IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Discorso di Benjamin Netanyahu nella traduzione e con un commento di Mario Pacifici.

19 Aprile 2012

Discorso del primo ministro Netanyahu in occasione della Giornata della Memoria dell’Olocausto.

Ieri mattina, ho visitato una vecchia casa di riposo per i sopravvissuti dell’Olocausto dove ho incontrato Idit Yapo, una donna straordinaria di 104 anni, lucida e presente. Idit fuggì dalla Germania nel 1934 subito dopo l’avvento al potere di Hitler.
Ho incontrato anche Esther Nadiv, una delle gemelle di Mengele, che oggi ha 89 anni. Stava leggendo un libro, la biografia di Golda Meir. Con un lampo negli occhi, mi ha detto: “Sono così orgogliosa, così profondamente orgogliosa di essere parte dello Stato di Israele, e di avere vissuto il suo costante sviluppo.”
Ho incontrato Hanoch Mandelbaum, un uomo di 89 anni, sopravvissuto a Bergen-Belsen. Poco dopo il suo arrivo in Israele, contribuì, giovane falegname, alla costruzione della scrivania su cui Ben Gurion firmò la Dichiarazione di Indipendenza. Questo è MiSho’a liTkuma. Il percorso dalla Shoah alla resurrezione.
E poi ho incontrato Elisheva Lehman, una insegnante di musica di 88 anni, originaria dell’Olanda e sopravvissuta all’Olocausto.
Ho chiesto a Elisheva se volesse suonare qualcosa per noi. Lei ha suonato con entusiasmo “Am Yisrael Chai” e noi tutti abbiamo cantato con lei. È stata una grande emozione.
Signore e Signori, Am Yisrael Chai, il popolo di Israele è vivo.

