SI SCRIVE EVACUAZIONE, SI LEGGE DEPORTAZIONE

 

Ritiro da Gaza dietro le quinte.
Dura un’ora e mezza, ma tanto adesso vado via così avete tutto il tempo di guardarlo anche a rate, se volete. L’importante è che lo guardiate.

Poi i soliti infami prendono le immagini più crude, più violente e le mettono in rete con didascalie del tipo “soldato israeliano si accanisce contro un pacifico abitante di Gaza”, magari in quelle belle sequenze che mostrano, a confronto, immagini del ghetto di Varsavia o dei campi di sterminio, e la striscia di Gaza per dimostrare l’assoluta identità fra israeliani e nazisti; e il soldato effettivamente, sì, è israeliano, e il posto, sì, è Gaza, e la vittima, sì è un pacifico abitante di Gaza, solo che non è un palestinese maltrattato, bensì un ebreo israeliano deportato. Ma chi sta a guardare questi dettagli…

barbara

CRIMINI DI GUERRA

Sottotitolo: QUELLO CHE TUTTI DOVREBBERO SAPERE

Il libro espone ed esamina le norme che regolano, o dovrebbero regolare, i conflitti sia internazionali che interni, stabilite dalle convenzioni di Ginevra e dell’Aia, e mostra numerosi esempi di gravi violazioni di tali norme, ossia di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità. Alla voce “Conflitto arabo-israeliano” apprendiamo che fra gli stati della terra non ce n’è uno infame quanto Israele: termini come orrori, massacri, atrocità ricorrono con una frequenza che non si riscontra per nessun altro stato, Cambogia e Ruanda compresi. Scopriamo che l’uso della tortura è “pratica sistematica” negli interrogatori; impariamo che nella guerra del ‘48 anche gli arabi si sono macchiati di atrocità, ma solo tre volte in tutto, e due su tre sono state in risposta alle atrocità commesse dagli ebrei (notare, non israeliani: ebrei!). Alla voce “Esecuzioni extragiudiziarie” due esempi: il massacro di circa 2800 vietnamiti ad opera dei vietcong nell’offensiva del Tet, in gran parte civili innocenti, donne e bambini, e l’eliminazione, ad opera dei servizi segreti israeliani, di un terrorista palestinese, fatta poi passare per uccisione in un conflitto a fuoco (ci sono le prove che dal conflitto a fuoco in realtà il terrorista era uscito vivo). I due episodi sono presentati in modo tale da apparire della stessa gravità (una differenza però, fra i due episodi c’è: la dichiarata simpatia che ispira il terrorista che, sconfitto e divenuto vittima, viene percepito in tutta la sua dolente umanità; simpatia che i duemilaottocento civili vietnamiti non sembrano invece suscitare affatto. O almeno non così tanta da far sentire il bisogno di esternarla). E non c’è praticamente capitolo in cui Israele non compaia: dagli attacchi indiscriminati contro obiettivi civili (le postazioni degli hezbollah – e il fatto che Israele avverta sempre prima di colpire, naturalmente, è un’aggravante: dimostra infatti che non si tratta di errori o incidenti ma di attacchi premeditati) alla deportazione; dalla distruzione alle punizioni collettive, al bombardamento a tappeto, alla detenzione illegale (ai detenuti amministrativi non viene MAI notificata l’imputazione, non viene MAI concesso il diritto alla difesa, NESSUNO ha mai avuto un processo con i presupposti minimi per poter essere definito anche solo vagamente equo, spesso il processo non c’è affatto e loro restano in carcere per anni e anni senza sapere perché), alla violazione degli ospedali… e potrei continuare fino a domani. A parte lo stupro etnico*, mi pare proprio che non ci sia un solo crimine di cui Israele non venga accusato. Viene spiegato che Israele invoca le eccezioni ammesse dalle stesse convenzioni nei casi di emergenza, ma naturalmente le invoca a sproposito: quando mai Israele si è trovato in una situazione di emergenza? C’è anche un paragrafo dedicato a un episodio di terrorismo palestinese: mezza pagina, su quattrocento. Credo che ogni commento sia superfluo.

* Come qualcuno ha saggiamente spiegato, i soldati israeliani non si dedicano allo stupro etnico perché, nel loro sconfinato razzismo, gli fa schifo scopare le donne di altre razze in generale, e le palestinesi in particolare.

Il libro non è recente. Ne posto adesso la recensione perché non l’avevo conservata, e solo adesso ne ho ripescata la pubblicazione.

