CREDEVATE DI AVERLE VISTE TUTTE?

Ingenui!

Doppi o zero genitali, l’ultima ‘conquista’ del gender

Non bastano più le ‘sole’ penectomia e vaginectomia per trans. Una clinica con sede a San Francisco offre tre nuove combinazioni genitali a coloro che si sentono contemporaneamente maschi e femmine oppure del tutto neutri. La genitalità componibile e scomponibile è l’ultimo approdo, da delirio d’onnipotenza, della teoria del gender.

Due è meglio di uno e questo vale anche nel caso dei genitali. Partiamo da una premessa: il lettore saprà che un uomo che vuole «diventare» donna a volte si sottopone ad un intervento per eliminare il pene e creare un simulacro di vagina. Analogamente una donna che vuole «diventare» uomo, se vuole, si sottoporrà alla vaginectomia e verrà dotata di un simil fallo. Fin qui la norma e… che norma, direte voi. Ma non avete visto ancora tutto.

La clinica Align Surgical Associates, con sede a San Francisco, offre altre tre combinazioni genitali. Gli allegri chirurghi di questa clinica infatti sono disponibili a venire incontro a quelle persone che non sono binarie (i treni non c’entrano nulla), ossia che si sentono contemporaneamente maschi e femmine oppure né maschi e né femmine, neutre al 100%.

Andiamo con ordine. Una prima possibilità è la seguente: si presenta presso la clinica un uomo che vuole essere sia uomo che donna. Potremmo chiamarlo uoma. In questo caso i chirurghi dal bisturi creativo di San Francisco propongono la vaginoplastica che preserva il fallo (sul sito c’è anche una fotogallery da ammirare lontano dai pasti). Il sito spiega che «molti individui non binari potrebbero credere che la vaginoplastica debba necessariamente comportare una procedura di penectomia, invece noi offriamo la vaginoplastica con conservazione del fallo per i pazienti che desiderano confermare la propria e unica identità di genere. Questo intervento chirurgico di affermazione del genere non standard è un modo eccellente per allineare il modo in cui ti senti dentro con l’aspetto del tuo corpo fuori, confermando la tua identità di genere e consentendoti di vivere la tua vita ideale».

Chiaramente abbiamo anche il caso opposto: donna biologica che vuole essere contemporaneamente donna e uomo. Potremmo chiamarla donno. Si tratta di un intervento di falloplastica che conserva la vagina. Sempre il sito precisa: «La conservazione vaginale è un’opzione che consente al paziente di preservare la propria vagina e persino il proprio utero, insieme a un fallo di nuova costruzione». Pare che si parli di autovetture ibride, un po’ a benzina e un po’ elettriche. Invece si tratta di persone: siamo arrivati agli esseri umani ibridi.

Ma attenzione. Se in matematica esiste il +1 e il -1 vuol dire che in mezzo c’è lo zero. Quei fantasiosi dottori Frankenstein californiani si sono inventati anche l’operazione di annullamento genitale. Via tutto, pene o vagina, per chi sessualmente si percepisce neutro, bianco, tabula rasa, per chi si crede un bel niente, per chi vuole imprimere sul proprio corpo l’alfabeto della cancel culture. Diamo la parola nuovamente al sito che così ci illumina: «Mentre molti pazienti potrebbero essere interessati a transitare ad un’identità maschile o femminile, ci sono invece molti [?]  individui che sentono che la loro identità di genere non è del tutto conforme in una direzione o nell’altra. La chirurgia di annullamento del genere può consentire ai pazienti non conformi di godere di un’area genitale relativamente liscia. L’annullamento crea una transizione relativamente continua e per lo più ininterrotta dall’addome all’area genitale». Siamo franchi, il termine «annullamento» è perfetto, indica con precisione sconcertante l’approdo ultimo della teoria del gender: il niente. Il nichilismo genitale è la plastica – proprio il caso di dirlo – manifestazione del pensiero nemmeno più debole, ma inesistente.

La genitalità componibile e scomponibile come se fosse una cucina Ikea è una rappresentazione efficacissima del delirio dell’autopoiesi antropologica, ossia della volontà, che rasenta l’onnipotenza, di costruire e decostruire la propria identità a piacimento, di essere tutto e il contrario di tutto al tempo stesso.

Il prossimo step sarà, per coloro che sono dotati di entrambi gli accessori genitali, l’autofecondazione (ci stiamo già arrivando, ma per altre strade). Non servirà più l’uomo e la donna e vincerà su tutti l’ermafrodito che, probabilmente, si innamorerà di un annullato, ossia di colui il quale si è sottoposto all’operazione di annullamento. Ma poi, spiace comunicarlo a loro, i problemi veri verranno a letto.
Tommaso Scandroglio, qui.

Una volta ho beccato una scolara a disegnare un uomo e una donna in piedi, uno di fronte all’altra, nudi; l’uomo era bi-dotato, una dotazione al posto consueto, l’altra più o meno all’altezza del collo, e la donna lo accoglieva contemporaneamente in entrambe le aperture anteriori. Chissà se su richiesta…

Quando ha cominciato a dilagare la moda dei tatuaggi, non più fra marinai camionisti e scaricatori di porto bensì fra giovani signore e rosei fanciulli, mi chiedevo: possibile che questa gente non si renda conto che questa roba è per sempre? Possibile che non si chiedano che aspetto avrà il bocciolo di rosa sul florido seno, la farfallina sulla soda chiappetta, il delfino sul tonico deltoide quando la loro proprietaria avrà cinquanta, sessanta, settant’anni? Che domande stupide che mi ponevo! Adesso c’è addirittura chi si fa castrare, o piantare nel corpo pezzi di roba in concorrenza tra loro, senza minimamente preoccuparsi del fatto che sarà per sempre.

Piccola riflessione a margine: perché la morte fa così paura? Perché porta con sé l’idea del “per sempre”, associata a quella del “mai più“, concetti difficilmente tollerabili dalla mente umana. Ora, questa gente che opera dei “per sempre” e dei “mai più” sul proprio corpo (non riavrò mai più la mia passera, il mio pisello; avrò per sempre un corpo estraneo piantato su di me) possiamo dire che è affetta da pulsioni di morte? Possiamo dire che sono una sorta di suicidi viventi? Sono sempre esistite donne frigide, così come sono sempre esistiti uomini “poco passionali”, diciamo così, esattamente come esistono gli assatanati – maschi e femmine – col chiodo fisso, che se stanno un giorno senza scopare sbarellano. E viene da chiedersi: perché una persona priva di pulsioni sessuali dovrebbe sentire il bisogno di eliminare da sé un parte del corpo che, a quanto pare, non crea problemi di sorta: se se ne sta lì buona buona a dormire senza dare segni di vita, perché dovrebbe venirmi in mente di eliminarla (a proposito: e per pisciare?) se non per un patologico impulso di autodistruzione? E perché un medico, in presenza di una persona affetta da grave psicopatia, invece di provare a curarla ritiene giusto assecondarla?

barbara

E ORA STATE A SENTIRE QUESTA

che è fenomenale.

La Nuova Zelanda, la strage di Christchurch e il paradosso dell’antirazzismo

Il film “They are us”, che esalta il sostegno di un paese intero alla comunità islamica dopo la strage del 2019, viene criticato dai musulmani: «I bianchi non possono parlare di noi»

Degli incredibili cortocircuiti della nouvelle vague dell’antirazzismo e del politicamente corretto, quello che ha affossato in Nuova Zelanda il progetto di film They are us è forse uno dei più eclatanti. La pellicola, annunciata settimana scorsa, doveva raccontare la strage di Christchurch del marzo 2019, nella quale morirono 51 musulmani per mano del terrorista islamofobo Brenton Harrison Tarrant. L’obiettivo del film, prodotto da FilmNation Entertainment, era quello di raccontare «non tanto l’attentato ma la risposta all’attentato», mostrando come «un atto di odio senza precedenti è stato sommerso da un’ondata di amore e di sostegno», aveva dichiarato il famoso regista neozelandese Andrew Niccol.

«Loro siamo noi»

Per questo, figura centrale del film doveva essere la premier Jacinda Ardern (impersonata da Rose Byrne), celebrata in tutto il mondo per la sua pronta risposta alla strage: condanna del suprematismo bianco, visite ai familiari delle vittime con tanto di hijab in segno di rispetto verso i musulmani, riforma sull’uso delle armi, oltre a un famoso discorso in Parlamento nel quale pronunciò anche la frase utilizzata per il titolo del film:

«Il 15 marzo è stato il giorno in cui un semplice atto di preghiera, di pratica del loro credo musulmano e della loro religione, ha portato alla perdita delle vite dei loro cari. Quei cari erano fratelli, sorelle, padri e bambini. Erano neozelandesi, sono noi. E poiché loro sono noi, noi, come nazione, li piangiamo. Sentiamo un forte obbligo nei loro confronti. E, signor presidente, abbiamo tanto bisogno di dire e di agire».