I nostri nemici hanno cercato di sopprimere il futuro dell’ebraismo, ma esso ha trovato la sua rinascita nella terra dei suoi Padri. Qui, abbiamo gettato le fondamenta di un nuovo inizio di libertà, di speranza, di creatività. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, abbiamo edificato il nostro paese, e anno dopo anno continueremo a rafforzare i pilastri su cui poggia la nostra vita nazionale.
In questo giorno, quando la nostra intera nazione è riunita per ricordare gli orrori della Shoah e i sei milioni di ebrei che sono stati assassinati, noi tutti siamo chiamati a compiere il più sacro dei nostri doveri.
Esso non consiste solo nel ricordare il passato. Noi abbiamo il dovere di farne nostra la lezione e di  applicarla alle sfide del presente, per garantire il futuro del nostro popolo. Dobbiamo ricordare il passato e proteggere il futuro applicando le lezioni del passato.
Questo è particolarmente vero per questa generazione – una generazione che ancora una volta si trova a fronteggiare proclami e minacce di chi intende annientare lo Stato ebraico.
Un giorno, io spero che lo Stato d’Israele potrà vivere in pace con tutti i paesi e tutti i popoli della regione. Un giorno, io spero che potremo leggere questi appelli alla distruzione degli ebrei solo nei libri di storia e non sui quotidiani.
Ma quel giorno non è ancora arrivato. Oggi, il regime iraniano chiede apertamente e lavora con determinazione per la nostra distruzione. E per raggiungere tale obiettivo esso si dedica febbrilmente allo sviluppo di un armamento atomico.
So che a molti non mi piace quando io parlo di verità tanto scomode. Preferirebbero che non si parlasse di un Iran nucleare, come di una minaccia esistenziale. Sostengono che un simile linguaggio, anche se vero, serve solo a seminare panico e paura.
Io mi chiedo se queste persone hanno perso ogni fiducia nel popolo d’Israele. Pensano davvero che questa nazione, che ha superato ogni pericolo, manchi oggi della forza necessaria ad affrontare la nuova minaccia?
Forse che lo Stato di Israele non ha trionfato su altre minacce esistenziali, quando era molto meno forte di quanto non sia oggi? Forse che i suoi leaders di fronte a quelle minacce hanno avuto scrupoli a dire la verità?
David Ben Gurion non nascose al popolo di Israele i pericoli esistenziali che era chiamato ad affrontare nel 1948, quando cinque eserciti arabi cercarono di soffocare Israele nella  culla.
Levi Eshkol disse la verità al popolo di Israele nel 1967, quando di fronte al rischio di essere strangolati rimanemmo soli ad affrontare il nostro destino.
E quando il popolo di Israele conobbe la verità, si lasciò forse prendere dal panico o non si strinse piuttosto unito per affrontare il pericolo? Rimanemmo forse paralizzati dalla paura o non facemmo piuttosto ciò che era necessario per proteggere le nostre esistenze?
Io ho fiducia nel popolo di Israele e questa fiducia si basa sull’esperienza del passato. Io credo che il popolo di Israele sia in grado di affrontare la verità. E credo che Israele abbia la capacità di sconfiggere coloro che si levano contro di lui.
Chi respinge le minacce dell’Iran come un’esagerazione o come un semplice atteggiamento minaccioso, non ha imparato nulla dalla Shoah. Ma noi di questo non dovremmo sorprenderci.
Ci sono sempre stati, anche tra noi, quelli che preferivano irridere coloro che denunciavano scomode verità, pur di non vedersi costretti a fare i conti essi stessi con quelle verità.
È così che fu accolto Zev Jabotinsky quando mise in guardia gli ebrei della Polonia della Shoah incombente. Questo è ciò che egli disse nel 1938, a Varsavia:
“Sono tre anni che io mi rivolgo a voi, Ebrei di Polonia, che siete la luce dell’ebraismo mondiale. Io continuo ad avvertirvi incessantemente che una catastrofe è imminente. Sono diventato grigio e vecchio in questi anni e il mio cuore sanguina nel vedere che voi, amate sorelle, amati fratelli, non riuscite a scorgere il vulcano che inizierà presto a sputare la sua  lava dirompente… Voi non lo scorgete perché siete immersi e sprofondati nelle vostre preoccupazioni quotidiane… Ascoltatemi in questa dodicesima ora: in nome di D-o! Chi può si metta in salvo oggi, finché c’è ancora tempo, perché di tempo ce n’è ben poco.”
Ma i più importanti intellettuali ebrei del tempo ridicolizzarono Jabotinsky e piuttosto che accogliere le sue denunce lo attaccarono.
Questo è ciò che Sholem Asch, uno dei più grandi scrittori ebrei, disse di lui: “Jabotinsky si è spinto troppo oltre. Le sue dichiarazioni sono dannose per il sionismo e per gli stessi  interessi vitali del popolo ebraico… È una vergogna che il nostro popolo esprima simili leaders.”
So che alcuni ritengono che l’incommensurabile evento della Shoah non dovrebbe essere mai invocato, nemmeno di fronte ad altre minacce esistenziali per il popolo ebraico. Farlo, essi sostengono, banalizzerebbe l’Olocausto e ne offenderebbe le vittime.
Io non sono assolutamente d’accordo. Al contrario. Rinunciare a sostenere una spiacevole verità – e cioè che oggi, come allora, c’è chi si prefigge di sterminare milioni di ebrei – questo significherebbe davvero banalizzare l’Olocausto. Questo significherebbe offenderne le vittime. E questo significherebbe ignorarne la lezione.
Il Primo Ministro di Israele, quando si parla di pericoli esistenziali, non ha solo il diritto di richiamare alla memoria come un terzo della nostra nazione sia stato annientato: ne ha il dovere.
C’è una scena memorabile nel documentario “Shoah” di Claude Lanzmann che spiega questo obbligo meglio di ogni altra cosa.
Nel corso dell’atroce esistenza nel ghetto di Varsavia, Leon Feiner del Bund e Menachem Kirschenbaum dell’organizzazione sionista incontrano Jan Karski della Resistenza Polacca.
Jan Karski è un uomo perbene, un uomo sensibile. Essi lo implorano di fare appello alla coscienza del mondo, contro i crimini nazisti. Gli descrivono ciò sta accadendo nel ghetto, glielo mostrano, ma tutto è inutile.
“Aiutateci” implorano. “Noi non abbiamo un Paese, non abbiamo un Governo, non abbiamo voce tra le Nazioni.” Avevano ragione.
Settant’anni fa, il popolo ebraico non aveva la capacità nazionale di convocare le nazioni, né la forza militare per difendere se stesso. Ma oggi le cose sono diverse. Oggi abbiamo un esercito. Abbiamo la capacità e la determinazione per difenderci. E ne abbiamo il dovere.
Come Primo Ministro di Israele, io non rinuncerò mai a gridare la verità di fronte al mondo e poco importa quanto essa possa risultare scomoda per alcuni.
Io dico la verità alle Nazioni Unite. Dico la verità a Washington DC, la capitale del nostro grande amico, gli Stati Uniti, e in altre importanti capitali. E dico la verità, qui a Gerusalemme, sul suolo di Yad Vashem, che è oberato delle nostre memorie.
Io continuerò a dire la verità al mondo, ma prima di tutto ho il dovere di parlare al mio popolo. Io so che il mio popolo è forte abbastanza per ascoltare la verità. E la verità è che un Iran dotato di armamento nucleare rappresenta una minaccia all’esistenza dello Stato di Israele.
La verità è che un Iran dotato di armamento nucleare rappresenta una minaccia politica per altri paesi della regione e una minaccia grave per la pace nel mondo.
La verità è che all’Iran deve essere impedito di dotarsi di un armamento nucleare.
È un dovere per il mondo intero, ma al di sopra e al di là di questo, è il nostro dovere.
La memoria della Shoah non consiste solo nel tenere cerimonie commemorative.
Essa non è solo una memoria storica.
La memoria della Shoah ci impone l’obbligo di fare tesoro delle lezioni del passato per salvaguardare le basi del nostro futuro.
Noi non nasconderemo mai la testa sotto la sabbia.

Am Yisrael Chai, veNetzach Yisrael Lo Yeshaker

Non avevo letto per intero il discorso di Bibi.
Ne avevo colto solo alcuni sprazzi sulla reticente stampa di casa nostra.
Nel leggerlo in versione integrale colgo un aspetto che mi era sfuggito.
Sono anni che ci sentiamo dire che di fronte alla minaccia Iraniana tutte le opzioni sono sul tavolo.
Sembrava più un’arma di pressione che un dato di fatto.
Oggi invece Bibi parla di quelle opzioni e senza soffermarsi sulle loro implicazioni politiche, ne rivendica solo con forza la valenza etica. 
Questo sembra renderle più vicine, più praticabili.
Mario Pacifici

Naturalmente concordo: il primo dovere di ogni stato è quello di difendere i propri cittadini, soprattutto se la minaccia incombente è quella di un totale annientamento. Quindi l’opzione militare per fermare l’Iran, prima ancora che sul piano politico, è assolutamente legittima e giusta sul piano etico.
Qui di seguito, per chi è in grado di seguirlo, il video del discorso di Netanyahu in ebraico (senza sottotitoli).

Qui altri due video con importanti spunti di riflessione.

Senza dimenticare questo.

barbara

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