LA RIFFA

Per la gioia dei miei lettori, ecco un nuovo racconto di quel geniaccio di Mario Pacifici.

Chiuso in un grumo di inconsapevole sofferenza, David osservava la bara che scendeva nel sepolcro, con la fredda indifferenza di un estraneo. Sebbene a tratti fosse scosso da un lieve tremore, continuava a ripetersi che non c’era nulla che lo legasse a quell’uomo, se non il fatto di essere suo figlio.
A pochi passi da lui, sua madre piangeva dietro gli occhiali scuri. David non se ne capacitava. Suo padre le aveva reso la vita impossibile! L’aveva umiliata con i suoi tradimenti e annichilita con i suoi inganni eppure tutto questo non aveva scalfito quella sua irritante devozione.
Sua madre piangeva e lui ne provava rabbia. Rabbia per lei, per le sue lacrime, per quel suo modo ottuso di perdonare ogni ingiuria, ogni oltraggio, ogni affronto.
E quanti ne aveva dovuti subire!
David la ricordava con gli occhi gonfi di lacrime ogni volta che lui spariva di casa, per correre dietro all’ennesimo capriccio.
Tuo padre è fatto così ripeteva lei, in quei momenti. E a dispetto delle lacrime rimaneva in attesa dell’immancabile ritorno, pronta a concedere l’immancabile perdono.
Sei un adorabile cialtrone, gli diceva allora lei, ostentando una collera che, già mitigata dal sollievo, era preludio ad una plenaria assoluzione. E lui annuiva, giurando convinto che non sarebbe accaduto mai più, che mai più si sarebbe allontanato da lei.
Eppure, suo padre era davvero tanto cialtrone quanto adorabile.
Con lui, la casa traboccava di allegria. Aveva un gesto, una carezza, un’attenzione per ognuno. Mai che dimenticasse una ricorrenza o un compleanno. E i suoi regali poi… Tanto sontuosi, da lasciarsi dietro buffi che sua madre, passata la festa, doveva affannarsi a sistemare.
Con il denaro lui aveva un rapporto di sconsiderata indifferenza. Non se ne curava, ma era un maestro nel dissiparlo. E per di più, amava il gioco. Sui tavoli verdi di mezza Europa aveva bruciato intere fortune fino a quando sua madre non gli aveva sottratto, per una volta con testarda determinazione, il controllo degli ultimi quattro pezzetti del patrimonio rimasti liberi da ipoteche.
Il rabbino lo scosse dai suoi pensieri,  gli lacerò la camicia e lo aiutò a recitare il Kaddish. E mentre le labbra sillabavano quelle formule aramaiche, tanto familiari quanto incomprensibili, lui continuava a ripetersi che bene avrebbe fatto a rimanersene a casa, marcando col frastuono di una assenza, l’incolmabile distanza che lo separava da quel padre sciagurato.
Ma questa era solo una puerile elucubrazione. Lui non era tipo da colpi di testa. Lui era solo un  piccolo, ordinato e metodico commercialista. Un tipo noioso, pensò con accorata malinconia, al cui funerale avrebbero partecipato quattro gatti, non la folla strabocchevole che si assiepava ora intorno al sepolcro.
Quella folla, pensò, era per suo padre una sorta di postumo trionfo. Erano tutti lì per lui, accorsi come per un evento mondano, convinti che senza quell’impareggiabile protagonista il loro mondo non sarebbe più stato lo stesso.
In quella folla, pensava David, c’era l’anima stessa di suo padre. In essa si specchiava quel suo fascino suadente che gli apriva ogni porta e gli conquistava la simpatia, l’amicizia, l’amore di ognuno.
Era un dono quello, ma un dono da cui lui stesso era stato soggiogato. Quell’essere amato e benvoluto infatti, piuttosto che una gratificazione era diventato, col tempo, un imperativo categorico. Viveva per quell’adorazione e ogni incontro, ogni rapporto, ogni relazione finivano per diventare una schermaglia, volta a conquistare l’ambita devozione perfino di gente che non avrebbe mai più rivisto.
Era una droga, un delirio, un trionfo dell’effimero di cui però chi interloquiva con lui non coglieva il senso. Quell’artificio del comportamento, quel misterioso equilibrio fra seduzione e frustrazione sparivano infatti dietro l’amabilità dei modi, dietro l’arguzia del conversare, dietro la folgorante genialità delle battute. Di lui emergeva solo l’irresistibile charme, mentre rimaneva celata la fragilità che lo costringeva a piacere per sentirsi vivo.
