VORREI FARVI UNA DOMANDA PERSONALE

Mentre cercavo tutt’altro, mi sono imbattuta in youtube in una rissa da pescivendole fra l’onorevole Alessandra Mussolini e l’onorevole Paola Concia sul tema delle adozioni da parte di coppie omosessuali. Mi ha in particolare colpita un intervento della signora Mussolini, sconvolta al pensiero di quei poveri bambini adottati da coppie omosessuali, costretti a vedere “due uomini che si rotolano nel letto”. Ecco, io vorrei chiedere ai miei lettori figli – naturali o adottivi, non ha importanza – di coppie eterosessuali: per voi, quando eravate bambini, era esperienza quotidiana – vabbè, facciamo settimanale – vedere i vostri genitori che si rotolavano nel letto? E, in caso di risposta affermativa, ogni volta che ciò accadeva la cosa vi lasciava sereni e indifferenti visto che si trattava di un uomo e una donna e non di due persone dello stesso sesso?
Grata per il contributo che vorrete dare al riempimento di questa mia non trascurabile lacuna, attendo con ansia le vostre cortesi risposte.
           
barbara

IL BANCHIERE DI HITLER

In realtà non è affatto corretto chiamarlo il banchiere di Hitler: Hjalmar Horace Greely Schacht, certo, ha collaborato anche con Hitler, lo ha entusiasticamente sostenuto quando credeva che potesse rappresentare la salvezza per la Germania, ma non ha esitato a prenderne le distanze e a combatterlo apertamente – pagandone il prezzo – quando si è reso conto che in realtà la stava riconducendo verso il baratro. Perché la vera molla delle sue scelte e delle sue azioni, oltre a un’innegabile robusta dose di ambizione, è stato un immenso amore per la sua Germania.
Quanto alla questione ebraica, pur tutt’altro che immune da pregiudizi, ha però sempre ritenuto inaccettabile qualunque forma di persecuzione nei loro confronti, e non si è mai stancato di proclamare questa sua convinzione, sia in privato che in pubblico, sia a voce che per iscritto, oltre a considerare un vero e proprio crimine contro la Germania il privare la sua economia del competente apporto degli ebrei.
Libro ricco e documentato, nonostante qualche imprecisione (per non parlare di un’abominevolissima citazione latina con un accusativo al posto del nominativo), direi che vale senz’altro la pena di leggerlo.
Piesse: considerando che in tempi più recenti abbiamo avuto un “banchiere di Dio”, se dovessi mettere sulla bilancia il banchiere di Dio e quello del diavolo, non credo che avrei difficoltà a stabilire quale dei due sia stato il più disonesto, il più sporco, il più malvagio. In una parola: il più diabolico.
Pipiesse: l’economia non è il mio campo; dire che poco ne so e meno ancora ne capisco, sarebbe già un eufemismo. Credo, tuttavia, di potermi permettere di dire che chi si preoccupa della crisi attuale, delle sue cause, delle possibili soluzioni, farebbe bene a leggere questo libro. E a meditarci su.

John Weitz, Il banchiere di Hitler, Piemme

barbara

BILANCIO DI UN MESE DI MARE

–      Ho fatto una cinquantina (forse un po’ meno) di ore di spiaggia e quindici bagni

–      Ho camminato abbastanza, in buona parte con le zampe in acqua, cosa che in futuro potrò fare anche in inverno. Praticamente il paradiso in terra

–      Ho sonnecchiato e ogni tanto anche un po’ dormito

–      Ho perso due chili e mezzo – ma tanto ci metterò mezza giornata a recuperarli

–      Per un pelo non sono stata stesa da un biciclettaro mentre attraversavo la strada. Indicando il semaforo ho detto: “È rosso, amico”. Mi ha risposto: “Sì, lo so”. Scusarsi? Ma quando mai!

–      Mi sono comprata quattro bellissimi vestiti di lino – uno un po’ quasi mini che mi sta una meraviglia – per una spesa totale di €55. Spero solo che l’etichetta made in Italy fosse autentica, che non mi piacerebbe davvero risparmiare sulla pelle di qualche bambino cinese o indiano

–      Ho letto sedici libri

–      Mi sono disintegrata un piede

E vi lascio con una delle nostre voci più ricche e originali, che troppo presto ci ha lasciati.

barbara

AGGIORNAMENTO: (ero sicura che doveva esserci qualcos’altro, ma non riuscivo a ricordare che cosa)
– Ho mangiato quasi cinque chili di gelato

