SALVINI ERA IL MALE ASSOLUTO

Ma poi per fortuna il suo posto è stato preso da una signora per bene, e adesso finalmente viviamo nel migliore dei mondi possibili.

Scandalo Lamorgese: “Poteva capitare ovunque”, la ministra Pilato se ne lava le mani

Ne ha accoltellati cinque, tra cui un bambino alla gola, siccome pretendeva di viaggiare senza biglietto. Era pericoloso, segnalato dalle polizie di tutta Europa, ce l’avevamo noi, arrivato da qualche mese in fama di rifugiato somalo. Balordo, fatto, con addosso coltelli e forbici. L’hanno messo dentro e ovviamente ha cominciato a dar di matto, a dire che sente le voci e l’avvocato ha chiesto l’immancabile perizia psichiatrica. Troveranno un modo per definirlo disturbato, spaventato, vittima del capitalismo globalista, del razzismo sovranista, lo manderanno da qualche prete manager, in breve sarà ancora libero.
È solo l’ennesimo di una serie infinita, ormai questi “martiri” del mondo hanno capito due cose: la prima è che l’Italia li mantiene, la seconda è che non li punisce, anzi più delinquono e più li esaltano. Qualunquista dirlo? No, è l’unica realtà dei fatti e si ripete ogni giorno: mentre il somalo cercava la sua strage, su un treno uno del Mali prendeva a testate il controllore che gli chiedeva il biglietto, poi si scagliava contro i passeggeri. Abbiamo un ministro di polizia che prima esprime rammarico, vicinanza alla famiglia, poi con una scrollata di spalle: “Cose che succedono, poteva capitare ovunque”. Ma è capitato qui, e lei ne ha la responsabilità oggettiva.
Chi è questa Lamorgese che non sa arginare nessuna invasione, si tratti di clandestini o di parassiti da rave party? È una che, da prefetto a Milano, ha lasciato ridurre la metropoli a una Babele invivibile e in premio l’hanno fatta ministro, secondo le logiche degli equilibri politici, delle lottizzazioni in nome della democrazia. Dice di lei il presidente Draghi: è un ottimo ministro, fa il meglio del meglio, la proteggo io. I risultati si vedono, non solo o non tanto sul piano operativo, amministrativo, quanto su quello umano: poteva succedere in ogni luogo, in ogni momento, a chiunque. Così la ministra Pilato se ne lava le mani, con fastidio al limite del disprezzo. Ma se il bambino pugnalato alla gola fosse morto, cosa mai direbbe? Che è colpa di chi l’ha preceduta? Del liberismo? Del Covid? O di non farla tanto lunga, che son cose che capitano?
La Verità sta portando avanti una campagna per farla dimettere, meritoria, doverosa campagna perché Lamorgese semplicemente non è in grado di fare il ministro, men che meno di polizia (e la situazione di Milano dimostra che nemmeno il prefetto): sono i risultati a condannarla, è la situazione fuori controllo, sono i crimini regolari, quotidiani, è il suo disinteresse esibito come da un’aliena, una che considera suo mestiere mandare le guardie a mazzolare gli insofferenti al lasciapassare, ma lasciar correre tutto il resto.
La sua copertura ai diecimila del rave nel Viterbese è stata scandalosa, la sua latitanza sui clandestini vergognosa, il suo disprezzo per le conseguenze, per le vittime parla da solo. Eppure nessuno la tocca. I media la sostengono, il premier la blinda, il capo dello Stato, così solerte quando al Viminale c’era Salvini, non fiata, il Pd ovviamente ringhia contro chiunque ne sindachi l’operato. Una così dovrebbe tutelarci dalla risorgenza del terrorismo islamista di matrice afghana? Che i nostri Servizi ci proteggano, ma dovesse succedere il peggio, sarà anche per l’inconsistenza di un prefetto fallimentare, messo nel posto sbagliato e lasciato ad onta della sua inettitudine. Sarà responsabilità condivisa, e non perdonabile.
Max Del Papa,15 Set 2021, qui.

Già, Speranza lo protegge Draghi, Lamorgese la protegge Draghi, Di Maio lo protegge Draghi, la Costituzione la protegge Mattarella e noi ci becchiamo questo

con l’aggiunta dell’impunità garantita per chi delinque, non importa quanto grave sia il crimine. Ma l’importante è avere tolto il telecomando all’orco Salvini, mangiatore di bambini e affossator di clandestini, per omnia saecula saeculorum. Se poi ci scappa il ferito o anche il morto pazienza, sono cose che capitano. E poi mica sono parenti suoi.

barbara

TALE PADRE TALE FIGLIA

Cecilia Strada 

Aaaallora. Avevo pensato di dare una serie di risposte collettive, informative ed educative, a tutte le bufale su mio padre, Gino Strada, che mi sono state segnalate nelle ultime settimane (dalla vaccata della residenza in Svizzera alla bufala sui soldati italiani a Mosul, passando ovviamente per gli anni ’70, katanga, Ramelli e diffamazioni varie che hanno già perso in un tribunale, ripeto che hanno già perso in un tribunale).

Poi ho pensato che no, non ho il dovere di educare chi calunnia. Io sono responsabile di quello che faccio e dico. Gli altri devono fare lo stesso, anche quando inciampano in una bufala e anziché controllare – come faccio io prima di parlare – la fanno propria diffondendola. Io non ho il dovere di educare gli altri, e chi calunnia è l’unico responsabile delle proprie parole.

Questa settimana ho troppo da fare, ma settimana prossima prometto che trovo due ore per parlare con l’avvocata e arrivo, ragazzi, arrivo da tutti. Se avete condiviso bufale senza pensarci, vi consiglio di trovare anche voi due ore per la vostra avvocata, perché ho un sacco di voglia di finanziare un po’ di soccorsi in mare con i vostri soldi.

E anche questo, in realtà, sarà educativo: insegnerà a un po’ di persone come si sta al mondo, che esistono le leggi, e che non si può diffamare a caso. Poi magari potete rivolgervi – per aiutarvi a pagare il risarcimento – a quelli che vi hanno riempito di bufale. Dubito vi aiuteranno, ma potete provare. Buooona serata!