Solo David lo vedeva per quello che era e coglieva in lui quella paranoia esistenziale che lo induceva a recitare, sul palcoscenico della vita, la parte dell’uomo baciato dalla sorte. E come un mattatore che cerca nell’ultimo applauso la conferma di un talento, suo padre cercava nell’ultima fiamma le rassicurazioni di cui non aveva mai abbastanza.
Era così che si era trascinato negli anni da una relazione all’altra, con donne di ogni risma, lasciandosi alle spalle le macerie di un matrimonio in frantumi e di una famiglia in dissesto.
David questo non glielo aveva mai perdonato.
Aveva smesso di incontrarlo e per quanto possibile lo aveva cancellato dalla sua vita.
Ma questo, si sa, non è mai facile con un genitore.
A volte gli incontri erano stati inevitabili e David ne era uscito sempre con un intollerabile senso di frustrazione.
“Sempre a studiare!” lo rimbrottava suo padre con quei suoi modi ilari che avrebbero dovuto compiacerlo. “Goditi la vita piuttosto! All’età tua è sulle donne che ti devi consumare, non sui libri. E poi con loro non fare il tirchio. Devi essere splendido, che i soldi servono a quello: a comprarti le gioie della vita!”
“Ma quali soldi!?” avrebbe voluto gridargli David. “Quali soldi, se ci hai lasciati sul lastrico, bruciando il mio futuro sui letti delle tue puttane?”
Avrebbe voluto, ma non ne era mai stato capace e oggi se ne rammaricava.
“Non potrò farlo mai più” pensò con amarezza “e continuerò a sentirmi nelle orecchie i suoi insulsi inviti a una vita lasciva. Ma io non sono fatto della sua pasta. Non mi giocherò la vita, come ha fatto lui, correndo dietro a quattro sgualdrine.”
Dopo la cerimonia, David si allontanò da solo. Ne aveva abbastanza degli abbracci consolatori di quella gente e il solo pensiero dei sette dì in casa di sua madre lo atterriva. Che consolassero lei, se ne aveva bisogno. Lui voleva solo voltar pagina.
Si fermò al primo distributore fuori del cimitero e scese dall’auto per un caffè.
“Pago il pieno” disse alla cassiera, porgendo la carta di credito. “E poi un espresso, il Messaggero e un pacchetto di Winston Blu.”
Lei gli sorrise ed inserì la carta.
“Vuoi anche il biglietto della riffa?” chiese. “E’ l’ultimo…”
Lui scrollò le spalle.
“Non sono di qui…”
“E cosa importa. Tu lasci il numero e se vinci ti chiamiamo noi.”
Aveva già staccato il tagliando e gli porgeva il terminale del POS per inserire la password
“E’ quello fortunato, l’ho conservato per te” aggiunse ammiccante.
David le sorrise. Era bella, inguainata in una T-shirt aderente, i capelli corti alla Carfagna.
“Allora” disse con inusuale faccia tosta, “se vinco, il premio voglio che sia tu a consegnarmelo.”
“Ci puoi contare” flirtò lei leggera. “Tu pensa a vincerlo, che io te lo consegno.”
Dieci minuti dopo la cosa era dimenticata. Dieci giorni più tardi, però, il telefono squillò mentre lui era con un cliente.
“Hai vinto” disse, senza preamboli, una voce dall’altra parte.
“Sei tu?” chiese lui, in modo un po’ ottuso.
“Certo che sono io. Chi vuoi che sia? Non avrai mica giocato a qualche altra riffa, nel frattempo!”
David rise.
“Sono con un cliente…”
“Lascia che aspetti! E dimmi piuttosto dove vuoi che ti porti il premio.”
La sera alle otto, lei bussò puntuale al suo appartamento.
Indossava un abito nero, corto ed attillato.
“Non ti dovevi disturbare…” mormorò David, tanto per dir qualcosa e celare l’imbarazzo. “Potevo venire io al distributore.”
Lei gli sorrise.
“Ogni promessa è un debito… Ma non mi fai entrare?”
Lui spalancò la porta sul piccolo appartamento. Era un monolocale con una grande finestra affacciata sulle luci di Roma, un arredamento accogliente e tanti libri in giro e sugli scaffali.
“Whaoo!” esclamò lei, posando la borsa. “Che carino qui…”
David annuì, guidandola verso la zona salotto.
“Cosa ti offro…?”
“Quello che prendi tu…” rispose lei, continuando a guardarsi intorno.
Lui tornò dalla cucina con due calici e una bottiglia di prosecco.
“Funziona il compact?” chiese lei, mentre lui armeggiava con il tappo della bottiglia.
Non attese la risposta per mettere su un CD dei Coldplay.