I «bianchi» devono solo tacere

Tutto si aspettavano gli autori del film tranne che ricevere una valanga di proteste da parte della comunità musulmana neozelandese. L’Associazione giovanile nazionale islamica della Nuova Zelanda ha infatti lanciato una petizione, al momento firmata da 67 mila persone, per chiedere che la pellicola non venga girata. Secondo i musulmani è inaccettabile che «il film si concentri su voci di persone bianche», reinterpretando nell’ottica dei bianchi «la violenza orribile perpetrata contro le comunità musulmane». Lo stesso regista Niccol è colpevole di «whitewashing»: «Un uomo bianco che non ha sperimentato su di sé il razzismo e l’islamofobia non dovrebbe condurre né ricavare profitti dal racconto di una storia che non è la sua». È anche «inappropriato che al centro del film ci sia la premier Jacinda Ardern, una donna bianca».
Insomma, non conta se Niccol è neozelandese, non conta se la tragedia ha toccato lui come tutti gli altri cittadini della Nuova Zelanda, non conta se la premier Ardern ha agito prontamente per onorare e difendere i musulmani, per ricordare che sono cittadini neozelandesi come tutti gli altri, che la differenza di credo non costituisce una linea di demarcazione e che non c’è alcuna divisione tra “noi” e “loro”, ma soltanto “noi”. Secondo i musulmani neozelandesi, la linea di demarcazione c’è: i bianchi parlino delle cose dei bianchi e i musulmani delle cose dei musulmani.

La Ardern sminuisce se stessa

La stessa premier, Ardern, si è affrettata a prendere le distanze dal film che la elogiava per il suo pronto intervento a difesa della comunità islamica con parole incredibili: «Ci sono molte storie sugli eventi del 15 marzo che potrebbero essere raccontate e non penso che la mia sia una di quelle».
Anche la produttrice del film, Philippa Campbell, ha abbandonato la produzione della pellicola: «Non voglio essere coinvolta in un progetto che provoca un tale disagio». Parole che stonano con il lancio del film, durante il quale la produzione aveva dichiarato, come confermato anche dalla petizione, di aver contattato molti musulmani della Nuova Zelanda per scrivere la sceneggiatura.

L’antirazzismo vuole dividere

They are us sarà sicuramente ritirato e difficilmente uscirà nelle sale, almeno nella forma in cui era stato progettato. Alla luce della piega che hanno preso gli eventi, fanno sorridere le parole pronunciate da Niccol il giorno della presentazione: «Il film riguarda la nostra comune umanità, è questo il motivo per cui penso che il film parlerà alle persone del mondo intero. È un esempio di come dovremmo rispondere quando c’è un attacco contro altri esseri umani come noi».
Questa visione, forse ingenua, non è aggiornata ai recenti sviluppi del movimento antirazzista, che ha preso le mosse dalle proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti. Non c’è più una «comune umanità», neanche tra persone legate dalla stessa cittadinanza all’interno dello stesso paese. Ci sono i bianchi, i neri, i musulmani, i cristiani. Tutti divisi, uniti soltanto da un rapporto di incomunicabilità reciproca. Tanto che un neozelandese bianco non può permettersi di occuparsi di una tragedia che ha coinvolto neozelandesi musulmani. Alle origini del movimento antirazzista, l’obiettivo era rivendicare la comune cittadinanza e umanità che rende tutti uguali al di là del colore della pelle. Oggi lo stesso movimento antirazzista persegue l’obiettivo opposto. E ai malcapitati di turno, colpevoli senza appello del più grave dei crimini, il “whitewashing”, non resta che cospargersi il capo di cenere. E scusarsi per aver cercato di unire ciò che a molti, anche con una notevole dose di autolesionismo, conviene che resti diviso.
Leone Grotti 16 giugno 2021, qui.

No scusate, datemi pure della cinica, ma a me viene da rotolarmi dalle risate: fratelli i nostri fratelli hanno ucciso i nostri fratelli siamo tutti fratelli, e quelli coosaaa?! Noi purissimi musulmani fratelli di voi pezzi di merda infedeli bianchi? È quello che succede quando ci si ostina a chiudere gli occhi di fronte alla realtà, e quando la realtà gli piomba addosso cosa fanno? Si scusano! Abbiamo sbagliato! Perdonateci! Non lo faremo mai più! Già tutto previsto, del resto (vedi anche il primo commento), non perché qui si abbiano doti profetiche, ma semplicemente perché io non tengo gli occhi chiusi, e quello che ho davanti lo vedo e lo guardo bene in faccia.
La prossima cosa invece mi scatena la voglia di prendere un bazooka. Sempre contro i buoni di professione, beninteso, i progressisti con la menzogna incorporata. Qualche giorno fa avevo letto che in Ungheria, dove regna il fascistissimo Viktor Orban, è stata approvata una legge ferocemente omofoba, e uno si chiede: cosa avrà mai combinato di nuovo il fellone? Froci in galera? Frustate sulla pubblica piazza? Castrazione cruenta senza anestesia? Bene, ha combinato quello che segue.

No a pedofilia e gender, ma i media attaccano l’Ungheria

Il Parlamento ungherese approva una rigorosa legge antipedofilia, con aggravi di pena per pedofili e autori di pornografia infantile. Un emendamento vieta l’indottrinamento Lgbt verso i minorenni e si scatena il finimondo, con articoli-fotocopia da parte del mainstream mediatico globale, dalla Reuters alla Bbc.

L’Ungheria approva una durissima legge antipedofilia, in un paragrafo si vieta indottrinamento gender e transgender sino ai 18 anni e scoppia un imbarazzante finimondo mediatico. Martedì 15 giugno, il Parlamento ungherese ha approvato con una maggioranza schiacciante, con un solo voto contrario (157-1), le nuove norme restrittive contro la pedofilia. Le minoranze, unite in una grande coalizione con l’obiettivo di sconfiggere Orban il prossimo anno, si sono spaccate alla prima prova parlamentare. Le forze democratiche di sinistra e liberali non hanno partecipato al voto, mentre i rappresentanti dell’estrema destra di Jobbik hanno votato a favore del provvedimento.

La maggioranza che guida l’Ungheria da più di un decennio, ne abbiamo parlato altre volte, negli ultimi anni ha moltiplicato le proprie misure per la famiglia e promosso norme che proteggono la natura biologica umana, la genitorialità, il diritto dei bambini di avere una mamma e un papà.

Lo scorso 4 giugno, il Governo Orban presentava in Parlamento la nuova proposta di legge per combattere la pedofilia, introducendo un registro pubblico dei criminali pedofili e incrementando le pene per i reati di pedofilia. Nel dibattito di quel giorno, non si parlava di divieti verso l’indottrinamento Lgbt, eppure già si doveva prendere atto della spaccatura delle opposizioni: Jobbik si diceva favorevole, le sinistre democratiche e liberali erano molto critiche. Le coincidenze sono importanti. L’8 giugno, inopinatamente, l’ex presidente degli Usa, Barack Obama, rilasciava un’intervista alla CNN che faceva il giro del mondo mediatico nei giorni successivi, nella quale si soffermava su Polonia e Ungheria, descrivendo il Governo Orban come un “esempio di distruzione della democrazia”. Il 9 giugno il Governo Orban presentava alcuni emendamenti alla legge antipedofilia, tra essi anche l’emendamento contro l’indottrinamento Lgbt verso i minori. La notizia dell’emendamento infuocava i mass media internazionali, dopo che la Reuters ne dava notizia e la colorava con gli strali delle organizzazioni Lgbt.

Articoli-fotocopia che riprendevano le dichiarazioni delle lobby Lgbt si moltiplicavano per tutta la giornata: Associated Press (l’Ungheria vuol bandire l’omosessualità per i minori di 18 anni), Amnesty International (attacco frontale alle persone Lgbt), BBC (vietata la letteratura Lgbti ai minorenni). Dimenticato il contrasto alla pedofilia, si cavalcava la protesta Lgbt, invocando azioni internazionali in difesa dello “stato di diritto” e il 14 giugno la commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, invitava, con un comunicato ufficiale, il Parlamento ungherese ad opporsi agli emendamenti che avrebbero “vietato ogni discussione sull’identità di genere e la diversità sessuale” con i ragazzi. Lo stesso giorno, poche migliaia di persone, sostenute da Amnesty International e Human Rights Watch, si riunivano davanti al Parlamento per protestare contro la legge antipedofilia e l’emendamento antindottrinamento. La notizia delle manifestazioni veniva ripresa con enfasi dal tam-tam del politically correct mondiale, dal sito di notizie europee Euractiv a France24, dal Washington Post a USNews, al Times of India… Il mondo doveva conoscere l’unica fake news: l’Ungheria stava per vietare alle persone Lgbt di esser tali, con un legge simile alle norme ‘omofobiche’ approvate in Russia.

Nei giorni in cui i giornali mondiali riportavano le critiche del G7 contro l’autoritarismo di Russia e Cina, la macchina del fango imponeva la somiglianza autoritaria tra Putin e Orban; Orban, il distruttore della democrazia (come descritto da Obama).

Tuttavia, dal voto finale del 15 giugno emergono due verità. Primo, la coalizione delle opposizioni appunto si è spaccata su un tema cruciale per qualunque governo futuro, con i Socialisti contrari e Jobbik che ha votato a favore della legge antipedofilia. Secondo, nonostante la grancassa mediatica, dalla Reuters in giù, si contestano la lotta alla pedofilia e un governo che si oppone ai dogmi innaturali della dottrina Lgbt. La legge approvata cosa dice? Si crea un “database elettronico” pubblico che conterrà i nomi dei pedofili e consentirà ai genitori e altri parenti delle vittime di denunciare; il Codice penale modificato garantisce che gli autori di pornografia infantile ricevano una pena detentiva di 20 anni senza possibilità di libertà vigilata (se le vittime hanno meno di 12 anni di età). Altri aggravi di pena includono gli abusi sessuali sui bambini, le molestie o le violenze commesse da funzionari pubblici o soggetti recidivi. Nei casi di reati gravi di pedofilia, la prescrizione non si applica più. Il divieto permanente di impiego per i pedofili nella sanità o nell’educazione viene esteso ai lavori legati al tempo libero dove potrebbero esserci minori, come spiagge, parchi di divertimento, zoo e associazioni sportive.