Gente lurida, di padre (e madre) in figlia, che vuole i nostri soldi per foraggiare i trafficanti di esseri umani, svuotando l’Africa delle sue risorse umane e scaraventandole sulle nostre coste, per metterle al servizio della criminalità organizzata o a raccogliere pomodori dall’alba al tramonto per una manciata di euro al giorno, perché lei è una filantropa, sta scritto su Wikipedia. Poi un paio di mesi fa ha anche rivelato pubblicamente di essere bisessuale – perché far sapere con chi si scopa è essenziale per fare il mestiere del filantropo – e quindi adesso vale doppio, se la critichi, adesso che è finocchia, oltre che filantropofobo negrofobo negrierofobo e clandestinofobo sei anche finocchiofobo. Forse tra l’altro è il caso di segnalare a Israele la lurida lettera scritta dalla defunta sposa e madre e suggerirgli di trovarsi un buon avvocato che faccia sputare un bel po’ di soldini per la diffamazione e calunnia ivi condotte, in modo da poter meglio combattere contro i terroristi rimessi, dal  signor Strada, in condizione di tornare ad ammazzare infedeli, a partire dagli ebrei. Ricordando, per inciso, che se la signorina Strada ci denuncia accusandoci di avere mentito su suo padre, è lei a dover dimostrare che noi mentiamo e che suo padre non era un terrorista, non viceversa: se siamo ancora in uno stato di diritto, è l’accusa che deve essere provata, non la difesa.
E stendiamo un velo pietoso sul suo stile di scrittura da bimbaminkia, che sarebbe penoso a quindici anni, figuriamoci a quarantatré suonati.

barbara

E REGALIAMOCI ANCHE IL TERZO EROE

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“So cosa devo fare.”

Il 28 settembre 1943, un addetto nazista di alto livello in servizio a Copenaghen, in Danimarca, scrisse queste parole nel suo diario mentre prendeva la decisione più audace di tutta la sua vita. Georg Ferdinand Duckwitz aveva servito il Terzo Reich nella Danimarca occupata per circa quattro anni, nonostante la sua personale avversione per il programma nazista. E gli era appena arrivata la notizia che due giorni dopo tutti gli ebrei danesi sarebbero stati rastrellati dalla Gestapo e mandati nei campi di concentramento. È stato allora che si è buttato nell’azione.
Duckwitz si è precipitato nell’ufficio del politico e leader della resistenza danese Hans Hedtoft e ha consegnato il suo messaggio cruciale. La resistenza ha quindi dato vita a una delle più straordinarie opere di salvataggio dell’Olocausto, con 7.220 dei circa 7.800 ebrei danesi trasferiti immediatamente in Svezia con il favore della notte. Quando il 1 ottobre i nazisti attraversarono l’intero paese per raccogliere tutti gli ebrei, non ne trovarono che poche centinaia in tutto lo stato, e già all’una di notte la loro campagna fallita fu dichiarata conclusa. (Qui, traduzione mia)

John Kuroski

Di più: qui

E di questa storia davvero non sapevo niente (e alla faccia di chi pensa che l’individuo da solo non è nulla).

barbara

E ANCHE QUESTO, DOPOTUTTO, È UN EROE

La gioia del medico musulmano del Regno Unito nell’aiutare a separare le gemelle siamesi ebree israeliane

Nato in Kashmir, il dottor Noor Ul Owase Jeelani, un’autorità mondiale sui gemelli siamesi, afferma di aver lavorato per mesi con il team israeliano: “Tutti i bambini sono uguali, di qualsiasi colore o religione”

Un medico musulmano di Londra ha parlato del suo orgoglio e della sua gioia nell’aiutare a separare le gemelle siamesi ebree israeliane poco più di una settimana fa, dicendo che ciò dimostra che “dal punto di vista di un medico, siamo tutti uguali”.
Il personale del Soroka University Medical Center di Beersheba ha completato con successo l’operazione sulle gemelle congiunte alla testa e ha affermato che ora probabilmente le bambine potranno crescere e vivere una vita normale.
L’équipe medica ci è riuscita nonostante non avesse mai eseguito un intervento del genere, che comportava complesse decisioni sui due piedi su quale vaso sanguigno dare a quale gemella, e valutando in tempo reale l’impatto che le decisioni immediate stavano avendo sul funzionamento del cervelli.

Ora, l’uomo che ha presentato l’esperienza, ha raccontato la sua storia a The Times of Israel – e ha detto che dovrebbe servire a ricordare che la medicina trascende tutte le divisioni.
Il dottor Noor Ul Owase Jeelani, neurochirurgo pediatrico al Great Ormond Street Hospital di Londra, ha eseguito altri quattro interventi di separazione su gemelli congiunti alla testa con crani fusi, cervelli intrecciati e vasi sanguigni condivisi. Lui e il suo collega, il professor David Dunaway, sono considerati i massimi esperti mondiali su questi casi.
Jeelani dirige un’organizzazione no-profit, Gemini Untwined, per pianificare ed eseguire questo genere di operazioni. Quando i medici del Soroka hanno dovuto prepararsi per l’operazione, lo hanno contattato. Ha accettato, per la prima volta, di operare al di fuori del Regno Unito.
Ha detto che il fatto che un medico musulmano nato in Kashmir si sia sterilizzato a fianco di una squadra israeliana per aiutare una famiglia ebrea è stato un promemoria della natura universale della medicina.
“È stata una famiglia fantastica quella che abbiamo aiutato”, ha affermato. “Come ho detto per tutta la vita, tutti i bambini sono uguali, di qualsiasi colore o religione”, ha detto. “Le distinzioni sono fatte dall’uomo. Un bambino è un bambino. Dal punto di vista medico, siamo tutti una cosa sola”.
Ha trovato profondamente commovente la gioia della famiglia per il successo dell’operazione.
“C’è stato un momento molto speciale in cui i genitori erano al settimo cielo”, ha affermato. “Non ho mai visto in vita mia una persona sorridere, piangere, essere felice ed essere sollevata allo stesso tempo. La madre semplicemente non poteva crederci, abbiamo dovuto prendere una sedia per aiutarla a calmarsi”.
Il coinvolgimento di Jeelani con i gemelli siamesi è iniziato nel 2017, quando un neurochirurgo di Peshawar, in Pakistan, gli ha chiesto di operare su due gemelle siamesi identiche, Safa e Marwa, nate tre mesi prima da una donna del nord del Pakistan rurale.
Ha raccolto i soldi da un commerciante di petrolio pakistano di nome Murtaza Lakhani e, con Dunaway, ha eseguito con successo l’operazione, dopo centinaia di ore di preparazione. Ha proseguito fondando Gemini Untwined ed eseguendo altri interventi chirurgici.
Ha lavorato per mesi alla chirurgia israeliana.
“Siamo stati coinvolti fin dall’inizio, parlando con la squadra in Israele e pianificandolo con loro per un periodo di sei mesi”, ha detto.
Jeelani ha aggiunto: “Questo ultimo intervento soddisfa un obiettivo chiave della nostra organizzazione benefica, ossia mettere squadre locali all’estero in condizione di intraprendere questo lavoro complesso, utilizzando con successo la nostra esperienza, conoscenza e abilità acquisite negli ultimi 15 anni con i nostri precedenti quattro gruppi di gemelli.” (Qui, traduzione mia)