CAMMINO

Ufficialmente, in realtà, andrei in pensione il primo settembre, ma il mio servizio è di fatto terminato, e cammino. Per decenni non l’ho fatto, tranne che al mare – e l’anno scorso, con le zampe bendate e col bastone, neanche lì. Adesso sto dando libero sfogo a questo bisogno, a questa voglia, a questo piacere: sono qui seduta al computer e improvvisamente mollo tutto e vado a camminare; sono seduta in poltrona a leggere e improvvisamente mollo tutto e vado a camminare; sono in cucina a preparare qualcosa e improvvisamente mollo tutto e vado a camminare: è una tale sensazione di leggerezza, di libertà!
Vabbè, questo per il momento è il mio ultimo post: adesso vado al mare e, come sanno gli amici di vecchia data, lì non ho il PC. Spero che la crisi d’astinenza non vi tormenterà troppo, ma potrete sempre tenerla a bada andando a spulciare negli archivi del blog e leggendo o rileggendo – che non fa mai male – le vecchie cose. Prima, però, dovete assolutamente leggere questo.
Arrivederci alla fine del mese e fate i bravi, mi raccomando.

barbara

IL GATTO DAGLI OCCHI D’ORO

Gli occhi di Leila si riempiono di nuovo di lacrime, ma questa volta sono lacrime diverse da prima.
Alza gli occhi: dall’altra parte della finestra ci sono i tetti e lì vede il gatto che si è trascinato la sua fame e le sue ossa fino a una chiazza di sole tra i camini e la grondaia.
La fame del gatto è un’urgenza intollerabile.
Un’urgenza assoluta. Irrimandabile.
Ogni secondo che passa strazia le viscere del gatto. Ogni secondo che passa potrebbe essere l’ultimo. Leila si infila il panino nella tasca dei jeans e chiede di uscire.
A fare che? La pipì? E non poteva farla durante l’intervallo? Come sarebbe si è dimenticata. Questa è la prima media, mica l’asilo.
Il grosso vantaggio di essersi già fatti la fama dell’oca è la libertà di manovra.
Leila abbandona la classe seguita da un uragano di risate, come una pop star inseguita dagli applausi, che, questa volta, le lasciano addosso una via di mezzo tra una granitica indifferenza e un vago compiacimento.
I giri tra i corridoi al mattino permettono ora al suo senso di orientamento di sbrogliarsela. Deve solo salire le scale fino al piano superiore, di lì uscire sulla terrazza e, appigliandosi alle inferriate esterne dei finestroni sul corridoio dovrebbe riuscire ad arrivare fino alla grondaia.
I corridoi sono deserti. La bidella è nell’atrio attaccata al telefono (per fare il pollo alla diavola… se metti metà acqua e metà olio, la cipolla non brucia…). La porta della segreteria è aperta, ma anche la segretaria è al telefono e non alza gli occhi (per lo zabaione due uova intere, due tuorli e cento grammi di zucchero vanigliato…).
La portafinestra del terrazzo scricchiola orrendamente ma, tra lo zabaione della segretaria e il pollo alla diavola della bidella, la cosa passa inosservata.
Il sole inonda il terrazzo. Le fronde degli ippocastani riempiono la visuale.
Leila si arrampica: le inferriate sono talmente comode che sembrano una scala a pioli.
Ora Leila è al di sopra delle fronde degli ippocastani e si gira un attimo a guardare. La città se ne sta sotto il sole, prima dell’orizzonte c’è il mare e tra la città e il mare, dentro l’ansa del fiume, scintillano gli acquitrini. La brezza le scompiglia i capelli.
I gabbiani volano sulle discariche. Più in là le saline brillano nella luce dell’ultima estate.
Leila finisce la sua arrampicata. Sull’ultimo passaggio si appoggia alla grondaia e si tira su. Il gatto è lì. I suoi occhi d’oro scintillano come gli acquitrini sotto il sole.
Leila tira fuori il suo panino e lo mette davanti al gatto. Il gatto la guarda a lungo, poi si stiracchia, si avvicina pigramente al panino e comincia a mangiare il salame dell’imbottitura, lentamente, come assaporandolo. Poi sbocconcella anche un po’ di pane. Forse era veramente una fame abissale o forse il pane e salame ai gatti gli fa particolarmente bene. Comunque il gatto sembra essersi ripreso alla grande: guarda ancora Leila e poi schizza via, scompare tra i comignoli, veloce e lieve come il re degli elfi.
Un urlo squarcia la brezza.
«C’è una SUL TETTOOOOOO!»
Il pollo alla diavola deve essere cotto e lo zabaione se lo devono anche essere mangiato.
L’urlo risuona e si espande come le campane che chiamavano a raccolta quando arrivavano i saraceni, ma l’immagine del gatto che corre con tutta la sua grazia tra i comignoli continua a illuminare Leila da dentro, come una luce.
Dovrebbe preoccuparsi di quanto si arrabbierà la sua mamma, ma la preoccupazione non riesce a scalfire la sua allegria.
E poi, parliamoci chiaro, il suo non è il tipo di madre che sgrida troppo per questioni scolastiche.
«Ah, davvero? Sei anche salita sui tetti? E ti hanno dato tre in condotta? E di comprare il latte te lo sei ricordato?»
Leila dà un’ultima occhiata allo scintillio del fiume, tra la città e gli acquitrini, e respira ancora un attimo la brezza leggera.
Poi scende.

