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barbara

Islam: spose bambine in Gran Bretagna

Bambine di nove anni costrette a sposarsi in moschea. Non siamo nel profondo Yemen o in una desolata area rurale dell’Afganistan. Siamo ad Islington, uno dei quartieri centrali più caratteristici della civilissima Londra. Proprio nel cuore della political correctness. A sollevare il problema è un’organizzazione femminile, The Iranian and Kurdish Women’s Rights Organisation (IKWRO), la quale ha denunciato che nel quartiere londinese si sono svolti, durante il 2010, una trentina di matrimoni forzati, che hanno riguardato almeno tre bambine undicenni e due di nove anni.
A confermare la tendenza di quel dato impressionante, è intervenuto il Ministero della Giustizia, comunicando che nell’anno 2011 sono stati emessi una trentina di provvedimenti giudiziari (i Forced Marriage Protection Order) a tutela dei minori costretti a contrarre matrimonio, alcuni dei quali riguardavano bambine tra i nove e gli undici anni.
La IKWRO ha lanciato l’allarme sul fenomeno che in Gran Bretagna sta crescendo in maniera esponenziale, assumendo una dimensione preoccupante. Lo si può facilmente riscontrare leggendo uno dei volantini fatti diffondere in tutta Londra dall’Ufficio dal HMCS (Her Majesty’s Courts Service), l’Ufficio dei servizi giudiziari di Sua Maestà, in cui si spiega cosa sia un Forced Marriage Protection Order, come lo si possa richiedere, a cosa serve, e cosa accade una volta che lo si richiede.
Dianna Nammi, direttrice dell’IKWRO, non usa mezzi termini per esporre il problema: «Queste bambine frequentano ancora le scuole elementari di Islington, svolgono i loro compiti a casa, e nello stesso tempo vengono praticamente abusate da uomini di mezza età; sono mogli ma con l’uniforme scolastica». «Il motivo per cui non si ribellano», continua la Nammi, «è perché sono letteralmente terrorizzate per parlarne, e sono sottoposte ad un controllo ferreo da parte delle famiglie».
Vengono sposate così giovani a familiari o amici di familiari, anche per garantire la loro verginità, e per assicurarsi che non vengano deflorate da uomini non graditi e non scelti dal padre. Ci sono pure motivazioni di carattere economico, dato che le ragazze, una volta sposate, diventano proprietà del marito sul quale incombe la responsabilità e l’onere del mantenimento.
E ci sono, infine, motivazioni di carattere religioso, in quanto la sharia consente di contrarre matrimonio non appena viene raggiunta la pubertà (bulugh), che per le donne, in particolare, è legalmente riconosciuta con il raggiungimento dei nove anni lunari. Non pochi ricordano, del resto, che lo stesso profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba.
E’ davvero un paradosso quello che sta accadendo a Londra, se si considera che proprio da quelle parti sono partite le prime battaglie per l’emancipazione femminile. Ben prima della nascita del movimento delle suffragette (1872), a Londra viveva ed operava Mary Wollstonecraft Godwin, una filosofa e scrittrice inglese, considerata la fondatrice del femminismo liberale.
A lei si deve la pubblicazione, nel 1792, di un famoso libro intitolato A Vindication of the Rights of Woman, nel quale si sosteneva la tesi, in controtendenza con le idee dell’epoca, secondo cui le donne non sono inferiori per natura agli uomini, anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone in una condizione di inferiorità e di subordinazione.
Il fenomeno londinese dei matrimoni forzati – che farà rivoltare nella tomba la povera Mary Wollstonecraft – si inserisce, in realtà, nel contesto di tutte quelle forme espressive culturali tipiche del mondo musulmano (sharia, poligamia, jihad, burqa, alimentazione hālal, ecc.) che rendono per molti versi incompatibile l’islam con la civiltà occidentale.
In Gran Bretagna la questione è visibilmente più marcata, e se non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, certo ci troviamo dinnanzi ad un duro confronto. C’è una preoccupante differenza, però, tra le due civiltà.
Una è fortemente connotata da una dimensione identitaria culturale e religiosa, ove la vita umana e la prolificazione assumono un valore etico assoluto, mentre l’altra è una civiltà demograficamente moribonda e affetta da una sorta di necrofilia (aborto, eutanasia, contraccezione, sterilizzazione, ecc.), che tenta disperatamente di cancellare le proprie radici culturali e religiose, sostituendole con un pericoloso vuoto assoluto. Sì perché anche per la società, come per la natura, vale la teoria aristotelica dell’horror vacui. (Gianfranco Amato) (qui, altri dettagli qui)