Roy Gutman – David Rieff, Crimini di guerra, Contrasto internazionale

barbara

IRAN: PRIMA E DOPO

Dopo avere guardato queste immagini, vi invito, a proposito di una di queste (donne e ragazze iraniane che protestano per la mancanza di diritti imposta dal regime islamico), a guardare questo post. Poi magari a riguardare quest’altro mio, di un anno e mezzo fa. E infine a dare un’occhiata a qualche spot pubblicitario di prima della gloriosa rivoluzione islamica.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.

MONACO ’72: L’INDIFFERENZA DEL MONDO

Immaginatevi un campus olimpico più o meno come quello che si è visto nelle scorse settimane alla televisione: gli atleti, belli e abbronzati dall’estate appena trascorsa, chiacchierano nelle ore di riposo davanti alle costruzioni approntate apposta per loro. Alcuni raccontano e ridono, altri scambiano fotografie della loro casa e della loro famiglia con giovani provenienti dalle più svariate parti del mondo, altri giocano a carte o a ping pong, altri prendono il sole in bikini o in mutandine, oppure mangiano un gelato in compagnia. Adesso provate a immaginare che pochi prefabbricati più avanti, da quella casetta bianca a due piani, si affacci sulla terrazza, e non è carnevale, un uomo mascherato, con un mitra sottobraccio. Si fa vedere più volte, con una certa ostentazione, gli atleti intorno gli lanciano poco più che occhiate distratte. Continuano ad abbronzarsi, devono riposarsi intensamente, perché fra poche ore gareggeranno. Pensano al record da raggiungere, al grande pubblico festoso che fra poco li accoglierà allo stadio. Tutto questo, mentre gli atleti israeliani muoiono nelle mani dei terroristi palestinesi. Non è un incubo, è una storia vera sulla quale non è stata spesa neppure una parola di commemorazione all’apertura delle Olimpiadi. Gli israeliani l’hanno commemorata da soli per l’ennesima volta, la strage dei loro undici atleti; da soli si sono ricordati l’indifferenza del mondo e la colpevole connivenza che accompagnò l’evento. E il dolore è stato attizzato da un documentario di Arthur Cohen dal titolo “Un giorno di settembre” che si è visto alla televisione israeliana nel giorno della ricorrenza del sequestro. Un documentario spietato, in cui si vedono gli atleti riversi nel loro sangue, si assiste alle conferenze stampa dei palestinesi travestiti da ‘Che Guevara’ antimperialisti, didascalici, sicuri di sé stessi, a contatto continuo fuori della baracca israeliana con i giornalisti senza che ci sia un tentativo di cattura, un autentico sforzo di aiutare le vittime. Lo spettacolo doveva assolutamente continuare mentre gli ebrei morivano. Una faccenda non nuova soprattutto a Monaco, in Germania, dove nel 72 si svolgevano le Olimpiadi che avrebbero dovuto dimostrare la completa riconciliazione della Germania col Mondo.
Alle quattro e mezzo di mattina del 5 settembre avvenne il sequestro: otto feddayn penetrarono oltre il filo spinato e poi nella casetta degli undici atleti israeliani. Due ragazzi israeliani furono immediatamente uccisi. I terroristi chiesero come merce di scambio la liberazione di un gruppo di prigionieri palestinesi in Israele contro le loro vittime innocenti. Le autorità tedesche cominciarono a tremare all’idea che le Olimpiadi potessero trasformarsi in un lago di sangue, o semplicemente all’idea che i giochi potessero fermarsi. Non riuscirono a mettere a punto un solo piano, o non vollero: né mentre fornivano cibo ai terroristi con continui contatti, né mentre la polizia incontrava senza tregua il loro capo, abbigliato con un drammatico cappello sessantottino, i capelli lunghi e l’aria soddisfatta, né quando finalmente salì sul tetto (fu filmato dalla televisione) un commando di teste di cuoio e all’improvviso, un minuto prima dell’operazione, la annullò senza motivi evidenti. Intanto i giochi andavano avanti. Israele insistette per tentare un’operazione di salvataggio in proprio, ma la Germania rispose senza esitazione con un diniego. Quando i terroristi chiesero un paio di elicotteri e un aereo per andarsene con gli ostaggi, la strada fu loro lastricata senza intoppi. Sembra incredibile che non fosse tentato nessun agguato, dato che la situazione era evidentemente disperata comunque. Solo all’aeroporto si appostò un misero gruppo di cinque cecchini su un tetto e un altro commando dentro |’aereo. Quest’ultimo, quando si avvide che i terroristi erano otto e non cinque, cancellò l’operazione e si ritirò. I cecchini cominciarono a sparare alla cieca nel buio, mentre un altro minuscolo gruppetto si dava da fare incongruamente. Il risultato dell’operazione fu che tutti gli atleti israeliani furono bruciati, smembrati. I feddayn furono uccisi in cinque, chissà come, mentre i tre che rimasero in vita furono imprigionati in Germania. Poco dopo un aereo della Lufthansa fu sequestrato da un commando palestinese che chiese l’immediata liberazione dei loro compagni, ciò che avvenne prontamente. Su quell’aereo che, guarda caso, era della Lufthansa, non vi erano, guarda caso, donne e bambini. Dei tre, due furono uccisi probabilmente dal Mossad, e l’ultimo invece – nel film di Cohen – ancora si vanta, in una lunga intervista dal suo nascondiglio in Sud America, dei magnifici risultati propagandistici ottenuti con l’operazione Monaco. E a giudicare dalla solidarietà che i palestinesi hanno ottenuto nonostante atti di questo genere, probabilmente ha ragione. Probabilmente la perversione dell’opinione pubblica è grande.
Forse Israele avrebbe dovuto agire comunque, forse gli atleti avrebbero potuto marciare compatti, tutti insieme, sul prefabbricato sequestrato sfidando il fuoco cui erano esposti i loro colleghi. Certo la Germania avrebbe dovuto mostrare un minimo di quella famosa efficienza che in questo caso, invece, si trasformò in assenza.
Quello che la memoria tramanda della realtà è soltanto che Andrei Spitzer, il campione israeliano di scherma, come prima cosa una volta giunto al Campus andò, fra lo stupore generale, a trovare gli atleti libanesi. Lo accolsero amichevolmente, contro ogni previsione. Parlarono, scherzarono, si dettero la mano. Spitzer tornò radioso: “Le Olimpiadi servono appunto a questo. A unire tutto il mondo intorno all’ideale di una grande collettività”. Durante il sequestro, il suo lungo viso triste, con gli occhiali scuri e il ciuffo liscio sulla fronte fu visto per l’ultima volta dalla moglie alla finestra della baracca per un secondo. La donna aveva in braccio la loro neonata, che non ha mai conosciuto il padre.