barbara

GLI EROI CHE NON CONOSCIAMO

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Ricordando Rick Rescorla, capo della sicurezza di Morgan Stanley, responsabile di aver salvato più di 2.700 vite, e che ha cantato canzoni per mantenere la calma durante l’evacuazione.

Quando il volo 11 dell’American Airlines ha colpito la torre accanto a lui, l’autorità portuale ha ordinato a Rescorla di tenere i suoi dipendenti alle loro scrivanie. 

“Ho detto, ‘Togliti dalle palle, figlio di puttana’”, ha detto Rescorla a un funzionario in una telefonata quella mattina. “Tutto ciò che è sopra il punto colpito dall’aereo crollerà e porterà con sé l’intero edificio. Io porto la mia gente fuori di qui, cazzo.”

Rescorla, che era nel WTC al momento degli attentati del ’93 e aveva spesso avvertito l’Autorità Portuale e la sua compagnia delle carenze di sicurezza del World Trade Center, aveva già emesso l’ordine di evacuazione. Per anni aveva fatto eseguire ai dipendenti di Morgan Stanley esercitazioni di emergenza, e quel giorno tutto questo ha dato i suoi frutti: quando il secondo aereo ha colpito il loro edificio, appena 16 minuti dopo che il primo aereo aveva colpito la torre opposta, più di 2.700 dipendenti e visitatori erano fuori.

Durante l’evacuazione, Rescorla ha rassicurato con calma le persone cantando “God Bless America” ​​e altre canzoni patriottiche su un megafono mentre scendevano le scale.

Durante l’evacuazione Rescorla chiamò sua moglie, secondo The New Yorker:

“Smettila di piangere”, le disse. “Devo far uscire queste persone in sicurezza. Se dovesse succedermi qualcosa, voglio che tu sappia che non sono mai stato più felice. Hai reso felice la mia vita”.

Rescorla è stato visto per l’ultima volta al decimo piano della Torre Sud, mentre si dirigeva verso l’alto per cercare eventuali ritardatari. Il suo corpo non è mai stato trovato. (Qui, traduzione mia)

#September911 #911Heroes #NeverForget #RickRescorla

Eddie Dvir

barbara

11 SETTEMBRE – LE IMMAGINI

Un’interessante analisi da parte di un fotografo professionista.

Cosa abbiamo visto l’11 settembre

Fra le migliaia – sicuramente decine di migliaia, probabilmente centinaia di migliaia – di fotografie scattate vent’anni fa alle Torri Gemelle in fiamme, c’è anche un dagherrotipo.

Lo realizzò Jerry Spagnoli, un appassionato di antiche tecniche fotografiche. Appena avuta la notizia dell’attentato, non ebbe esitazioni: salì sul tetto della sua casa di Chelsea, montò sul treppiede la pesante fotocamera di legno, inserì la lastra, tolse il copri-obiettivo e impressionò la veduta, con una esposizione di tre secondi.

Poche ore dopo, in orbita a 250 miglia di altezza sulla crosta terrestre, il comandante Frank Culberston puntò una videocamera digitale verso la superficie terrestre, affacciandosi all’oblò della Stazione Spaziale Internazionale, e prese una veduta zenitale di Manhattan attraversata da un pennacchio di fumo.

In qualche modo, lo spettacolare atto di guerra con cui si inaugurò il terzo millennio riuscì a convocare attorno a sé quasi due secoli di storia della fotografia, dalla prima tecnica efficiente alla ultima applicazione dell’era spaziale.

Obiettivo raggiunto. Bisogna dolorosamente riconoscerlo: progettato per essere il singolo più grande show sanguinario nell’era della riproducibilità tecnica, lo fu davvero. Un evento chiave, un punto di svolta nella storia mondiale, certo; ma anche nella storia delle immagini.

Una svolta che con meticolosa pazienza l’ex photoeditor di Life, David Friend, ricostruì qualche anno fa in un libro documentatissimo, Watching the World Change, da cui ho tratto queste notizie.

Chi organizzò l’attentato dunque fece bene i suoi conti. Voleva affermare un’era di terrorismo visuale. Lo fece.

Era, singolare e simbolica coincidenza, l’anno in cui per la prima volta una fotocamera veniva incastonata su un telefono portatile in commercio. Forse un po’ presto per sfruttare la novità.

Ma i registi del terrore sapevano di andare comunque a colpo sicuro. Prevedevano che il loro massacro pirotecnico sarebbe stato inquadrato dall’inizio alla fine, e riprodotto senza sosta, e rilanciato milioni di volte.

Che il preciso momento dell’impatto venisse registrato da qualche apparecchio, era per loro una certezza statistica.