I pedofili saranno banditi dai posti di governo o di leadership politica. Per quanto riguarda l’educazione sessuale nelle scuole, il materiale non deve contenere nulla che miri a cambiare genere o a promuovere l’omosessualità. Oltre agli insegnanti della scuola, solo le persone o le organizzazioni incluse in un registro ufficiale, continuamente aggiornato, possono tenere lezioni di educazione sessuale. Inoltre, il diritto di un bambino di identificarsi secondo il suo sesso alla nascita è custodito dalla legge (“…l’Ungheria protegge il diritto dei bambini a un’autoidentità corrispondente al loro sesso alla nascita…”) sotto l’egida del sistema di protezione dell’infanzia. È vietato promuovere materiali rivolti ai giovani al di sotto dei 18 anni che abbiano un contenuto pornografico o che promuovano l’omosessualità o un’identità di genere diversa dal sesso alla nascita. Lo stesso vale per le pubblicità. Le stazioni televisive saranno obbligate a segnalare l’avviso di divieto di visione per gli under 18 per i film e la programmazione con contenuti che si discostano dalle restrizioni della legge, mentre l’Autorità vigilante sui mass media sarà tenuta a vigilare ed eventualmente sanzionare chi commette le violazioni.

Un ottimo provvedimento, quindi. Ma che fanno i paladini dei “diritti umani”? Human Rights Watch chiede che il presidente della Repubblica ungherese ponga il veto e fermi questa legge antipedofilia. Si tenta di falsificare la realtà, ma i vergognosi fatti di questi giorni parlano da soli.
Luca Volonté, qui.

Se solo pensiamo che il più giovane transessuale ha tre anni perché già da quando aveva 18 mesi i genitori hanno notato segni inequivocabili del fatto che si sentiva di un sesso diverso da quello biologico, a quello che la mamma ha “accontentato” trattandolo da bambina perché ha sempre mostrato preferenza per il colore rosa (è noto che la preferenza del rosa per le femmine e dell’azzurro per i maschi è genetica, e chissà che razza di genetica avranno mai i cinesi che usano – o almeno usavano in passato, adesso non so – l’azzurro per le femmine e il rosso per i maschi), i bombardamenti di ormoni per bloccare la pubertà praticati a scuola anche contro la volontà dei genitori, se pensiamo a tutto questo abbiamo davvero il diritto, nonostante qualche possibile esagerazione, di criticare l’Ungheria per questa legge? Senza dimenticare che il dominio assoluto del pensiero unico comunista l’Ungheria, così come tutti gli stati satelliti dell’Unione Sovietica, lo ha conosciuto fin troppo bene sulla propria pelle per interi decenni, per avere voglia di rischiare una ricaduta.(E tenetevi pronti per quello che vi preparo per domani)

barbara

TIRA E TIRA LA CORDA…

Gli offrono la cattedra di Black Studies. Ma per lui l’ateneo è «razzista»

Un nuovo capitolo si aggiunge all’assurdo con cui siamo quotidianamente costretti a convivere. Lo scrive il sociologo Kehinde Andrews prendendosela con la Birmingham City University, la stessa che non solo l’ha assunto ma ha istituito per lui la prima cattedra di Black Studies nella storia del Regno Unito. Ciò nonostante, siccome nell’ateneo da una parte si sono rifiutati di ampliare lo spazio sui temi a lui cari – prova provata, secondo Andrews, di «razzismo istituzionale da manuale» – e, dall’altra, non hanno sanzionato una collega con cui non corre buon sangue, ecco che il prof. grida al razzismo. «Vengo trattato come un nero arrogante che dovrebbe essere sempre grato per tutto senza mai protestare», lamenta.

Da parte loro, alla Birmingham City University fanno presente, senza nascondere delusione, che il professor Andrews «non è stato sospeso o minacciato di sospensione». Insomma, sembra abbia fatto tutto da solo. Del resto, il personaggio ha idee parecchio originali. Secondo lui, l’intero «Occidente è stato edificato sul razzismo» e Churchill e l’impero britannico sarebbero stati peggiori dei nazisti. Quindi, a suo dire, la piaga è ovunque, perfino in chi lo ha fatto crescere sul piano professionale. Una vicenda che, per quanto certamente singolare, fa capire come ormai basti un attimo finire accusati di razzismo. Nessuno, rispetto a questo, si può sentire al sicuro. Il che suggerisce l’importanza di combattere sì la xenofobia, ma pure l’antirazzismo ideologico. Sono parenti stretti. (qui)

Poi finalmente qualcuno ha cominciato a accorgersi che tutte queste porcate pro negri e anti bianchi, oltre che infami, sono anche un tantino illegali.

Un tribunale ha respinto l’agevolazione COVID di Joe Biden basata sul colore della pelle

Il razzismo mascherato da “antirazzismo” sostenuto dai Democratici, dai media e dal mondo accademico ha subito finalmente un colpo d’arresto in Tribunale.

In questo editoriale del Washington Examiner dell’8 giugno è stato affrontato il problema del razzismo mascherato da “antirazzismo” nel quale, negli Stati Uniti, almeno stando a quanto dice la dottrina scellerata della “Teoria Critica della Razza” – sostenuta dai Democratici, dai media e da una parte del mondo accademico – tutto si sintetizza come uno battaglia contro il “privilegio dei bianchi“, dove – ovviamente – i bianchi sarebbero macchiati dal “peccato originale” del razzismo e quindi dovrebbero diventare cittadini di “serie B” a causa del loro passato da oppressori e per garantire “l’equità” alle minoranze, ma dove le stesse minoranze – per quanto alberghino anche in esse dei sentimenti “anti-bianchi” – per via della loro etnia o colore della pelle, non potranno mai essere tacciate di razzismo. Il razzismo sarebbe, in questo caso, solamente a senso unico: solo un bianco può essere “razzista” – anzi lo è per definizione secondo queste teorie.
Democratici negli ultimi provvedimenti legislativi in sostegno all’economia a causa della pandemia di Coronavirus, nel concedere dei sussidi, hanno determinato dei requisiti razziali in favore delle minoranze, quindi, per fare un esempio, ad un ristoratore o ad un agricoltore bianco in difficoltà economica, sulla base di questi criteri e solo perché ha il colore della pelle sbagliato – secondo i Democratici – dovrebbe essergli negato il sussidio.
Ovviamente, i Tribunali hanno iniziato a bocciare questi provvedimenti che, oltre ad essere incostituzionali, sono senza ombra di dubbio razzisti

Di seguito la traduzione dell’editoriale.

Joe Biden ha ricevuto un avvertimento dal Tribunale che ha respinto il sussidio COVID basato sul colore della pelle

Dato che il presidente Joe Biden sta portando avanti le iniziative che ha annunciato a inizio giugno per “aiutare a ridurre il divario razziale nella ricchezza”, dovrebbe prestare attenzione ad un avvertimento di fine maggio della Corte d’Appello degli Stati Uniti del 6° Circuito secondo cui il trattamento preferenziale basato sulla razza sia da ritenersi non valido.
Questo è come dovrebbe essere. È giusto che i tribunali, in nome della giustizia, abbattano le preferenze razziali, un razzismo pernicioso e buonista che travolge scuole, aziende e media. Tratta tutta l’esperienza americana attraverso il filtro della razza. Sarebbe ancora peggio se il razzismo che sta dietro alla cosiddetta “Teoria Critica della Razza” fosse sostenuto dalla forza del governo.
Biden ha ragione a volere che tutti i segmenti della società prosperino. Se elaborate senza criteri razziali, le sue iniziative per aiutare ad avviare le imprese impoverite e svantaggiate o ad incrementare il valore delle abitazioni nei quartieri in difficoltà sarebbero anche le benvenute. Ma le dichiarazioni della Casa Bianca si concentrano costantemente sulle “disparità razziali“, e la chiara implicazione è che le soluzioni proposte implicheranno inevitabilmente delle preferenze razziali.
È qui che entra in gioco la sentenza del 6° Circuito. Nella decisione 2 a 1 del 27 maggio in Vitolo vs. Guzman, la Corte ha affermato che il governo non possa assegnare del denaro per i sostegni dovuti al Coronavirus sulla base della razza o del sesso.