No, non è l’ennesimo articolo di contorno alle olimpiadi di Londra, fuori tempo massimo e con qualche dettaglio discordante: questo articolo di Fiamma Nirenstein, pubblicato su Shalom, è di dodici anni fa. Tocca, per l’ennesima volta, constatare, che intorno a Israele il tempo sembra essersi congelato. Ma chi si illude che questo congelamento sia la premessa per la morte definitiva, troverà pane per i suoi denti.

barbara

FINITO IL RAMADAN, APERTA LA CACCIA




La caccia alle donne, come abbiamo appreso in questi giorni, come giusto coronamento per l’evento più religioso, più spirituale, più sublime del calendario islamico. E le femministe tacciono.
Nel frattempo apprendiamo anche che in Inghilterra avvengono MIGLIAIA di mutilazioni genitali ogni anno, senza che la legge intervenga, ossia, sembra di capire, almeno di fatto se non (ancora) di diritto, legalmente. E le femministe tacciono.
E in Iran improvvisamente si scopre che le studentesse hanno risultati migliori di quelli dei loro compagni. Come rimediare a questa ingiustizia che, come si usava dire una volta, grida vendetta al cospetto di Dio? Semplicissimo: le ragazze vengono escluse da buona parte dei corsi universitari. E le nostre femministe, qualcuno le ha sentite fiatare? No, tacciono.
E in Tunisia la nuova costituzione nata dalla meravigliosa primavera araba toglie alle donne quella parità di cui – grazie al presidente-padre-padrone-dittatore Burguiba – godevano da oltre mezzo secolo. Le donne tunisine scendono in piazza per protestare. E le nostre femministe? Tacciono, naturalmente.

