DIALOGO CON GIULIO MEOTTI

Questo articolo è di un po’ più di due anni fa. L’avevo messo da parte perché ero certa che sarebbe arrivato il momento giusto per riproporlo. Ora il momento è arrivato.

Gerusalemme, la danza degli amputati

di Guido Ceronetti

CERONETTI: «Caro Giulio Meotti, si fanno libri di attualità politica in quantità insensata, e per fortuna, dopo l’immancabile Dibattito, il Buco Nero li risucchia e amen. Ma il tuo libro-inchiesta su «Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele», i morti e i sopravvissuti del terrorismo islamo-palestinese, merita lunga vita e ritorni di attenzione: lo trovo un contributo importante, decisivo, alla verità, o non saremmo qui a parlarne, ad approfondirne un poco il rovente contenuto. Una verità appassionata che si fonda su eventi contemporanei dove ricompare un travolgente enigma metafisico: il destino di Israele. Un sangue su pavimenti e asfalti versato appena ieri, che il pensiero data plurimillenario, e teme di non poter escludere futuro. La danza di cui il tuo titolo parla è una danza di amputati.
«Dimmi come ti è nato questo libro di testimonianze».

MEOTTI: «Sei anni fa, mi trovavo a Haifa, per documentarmi, sulla seconda Intifada: Haifa, città tradizionalmente di reciproca tolleranza tra arabi ed ebrei… E quel giorno in un ristorante di proprietà palestinese una donna, alla fine del pasto, si alza e si fa esplodere, uccidendo venti persone, arabi ed ebrei. Di queste vittime sulla stampa estera non comparve nessuna descrizione – né un nome, né una storia. L’assassina suicida mirava a distruggere quel convivere pacifico degli uni e degli altri. Tra le famiglie massacrate ci fu anche il figlio, arabo, del proprietario. Compresi allora che dovevo raccontare la storia dei morti dimenticati di Israele.
«La mia inchiesta durò cinque anni: tratta di circa 1800 israeliani morti e di 10.000 feriti, una strage enorme, proporzionalmente agli abitanti di Israele, di cui nessuna delle molte guerre è costata tanto. Il libro parte dalla distruzione della squadra olimpica a Monaco nel 1972 e termina con la rievocazione delle Torri Gemelle e qualche storia dei meravigliosi shomrìm, i vigilantes, e altri impensati eroi che fermano i terroristi col loro corpo, sbriciolandosi con loro, salvando vite».

CERONETTI: «C’è da domandarsi: dopo, davvero, “Dio riconoscerà i suoi”? Delle giornate olimpiche del 1972 conservo un ricordo dei più vivi, le abbiamo vissute a Roma, mia moglie Erica, e io, con indicibile spasimo. Speravamo che Willy Brandt e la nuova Germania avrebbero compiuto il miracolo di salvare la squadra: rimandando l’attacco, la strage fu inevitabile. Resta l’immensa vergogna di non aver fermato i giochi. E qui non si può dimenticare l’articolo del giornale vaticano, compunto a raccomandare di continuare i giochi, altrimenti… pensa un po’!… i terroristi l’avrebbero avuta vinta… (Dicono che il papa Montini non si perdesse una gara). La teoria di non fermare tutto per non “far vincere i terroristi” prevalse facilmente: così il male ebbe la sua infame corona. Hai fatto il libro tutto da solo?
«E alle famiglie come ti presentavi? Come sei stato accolto?».

