzata con me e con Marisa e si è messa a strepitare “io mi sono rotta i coglioni, cazzo!” (Poi Pierre, un po’ per l’impegno che ci ha messo, un po’ per talento naturale, non solo l’ha rabbonita, ma alla fine è riuscito anche a farla ridere, anche se cercava testardamente di continuare a fare il muso)

E questi siamo tutti noi, alle spalle il deserto e davanti le tombe di Ben Gurion e di sua moglie Paula (purtroppo il sistema che mi aveva insegnato Giovanni per rendere le immagini cliccabili per ingrandire non funziona più. Se lui o chiunque altro mi può insegnare un sistema alternativo gliene sarò grata)
tutti Sde Boker
barbara

E DUNQUE VADO

Con qualche apprensione, per via di un incontro intimo fra il mio malleolo destro e una tonnellata di ferro, irresistibilmente attratta, a quanto pare, dalla sublime bellezza del malleolo suddetto, ancora molto molto dolorante nonostante siano passate due settimane. Che, per inciso, è quello che nove anni fa si era beccato un frattura scomposta, ma talmente scomposta da rischiare una denuncia per atti osceni in luogo pubblico (mezzo centimetro di vuoto fra i due pezzi, una cosa spettacolare a vederla sullo schermo). Ho già avvertito la capogruppo (no, non capagruppo, capogruppa, capagruppa: noi siamo un gruppo e lei ne è il capo, checché ne dicano quella sottospecie di femministe che il nostro Marco, in uno di quei momenti di genialità che ogni tanto emergono in lui, ha una volta chiamato passere fuori di senno) di Roma e un’altra compagna di viaggio che io comunque parto, a loro rischio e pericolo.
Vi ripropongo le parole che ho scritto, al ritorno dal viaggio, due anni fa, e vi lascio con questo video.

Noi ci vediamo fra una decina di giorni: come certamente sapete, non possiedo – e non voglio possedere – portatile né smartphone né nient’altro: quando esco esco, non voglio cordoni ombelicali; quando vado in giro voglio guardare paesaggi e non schermi, quando sono fra la gente voglio parlare con loro e non con dei bit. Mi sono stati dati in dotazione cinque sensi e, qualunque cosa faccia, intendo usarli tutti, non limitarmi a dita e occhi e tutto il resto in coma. E quindi fino al mio ritorno voi porterete pazienza.

PS: nel caso qualcuno si chiedesse a che cosa serva Israele, la risposta è questa
dhimmimaipiù
barbara