Bevvero lo spumante e chiacchierarono di musica, di cinema, di calcio.
Il tempo passò piacevolmente mentre a piccoli sorsi svuotavano la bottiglia.
“E’ ora che vada” disse lei a un tratto, alzandosi in piedi.
Improvvisamente David si rese conto che non voleva che lei se ne andasse.
“Non vuoi trattenerti per due spaghetti?” chiese.
Lei lo squadrò con un sorriso malizioso.
“Perché? Sai cucinare…?”
Lui allargò le braccia, divertito.
“Veramente no, ma confido in te… In cucina ho pochi ingredienti e molti surgelati.”
Lei si infilò un grembiule e imbastì una cena, mentre lui si occupava del vino e apparecchiava la tavola.
Chiacchierarono ancora, cenando, e il tempo volò via.
“Ora è davvero tardi” disse alla fine lei, dando un’occhiata all’orologio. “Devo andare… Ma tu riuscirai a sparecchiare da solo?”
David scrollò le spalle.
“Farò del mio meglio…”
“Bene… Allora io vado…”
Si alzò. Le girava un po’ la testa e si sentiva euforica.
Improvvisamente si rammentò del premio.
“Non mi hai nemmeno chiesto che cosa hai vinto.”
Lui la fissò con un sorriso un po’ infantile.
“Speravo fossi tu il premio.”
In vita sua, non si era mai sognato di dire qualcosa del genere.
Forse fu il vino oppure l’atmosfera, ma di certo lei non se ne offese.
Lo guardò con tenerezza. Poi gli mise una mano fra i capelli e lo trasse a sé, baciandolo con trasporto.
La mattina dopo quando si svegliò, lei dormiva ancora nel suo letto.
Cercò i calzoni del pigiama e andò a preparare la colazione. Quando tornò con il caffè e i biscotti lei era sotto la doccia.
Appoggiò il vassoio sul letto e fece scorrere la mano sulle lenzuola. Non sapeva nemmeno come si chiamasse e già era pazzo di lei.
Pochi minuti e lei uscì dal bagno, avvolta in un asciugamano.
“Un caffè?” chiese lui.
Lei gli si accoccolò vicino e centellinò il caffè a piccoli sorsi, senza parlare.
“Devo andare” disse a un tratto “o farò tardi al lavoro.”
Gli dette un piccolo bacio sulle labbra e si vestì in fretta sotto il suo sguardo.
David la accompagnò alla porta, con la sensazione che rimanesse qualcosa di importante ancora non detto.
“Io…” provò a dire, ma lei gli stava tendendo una busta.
“Il tuo premio. Trenta biglietti della lotteria di Capodanno.”
David si rigirò la busta fra le mani senza alcun interesse.
“Quando ci rivediamo?” chiese con un sorriso.
Lei era seria. Abbassò gli occhi e scosse la testa.
David si sentì perduto.
“Perché no? Io non voglio perderti!”
Lei sollevo lo sguardo e lo baciò sulle labbra, facendo scorrere la mano sulla sua pelle nuda.
“Perché questa è una barriera…” disse infine, battendo un dito sul suo maghen David.
Ma che dici…? Non esistono barriere! Non per me almeno…”
“So come vanno le cose. Ci sono già passata. I ragazzi ebrei, quando si vogliono sposare, si cercano una brava ragazza ebrea. Io non ho l’età per imbarcarmi in una relazione senza prospettive. E non voglio soffrire ancora. Potrei star bene con te ma credimi, ci faremmo del male l’un l’altro.”
“Non voglio perderti” ripeté lui. “Ne parleremo ancora… Io non sono come tutti gli altri…”
“No!” rispose lei con dolcezza. “Fermiamoci qua. E’ stato bello, ma non funzionerebbe. Lo sappiamo entrambi.”
David scosse il capo.
“Non è così. Dammi il tuo numero di telefono. Sono certo che fra qualche giorno vedrai le cose in modo diverso.”
“No!” ripeté lei con fermezza.
“E allora prendi il mio.”
Afferrò una penna e si guardò intorno alla ricerca di un pezzo di carta.
“Scrivilo qui” disse lei, porgendogli il braccio.
Lui scosse il capo. Non voleva che il numero scivolasse via alla prima doccia. E poi un numero sul braccio gli faceva orrore.
Afferrò la busta, ne tirò fuori un biglietto e vi scrisse sopra il numero del cellulare.
“Chiamami!” disse, infilandolo nella sua borsetta.
Lei lo baciò sulle labbra, gli sorrise e andò via senza aggiungere altro.
Per molti giorni David attese che lei lo chiamasse ma alla fine si convinse che non sarebbe successo. A volte provava l’impulso di recarsi al distributore ma sapeva che sarebbe stato del tutto inutile. E poi, sebbene gli facesse male doverlo ammettere, si andava convincendo che lei non aveva tutti i torti. Il problema delle tradizioni, l’educazione dei figli, l’atteggiamento delle reciproche famiglie… In vista di un matrimonio quelli sarebbero stati tutti macigni difficili da rimuovere e perfino da aggirare. 