La Small Business Administration (SBA) aveva distribuito 29 miliardi di dollari in sovvenzioni nella risposta al COVID-19 ai proprietari di ristoranti in base a delle regole che permettevano ai sussidi stessi di essere destinati solamente a quei ristoranti che erano di proprietà per almeno il 51% da donne o proprietari non bianchi. Scrivendo per la Corte, il giudice Amul Thapar ha spiegato che il precedente della Corte Suprema (per non parlare della semplice equità) permette tali preferenze solo in funzione di un interesse pubblico “convincente”, un termine d’arte con tre criteri rigorosi. Un mero e vago desiderio di porre rimedio alle discriminazioni del passato non è sufficiente a permettere al governo stesso di favorire o sfavorire dei cittadini, altrimenti idonei, solo perché sono bianchi.
Ma istituzionalizzando questa discriminazione che viene imposta dal governo, la SBA offendeva illogicamente sia la Costituzione che l’equità. Antonio Vitolo e sua moglie, che è ispanica, possiedono ciascuno la metà di un ristorante, il che significa che solo il 50% – invece che il 51% – era detenuto da una proprietaria donna ed ispanica. Così, sulla base di una distinzione razziale di dubbia importanza, ai Vitolo era stato negato l’accesso al sussidio. Se per ipotesi il signor Vitolo avesse venduto anche solo l’1% della sua proprietà alla moglie oppure anche ad un’altra donna o ad un latinoamericano, il ristorante avrebbe potuto ricevere i fondi federali.
L’assurdità della quota arbitraria del 51% come “soglia etnica” è evidente. Altrettanto assurda, come ha notato Thapar, è la politica della SBA che concede “preferenze ai pakistani ma non agli afgani; ai giapponesi ma non agli iracheni; agli ispanici ma non ai mediorientali”. Il risultante “Spoil System etnico” è la definizione stessa discriminazione razziale.
Se l’amministrazione Biden cerca di appellarsi alla decisione del 6° Circuito e far rivivere le pratiche palesemente discriminatorie della SBA, perderà sicuramente presso una Corte Suprema il cui giudice capo, John Roberts, ha notoriamente insistito sul fatto che “il modo per fermare la discriminazione sulla base della razza è smettere di discriminare sulla base della razza”.

Oggi, una patologia ossessionata dalla razza sta infettando le istituzioni che esercitano il potere culturale. Sotto la falsa bandiera dell’antirazzismo, coloro che diffondono la patologia trattano la nostra intera vita nazionale come una battaglia ineluttabile tra il “privilegio bianco” e il perpetuo vittimismo delle minoranze etniche (escludendo in particolare gli asiatici). In questa narrazione, tutti i bianchi sono intrinsecamente razzisti, macchiati dall’equivalente razzista di un “peccato originale“, e devono diventare cittadini di seconda classe al fine di ristabilire l’equità. Ma nel frattempo, nessuna persona afroamericana o ispanica potrà mai essere razzista, non importa quanto grande ed ovvio sia il suo animus contro i bianchi (o gli asiatici, se è per questo) sulla base della loro razza.
Questa dottrina postula che i bianchi non hanno la capacità di pentirsiespiare o imparare dalle loro colpe collettive. Non possono essere né migliorati né educati. Secondo un conferenziere celebrato alla Yale University School of Medicine, c’è, infatti, un “Problema Psicopatico della Mentalità Bianca“, come se tutti i bianchi fossero incapaci di pensieri o azioni individuali ma fossero, piuttosto, un unico – ed irrimediabilmente corrotto – organismo conglomerato.
Questa folle ideologia abbracciata dal mondo accademico e dal Partito Democratico è psicopatica. Poiché discrimina solo sulla base della razza, la sua risposta è premiare e punire indiscriminatamente. Il suo scopo è quello di abolire le differenze fondamentali come il libero arbitrio individuale e di sostituirlo con una “colpevolezza collettiva“, il “vittimismo collettivo” e con la “responsabilità collettiva” che non ha alcuna somiglianza con l’equa giustizia per la quale questa nazione si batte.

nuovi razzisti, come i peggiori bigotti di un tempo, rifiutano la verità che la razza non sia un indicatore di colpevolezza o di innocenza. I tribunali devono ora intervenire per impedire la resurrezione e l’istituzionalizzazione di questa ideologia. In caso contrario, il razzismo e la “discriminazione alla moda” – ma ripugnante – verrebbero approvati a livello nazionale.

WashingtonExaminer.com , qui.

Teoria critica della razza: qualcuno saprebbe offrire una spiegazione convincente della differenza fra la teoria della razza nazista e la teoria critica della razza democratica progressista buonista antifascista?

Quanto a quell’altro tizio là sopra, con questa faccia

da paraculo presuntuoso arrogante e se non si offende troppo aggiungerei anche un bel po’ figlio di puttana, il quale a quanto pare non ha avuto la cattedra in seguito al superamento di un regolare concorso, come ho avuto io la mia modesta cattedra di scuola media, bensì non solo gliel’hanno regalata, ma l’hanno addirittura fabbricata apposta per lui, ebbene sì, è proprio uno stronzetto di negro arrogante e insolente che dovrebbe come minimo essere grato per ciò che gli viene regalato senza alcun merito. D’altra parte, che cosa aspettarsi da uno a cui il nazismo piace di più di uno stato imperfetto quanto si vuole, ma pur sempre indiscutibilmente democratico?

Noi, comunque, nella nostra patologia consistente nell’essere bianchi, non siamo curabili, sappiatelo.

E ancora una volta, per non dimenticare le mostruose colpe che gravano sulla coscienza dei bianchi e solo sulla loro e su quella di nessun altro, se vi resta un po’ di tempo vi invito ad andare a leggere questo.

barbara

TRE TESTIMONI

dell’inferno comunista, del pensiero unico obbligato, della guerra alle opinioni e della morte sociale – e a volte non solo quella – per le opinioni “sbagliate”. Fuggiti dall’inferno per ritrovarlo ricostruito nella nuova patria. Nessuno che si metta a fare piazza pulita di tutte queste malefiche erbe infestanti?

Dalla Cina.

Follia politically correct: “La razza bianca? Può infettare”

Il primo summit “in presenza” del presidente Joe Biden con i leader europei si è consumato in Cornovaglia, all’insegna del “pandemicamente corretto”. Provate a scorrere in velocità le immagini degli enfatici saluti col gomito (pratica bandita dall’Oms un anno fa, ma nessuno ne ha preso nota) tra i “potenti” del G7: assisterete a una pantomina da commedia dell’Arte. Un balletto stile comiche di Charlot. Boris Johnson e la moglie si danno di gomito, ripetutamente, col presidente Biden & la first lady Jill. Imitati, con triangolazioni ardite, dagli altri leader e capi di Stato. Troppo impauriti per darsi una stretta di mano, seppur tutti vaccinati e ripresi all’aperto per le foto di rito? Nemmeno per sogno. Solo un copione da seguire a favore delle telecamere. Un rituale grottesco, spazzato via dal gesto informale del presidente Emmanuel Macron. Che con la tipica nonchalance francese, ha rotto l’etichetta e trascinato sottobraccio il presidente americano. Mettendo in burletta, involontariamente, l’intero protocollo sul distanziamento sociale sfoggiato dagli altri.

Avanza il politicamente corretto

Guai a urtare il “politcamente corretto”, ancora più sacro ai tempi del Covid. I gesti, come le parole, hanno un loro peso specifico. E la parola più attuale, nel gergo politico anglosassone, è senza dubbio “wokeness”. In Italia, forse non tutti sanno a cosa questo termine faccia riferimento. Per fortuna, non è ancora entrato a regime nel vocabolario dei nostri governanti. Su Wikipedia, con wokeness si intende la “consapevolezza di temi riguardanti la giustizia sociale e razziale”. Così, la linea di Downing Street è stata prontamente ricalibrata sul messaggio che il vecchio e danaroso Zio Sam, ammantato dei triliardi appena stanziati in patria, gradisce ascoltare. “Joe Biden è il nuovo modello di woke”, lo aveva già elogiato il premier britannico tempo fa. Mentre nel suo discorso di apertura al G7, Jonhson ha fatto un passo ulteriore. Si è voltato verso il presidente Usa, seduto al suo fianco, tanto da sembrare quasi infantile nella sua ricerca di approvazione: “Il mondo post Covid avrà bisogno di essere più equo, più gender neutral e più femminile” ha pomposamente dichiarato, quasi avesse fornito la ricetta per estirpare la fame nel mondo.
Che senso hanno le parole del primo ministro britannico? Cosa significa costruire un mondo post pandemico “gender neutral” e quali saranno i benefici pratici per i cittadini? Johnson non lo ha spiegato. Ma il suo discorso, vuoto e enfatico, è il segno plastico del trionfo, nell’Agenda europea del G7, della “woke-obsession”, esportata oltreoceano con successo dalla Casa Bianca. La stessa ossessione che si è manifestata, di recente, con l’esposizione della bandiera del movimento Black Lives Matter e del vessillo Arcobaleno, in occasione del Pride, fuori dalle ambasciate americane, inclusa quella presso la Santa Sede.

