STORIA DEGLI EBREI DI ROMA

Pubblicato alla fine dell’Ottocento, risente chiaramente dello stile dell’epoca nella scrittura, non sempre della massima scorrevolezza. Vale tuttavia la pena di affrontare questo modesto fastidio per conoscere una storia del massimo interesse e troppo poco nota.
Due cose, in particolare, colpiscono. La prima è la constatazione che in tutti i “secoli bui” del Medioevo gli ebrei, pur con tutte le discriminazioni e limitazioni che spesso hanno accompagnato la loro storia, hanno avuto la possibilità di vivere sostanzialmente tranquilli, mentre i guai veri sono arrivati con i secoli d’oro, colti e illuminati, del Rinascimento: vessazioni di ogni sorta, esclusione da quasi tutte le professioni, le vergognose pratiche del carnevale, il ghetto…
La seconda, davvero sconvolgente, è la constatazione di quale immonda sanguisuga sia stata la Chiesa nei confronti degli ebrei.

A causa delle varie forme di imposizione con le quali Urbano VIII opprimeva la comunità il fabbisogno finanziario di questa salì alle stelle. Quasi in ogni seduta la Congrega doveva studiare nuovi modi e nuove vie per racimolare denaro. Si facevano debiti per estinguerne altri, sicché l’indebitamento divenne sempre più oppressivo e la massa degli interessi sempre più proibitiva.
Dai registri della comunità ricaviamo le seguenti notizie:
Nel 1634 il Reggimento fiscale del Campidoglio le impose il pagamento di 3000 scudi. La somma fu coperta con un prestito concesso da Cosimo Ruggiero.
Nel 1635 essa dovette pagare 1535 scudi.
Intorno al 1643 la comunità ebbe da Bernardino Nare un prestito di 4800 scudi, che usò per estinguere vecchi debiti, ossia 3000 scudi a Mario Agostini e 1800 a Mario Farini.
Nel febbraio del 1643 coprì il fabbisogno del momento accendendo un debito di 5000 scudi presso Raffaele Delle Rose.
L’1 agosto 1647 i fattori comunicarono alla Congrega di aver chiesto al papa – era già in cattedra Innocenzo X – di autorizzarli ad accedere al Monte di Pietà per ottenere i mezzi necessari a liberarsi dal peso dei debiti, poiché gli interessi semplici e composti avevano raggiunto un livello proibitivo. Dissero di aver ricevuto una risposta benevola, «che alle loro labbra ebbe il sapore dolce del miele». Aggiunsero però che per portare in porto la cosa sarebbero ancora occorsi parecchi donativi e spese. La Congrega accolse la notizia con un sospiro di sollievo e incarico i fattori di impegnarsi a fondo per ottenere dal papa il relativo chirografo.
La medesima notizia la leggiamo nel Sommario (n. 26) alla data del 7 settembre 1647. Innocenzo X autorizza la comunità a prelevare dal Monte la somma di 160.000 scudi all’interesse del 4,5 per cento, dando a garanzia tutti i suoi possedimenti e rendite, compreso il diritto di gazagà. La comunità avrebbe pagato ogni anno 7470 scudi d’interesse e 1000 per l’estinzione progressiva del debito. La benevolenza del papa giunse al punto di farsi anticipare subito dalla Reverenda Camera Apostolica 13.400 scudi a titolo di «sovvenzione».
Ma il sollievo che la comunità ne ebbe fu di breve durata. Già nel 1649 si presentarono nuove esigenze. La Camera Apostolica voleva 3000 scudi, che dovettero essere procurati al più presto elevando di 25 «porzioni» l’aliquota d’imposta. Questo avveniva il 10 agosto, e già il 19 novembre il papa chiedeva altri 1500 scudi per far fronte a certe spese. Fu deciso di raccogliere la somma imponendo uno scudo a testa a ogni maschio che avesse compiuto quindici anni.
Nel maggio del 1651 la Camera Apostolica tornò a esigere 3000 scudi. Fu deciso di accendere un debito a qualunque condizione, pur di ottenerlo. Ma per impedire che gli interessi crescessero a dismisura, fu imposta una soprattassa di 5 «porzioni» sulla contribuzione annua, da esigersi ogni mese.
Nel giugno del 1652 la comunità cercò di ottenere un prestito di 7000 scudi con regolare cambiale notarile, comunque al tasso d’interesse non superiore al 4,5 per cento: lo scopo era di coprire i debiti fatti dall’amministrazione negli ultimi cinque anni.
Nel luglio successivo venne chiesta la fornitura di letti per i soldati nell’imminente guerra contro la Francia. La consegna venne distribuita in cinque anni e allo scopo vennero destinate le entrate della propina.
Il 23 giugno 1656 Tommaso Fiori fece un prestito di 1500 scudi. Il 5 luglio Francesco Vespini ne fece uno di 1500 scudi all’interesse del 5 per cento; il 10 luglio Francesco Angeletto ne imprestò 4200 al 6 per cento.
Tutti questi denari vennero messi alla libera disposizione di una commissione sanitaria. Infatti era scoppiata la peste di cui parleremo al capitolo XXIV.
Possiamo rinunciare a seguire le vicende finanziarie della comunità sulla scorta dei suoi stessi registri. Quanto abbiamo detto è sufficiente a mostrare come essa fosse sistematicamente sfruttata fino all’osso. I prestiti ottenuti avevano raggiunto un livello tale da esigere l’accensione di nuovi debiti per pagarne gli interessi. Si aggiungano poi i relativi pegni e garanzie che mettevano in forse la stessa esistenza della comunità e dei suoi membri. Eppure si volle mantenerla in efficienza, per poterla spremere sempre di bel nuovo! (pp.204-206)

Ma non erano gli ebrei quelli che per soldi sono pronti a vendere l’anima al diavolo?

Abraham Berliner, Storia degli ebrei di Roma, Bompiani

barbara

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