Di fatto, alle 8.41 dell’11 settembre 2001, il momento del primo impatto, almeno tre video-fotoamatori (oltre a diversi sistemi video automatici) avevano la lente già puntata sulle Twin Towers.

Pochi istanti dopo, ovviamente, quelle lenti erano già migliaia. Pubbliche, private, professionali, amatoriali. Qualche coincidenza non premeditata accrebbe la feroce fortuna degli attentatori.

New York era piena di fotografi, quel giorno. La consegna degli MTV Award aveva attirato una sessantina di fotografi di agenzia. Il convegno periodico di Magnum riuniva quel giorno in città una quindicina di nomi del Gotha del fotogiornalismo.

Altri grandi star della fotografia erano casualmente lì. In poche ore, inquadrarono la tragedia celebrità come Steve McCurry, Alex Webb, Thomas Hoepker, James Nachtwey, David Turnley, Joel Meyerowitz, Mary Ellen Mark, Joel Sternfeld, Mike e Doug Starn, Jonathan Torgovnik, Eugene Richards e altri ancora.

Fu come gettare un sasso in piccionaia.

Senza mancare di rispetto alle quasi tremila vittime di quel giorno, si può dire che l’attacco all’America dell’11 settembre fu concepito, organizzato e realizzato essenzialmente come un assalto all’immaginario.

Armati di una sofisticata teoria semiologica, o forse di pura e semplice intuizione, i terroristi puntarono coscientemente sul potere destabilizzante delle immagini selvagge; sulla impossibilità, per l’avversario, di fermarle, di censurarle, almeno immediatamente.

Puntarono a colpire i loro nemici con la potenza delle immagini nude. Immagini all’arma bianca.

Fecero in modo che le immagini arrivassero al bersaglio grosso, l’anima del mondo intero, prima delle parole e della ragione. Fu la versione estrema, e criminale, del potere che tranquillamente abbiamo delegato alle nostre fotine relazionali: saltare direttamente al cuore.

Tutto, in quei giorni, ruotò attorno ad immagini ubique, travolgenti, irrefrenabili. Le dirette delle reti televisive rimasero per ore fisse sullo scenario. Le fotografie a piena pagina invasero le “prime” dei quotidiani. Le fotografie private, spontanee, vennero disseminate ovunque: piccoli schermi, in tutti i sensi, fra lo stupore terrorizzato di una metropoli e l’evento.

Non c’erano ancora i fotocellulari, ho detto. Non c’erano neppure i social network per condividere istantaneamente le foto prese per strada. Ma c’erano i blog, e si intasarono. Continua

Sicuramente una delle cose più interessanti in circolazione.

barbara

ALLA FIEERA DELL’EST PER DUE SOLDI UN BEL BAMBINO MIO PADRE COMPRÒ

Quanto costa comprare un “bambino perfetto”? 90.000 euro

A Parigi la fiera della maternità surrogata. C’è un prezzo per tutto, anche la scelta del sesso. Nel nostro Mondo Nuovo è meno rischioso vendere un bebé che entrare in un ristorante senza green pass

“Una fiera per la vendita dei bambini”. Così su Marianne la definisce Olivia Sarton, che fa parte dell’associazione “Juristes pour enfance”. Si è tenuta il 4 e 5 settembre all’Espace Champerret di Parigi con la benedizione delle autorità. “Chiunque può accordarsi con una azienda straniera per acquistare gli ovociti di una donna scelta da catalogo, per farli fecondare in un laboratorio con lo sperma del cliente, prima di farli impiantare nel grembo di un altro donna che metterà in pericolo la sua salute e la sua vita per aspettare un bambino che consegnerà alla nascita agli sponsor che pagano bene. Ciò che è noto come maternità surrogata è in realtà un moderno sfruttamento delle donne e una vendita di bambini”.
Solo poche settimane fa, celebrità francesi hanno pubblicato su Le Monde un appello a vietare la vendita di animali domestici sostenendo che “questo commercio porta all’oggettivazione dell’animale”. Ma nella stessa Parigi da due anni c’è un vero e proprio mercato della carne.
Rabbrividiamo all’idea del traffico di esseri umani e di animali, ma indulgiamo in questo “traffico riproduttivo”. E così, nel cuore di Parigi, società commerciali possono vendere tutto, dalla selezione del sesso del futuro bambino al suo possibile quoziente intellettivo. Video girati in incognito alla fiera dello scorso anno mostrano i costi e le contrattazioni fra aziende e clienti.

Diverse associazioni hanno manifestato sabato contro la fiera, racconta Le Figaro. “Abolizione internazionale della maternità surrogata!”. “La gravidanza non è un business”. “Gli esseri umani non sono una merce”. “I corpi delle donne non sono in vendita”. C’erano anche le femministe che indossavano l’abito dell’ancella dell’omonimo romanzo distopico di Margaret Atwood, in cui le donne vengono sfruttate dai ricchi per le loro capacità riproduttive.

Il listino prezzo delle cliniche ucraine Feskov presenti a Parigi (clic per ingrandire)

Sempre su Le Figaro Céline Revel-Dumas, autrice del libro GPA, Le Grand Bluff, che uscirà il 16 settembre per le Éditions du Cerf, scrive: “Gli ovociti di una studentessa alta un metro e ottanta ad Harvard vengono acquistati per 50.000 dollari, rispetto ai 6.000 per quelli di una donna che non soddisfa i criteri più alti dei clienti”. A Parigi si sono date appuntamento molte cliniche della fertilità, dalla Ivf di Barcellona alla Dunya di Cipro o la Fairfax Cryobank. Sul sito di quest’ultima si può scegliere tutto del donatore: gruppo etnico, colore dei capelli e degli occhi. Tante le compagnie ucraine presenti. Come Feskov, che annunciano la maternità surrogata “deluxe” a partire da 70.000 euro. Il prezzo aumenta a seconda delle “opzioni”. “Ci adattiamo anche ai nostri clienti che non vogliono viaggiare in Ucraina. Possono scegliere se le consegne avvengono in Belgio o in Grecia”, afferma da Parigi la responsabile  marketing Tetiana Prykhodko. Un bambino senza macchia, senza futuri problemi di salute o disturbi genetici, “sarà tuo per 90 mila euro”.
Conclude la giurista Olivia Sarton, “oggi è meno rischioso violare la legge vendendo la maternità surrogata che per un bistrot servire il caffè senza controllare il greenpass”. Così va nel nostro Mondo Nuovo. Oltre ogni immaginazione anche per Aldous Huxley…
Giulio Meotti

Per il prossimo mese di maggio la fiera del mercato di carne umana è prevista a Milano. È possibile firmare una petizione per chiedere di impedirne lo svolgimento. Io l’ho fatto.

barbara

QUANTO AVEVA RAGIONE MONTANELLI!