I bianchi sono “parassiti”

La woke culture è ossessionata dal linguaggio. E uno dei termini più stigmatizzati in assoluto è “white”, contro il quale ha eretto una vera crociata. Appena insediato, Biden ha creato una Commissione dedicata all’estremismo dei bianchi, definito “white supremacy”, nell’esercito Usa. La testata Human Events ha scoperto e pubblicato, l’11 giugno, un archivio di tweet scioccanti provenienti da un account gestito, sotto lo pseudonimo “Dru”, dal comandante di un battaglione di fanteria, il capitano Andrew Rhodes. Questi alcuni dei tweet, poi maldestramente rimossi: “Se sei un maschio bianco, sei parte del problema”. Altri messaggi negavano completamente i valori dell’esercito Usa, ritenuti non sufficienti a incrementare “la diversità”.
Secondo lo psicanalista Donaldo Moss, docente al New York Psychoanalytic Institute, sarebbe invece evidente l’equivalenza tra i maschi bianchi e i parassiti. La razza bianca (“whitness”), a cui lui stesso appartiene, sarebbe una “condizione contagiosa”. Come il Covid, la “bianchezza” si può trasmettere ad altre persone e infettarle. E provoca nei suoi esponenti “desiderio di potere senza limiti”, “forza senza contenimento” e “violenza senza pietà” rivolti contro tutte le persone non bianche. “Whitness has no cure”, è una delle sue frasi pubblicate un mese fa sul prestigioso Journal of the American Psychoanalytic Association, come ha riportato il New York Post.

Il nuovo dizionario antirazzista

Dal gergo quotidiano rischiano di venire espulse anche parole innocenti come “apple pie” (torta di mele), “manmade” (manufatto), “manpower” (manodopera), e persino “mum”. Quest’ultimo termine è stato rimpiazzato dalla locuzione gender neutral “birthing people”. Una sostituzione giustificata con questa motivazione, da una consulente al Bilancio di Biden: “Ci sono persone che non vogliono riconoscersi in maschio/femmina. Così il nostro linguaggio sarà più inclusivo”. Documenti interni alla Federal Reserve hanno svelato l’esistenza di un manuale, diffuso tra i dipendenti, che vieta l’uso di altri termini ritenuti offensivi. Nell’elenco figurano “fouding fathers” (ridotto a “founders”, fondatori, eliminando il termine “padri”) e i pronomi maschili e femminili. Il tentativo, neanche velato, è di estirpare ogni riferimento collegato alla fertilità e alla riproduzione biologica. Una vera psicosi, portata alle conseguenze più radicali dalla deputata di sinistra Alexandria Ocasio-Cortez, che ha dichiarato di non volere figli a causa del cambiamento climatico.
Se il conservatore Johnson, per mero calcolo politico, si è inginocchiato davanti all’altare della filosofia “woke”, a strappare il velo sull’ipocrisia del nuovo mantra progressista è stata proprio una sconosciuta mamma cinese. Che ha rivolto un discorso toccante davanti al consiglio d’istituto della scuola di suo figlio, in Virginia. Nelle aule americane, dalle classi materne fino al college, hanno preso piede controversi programmi di indottrinamento (critical race theory). Accusati di creare divisioni tra gli alunni e un disagio crescente nelle famiglie. “Quello che sta accadendo nelle scuole americane è una replica della Rivoluzione culturale cinese”, ha spiegato Xi-Van Fleet, che aveva 6 anni quando la rivoluzione maoista scoppiò in Cina. Per vent’anni ha vissuto sotto la cappa di uno dei regimi più oppressivi: “Il partito comunista usava le stesse tecniche della “cancel culture”. Tutta la civiltà cinese precomunista è stata azzerata: abbiamo cambiato i nomi delle persone, delle strade, delle scuole e persino i nomi propri delle persone. Io stessa sono stata ribattezzata Xi-Van, perché Xi significa “west”, occidente, e poteva sembrare un richiamo all’imperialismo”.
Le somiglianze citate dalla combattiva Xi, scappata dalla provincia del Sichuan negli Stati Uniti, sono terrificanti: “Wokeness, in Cina, è declinato in “class wokeness”. È il tuo livello di aderenza a questa ideologia che determina la tua aspettativa di carriera e di ottenere benefici. A scuola e in società noi venivamo divisi in due gruppi: oppressi e oppressori. In America usano la razza, in Cina la classe sociale. Qui chi ha vedute diverse è etichettato come razzista, in Cina chi dissentiva era definito controrivoluzionario”.
Il suo appello, rivolto a genitori, allievi e insegnanti, ha fatto il giro del web: “Voglio solo dire agli americani che la libertà è fragile e che si può perdere in ogni momento se non siamo pronti a difenderla. Vorrei dire al popolo americano che chi spinge per la predicazione di teorie razziste ha un unico obiettivo: far rinascere il razzismo. Il razzismo è usato dai governi per dividere, è distruttivo e pericoloso”. Parole da leader, in un Occidente in cui i leader hanno ormai smarrito il senso stesso delle parole.
Beatrice Nencha, 14 giugno 2021, qui.

Dall’Unione Sovietica.

“Il paese dove sono nata non esiste più, ma la sua ideologia rivive in Occidente”

Straordinario saggio di una famosa scienziata americana. “In Unione Sovietica leggere Orwell e Solzhenitsyn era pericoloso e si cancellavano parole, statue e libri, come nel politicamente corretto”

“Sono cresciuta in una città che nella sua breve storia (poco più di 150 anni) ha cambiato nome tre volte. Fondata nel 1869 intorno alle miniere di carbone costruite dall’industriale gallese John Hughes, l’insediamento era chiamato Yuzovka. Quando i bolscevichi salirono al potere nella rivoluzione del 1917, il nuovo governo della classe operaia, i soviet, si mise a epurare il paese dalle influenze ideologicamente impure in nome del proletariato e della lotta mondiale delle masse soppresse. Città e punti di riferimento geografici furono rinominati, statue furono abbattute, libri furono bruciati e molti milioni di persone furono imprigionate e assassinate. A tempo debito, i commissari arrivarono a Yuzovka e la città fu privata del nome del suo fondatore, un rappresentante degli oppressori e un occidentale. In termini moderni, Hughes fu cancellato. Per alcuni mesi, la città fu chiamata Trotsk (da Leon Trotsky), finché Trotsky perse nella lotta per il potere e fu lui stesso cancellato. La città fu rinominata Stalino”.
Inizia così uno straordinario saggio di Anna Krylov sul Journal of Physical Chemistry Letters, scienziata nata in Unione Sovietica e che oggi insegna all’Università della California (è una delle principali ricercatrici di quantistica molecolare). E’ il testo più intellettualmente onesto e audace che abbia letto da parte di chi ha vissuto sotto il comunismo e vede gli stessi meccanismi ideologici oggi all’opera in Occidente.
“Dopo la morte di Stalin nel 1953, Stalino divenne Donetsk, dal fiume Severskii Donets” continua la professoressa Krylov. “La storia sovietica fu costantemente rivista per stare al passo con la linea del partito. I libri di testo riscritti per cancellare le cancellazioni. Sono diventata maggiorenne durante un periodo relativamente mite del governo sovietico, dopo Stalin. Eppure, l’ideologia permeava tutti gli aspetti della vita e la sopravvivenza richiedeva una stretta aderenza alla linea del partito ed entusiastiche dimostrazioni di comportamento ideologicamente corretto. Non aderire a una organizzazione comunista (Komsomol) sarebbe stato un suicidio di carriera. Praticare apertamente la religione poteva portare a conseguenze più gravi, fino al carcere. Così come leggere il libro sbagliato (Orwell, Solzhenitsyn, ecc.). Anche un libro di poesia che non era nella lista approvata dallo stato poteva metterti nei guai”.
Krylov stabilisce così un paragone fra la cappa ideologica che ha vissuto in Unione Sovietica e l’attuale politicizzazione della vita scientifica e culturale in Occidente.  
“Il semplice conformismo non era sufficiente: i comitati ideologici erano costantemente alla ricerca di individui il cui sostegno al regime non era sufficientemente entusiasta. Non era raro essere puniti per essere stati troppo silenziosi durante le assemblee politiche (politinformation o komsomolskoe sobranie) o per essersi presentati in ritardo alle celebrazioni di massa (come le manifestazioni di maggio o novembre). Una volta ho ricevuto un avviso per aver promosso un’agenda imperialista presentandomi in jeans a un evento scolastico. La scienza non fu risparmiata da questo rigido controllo ideologico. Le influenze occidentali erano considerate pericolose. I libri di testo e i documenti scientifici sottolineavano instancabilmente la priorità della scienza russa e sovietica. Intere discipline furono dichiarate ideologicamente impure, reazionarie e ostili alla causa del dominio della classe operaia e della rivoluzione mondiale. Notevoli esempi di ‘pseudoscienza borghese’ includevano la genetica e la cibernetica. Anche la meccanica quantistica e la relatività generale furono criticate per l’insufficiente allineamento al materialismo dialettico”. 
Avanti veloce fino al 2021, un altro secolo. “La Guerra fredda è un ricordo lontano e il paese indicato sul mio certificato di nascita e sui miei diplomi scolastici e universitari, l’URSS, non è più sulla mappa. Ma mi ritrovo a vivere la sua eredità a migliaia di chilometri a Occidente, come se vivessi in una zona d’ombra orwelliana. Sono testimone di tentativi sempre maggiori di sottoporre la scienza e l’educazione al controllo ideologico e alla censura. Proprio come ai tempi dell’Unione Sovietica, la censura è giustificata dal bene superiore. Mentre nel 1950, il bene superiore era la Rivoluzione Mondiale, nel 2021 il bene superiore è la ‘Giustizia Sociale’. Come in URSS, la censura è imposta con entusiasmo anche dal basso, dai membri della comunità scientifica, le cui motivazioni variano dall’idealismo ingenuo alla cinica presa di potere. Oggi ci viene detto che il razzismo, il patriarcato, la misoginia e altre idee riprovevoli sono codificate in termini scientifici, nei nomi delle equazioni e nelle semplici parole. Ci viene detto che per costruire un mondo migliore e per affrontare le disuguaglianze sociali, abbiamo bisogno di epurare la nostra letteratura dai nomi delle persone il cui curriculum non è all’altezza degli alti standard degli autoproclamati portatori della nuova verità, gli ‘Eletti’. Ci viene detto che dobbiamo riscrivere i nostri programmi e cambiare il modo in cui insegniamo e parliamo”. 
Krylov vede all’opera una “caccia ai fantasmi in stile sovietico” e che riguadagna terreno. “Nuove parole vengono cancellate ogni giorno e ho appena saputo che la parola ‘normale’ non sarà più usata sulle confezioni di sapone Dove perché ‘fa sentire la maggior parte delle persone esclusa’. E’ in gioco il nostro futuro. Come comunità, siamo di fronte a una scelta importante. Possiamo soccombere all’ideologia dell’estrema sinistra e passare il resto delle nostre vite a caccia di fantasmi e streghe, riscrivendo la storia, politicizzando la scienza, ridefinendo il linguaggio e trasformando l’istruzione in una farsa. Oppure possiamo sostenere un principio chiave della società democratica – il libero e incensurato scambio delle idee – e continuare la nostra missione principale, la ricerca della verità, concentrando l’attenzione sulla risoluzione di problemi reali e importanti dell’umanità”. 
Giulio Meotti