MEOTTI: «Sì, tutto da solo. Nessuno mi ha aiutato, eccetto, si capisce, i famigliari delle vittime. E dato il silenzio, l’apartheid intellettuale e politica che isola oggi Israele, tutti gli interrogati capivano l’importanza di un simile lavoro. Un giornalista non ebreo, di un paese dove prevale sulla stampa un’informazione più o meno sfavorevole allo Stato ebraico, era là per interrogarli umanamente, non per fini politici, sul loro dolore. I soli che hanno rifiutato la mia richiesta sono stati gli ultraortodossi, chiusi nel loro ghetto e nella loro estraneità all’Erez, in attesa di Qualcuno che sempre sta venendo e che non verrà. Anche i coloni oltranzisti, che hanno pagato un tributo di sangue altissimo, gente che non abbandona mai il fucile, perché il loro vivere è un perpetuo rischio, tutti mi hanno parlato… Così è nato questo libro, che non rifà la storia del conflitto, che cerca soltanto di raccontare il martirio ebraico, mezzo secolo dopo la fine della Shoah, negli ultimi anni del XX secolo e nel primo decennio del XXI…
«Spero che molti miei lettori siano toccati da fremiti e lacrime dov’è rievocata la strage degli otto giovani seminaristi della yeshivah di Merkaz Harav, la scuola dei talmudisti (le loro belle facce e i loro nomi, così vicini ai personaggi di un Isaac Singer, sono a p. 320)… Merkaz Harav, cuore spirituale della nazione, dov’è accesa giorno e notte, inestinguibile, la lampada della Torah… E se pensiamo che il terrorista autore dello scempio era un palestinese israeliano perfettamente integrato, che godeva di piena fiducia, che guidava gli scuolabus – ma nascondeva il seme dell’odio, la bramosia di un raccapricciante martirio… Nella scuola si festeggiava il mese lunare di Adar, l’avvicinarsi della primavera, quando irruppe quell’orrenda pianta del male…».

CERONETTI: «È vano darsi spiegazioni politiche: atti simili sono male-per-il-male. Hai fatto bene a non trascurare mai i nomi, le identità, le genealogie, il principium individuationis, perché il terrorismo vuole l’opposto: la perdita del volto, la distruzione della persona morale, lo spegnimento della nazione nei figli macellati, rendere “la Mano e il Nome” irriconoscibili… Così anche altrove: in ogni popolo preso di mira si vede l’azione di una volontà di annientare l’uomo. Ma in Israele anche da una dentiera sbriciolata sull’asfalto traggono la voce di un nome, come tu dici. Immagino però che la situazione psichiatrica sia delle più amare».

MEOTTI: «Dietro tanto amore per la vita e tante prove di coraggio senza limiti, c’è una società di anime morte: là, nelle pieghe dell’anima, è impressa la VU spaventosa di vittoria del terrorismo suicida. Andare in cerca di un bottone, di una traccia di tuo figlio, trovarli sotto la testa (che di solito rimane intatta) di chi ha compiuto il massacro, che cosa produrrà in un povero cervello umano? Il sonno naturale è utopistico, in Israele. A Sderot, nella Striscia, dove a centinaia sono caduti i missili di Hamas, ci sono generazioni invalide nell’anima, molti bambini in regressione psichica. Il piano terrorista mira a creare una società di questo tipo. Atlete amputate nelle gambe, giovani musicisti promettenti accecati; nelle città colpite un abitante su due ha disturbi psichici, i soldati stessi sono avvolti nelle depressioni, come reggere a una guerra che non ha fronti, che non ha fine?
«Ad Ashkelon ho parlato con una ginecologa, ferita da schegge di missile mentre era con una paziente. Una scheggia nella spina dorsale l’ha paralizzata per sempre. Se vai nelle case dei superstiti, dei feriti, dei mutilati, il martirologio di Israele lo tocchi con mano – là, un popolo invincibile confessa il suo smarrimento, la sua sfinitezza muta. Neppure la Shoah ha prodotto simili piaghe. E sempre quello sforzo intenso, spossante, per ricordare “quel che ti ha fatto Amalèk”. Il mondo che ormai apertamente detesta Israele ne ravviva, ne allarga le ferite. Perciò ho ritenuto necessario scrivere questo racconto sui morti d’Israele. Non sanno che farsene, loro, dei nostri coccodrilli!».

CERONETTI: «Permettimi di chiudere questa nostra intervista con un verso di Giorgio Seferis: “Dove c’è umanità c’è dolore. / Ma non è il fine dell’uomo / Essere solo dolore”».
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Giulio Meotti è autore del libro Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele (ed. Lindau, pp. 353, € 24)

(La Stampa, 17 dicembre 2009)

La mano e il nome. Ricordiamoli, dunque, i nomi degli ultimi martiri:

Jonathan Sandler
Arieh Sandler
Gabriel Sandler
Myriam Monsonego

E ricordiamo i loro volti:

Martiri che a quanto pare, con l’evolversi delle indagini, sembrano proprio anch’essi vittime di quella “religione” di morte che ordina, nel proprio libro sacro, di sterminare tutti gli infedeli. Cominciando dagli ebrei.

barbara

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