È sempre la stessa storia: si comincia tollerando comportamenti che di tollerabile nulla hanno, perché “è la loro cultura” e “tutte le culture hanno la stessa dignità e lo stesso valore” e “noi dopotutto chi siamo per criticare?”, si passa ad accettare le corti islamiche perché “loro conoscono le loro regole molto meglio di noi” e si finisce per consentire lo stupro legalizzato di bambine delle elementari. Quando cade la prima barriera, l’effetto domino è assicurato e prima o poi tutto diventa a rischio. Sia moralmente che geograficamente.

barbara

Marche da bollo

Ogni tanto capita che mi avanza un po’ di Tizio della Sera, e allora lo metto da parte. Lo incarto accuratamente, che resti ben bene al riparo dall’umidità e dagli sbalzi di temperatura, ogni tanto vado a controllare che sia sempre in buono stato, ché rovinare i Tizi della Sera è un crimine contro l’umanità, e poi torno a riporlo con cura. Fino a quando non viene il momento giusto per servirlo, fresco come il primo giorno. Come questo pezzo di un paio di mesi fa.

Un’altra giornata è conclusa. Dato che la notizia di cui il Tizio della Sera è appena venuto a conoscenza riguarda l’imminente asta editoriale per i diari di Mengele, e la notizia è stata incamerata mentre il Tizio stava per affrontare l’amata pasta alla checca, notoriamente un primo piatto romano a base di mozzarella, pomodoro a crudo e basilico, ma essendo la mozzarella in questione un fior di latte molisano, quello che segue è il resoconto di un microtrauma domestico  all’ora di cena, essendo che i ricordi di un’immensa carriera criminale sono un immenso business e i ricordi di una persona qualunque oblio da quattro soldi.  E quando il nostro sente al giornale radio –  la sera il Tizio sente le notizie perché se le vede poi non dorme – dell’asta editoriale inizia a tossire sia per il fatto di Mengele che per il peperoncino calabrese che lui metterebbe anche sulle meringhe (una volta lo ha fatto con grande soddisfazione). Dopo aver bevuto un sorso di birra fresca e aver calmato la tosse, il Tizio prende a domandarsi in base a quale criterio verrà battuto all’asta il prezzo iniziale dei diari. Nessuno conosce l’opera, riflette il Tizio: e se poi non facesse venire gli incubi come tutti sperano? La domanda su quale criterio fonderà il valore economico dei diari potrebbe avere risposta andando in Rete, guardando sull’enciclopedia, chiedendo a quel suo amico che fa lo storico – ma purtroppo ricomincia a tossire. Mengele gli fa questo effetto. E dire che non è così con altri cognomi come Mariottelli, Gonfiantini, o La Carota del terzo piano. Con Mengele è diverso, non c’è la stessa confidenza che con Rodolfo Gonfiantini che gli presta sempre le uova. C’è da dire che purtroppo il Tizio non è consapevole di niente che lo riguardi, come l’esistenza della gigantesca paura che sta accovacciata dentro di lui e si vede dal suo sorriso storto. E anche se tutti dicono che quello psicopatico di Menghele è affogato trentatré anni fa nell’Atlantico a pochi metri dalla riva brasiliana, il Tizio non è sicuro che quello sia morto: potrebbe essere sopravvissuto ingoiando una medusa gigante e rimanendo a galla per decenni con tutta la dose tossica intatta. Ma il Tizio continua a non capire quale possa mai essere il criterio che definisce il valore economico dei diari di Josef Mengele. E’ vero che si tratta di un materiale storico, ma qualcosa gli suggerisce che il parametro sia quanto la psicanalisi chiama perversione e dunque il mercato prodotto, cioè vendere cosa pensasse quello mentre faceva l’impossibile sui corpi di uno stellare numero di esseri umani vivi. Mentre se oggi un tedesco che di cognome faccia Goethe, proponesse il suo diario agli editori di Mengele, verrebbe filtrato al telefono da una solerte redattrice. 

