1° AGOSTO 1914

All’inizio sembrava tutto sotto controllo, ma poi, all’improvviso, gii eventi sfuggirono di mano. Sotto la superficie, l’arena politica europea era piena di asperità. Alcuni paesi desideravano ardentemente entrare in guerra, altri erano costretti a farlo, e le scelte di guerra o di pace erano nelle mani di un ristretto numero di persone, i regnanti, spesso capricciosi e incompetenti, ma incontrastati dai loro sudditi.
Lo zar Nicholas stava cercando di governare una vasta nazione anacronistica e ribelle che era stata lasciata indietro durante la rivoluzione industriale. L’imperatore d’Austria Franz Joseph stringeva le redini di un decadente impero multietnico, che ardeva dai desiderio di liberarsi dai suoi padroni di Vienna. La nazione più potente dei mondo, la Gran Bretagna, si trovò a essere sfidata da una Germania aggressiva e da un Kaiser avido e ambizioso. La Francia era ancora offesa per la sconfitta subita dalla Prussia nel 1870-71.
Nessuno voleva aspettare. Tutti volevano agire, o pensavano di avere il dovere di agire immediatamente. Dopo pochi giorni, gli austriaci diedero un ultimatum alla Serbia, i Russi si opposero perché la Serbia era sotto la loro protezione, e i francesi promisero di appoggiare la Russia contro l’Austria. L’Inghilterra cercò di organizzare la seconda e ultima conferenza di pace, che gli austriaci non accettarono. Gli inglesi chiesero quindi alla Russia di ritirarsi.
Il governo tedesco si rifiutava ancora di discutere dell’intera faccenda. Il Kaiser voleva restare al di sopra di tutto. Il 28 luglio, per paura di perdere la Bosnia, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia.
I russi si erano mobilitati lungo i loro confini con la Germania, attirandosi così la rabbia dei tedeschi.
Il Kaiser reagì. La Germania dichiarò lo stato di emergenza nazionale e chiese ai Russi di ritirare le loro truppe dal confine.
I francesi non garantirono la loro neutralità; se i tedeschi fossero passati alle vie di fatto, loro si sarebbero schierati a fianco dei russi.
Gli inglesi allora chiesero alla Germania di garantire, nel caso in cui fosse entrata in guerra contro i francesi, che le loro truppe non avrebbero invaso il Belgio. La Germania si rifiutò di fare una simile promessa.
Il 1° agosto, alle ore 15.55, i francesi mobilitarono.
Alle ore 16.00 fu la volta dei tedeschi.
Alle 19.00 la Germania dichiarò guerra alla Russia perché non aveva ritirato le sue truppe dal confine tedesco.
I tedeschi invasero il Lussemburgo e il Belgio, per poter eventualmente sferrare un attacco preventivo laterale alla Francia.
Il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Francia.
Il 4 agosto la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania.
Presto furono tutti coinvolti. Entrò in gioco la ragnatela dei trattati e dei patti di alleanza. I giapponesi contro i tedeschi; i turchi e il loro decadente impero ottomano al fianco della Germania; gli Italiani contro l’Austria; i Bulgari contro la Francia e la Gran Bretagna. Poi entrarono in campo la Romania, il Portogallo, la Cina e, nel 1917, gli Stati Uniti. Prima del 1918 anche il Perù, il Guatemala, il Nicaragua, la Costa Rica, Haiti e l’Honduras avevano dichiarato guerra alla Germania.
Nessuno poteva immaginare che gli avvenimenti di Sarajevo, a cui nessuno aveva dato importanza, avrebbero provocato una guerra simile; ma quando la guerra scoppiò, tutti si gettarono nella mischia con grande entusiasmo. I francesi avevano sete di vendetta dopo l’umiliazione subita nel 1871 durante la guerra franco-prussiana. Gli inglesi la considerarono un’occasione per dare ai tedeschi una lezione sul potere mondiale. Lo zar la vide come un’opportunità per unire il suo paese e prevenire seri tumulti sociali interni. Voleva inoltre dimostrare che la Russia era cambiata dopo la disastrosa sconfitta da parte dei giapponesi a Port Arthur, nel 1904. Gli emiri turchi pensavano che avrebbero potuto cementare il loro immenso e traballante impero in Medio Oriente.
Il Kaiser Wilhelm II e i tedeschi avevano l’assoluta certezza di non avere nulla da temere. Dopotutto, sulle fibbie delle cinture dell’esercito c’era scritto «Gott mit uns» («Dio è al nostro fianco»).
Dio era al fianco di tutti; al canto del Te Deum, i giovani delle diverse nazioni uscivano dalle grandi cattedrali con la certezza che la loro specifica divinità nazionale avrebbe dato forza alle loro mani e fatto da scudo ai loro cuori. […]
Nessuno capiva il vero orrore di una moderna guerra mondiale. C’erano state alcune dure battaglie durante la guerra civile americana e quella franco-prussiana, ma nessuno avrebbe potuto prevedere gli anni infernali della guerra di trincea, dei gas velenosi, dei carri armati, degli aerei da combattimento, e dell’uccisione di milioni di uomini. (Il banchiere di Hitler, pp. 52-54)

E poi, dopo i milioni di morti, la guerra è finita. E poi c’è stato il Diktat di Versailles, con cui la Francia si è spietatamente vendicata del 1870, quando erano partiti gridando A Berlino! A Berlino! e una settimana dopo i prussiani erano a Parigi (già, non è un’esclusiva dei tedeschi, degli italiani o degli arabi quella di volere a tutti i costi fare le guerre senza poi essere capaci di vincerle. È invece un’esclusiva assoluta dei palestinesi quella di volere a tutti i costi fare le guerre, perderle, e poi dettare le condizioni per concedere benignamente la pace. Le quali condizioni consistono nel suicidio del vincitore. Ma questa è un’altra storia – o forse no). E poi è venuta l’applicazione del Diktat, le cui condizioni erano materialmente impossibili da rispettare; l’economia si è disintegrata, si è arrivati a stampare banconote da un milione di miliardi di marchi, si andavano a comprare due uova con una valigia piena di soldi, i lavoratori avevano mezz’ora di permesso due volte al giorno per fare la spesa perché i prezzi raddoppiavano di ora in ora, si è sfaldato il tessuto sociale, è scomparso ogni valore morale. E poi da più parti si è cominciato a invocare l’avvento di un “salvatore” che ponesse fine a questo caos e soprattutto cancellasse l’infamia del Diktat. E poi il salvatore è arrivato. Il resto è storia nota. Come qualcuno, del resto, aveva lucidamente previsto: «Se scoppierà una guerra dovremo aspettarcene un’intera catena; chi soccombe la prima volta non aspetta infatti che di aver ripreso fiato per ricominciare daccapo.» (Otto von Bismarck in una lettera a Caterina Orlov durante la crisi del Lussemburgo, 1867)

barbara

    • Ciao, sì, adesso sono andata a vedere e l’ho trovata (non ho ancora finito di smaltire il quasi migliaio di mail che ho trovato sui miei 5 account…). Sto così così, sono leggermente stanchissima e sto preparando la ripartenza (devo andare da mia madre). Non so se ce la faccio a trovare un po’ di tempo prima di allora, ma se ci riesco te lo faccio sapere senz’altro.

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