Dalla Corea del Nord.

“In America sono più matti che in Corea del Nord”

La disertrice del “paradiso” di Kim Jong-un: “Il politicamente corretto li ha così indottrinati che pensano di vivere in una dittatura. Insegnano a odiare l’Occidente come a noi bambini nordcoreani”

“Ti stanno costringendo a pensare nel modo in cui vogliono che tu pensi. Ho capito, wow, questo è folle. Pensavo che l’America fosse diversa, ma ho visto così tante somiglianze con quello che ho visto in Corea del Nord che ho iniziato a preoccuparmi”. La più famosa disertrice nordcoreana ha affermato di aver sempre visto gli Stati Uniti come un paese di libertà di pensiero e di parola, finché non è andata al college. Yeonmi Park ha frequentato la Columbia University ed è stata immediatamente scioccata da ciò che ha visto in classe, il sentimento anti-occidentale e il politicamente corretto, che le ha fatto pensare “che neanche la Corea del Nord è così matta”. Non poteva credere che le sarebbe stato chiesto di “censurarmi così tanto” in un’università negli Stati Uniti. “Ho letteralmente attraversato il deserto del Gobi per essere libera e ho capito che non sono libera, l’America non è libera”. 
Yeonmi Park è nata a Hyesan, in Corea del Nord. Quando era una bambina, il padre fu mandato in un campo di lavoro per aver venduto beni al mercato nero, zucchero e riso, e sfamare la famiglia. “Il regime non lo ha solo torturato, ma ha ucciso la sua anima”, ha raccontato Park alla giornalista Bari Weiss. A nove anni, Yeonmi fu portata ad assistere a una esecuzione di massa allo stadio. “Li hanno messi in fila e li hanno fucilati. Mi ricordo benissimo i loro cervelli fuoriuscire dalla testa”. Nel 2007, Yeonmi è fuggita dalla Corea del Nord con la madre. Prima in Cina, dove è stata venduta a un uomo per 260 dollari. “Quando ho lasciato la Corea del Nord, non conoscevo nemmeno parole come ‘libertà’“. Poi in Corea del Sud, “dove per me la libertà erano i film e i jeans. In Corea del Nord puoi essere giustiziato per aver visto il film sbagliato. Se indossi jeans puoi essere mandato in prigione. Quindi questo è quello che pensavo fosse la libertà. Ero disposta a rischiare la mia vita per i jeans e i film”. E’ fuggita di nuovo attraverso il deserto del Gobi, aiutata da una bussola che le era stata data dai missionari cristiani. 
“In Corea del Nord non puoi dire ‘io’. Puoi solo dire ‘noi’. Adoriamo il colore rosso. Conosci ogni risposta. In Corea del Nord, tutto è determinato per te prima della tua nascita, in base alla posizione della tua famiglia nel partito. Non pensi: cosa studierò? Dove vivrò? Chi sposerò? Loro decidono”. Per Yeonmi, adattarsi alla libertà è stato un processo molto graduale. La fattoria degli animali e 1984 di George Orwell l’hanno aiutata a capire. In Italia di Yeonmi è stato pubblicato il libro La mia lotta per la libertà. “Il comunismo ti cambia internamente in modi che non posso descrivere. La Corea del Nord è una dittatura fisica, ma è anche una dittatura delle emozioni, da cui è molto più difficile sfuggire”. 
E’ fonte di profonda tristezza per lei vedere l’indottrinamento in America. “Andando alla Columbia, la prima cosa che ho imparato è stata ‘spazio sicuro’. Ogni problema, ci hanno spiegato, è a causa degli uomini bianchi”. Discussioni che le hanno ricordato il sistema delle caste in Corea del Nord, dove le persone sono classificate in base ai propri antenati.
“Poiché ho visto l’oppressione, so che aspetto ha”, ha detto Yeonmi, che all’età di 13 anni aveva visto persone morire di fame proprio davanti ai suoi occhi. “Questi ragazzi continuano a dire quanto sono oppressi, quanta ingiustizia hanno vissuto. Non sanno quanto sia difficile essere liberi. In Corea del Nord credevo letteralmente che il mio caro leader (Kim Jong-un) stesse morendo di fame. E poi qualcuno mi ha mostrato una foto e ha detto ‘Guardalo, è il ragazzo più grasso. Gli altri sono tutti magri.’ E io ero tipo, ‘Oh mio Dio, perché non ho notato che era grasso?’ Perché non ho mai imparato a pensare in modo critico. Questo è ciò che sta accadendo in America. Le persone vedono ma hanno completamente perso la capacità di pensare in modo critico”.
Alla Columbia è stata persino rimproverata per aver detto che le piacevano gli scritti di Jane Austen. “Ho detto ‘amo quei libri’. Ho pensato che fosse una buona cosa”. Studenti e professori le hanno risposto: “Sapevi che quegli scrittori avevano una mentalità coloniale? Erano razzisti e bigotti”. Anche in Inghilterra la figura di Jane Austen sarà sottoposta a un “esame storico” per i suoi legami con la schiavitù, ha detto il museo dedicato alla grande scrittrice.
“Pensavo che i nordcoreani fossero le uniche persone che odiavano gli americani, ma ci sono molte persone che odiano questo paese in questo paese, si censurano a vicenda, si zittiscono a vicenda” ha detto Yeonmi. Anche nel “paradiso socialista” gli studenti erano abituati a tacere. “Mia madre mi aveva insegnato a non sussurrare neanche, gli uccelli e i topi potevano sentirmi. Mi disse che la cosa più pericolosa che avevo era la lingua. Quindi sapevo quanto fosse pericoloso dire cose sbagliate”. Incredibile che oggi un numero sempre più grande di americani si stia autocensurando per paura di dire o pensare la cosa sbagliata. “Questo è completamente folle, è incredibile” ha concluso Yeonmi. “Non so perché le persone stiano impazzendo collettivamente”. 
Come ha appena spiegato il classicista Victor Davis Hanson, l’America sta sprofondando nelle sabbie mobili che hanno sempre distrutto le civiltà.

E questa volontà di annientamento e auto annientamento, lasciatemelo dire, fa veramente paura.

barbara

I BAMBINI LO SANNO

che cosa significa libertà:

E torna irresistibilmente alla mente il video che mostra le donne afghane, immediatamente dopo la ritirata dei talebani, strapparsi di dosso i burqa e buttarli tra le fiamme. Piccolo sacrificio, sostiene qualcuno: con la mascherina cancello la parte più identificativa della mia persona. In cambio di un grande vantaggio, viene aggiunto: ancora tutto da dimostrare, secondo molti.

barbara

QUA SI FA CONCORRENZA AL PADRETERNO

E quasi quasi si rischia anche di vincere.