Barbero, lo “storico” che quando parla di storia infila puttanate a raffica, si dichiara contrario all’obbligo del green pass per accedere all’università, però contemporaneamente sembrerebbe favorevole all’obbligo vaccinale, che secondo logica dovrebbe essere un obbligo più “pesante” rispetto al green pass, visto che quello si può ottenere anche col tampone o avendo contratto la malattia ma tant’è, si sa che da quello c’è da aspettarsi di tutto. Tranne la logica e il sapere di che cosa sta parlando. Per meglio contestualizzare cito da Stefano Feltri

L’appello promosso da 300 professori universitari, a cominciare dal celebre storico Alessandro Barbero, in difesa degli evasori vaccinali indica uno dei punti più bassi della pur deprecabile storia degli intellettuali firmaioli all’italiana. L’appello contesta l’obbligo del green pass in università, con argomentazioni assai fragili, ma il punto più indifendibile del testo è quello che avalla l’equivalenza che circola nei più osceni gruppi estremisti tra richiesta del passaporto vaccinale e le stelle gialle cucite sugli abiti degli ebrei prima della Shoah. Questo è il significato del passaggio su «altri precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere». Già un simile ammiccamento, tanto più se arriva da storici di professione, dovrebbe squalificare la loro iniziativa in modo indelebile. Ma sorvoliamo per un attimo su questa aberrazione e stiamo al merito.
Assurdità surrettizia La logica di Barbero, dettagliata in una intervista al Corriere della Sera, è la seguente i vaccini sono efficaci, ma il governo è pavido perché non osa imporre l’obbligo vaccinale e segue l’approccio di un obbligo surrettizio, qual è l’esibizione di un certificato di vaccinazione, dunque questa richiesta va contestata.
(qui)

Ma non è di Barbero che voglio parlare, bensì di Selvaggia Lucarelli che, evidentemente in disaccordo con lui, gli rifila una presa per il culo micidiale (e, che si sia o no d’accordo col suo dissentire da Barbero, resta micidiale lo stesso):

Risultato? Social rigurgitanti di scema oca cretina stupida assurda sprovveduta antipatica acida spocchiosa ciuccia da rinchiudere presuntuosa irritante ignorante rapa cosa vuoi aspettarti da una come quella smettetela di leggerla smettetela di parlare di lei spaventoso montagne di schifezze assurdo pazzesco…

Diceva il buon Montanelli: con certa gente bisognerebbe sempre avvertire: attenzione, adesso faccio una battuta, poi metterla fra virgolette e poi, una volta chiuse le virgolette, riavvertire: attenzione, la battuta è finita, adesso parlo seriamente.

barbara

E PASSIAMO ALL’ALTRO “DISASTRO NUCLEARE” CHE HA INDOTTO A PRENDERE LE DISTANZE DA QUESTA FONTE DI ENERGIA: FUKUSHIMA

L’INCIDENTE DI FUKUSHIMA: UN’ECCELLENZA ITALIANA

Sono passati dieci anni da quando il mondo è stato col fiato sospeso per la paura a causa delle notizie che provenivano da Fukushima… forse è il momento di andare a vedere cosa è successo con un po’ più di freddezza e razionalità.

L’11 marzo 2011 il Giappone viene colpito dal quarto terremoto più forte mai registrato: magnitudo Richter 9.0, 30000 volte più potente di quello che ha raso al suolo L’Aquila. Nonostante il Giappone sia il paese più attrezzato al mondo contro i terremoti, questo riesce a provocare danni enormi: centinaia di migliaia di edifici vengono distrutti, centinaia di migliaia di persone restano senza fissa dimora. I morti ufficialmente sono 15.500, ma ad essi occorre aggiungere oltre 3000 dispersi.

In occasione del terremoto, la maggior parte delle centrali nucleari nel Giappone orientale viene spenta in via precauzionale: viene premuto il tasto di SCRAM e le reazioni si fermano istantaneamente, entra in funzione il raffreddamento ausiliario alimentato da generatori Diesel, e poi con calma si farà ripartire il tutto.

Questa operazione va a buon fine in tutte le centrali dove viene effettuata, e passata la scossa di terremoto nessuno dei 51 reattori suddivisi in 18 centrali ha registrato alcun tipo di problema.
50 minuti dopo il terremoto arriva lo Tsunami, e qui le cose si complicano. L’onda anomala, alta tra i 13 e i 15 metri, investe in pieno tre centrali site sulla costa orientale del Giappone: Fukushima dai-ichi, Fukushima dai-ni e Onagawa. Della seconda e della terza non sentirete mai parlare[1], semplicemente perché hanno assorbito anche un’onda anomala di 13 metri senza subire alcun danno; la prima invece diventerà tristemente famosa.

A Fukushima dai-ichi il muro di contenimento, costruito proprio per resistere a eventuali maremoti, è alto “solo” tredici metri (3,5 di barriera frangiflutti e 10 di barriera naturale): l’acqua tracima e allaga la centrale, i generatori diesel che alimentano il sistema di raffreddamento secondario vengono messi fuori uso.

È un problema? No, c’è un terzo sistema di raffreddamento di backup, alimentato con delle batterie, che hanno un’autonomia di sei ore. La TEPCO (Tokyo Electric Power COmpany) avrebbe dunque sei ore di tempo per sostituire le batterie o ripristinare i generatori diesel. Ma c’è appena stato un terremoto di Magnitudo 9.0, e il paese è in ginocchio: tutti i collegamenti autostradali e ferroviari del paese sono interrotti, ci sono blackout pressoché ovunque e le forze dell’ordine e l’esercito sono impegnati a tirare fuori le persone da sotto le macerie.