A poco a poco quella serata magica divenne per lui un ricordo malinconico e nostalgico, cui riandare di tanto in tanto col pensiero. Qualcosa di bello ma definitivamente concluso.
Proprio però mentre raggiungeva questa pacata rassegnazione, un altro pensiero gli si faceva strada nella mente. Un pensiero tanto ridicolo quanto persistente. Lui si considerava una persona pragmatica e razionale, per nulla incline alle credulità superstiziose, eppure quel pensiero gli lavorava dentro come un tarlo. La più irripetibile delle avventure, continuava a pensare, gli era capitata pochi minuti dopo il funerale di suo padre. Come non vedere in questo una stupefacente connessione? Quella fulminea, esaltante e amara relazione prese così, poco a poco, a configurarsi nella sua immaginazione, contro ogni logica ed ogni razionale convincimento, come un ultimo dono di suo padre. Un  dono avvelenato, però. Un ultimo sberleffo. Tu non sei fatto della mia pasta…? Beh, eccoti servito! Ora lo sai cosa può darti una donna! Ora lo sai cos’è una passione! E’ facile fare il saccente, parlando dei sentimenti e delle pulsioni altrui. Ma tu non sei diverso da me. Sotto quella maschera di noioso perbenismo, brucia lo stesso fuoco che ardeva nelle mie vene. Tu sei come me e se ne avrai l’occasione farai le stesse scelte per le quali mi condannavi.
David era spaventato da quella deriva dei suoi stessi pensieri ma per quanto cercasse di arginarla, soffocandola sotto una montagna di razionali intendimenti, essa tornava a tormentarlo con una insistenza morbosa.
Giorno dopo giorno tuttavia, quell’incontro fortuito e devastante si faceva nella sua mente più lontano e sfumato, tanto che David riuscì alla fine a relegare gli inquietanti pensieri da cui era stato turbato in uno di quei cassetti della memoria con su scritto questioni inesplicabili.
Un paio di mesi dopo, entrando una mattina nel bar sotto casa, trovò la cassiera intenta a controllare sul giornale il suo biglietto della lotteria.
“Anche per questa volta non sono diventata milionaria!” sbuffò, strappando il tagliando. “E pensare che il primo premio è stato vinto a Roma. Magari l’ha vinto lei, dottore… Ha controllato?”
“No, io no! Non ho neppure il biglietto!”
Nel dirlo si ricordò del premio della riffa e subito quei pensieri irrazionali, di cui credeva di essersi liberato, tornarono ad emergere sornioni.
Non può essere, si disse con forza. Era perfino indispettito di poterlo pensare. Eppure, di andare in ufficio senza prima controllare non se ne parlava nemmeno. Mio padre sarebbe capace di tutto pensò, dandosi beninteso dell’idiota per averlo solo pensato.
A casa cercò la busta in fondo a un cassetto ed accese il computer per connettersi con il sito della lotteria.
Prese i biglietti e se li fece scorrere sotto i polpastrelli. Erano in sequenza. Bastava controllarne uno per controllarli tutti.
Clikò sulla pagina delle estrazioni e partì dal primo estratto. Codice alfabetico MS AJ. Corrisponde! Poi 615. Esatto! Il cuore gli batteva furiosamente, le mani gli tremavano. 718. Oh santo Dio! 946.
Il biglietto gli cadde dalle mani.
“Ho vinto” mormorò sottovoce, quasi per convincersi di essere sveglio.
Spazzò via il biglietto che aveva controllato e che finiva con 941. Quello vincente era nel mazzo degli altri, dal momento che erano tutti in sequenza.
Nell’attimo stesso in cui ne prendeva coscienza, una terribile premonizione gli tolse il fiato.
Oh no! Lui sarebbe capace di tutto, pensò con assoluta convinzione.
Fece scorrere febbrilmente i biglietti. 943, 944, 945, 947.
Ricontrollò tre volte ma non c’era verso. Il 946 mancava. Ci aveva scritto sopra il numero di telefono per quella sgualdrina senza nome! Aveva dato via per niente una fortuna!
Si accasciò sul divano in preda ad un tremito isterico, mentre una voce gli rimbombava nella testa.
E allora, sei fatto davvero di una pasta diversa?