Delirio di Crisanti: “Io non sbaglio mai”

Persino Massimo Galli, che su questo sito abbiamo spesso criticato, ha ormai fatto ammenda, riconoscendo i suoi errori sulle previsioni catastrofiste post riaperture. C’è qualcun altro, invece, che non ne vuole sapere di “pentirsi”. Anzi: insiste nel sostenere di aver avuto sempre ragione.
È il caso, più unico che raro, del virologo Andrea Crisanti, intervistato oggi dal Corriere della Sera, offre un saggio di rara faccia tosta. Anzitutto, nega di aver consigliato “senza dubbio” il vaccino Astrazeneca alle giovani donne. Tanto che Alessandro Trocino è costretto a ricordargli che lo aveva dichiarato a Skytg24. Risposta di Crisanti: “Sono sempre stato coerente su tutto”. Per la serie: che c… c’entra? Ma il delirio del professore non finisce lì. “Può capitare di sbagliare”, lo incalza il giornalista. “No”, risponde lui perentorio. “Lei non sbaglia mai? Non fa errori?”. “Quali errori? Me ne dica uno”. In realtà, più che “uno”, ce ne sono molti.
Ci sarebbe l’imbarazzo nella scelta ad elencarli tutti. Glielo segnaliamo noi, il più clamoroso: aver pronosticato fino a 800 morti al giorno dopo il decreto del 26 aprile sulle riaperture. Ma anche i già citati balletti sul vaccino Astrazeneca, visto che, quando era emersa la “forte raccomandazione” di non somministrarlo ai giovani, lui lamentava il fatto che l’Italia si fosse accodata alla Germania, senza esercitare alcuna “valutazione indipendente”, mettendo perciò “in pericolo tutto il piano di vaccinazione”. Poi, Crisanti è caduto dal pero, puntando il dito sugli open day, in cui si rifilava ai ragazzini il siero anglosvedese.
Per Crisanti, insomma, vale un vecchio motto ingenerosamente attribuito al filosofo Hegel: “Tanto peggio per i fatti”, se i fatti non si accordano alla teoria, ovvero alla sgangherata narrazione autocelebrativa del telepredicatore in camice bianco. (qui)

E riporto anche due commenti, che mi sembrano molto pertinenti, oltre che gradevoli:

Mimmo
C’è un che di sinistro nelle facce di questa gente, di poco pulito, come un’ombra, insieme ad una comica asimmetria dei tratti. Le enormi narici e gli occhi spaventati di Crisanti, il ciuffone e la dentatura sgangherata di Burioni, la mimica unita ad assenza totale di empatia nella comunicazione in Galli, poi quell’altro là di Gimbe, che si guarda sempre intorno, speriamo che non mi becchino… Guardate Paolo Stoppa ne L’Oro di Napoli’, quando fa finta di buttarsi giù dal terrazzo, ecco quello sguardo lì. Se ci fosse del buono in loro, bè si vedrebbe, in qualche modo. Ma no. Non sono certo stupidi, ma neanche così intelligenti, sono furbi.

Gianluca P.I.
Bella foto, faccia distrutta, barba incolta, capelli in disordine, il tutto con un’inferriata a fare da sfondo, Rebibbia o Regina Coeli?

Effettivamente…

Aggiungo queste splendide citazioni commentate.

gandol:

Sembra passato un secolo da quando Andrea Crisanti, microbiologo dell’Università di Padova, nel giugno 2020, parlò a Un giorno da pecora della sua estrema riluttanza a rilasciare interviste: «Faccio fatica a parlare, soprattutto in tv». Seguirono un migliaio di interviste, ospitate, interventi, polemiche, alterchi, fino a quando al Corriere del Veneto, il 21 ottobre, confessò di essere stremato e annunciò il ritiro, o quasi: «Sono stanco e sovraesposto. Serve un giro di vite, limiterò di molto la mia presenza su giornali e tv». Il giorno dopo si presentava sorridente a Piazzapulita. Da allora, Crisanti, insieme al professor Massimo Galli, è stato forse l’ospite più invitato delle tv italiane

E questa introduzione da la misura del personaggio.

Ad aprile disse: a fine maggio ci sarà una nuova ondata. Non si è vista.
«Non dissi così. Dicevo solo che era intempestivo aprire allora».

Dichiarazione:  “Di questo passo non è pessimistico pensare che a fine maggio ci sarà una nuova ondata, ma assai realistico”.

Sì, quindi in pratica non l’ha detto ma l’ha predetto. Non è Cassandra, perché ella era sì profeta di sventura ma aveva ragione. Lei, sig. Crisanti, ha detto una cosa nascondendola dietro formule dubitative. Lei avrebbe detto che i Greci sarebbero arrivati dal mare o dalla Terra e poi vedendoli uscire dal cavallo avrebbe affermato: “Ecco! visto che i greci c’erano?”
Ma fin qui andrebbe anche bene: le previsioni sono statistica, uno può anche avere i dati dalla sua, dare un’interpretazione formalmente corretta della probabilità, ma poi la cosa più probabile non si realizza.

I numeri dei decessi sono calati drasticamente ma per lei «non c’è niente da festeggiare».
«Beh sì, non andrei orgoglioso di questi numeri. Dal 26 maggio a oggi ci sono state 7 mila vittime. Se mi avessero ascoltato ce ne sarebbe state molte meno».

Questo dato da dove arriva? Secondo le statistiche del ministero ci sono stati circa 1900 morti dal 25 maggio. Tirando fuori i dati a muzzo tutti possono dimostrare qualsiasi cosa.

Ma non ne stiamo uscendo comunque?
«No, restiamo un Paese molto vulnerabile. In Germania i contagi aumentano, perché si fanno tamponi e tracciamento. Qui o se ne fanno pochi o troppi antigenici e pochi molecolari. Non ne ho idea».

L’idea non è sbagliata. Ma il problema è che la frase non significa nulla perché si chiude con un “non ne ho idea”. Come dire: “questo è un buon prodotto oppure è uno pessimo. A te la scelta”. Ma la dichiarazione rende impossibile una decisione posata, perché il valore dell’informazione trasmessa è zero.

Come non ne ha idea? Comunque su AstraZeneca gira un suo vecchio tweet: «Consiglierei AstraZeneca senza dubbio anche alle donne giovani».
«Mai scritta questa cosa».

Che è una risposta da paraculo, avendolo lei detto e non scritto. Poi, sig. Crisanti, ha ragione sul fatto che i giornalisti non dovrebbero sintetizzare in un virgolettato un pensiero più complesso. Ma non è quello che sta sostenendo lei.

  Può capitare di sbagliare.
«No».

L’unico modo che esiste, per non sbagliare mai, è non fare mai nulla. Oppure dire tutto e il contrario di tutto.

Avrà cambiato idea qualche volta.
«No, non sono una banduerola».

Essere coerenti non significa non cambiare mai idea ma essere privi di contraddizioni. La banderuola non è incoerente, perché fa il suo lavoro, ovvero segnalare da che parte tira il vento.

Ma spesso si è contraddetto, come molti suoi colleghi. Anche il professor Galli ha ammesso di non avere indovinato le ultime previsioni. Lei non sbaglia mai? Non fa errori?
«Quali errori? Me ne dica uno».

Per esempio il fatto di aver aspettato una morta legata al vaccino di Astrazeneca per attaccare tutto il mondo e guadagnare visibilità. Il discorso che lei aveva fatto il 7 aprile sostenendo che i vaccini sono statisticamente più sicuri di altri eventi a cui la gente si presta volentieri non era sbagliato per se. E’ sbagliato il fatto che oggi lei rinneghi quanto ha detto tre volte prima che il gallo canti; questo significa essere incoerenti.

A lei non viene in mente proprio niente?
«No. Anzi, se mi avessero dato retta a febbraio, Lombardia e Veneto non avrebbero fatto quella fine».

Va bene, se lei fosse il Dio Imperatore Crisanti le cose andrebbero diversamente e vivremmo tutti nel regno di Utopia. E se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato un tram e io sarei andato a Milano senza pagare il biglietto. (qui)

Quello che mi viene da chiedermi è: è sempre stato così e nessuno se n’era accorto, o prima era normale e poi col fatto di essere stato l’unico, in quel momento, ad avere fatto la cosa giusta contro il parere del governo e del CTS si è montato la testa e si è convinto di essere il Padreterno in persona. Quello che è certo, comunque, è che col suo terrorismo mediatico è un soggetto estremamente pericoloso, sotto tutti gli aspetti.

barbara

IDIOTI E PER GIUNTA COPIONI

Le scuole in America cancellano le feste cristiane 

I giacobini in Francia divisero il tempo in unità “razionali e naturali”. Nel calendario ci misero le festività patriottiche ispirate a valori civili: Virtù, Genio, Lavoro, Remunerazione. Santa Cecilia divenne il giorno della rapa, Santa Caterina il giorno del maiale, Sant’Andrea il giorno della zappa… E fra una testa e l’altra che ghigliottinavano, anche l’ape regina divenne “l’ape che depone le uova” [e dunque, oltre che coglioni, i nostri contemporanei politicamente corretti, sono anche incapaci di essere originali], la Chiesa di San Lorenzo divenne il tempio del Matrimonio e della Fedeltà, Notre Dame il tempio della Ragione e Montmartre divenne Monte Marat…

In America da oggi le feste si chiameranno “giorni liberi” [e questi sì che sono cambiamenti epocali!]. Racconta Newsweek che è la decisione del consiglio scolastico di Randolph Township nella contea di Morris, New Jersey, che ha votato all’unanimità per rimuovere i nomi delle festività dal calendario accademico. Basta Natale, Pasqua, Giorno del Ringraziamento e Memorial Day, così come le festività ebraiche come Rosh Hashanah e Yom Kippur. “Se non abbiamo nulla sul calendario, non avremo nessuno con i sentimenti feriti o qualcosa del genere”, ha detto il membro del consiglio Dorene Roche. [GRANDE! Smettiamo di parlare e non avremo nessuno che si sentirà offeso, smettiamo di compiere qualunque gesto e non avremo nessuno che potrà risentirsi, suicidiamoci in massa tutti sette miliardi e otto, e sulla Terra la pace regnerà sovrana. Ma vaffanculo, va’]

E’ la decisione presa anche dal più grande distretto scolastico dello stato americano del Maryland, Montgomery County, racconta il Washington Post. Lì è cominciato quando un gruppo di musulmani ha chiesto di inserire la festa dell’Eid. Per non scontentare nessuno, o meglio per erigere il multiculturalismo a politica di stato, ha cancellato anche il Natale e il Venerdì santo, Yom Kippur e Rosh HaShanà. Stessa scelta di alcune scuole in California: via le festività cristiane.