–  Pronto. Sono Porno 180. Lei si chiama?
–  Goethe.
–  Come?
–  Goethe.
– Gatto? Era meglio Topo.
– Goethe!
– Mamma mia, perché non si fa chiamare Melanio?
– No no, mi chiamo Goethe.
– Ghetto? Peggio mi sento.
– No. Goethe.
– Ciccio, fammi lo spelling.
– Goethe: gi come Giotto, poi o tonda come il famosa tondo di Giotto…
– Senti, deciditi: o Ghetto o Gotta!   
– Veramente mi chiamo Goethe.
– Ohhh, e ci voleva tanto? Lince.
– No: Goethe.
– Vabbè: Ceffo. Casomai al momento di stampare vediamo in questura. E allora, di che parla l’opera?
– Il titolo sarebbe “Le affinità elettive”…
– Eh?!…Ma ti sembra un titolo “Le affinità elettive”?  Rogo è un titolo, Mutande è un titolo, Testa di rana è un titolo, Il mio flipper è nato a Malaga, è un titolo. “Le affinità elettive” è una risciacquatura di nocciole. Di che parla questa sleppa?
– Ecco, sarebbe la storia di due coppie che…
– …Due coppie …finalmente roba. Chi sono?
– Edoardo, Carlotta, Ottilia e il Capitano.
– Perfetto. Hanno un telefono, l’email, o le trovo su Facebook?
– No, si svolge tutto in un’epoca in cui il telef…
– Va beh, niente telefono. Target?
–  Come sarebbe target?
– Sì, l’opera a che tipo di maniaco si rivolge?
– Che?
– Feticisti, coreani che si legano al letto con le manette a molla…capito?
– No. Mi spieghi.
– Ascolta nonno, questa Carlotta, il Capitano che fanno nel libro?…Odorano le pantofole, si pettinano con le tibie di un santo, si spalmano la panna cotta sulla nuca?
– No, proprio per niente. 
– Ossignore, ma che è un libro di scuola?
– No, è un rom…
– Zingari???…No zingari e sionisti no, piuttosto 500 pagine su Lampedusa.
– Senta io ho scritto un romanzo, e lo capirebbe se mi facesse finire.
– Romanzo?…Un romanzo?!!…Che palle…Sentiamo un po’…muore qualcuno durante la prima copula, incendiano la casa…il garage…la baracca, il cassonetto, la panchina…
– No.
– Prende fuoco il pigiama?
– No.
– Impiccano la sorella?
– No.
– Il cugino del Capitano crepa?
– No.
– Sbucciano la madre in un pentolone d’acqua calda?
– No.
– Ghetto, ma lei dove vive!
– Abito a Weimar.
– Wei che?
– Weimar, Germania.
– Cosa, lei è tedesco?
– Sì.
– Eccezionale. Poteva dirlo prima! Non è che ha scritto un diario?
– Non esattamente.
– Comunque, se è tedesco, spero almeno che la sua sia roba nazi. 
– Nazi?
– Crudeltà gratuita, strapotere, eccidi come se piovesse, superiorità e molto sentimento acefalo.
– No. E’ un romanzo e in un certo senso è un’opera spirituale.
– Senti, noi collo spirito ci stropicciamo le mele.
– La frutta?
– No, il retro.
– Davvero?
– Sì. La saluto.
– Aspetti, se vi interessasse questa mia opera, potremmo incontrarci… ho i primi cinque capitoli… li ho appena scritti…
– Senti questa è una casa editrice, non il patataio. 
– Come sarebbe?
– Se vogliamo pubblicare scrittori geniali, prima di lei c’è lo zio di Avetrana.
 
Mussolini, ha detto a Montecitorio la Alessandra che lavora lì senza una ragione vera e propria dato che non si occupa della manutenzione dei sedili, è stato condannato senza un regolare processo. Mentre le leggi razziali, la soppressione dei sindacati, le deportazioni, le fucilazioni, l’assassinio di Matteotti, il confino ai dissidenti, la campagna di Russia e la guerra in Etiopia hanno utilizzato la regolare marca da bollo.  
Ci si potrebbe fare un best seller. 

Il Tizio della Sera

Praticamente come i missili di hamas: tutti con la marca da bollo anche loro, al contrario delle solite sproporzionate, sanguinarie, spietate e soprattutto illegittime risposte di Israele.

barbara