Esaurite le batterie, dunque, le barre di combustibile cominciano a scaldarsi, ma attenzione: i reattori sono spenti, non vi sono reazioni di fissione nucleare. Ciò che genera calore è il decadimento degli isotopi di transizione, e la quantità di calore è appena il 6% di quella che si genera con la fissione. Anche quel 6%, comunque, è in grado di causare danni: più precisamente, a 1200 gradi, lo zirconio di cui sono rivestite le canaline diventa chimicamente reattivo e catalizza l’idrolisi dell’acqua, generando idrogeno gassoso che esplode al minimo contatto con l’aria. Esplosioni di questo tipo vengono registrate nei reattori 1, 2 e 3. In assenza di acqua poi la temperatura continua a salire ancora più rapidamente, fino a raggiungere i fatidici 2800 gradi, il punto di fusione del diossido di Uranio. Il combustibile fuso è particolarmente pericoloso perché cola sul fondo del recipiente in pressione (pressure vessel) e può arrivare a fondere quest’ultimo.

Tuttavia qui non siamo a Chernobylgli edifici di contenimento ci sono e dunque la radioattività per il momento resta confinata. Occorre però raffreddare il reattore in qualche modo, e la cosa non è possibile per l’altissima pressione del vapore. Si decide così di operare un rilascio controllato di vapore per diminuire la pressione, con dei filtri che trattengono la maggior parte delle radiazioni all’interno, e poi di pompare acqua dal mare dentro la struttura.

Fino a questo momento l’incidente è ancora al livello INES-5.
Il reattore 4, nei giorni subito prima del terremoto, era stato messo in stand-by per il refueling, la sostituzione delle barre di combustibile vecchie con quelle nuove. Le barre esauste vengono tenute in una piscina per un certo periodo di tempo (fino a due anni), finché non sono abbastanza fredde e stabili da poter essere portate al sito di stoccaggio o al centro di riprocessamento.

La piscina in questione si trova all’esterno della struttura di contenimento primaria – che è una specie di bunker in cemento armato all’interno della centrale stessa. Quando i sistemi di raffreddamento saltano, le barre iniziano a scaldarsi e fanno evaporare l’acqua; la mattina del 15 marzo una sacca di idrogeno proveniente dal reattore 3 (gli edifici erano collegati) esplode, e fa saltare il tetto dell’edificio del reattore 4, permettendo al vapore radioattivo sottostante di finire in atmosfera. Visto che c’erano già uomini al lavoro sui reattori 1, 2 e 3, la situazione viene rapidamente riportata sotto controllo (in meno di tre ore), e le barre surriscaldate vengono subito raffreddate.

Dopo questa ulteriore dispersione radioattiva, che sarebbe un livello INES-6, il complesso degli eventi di Fukushima dai-ichi viene classificato come incidente di livello INES-7, ovvero “catastrofe”.

Orbene, vediamo i numeri della catastrofe.

  • Delle 170.000 persone evacuate, il numero di contaminati con potenziali conseguenze cliniche è stato di nove. Nessuno di essi ha comunque manifestato problemi di salute.
  • L’utilizzo di acqua di mare per raffreddare i reattori ha causato un iniziale aumento della radioattività marina nella zona, ma già dal 2012 il pesce pescato a Fukushima risulta indistinguibile da quello pescato da qualunque altra parte: la radioattività è rilevabile solo nei pesci di profondità ed è comunque al di sotto dei limiti di legge giapponesi.
  • L’incidente ha causato la morte di due operai, uno per il crollo di un controsoffitto causato dal terremoto e uno per annegamento causato dallo tsunami, nessuno per le radiazioni. Un terzo operaio è morto in maniera analoga nell’impianto di Fukushima dai-ni.
  • Dei 172 operai che hanno lavorato sull’impianto, 160 hanno assorbito dosi inferiori a 100 mSv (soglia sotto la quale non sono misurabili effetti sul corpo umano), i rimanenti 12 hanno assorbito dosi leggermente più alte (fino a 180 mSv), il che potrebbe aumentare leggermente la possibilità che contraggano in futuro un tumore alla tiroide, ma per il momento si trovano ancora in perfetta salute (il tumore alla tiroide comunque ha un tasso di sopravvivenza del 98-99%).
  • Nelle due settimane immediatamente successive all’incidente, gli abitanti della prefettura di Fukushima hanno assorbito una quantità extra di radiazioni pari a metà di una mammografia.
  • Uno studio sui bambini della zona un anno dopo gli eventi aveva inizialmente evidenziato una percentuale molto elevata di noduli nella ghiandola tiroide; un successivo studio fatto in doppio cieco ha poi smentito la possibilità che questi potessero essere stati causati dalle radiazioni.
  • Lo studio sugli effetti del “disastro”, effettuato da OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche) nel 2013, circa i morti da radiazioni e i possibili danni alle generazioni future afferma quanto segue:
    “Non sono stati osservati casi di morti o di malattie indotte dalle radiazioni, né tra i lavoratori della centrale né tra i cittadini esposti alle conseguenze dell’incidente. Le dosi assorbite dalla popolazione nell’anno successivo all’incidente sono generalmente basse o molto basse, e ci si aspetta che rimangano tali per il resto della loro vita. Non si ci aspetta nessun tipo di aumento dell’incidenza di effetti sulla salute dovuti alle radiazioni sui cittadini esposti alla contaminazione o sui loro discendenti. Le conseguenze maggiori si sono avute dal punto di vista psicologico e sociale”.
  • Alcuni giorni fa è stato pubblicato un nuovo report UNSCEAR che non solo conferma i risultati del precedente, ma sostiene che gli effetti delle radiazioni sulla popolazione non saranno nemmeno percepibili.
  • L’evacuazione precipitosa della prefettura di Fukushima ha causato più morti di quanti ce ne sarebbero mai stati se le persone fossero rimaste nelle loro case, e anche questo è stato studiato approfonditamente.