Questo delirio “inclusivo” arriverà anche in Europa. Anzi, è già qui.

L’Osservatorio della laicità in Francia – l’organo istituito dal presidente François Hollande per coordinare le sue politiche neolaiciste – ha proposto di eliminare alcune feste nazionali cristiane per far posto a quelle islamiche. L’annuale processione a lume di candela di Santa Lucia (“Sankta Lucia”), una tradizione cristiana svedese che si celebra da centinaia di anni, “sta scomparendo”. Uddevalla, Södertälje, Koping, Umeå e Ystad sono alcune del crescente numero di città che non ospitano più questa bella manifestazione culturale. Secondo Jonas Engman, un etnologo del Museo nordico, l’interesse sempre minore per la processione di Santa Lucia accompagna una disaffezione radicale verso la cultura della Svezia cristiana. Dame Louise Casey, “zar” dell’integrazione del governo britannico, ha avvertito che “le tradizioni come la celebrazione del Natale scompariranno”. In Belgio, la democrazia più islamizzata d’Europa, a Holsbeek, alle porte di Bruxelles, non è stato allestito il presepe per “non offendere i musulmani” [Non ho capito: se Gesù, Issa in arabo, è un profeta musulmano (e palestinese, non dimentichiamolo!), che cosa c’è che non va bene nel festeggiare la sua nascita?]. Come riportato dal quotidiano La Libre, i calendari scolastici della comunità francofona del Belgio stanno utilizzando una nuova terminologia: la festa di Ognissanti (Congés de Toussaint) viene chiamata “congedo di autunno”; le vacanze di Natale (Vacances de Noël) diventano “vacanze d’inverno” e le vacanze di Pasqua (Vacances de Pâques) sono diventate “vacanze di primavera” (Vacances de Printemps).

Ha ragione Charles Consigny quando sul settimanale Le Point scrive che “a forza di questa tabula rasa del nostro passato faremo piazza pulita del nostro futuro”.

Ci stanno rubando tutto. Guardiamoci almeno qualche minuto di Santa Lucia, prima che la caccino anche da Youtube.

barbara

UN PAIO DI DOMANDE INDISCRETE

Bisogna dire “genitore che partorisce”, perché la parola “madre” è discriminatoria nei confronti delle “ragazze col cazzo” come a volte amano dichiararsi con grandi cartelli, che madri non possono essere. Ma queste ragazze col cazzo che non possono diventare madri, possono per caso partorire? Qual è il guadagno nell’orrenda sostituzione? Se vanno in crisi per il sostantivo che indica ciò che non potranno mai essere, ci andranno di meno con il verbo che indica ciò che non potranno mai fare? Perché non ci son santi ragazzi, se non nasci con vagina utero tube ovaie e un bel XX, puoi farti castrare e pompare di ormoni quanto ti pare, e farti chiamare Loretta fino allo sfinimento, ma di partorire te lo sogni.
E quelle donne nate donne, rimaste donne, che si sentono donne, che possono benissimo diventare madri adottando ma non possono partorire  a causa di un’isterectomia, di un’ovariectomia bilaterale, di tube non pervie, perché affette da sindrome di Turner o altro ancora, come dobbiamo chiamarle? Se madri no perché se no i trans poverini poverini si avviliscono, dobbiamo chiamare anche loro genitori che partoriscono aggiungendo al danno la beffa – la presa per il culo, per chiamare le cose col loro nome – oltre alla palese falsità?

E poi non bisogna dire donna, bensì mestruante. I trans non “mestruano”, ovviamente, perché gli uomini non mestruano, da che mondo è mondo, e quindi invece che con l’aborrito “uomo” li chiamiamo col bellissimo “non mestruante”. Però anch’io sono non mestruante, da una ventina d’anni: sono equiparabile a un trans? Anche se ho vagina e ovaie e non pisello e palle? Anche se non ho avuto bisogno di pomparmi di ormoni per avere le tette? Anche se ho XX e non XY? E, per inciso, anche le figlie della mia vicina che vanno all’asilo sono sicuramente non mestruanti, epperò non mi sembra che assomiglino molto a dei trans.

La prossima domanda la faccio fare all’amico
Renato Miele

Domanda ingenua: perché nel caso di Saman, la ragazza pachistana di cui si sospetta [di cui ora è certa] l’uccisione, non si è ancora sentita la parola FEMMINICIDIO?

È una domanda difficile, e dubito che qualcuno riuscirà a trovare una risposta.

Qualcuno  suo tempo ha ammonito che quando si bruciano i libri, prima o poi si bruceranno le persone. Nel 1933 hanno bruciato i libri

e meno di dieci anni dopo bruciavano le persone in quantità industriale. Adesso stanno decapitando le statue.

USA COLUMBUS STATUE BEHEADING

Fra quanto tempo…? Ah no, che domanda stupida: è da quel dì che i seguaci della religione di pace stanno decapitando le persone in quantità industriale e addestrando anche i bambini a tale nobile attività. A casa loro? No, cari, anche a casa nostra, dove le anime belle continuano a predicare accoglienza.

barbara

CAMILLA CANEPA

La bellissima diciottenne morta dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca, sul cui cadavere i  deliranti vaccinofobi si sono avventati come avvoltoi per sbandierarla come la “prova” che i loro deliri e la loro criminale disinformazione non sarebbero altro che giusta e motivata diffidenza, e sbatterla in faccia ai propri critici.

Camilla Canepa soffriva di una malattia autoimmune 

La ragazza di 18 anni deceduta dopo il vaccino AstraZeneca era affetta piastrinopenia autoimmune familiare e assumeva una doppia terapia ormonale. La somministrazione della dose era avvenuta il 25 maggio

Camilla Canepa, la 18enne ligure morta dopo essersi sottoposta alla vaccinazione volontaria con il siero anti-covid AstraZeneca, soffriva di piastrinopenia autoimmune familiare e assumeva una doppia terapia ormonale. Adesso toccherà agli investigatori scoprire se le due patologie fossero state indicate nella scheda consegnata prima della somministrazione del vaccino, avvenuta lo scorso 25 maggio.

Camilla Canepa soffriva di piastrinopenia autoimmune

Tra i documenti che stanno acquisendo i militari anche le relazioni dei dirigenti medici del San Martino Pelosi e Brunetti. Martedì verrà dato l’incarico ai medici legali Luca Tatjana e Franco Piovella. Ma cos’è a piastrinopenia?Nota anche come trombocitopenia o ipopiastrinemia, si verifica nei pazienti con un numero di piastrine circolanti nel sangue inferiori alla soglia di 150.000/mm3. Questa particolare malattia influenza la coagulazione del sangue  a causa della quantità ridotte di piastrine, numero che può assottigliarsi ancora di più a causa di diversi fattori.

Cos’è la Piastrinopenia autoimmune

Intanto è in corso al Policlinico San Martino di Genova l’espianto degli organi di Camilla. Secondo quanto appreso, è già stato espiantato il fegato, affidato alla staffetta appena partita per l’ospedale di Niguarda (Milano). Verranno espiantati altri quattro organi oltre al tessuto che verrà messo a disposizione dell’anatomopatologo della procura. “Un gesto ammirevole, un grande gesto d’amore”, ha detto il direttore generale del San Marino Giuffrida commentando la decisione dei genitori di Camilla di donarne gli organi.

Camilla Canepa, morta dopo i vaccino AstraZeneca

Camilla è deceduta all’ospedale San Martino di Genova ieri, giovedì 10 giugno. La 18enne era stata sottoposta a due interventi, uno di neuroradiologia interventistica per rimuovere il trombo meccanicamente e successivamente c’è stato un intervento dell’équipe neurochirurgica per la riduzione della pressione cranica legata all’emorragia. (qui)

Io sono allergica agli imenotteri. Se mi pungesse un’ape e io morissi di shock anafilattico si potrebbe dire che la mia morte è stata causata dalla passeggiata, dalle finestre che tengo gioiosamente aperte adesso che è finalmente arrivato il caldo, e certamente questi eventi non sono estranei alla mia morte, ma la realtà è che nessuna di queste cose mi potrebbe portare alla morte senza la mia allergia, e che d’altra parte, anche se prendessi ogni più microscopica precauzione, fino al punto di rinunciare a vivere, prima o poi potrebbe ugualmente capitare che un’ape mi raggiunga, mi punga e mi uccida.
Camilla non è morta perché AstraZeneca è una micidiale arma di distruzione di massa: è morta perché aveva una grave patologia incompatibile con un vaccino che funziona per mezzo del virus. Sembra incredibile che non abbia segnalato la cosa nel modulo compilato, e altrettanto incredibile che, se era segnalato, il medico non ne abbia tenuto conto (quello che ha esaminato il mio, vedendo un farmaco che viene usato anche per il Parkinson, si è preoccupato di chiedermi per quale motivo lo prendo). Il motivo per cui si è verificato il tragico incidente non è ancora stato chiarito; ciò che è invece prettamente chiaro, alla luce delle centinaia di milioni di persone vaccinate con AstraZeneca, è che AstraZeneca NON è uno strumento di morte. E dunque, esattamente come per Seid, giù le mani da Camilla.

barbara