I professori sono usciti dalle classi seguiti dagli allievi. Non manca niente e nessuno: dalle Adidas della professoressa di ginnastica (scienze motorie) agli spigoli della professoressa di italiano.
La professoressa di italiano ha gli spigoli che tremano e non riesce nemmeno a parlare. La professoressa di ginnastica (scienze motorie) ha le Adidas che stanno ferme, ma lo stesso il fiato non riesce a tirarlo fuori. Quello che recupera la voce per primo è un tizio in giacca e cravatta, che Leila deduce dover essere il preside. Il preside la riconduce alla sua classe e finalmente le domanda perché diavolo è salita là sopra.
Leila non ha voglia di nominare il gatto.
«Per guardare la città dall’alto» risponde serenamente.
Risatine di sfondo.
Leila ascolta le risatine. Non c’è nessun dubbio. È un altro tipo di risatina.
Leila si rende immediatamente conto di avere cambiato categoria. È passata dal genere ‘straccione-incapace-decisamente scemo’ al ‘trasgressivo-ribelle-un po’ matto’, che è anni luce al di sopra del precedente.
«Nessuno degli allievi è mai salito sui tetti» insiste il preside.
«Dovrebbero. Lì sopra è bellissimo» spiega Leila con un tono di voce tra il timido e l’allegro.
Risate franche, ma questa volta, di nuovo, sono per lei e non su di lei.
Leila si accorge che tutto l’insieme del suo comportamento, dalla denuncia di un padre originario di Marte e di una madre dedita alla vermicultura, può essere reinterpretato e, in effetti, è reinterpretato alla luce del nuovo genere: trasgressivo un po’ folle. È salita di grado.
Il preside fa la faccia di uno che ha appena incontrato il mostro di Frankenstein, e a Leila fa un po’ pena. Ma non può mollare. Continua a parlare. Ripete che lassù è bellissimo. Parla dell’ansa del fiume, delle paludi, dei camminamenti tra i canneti fino ai nidi delle oche selvatiche, che dal tetto della scuola si vedono. Parla di come si fa a scovarli, come si fa a non dargli fastidio quando le uova stanno per schiudersi.
C’è un silenzio affascinato, Leila parla dei due campi zingari e del campo profughi (tutti frequentano la Santorre di Santarosa), dei bambini rumeni che sono arrivati insieme ai bambini albanesi, dopo i russi e prima dei senegalesi. Parla dei bambini africani: vengono da pezzi diversi dell’Africa, qualcuno è un deserto, qualcuno una savana, qualcuno giallo, qualcuno verde, ma tutti disperati. La sua migliore amica si chiama Maryam e arriva dall’Etiopia che è il Paese degli altopiani, dove nasce il Nilo. Il regno del Leone di Giuda. Leila tira fuori dalla tasca dei jeans sdruciti la monetina etiope con sopra la testa del leone che Maryam le ha regalato in seconda elementare come portafortuna e che lei porta sempre in tasca. Maryam non farà le medie, anche se andare a scuola le piaceva, perché è la prima femmina della sua famiglia che ha imparato a leggere e forse hanno paura che esagerare le faccia male; quindi la tengono a casa, però loro due sono d’accordo che Leila le racconterà tutto quello che sente a scuola, perciò sarà come se un po’ facesse le medie anche lei. Dice anche questo.
Il preside si riprende. Interrompe Leila bruscamente ma con una certa cortesia, minaccia punizioni esemplari, ma nel frattempo non ne attua nessuna. Ma in futuro guai a chi si azzarda anche solo a uscire sulla terrazza senza permesso. Tra l’altro la bidella che stava facendo? Mica al telefono come sempre a parlare di cucina? E la segretaria? Non è passata davanti al suo ufficio quella ragazzina per…
Leila raggiunge il suo banco e si siede.
Fiamma si volta e le fa un radioso sorriso.

Ecco, c’è lei, Leila (sì, come la principessa di Guerre Stellari), la ragazzina troppo grassa troppo malvestita troppo diversa troppo tutto. E Maryam, l’amica etiope. E bambini ricchi e bambini poveri e bambini viziati e bambini tristi e mamme rifatte e mamme troppo presenti e mamme troppo assenti ed emarginazione e integrazione e amicizia e antipatie e mutilazioni genitali e paura e coraggio e poi lui, certo, il gatto dagli occhi d’oro, e guai se mancasse!

Silvana De Mari, Il gatto dagli occhi d’oro, Fanucci

barbara