Questi sono i numeri: a Fukushima le radiazioni non hanno ucciso nessuno[1].

A Fukushima nessuno è stato contaminato in maniera grave.

L’incidente di Fukushima non avrà conseguenze a lungo termine per nessuno.

Dunque l’energia nucleare si è dimostrata una tecnologia perfettamente sicura, che persino in caso di incidente causato da un evento naturale devastante causa danni contenuti: tutto è bene quel che finisce bene, giusto? Sbagliato.

Nonostante non abbia causato vittime e nonostante la contaminazione radioattiva sia stata molto limitata, l’incidente di Fukushima ha causato la diffusione a livello mondiale di qualcosa di assai peggiore delle radiazioni, perché molto più insidioso e molto più difficile da combattere. LE BALLE.

Una quantità invereconda, mostruosa, siderale di BALLE.

Palle talmente enormi che manco rimbalzano, ma schiacciano le regole, e all’arbitro che estrae il cartellino danno pure del daltonico.

Credete di aver capito di cosa sto parlando? Fidatevi, non ne avete idea. Voi state pensando ad errori giornalistici, esagerazioni, dati male interpretati; magari avete in mente le bufale, le fake-news… no, qui il livello è un altro. Qui parliamo di autentici romanzi di fantascienza distopica, partoriti dalla fervida fantasia di autori che certamente non vinceranno il Pulitzer, ma che per il premio Nebula potrebbero invece concorrere senza problemi.

Qualche esempio?

  • Un inviato dello Spiegel scrive che gli abitanti di Tokyo stanno acquistando in massa biciclette per evacuare la città: è falso, gli abitanti di Tokyo acquistavano bici perché la Metro, dopo il terremoto, era guasta.
  • Il Daily Mail titola “L’incubo ritorna” e allega all’articolo immagini di repertorio dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Si accoda la CNN.
  • Il Fatto Quotidiano attribuisce le 18.000 vittime del terremoto e dello Tsunami all’incidente nucleare. Lo stesso d’altra parte ha fatto Studio Aperto ancora ieri.
  • Diversi giornali pompano la storia dei “50 di Fukushima”, gli eroici operai che sacrificheranno le loro vite per mettere in sicurezza la centrale: in realtà il numero minimo di lavoratori nell’area è stato 64 ed è durato meno di 24 ore, la mattina dopo erano già in 172, ma in questa storia cascano Sky NewsLe FigaroThe Sun e molti altri. In Giappone la storia, resa celebre dai media occidentali, è diventata un film.
  • Il giornale tedesco Heise Telepolis scrive che “l’intero Giappone verrà reso inabitabile per migliaia di anni”, aggiunge che “la quantità di plutonio espulsa potrebbe essere letale per l’intero pianeta” e auspica che la comunità internazionale rilevi il governo del Giappone, che si è dimostrato incapace di affrontare la situazione.
  • Diversi giornali danno la notizia che il cibo e l’acqua di Tokyo contengono radiazioni, omettendo di dire che queste sono sotto ai livelli previsti dalle norme di legge giapponesi (che già sono molto conservativi, tanto che per loro è troppo radioattiva persino la marmellata Rigoni di Asiago). Cascano in questa fake ABCNewsDaily TelegraphThe MirrorNRC e molti altri.
  • Quando i cittadini giapponesi intervistati non si dimostrano abbastanza traumatizzati, i giornalisti occidentali scrivono che non osano esprimere il loro dolore perché sono troppo riservati o che non sanno la verità perché il governo racconta loro menzogne.
  • Qualcuno per provare che il governo giapponese è corrotto dalle lobby del nucleare intervista un politico giapponese condannato per corruzione.
  • Die Welt sostiene che la TEPCO stia mandando persone anziane o senzatetto a riparare i reattori di Fukushima. De Telegraaf rilancia: la TEPCO sono anni che manda a lavorare a Fukushima anziani, minorenni e personale non qualificato (perché? boh).

Ad un certo punto alcune persone residenti in Giappone (cittadini giapponesi o expat) decidono di raccogliere il bestiario del giornalismo internazionale su un sito, classificando il livello di scorrettezza giornalistica con un punteggio da 1 (errore in buona fede, basato su informazioni false, ma plausibili) a 10 (fearmongering isterico corredato da stereotipi razzisti), più il livello 11 (Satana).

Ed è questo il momento di tirare fuori il vostro orgoglio patriottico, amici, perché noi italiani saremo anche un popolo di furbetti, evasori fiscali, pizza, mafia e mandolino, ma se c’è una cosa che sappiamo fare meglio di chiunque altro è sparare palle: l’unica testata giornalistica al mondo che riesce a piazzare ben SEI articoli in classifica, di cui uno nella categoria 11 e uno nella 10 è infatti…

rullo di tamburi… LA REPUBBLICA[3]!

YEEEEEHHHH! VITTORIA! VITTORIA! ANDIAMO A BERLINO BEPPE! ANDIAMO A BERLINO!

Il fuoriclasse del quotidiano, all’epoca diretto da Ezio Mauro, si chiama Giampaolo Visetti: se googlate il suo nome saltano fuori interessanti storie di plagio e notizie inventate, ma i suoi articoli su Fukushima sono roba di un altro livello.

Il pezzo che si è guadagnato il titolo di “peggior articolo giornalistico al mondo” si intitola “Tokyo, una capitale in agonia” e la distopia che descrive va oltre i peggiori incubi post-apocalittici. I giornalisti stranieri parlavano di “cibo radioattivo”? Visetti inventa aumenti del costo dei generi alimentari fino al 700%. Dire che le persone sono spaventate non basta più? Spuntano gli spacciatori di pastiglie di Iodio agli angoli delle strade di Tokyo. Per non parlare delle persone che si proteggono dalle radiazioni con cappelli (!), ombrelli (!!) e mascherine (!!!).