barbara

I NUOVI SANTI

Una donna, bella e famosa, muore a 33 anni di cancro al fegato. Dispiace, naturalmente, e il fatto che la donna in questione sia una pornostar nulla toglie al dispiacere; a me, dopotutto, non ha mai fatto niente di male, e neppure a nessun altro, probabilmente. Ma, detto questo, è proprio necessario trasformarla in una santa? La missionaria dell’amore? Ma quale amore? Era una prostituta d’altissimo bordo, con molti più guadagni e molti meno rischi delle poveracce che, non sempre per liberissima scelta, battono il marciapiede. Rispetto sì, altari no, per favore.
Un ciclista sceglie di drogarsi e, come è facile prevedere, ad un certo punto crepa. Magari a qualcuno potrà anche dispiacere ma, a differenza del caso precedente, è una morte scelta e voluta, quindi non si può pretendere che dispiaccia proprio a tutti: a me per esempio non potrebbe fregare di meno. E dunque mi chiedo: è proprio il caso di precipitarsi alla santificazione? Di stracciarsi le vesti? Di scrivere titoli del pistacchio marinato come “Chi ha ucciso Marco Pantani?”? Di farne un martire di non si sa chi e non si sa che cosa? Ma per piacere! Rispetto, se proprio proprio insistete, magari sì, ma altari davvero no, per favore.
Un atleta viene squalificato alle olimpiadi perché dopato. Si dopano tutti? Probabilmente è vero, come è vero che a questo punto è quasi impensabile che qualcuno riesca ad essere competitivo restando pulito. Quindi la differenza non è fra chi si dopa e chi no, bensì fra chi viene beccato e chi no. E dunque il nostro è stato beccato perché ha avuto sfiga? No: è stato beccato perché si dopa. Quando mi hanno beccata a duecento all’ora non è stato perché ho avuto sfiga: è stato perché avendo l’abitudine di correre a duecento all’ora era inevitabile che prima o poi mi beccassero. Se proprio vogliamo chiamare in causa il caso, diciamo che ho avuto un culo stratosferico a non essere beccata tutte le altre volte. E dunque cosa diavolo è questa corsa alla beatificazione, al giustificazionismo (l’ha fatto solo una volta, gliel’ha prescritto il dottore, al massimo due, forse sì l’ha comprata anche all’estero di sua iniziativa, ma una volta sola, giurin giureta…), al poverino non lasciamolo solo, non facciamolo sentire in colpa, al propinarci le foto del bellimbusto frignolante per commuoverci ancora di più? Ma andate un po’ al diavolo tutti quanti, voi e i vostri altari.
  
barbara

LIMBO

Limbo è quello in cui ti trovi a vivere fra il momento in cui ti risvegli dal coma e quello in qui saprai quale sarà la tua condizione definitiva. Quello durante il quale ogni notte ti svegli urlando, nelle narici l’odore del sangue e della carne bruciata e della sabbia del deserto afghano, e nel corpo il dolore dilaniante di una gamba sbriciolata e altro ancora. Quello in cui non sai se la vita ti offrirà ancora una chance o se il futuro è morto per sempre.
Limbo è quello in cui ti trovi a vivere quando non hai più un’identità, un nome, una famiglia, un lavoro, un passato e un futuro, e non hai ancora una nuova identità, un nuovo nome, una nuova vita da vivere. Quello in cui ti ripugna mentire ma non puoi fare a meno di ingannare. In cui avresti tanta voglia di costruire ma l’unica cosa che puoi fare è distruggere, per non lasciare tracce.
Limbo sono quasi 500 pagine da leggere tutte di fila – e per il sonno perso pazienza, prima o poi lo recupererai (senza contare che una che sa ancora che la battigia si chiama battigia, merita di essere letta a prescindere).

Melania G. Mazzucco, Limbo, Einaudi

barbara

LEGITTIMO ORGOGLIO

Chi avesse difficoltà a seguire i sottotitoli può leggere la trascrizione qui, dove potrà vedere anche il video che mostra la trionfale accoglienza tributata all’eroina all’aeroporto di Amman.
Voi riuscite a immaginare qualcosa di più ripugnante? Io sì: il fatto che un sacco di gente stia dalla parte di simili mostri, e si ritengano i buoni, i giusti, i santi.


Giora Balash (60)
Zvika Golombek (26)
Shoshana Yehudit Greenbaum (31)
Tehila Maoz (18)
Frieda Mendelson (62)
Michal Raziel (16)
Malka Roth (15)
Lily Shimashvili (33)
Tamara Shimashvili (8)
Yocheved Shoshan (10)
Mordechai Schijveschuurder (43), la moglie Tzira (41)
e i figli Ra’aya (14), Avraham Yitzhak (4) e Hemda (2)
(Contandoli sono 15, ma c’era anche il bambino che Shoshana portava in grembo. E 130 feriti)

barbara

OMAGGIO A UN GRANDE GRUPPO DEI TEMPI DI MIA GIOVENTÙ

You’ve had your troubles Israel
I’ve seen them all
But you put the writing on the wall
Israel Israel yeah

You know I’ve seen you fall so many times
I’ve cried for you and that’s a crime
Israel Israel Israel

Where there’s sand
Where there’s beautiful sand yeah
You know you got a kind of feeling
That’s just grand
Take me into your arms
Let me be with you
Israel Israel Israel

I like the smiles up on your people’s faces
They make you feel warm embraces
And I want that kind of smile
that kind of smile
Israel you make the whole world think about you
And if they don’t they’ll find a reason
to shout about Israel Israel

You’re the only one Israel Israel
Tell me all about it!
Tell me all about it
Tell me all about it
Oh take me into your arms
And make me feel your goodness
Be with me Israel
Hey hey hey hey
Oh oh oh
Take me into your arms
Let me hold hold you to myself
Oh I want to Israel

Israel Oh take me back into into your arms
Israel Israel Israel Israel
Israel 

barbara