Non finisce qui: Visetti piazza anche un secondo pezzo sul podio degli articoli più scandalosi mai scritti su Fukushima, ed è quasi meglio del primo. Si tratta infatti di una raccolta di scene di vita di sopravvissuti all’apocalisse, come recita anche il titolo. Oltre ai “vecchi che piangono con la schiena” (sic.) e al “certificato di pesce vecchio” che fa raddoppiare gli affari ai ristoranti, il piatto forte è il paragrafo intitolato “Il condannato di Fukushima e il segreto del reattore 4”, che vale la pena riportare per intero:

Futoshi Toba è il più vecchio tra i condannati a lottare per impedire che la centrale atomica di Fukushima esploda, distruggendo il Giappone. Ha 59 anni, è senza figli, e nella notte di sette giorni fa ha deciso che sarebbe toccato a lui. Giovedì, investito dalle radiazioni, è stato ricoverato in un centro di Tokyo e secondo i medici ci vuole tempo. La scelta dell’operaio Futoshi Toba, rivelata ieri in tivù, ha scosso il Paese come un altro terremoto. A giugno, perseguitato da una violenta bronchite cronica, sarebbe andato in pensione. “Hanno chiesto chi conoscesse il reattore 4 – ha raccontato – e vedendo i ragazzi che avevo vicino, ho risposto che io sapevo tutto. Ho capito che il mio destino era compiuto e che dopo anni vani avevo l’occasione di dare un senso alla mia vita”. Non ha voluto spiegare quale sia la situazione. “Mai visto prima il reattore 4 – ha aggiunto – ma prego il mio Paese di riflettere se questa è la strada giusta per assicurarci un futuro”.

Il fatto che questa storia sia inventata si può subodorare già da alcuni dettagli nel testo, come la curiosa diagnosi medica (“ci vuole tempo”), il livello di cringe insostenibile, e l’idea che in TEPCO nessuno sappia le mansioni precise dei dipendenti e che quindi per decidere chi ripara un reattore nucleare vadano per alzata di mano (geniale comunque l’idea del presunto operaio di offrirsi per un lavoro che non sa fare, così avrà la certezza matematica che dovranno mandare qualcun altro a rifarlo). Ma questo articolo non è una semplice opera di fantasia con tratti comico-grotteschi (il Giappone che esplode, vabbè): è persino peggio.

Futoshi Toba, infatti, esiste realmente, ed è il sindaco di Rikuzentakata, un paese di poco meno di 20.000 abitanti che lo Tsunami ha praticamente cancellato dalle cartine geografiche. Futoshi Toba è stato intervistato numerose volte (ad esempio qui) perché è stato uno dei testimoni diretti dell’orrore e della devastazione del maremoto: dopo essere riuscito a rifugiarsi sul tetto del municipio, ha visto i suoi concittadini annegare a centinaia, e al momento dell’intervista che Visetti ha plagiato, sua moglie era ancora tra i dispersi (il cadavere è stato poi trovato settimane dopo). Il giornalista italiano ha rubato il nome di una persona che aveva perso tutto per poter inventare di sana pianta una storia penosa e falsa. Viva la deontologia professionale.

Ovviamente in seguito a questo terrorismo psicologico spietato la paura del nucleare nel mondo è salita a livelli fantasmagorici, e anche in Italia ne abbiamo fatto le spese, visto l’esito del referendum del 2011. E quando la gente compra il terrore da giornali i cui standard di credibilità sono troppo bassi persino per i terroristi, i governi si adeguano.

Se il programma nucleare tedesco è stato chiuso, non è stato per i rischi associati alle radiazioni; se la Svizzera ha avviato il phase-out dal nucleare e i progetti di nuovi reattori negli USA sono stati sospesi, non è stato per il pericolo di incidenti; se molti stati hanno rinunciato all’unica forma di energia completamente pulita 3 milioni di volte più potente dei combustibili fossili è stato solamente grazie alla paura.

Perché un plotone di ciarlatani, mitomani e bugiardi dovevano a tutti i costi propinarci la loro personalissima versione del prequel di Ken il Guerriero sui giornali di tutto il mondo, sotto la direzione di pennivendoli inetti e irresponsabili, che hanno pubblicato questo ciclo di racconti cyberpunk senza controllare che contenessero anche solo uno straccio di verità.

I milioni di persone che ogni anno soffocano a morte col metallo nei polmoni a causa dei combustibili fossili vi ringraziano sentitamente.

[1] Andrebbe tuttavia detto che la centrale di Onagawa, nonostante fosse la più vicina all’epicentro del terremoto, fu utilizzata come rifugio antisismico da centinaia di persone, dal momento che era l’edificio più sicuro disponi. L’eccezionale tenuta dell’impianto è stata confermata quando, l’anno scorso, Onagawa ha ricevuto il via libera per essere riavviata.

[2] Nel 2018 il governo giapponese ha riconosciuto un risarcimento alla famiglia di un ex operaio di Fukushima, morto di tumore al polmone. Sebbene questo sia stato interpretato da diversi media come un’ammissione ufficiale che il tumore era stato causato dalle radiazioni, la realtà è probabilmente diversa.

[3] Lo Spiegel piazza anche lui sei articoli in classifica, ma con punteggi più bassi di quelli di Repubblica; il Daily Mail invece riesce a produrre due articoli di livello 10 e 11, ma non riesce a farne entrare in classifica tanti quanto il quotidiano italiano.

Luca Romano, 11 marzo 2021, qui.

Per quanto riguarda l’acqua radioattiva versata in mare, notizie più precise qui; a chi fosse interessato al tema suggerisco di seguire il blog, sempre molto preciso e documentato. Se poi qualcuno si chiedesse il motivo di tutto questo seminare terrore, la risposta è sempre quella data a suo tempo da Giovanni Falcone: follow the money. Prima di chiudere tengo a ricordare, come già altre volte ho fatto, che nel referendum del 1987, a conclusione di una vera e propria campagna terroristica condotta sfruttando le emozioni suscitate da Chernobyl, il quesito NON riguardava lo smantellamento delle centrali nucleari esistenti, bensì se costruirne altre o fermarsi lì. Quindi il successivo smantellamento NON è stato attuato per rispettare il risultato del referendum, ma è stata una iniziativa che dal referendum esulava completamente.

barbara