(e presto, una sorpresa…)

barbara

SANTA MARIA VERGINE LIBERACI DA PUTIN

Perché funziona così: tu entri in una chiesa, ti rivolgi al Padre Nostro che sta nei Cieli e gli chiedi di liberarti dal male, e va tutto bene. Entri in una chiesa, ti rivolgi alla Madonna che sta nei Cieli anche lei – ma questo forse è un dettaglio secondario – e le chiedi la stessa identica grazia ma lo fai chiamando il Male per nome, e ti becchi due anni di lavori forzati.

barbara

18 AGOSTO 1559: UN GIORNO FAUSTO PER L’UMANITÀ

L’eco del regno del terrore instaurato da papa Carafa risuona tristemente anche nei tempi successivi. Infatti in tutte le petizioni, comprese quelle dell’Ottocento, la descrizione della misera sorte degli Ebrei romani non è mai disgiunta dal ricordo della sua prima origine sotto quel tiranno. 
Non sorprende perciò che il 18 agosto 1559 la sua morte fosse salutata dagli Ebrei di Roma come una vera Liberazione. Ma non da essi soltanto: il popolo romano, nel cui animo si era dilatato l’odio contro il papa, non seppe frenare la sua furia, che si sfogò subito dope la morte del pontefice. Già quando egli stava ancora lottando fra la vita e la morte, il popolo si era sollevato e, preso d’assalto il palazzo dell’Inquisizione, vi aveva liberato oltre quattrocento prigionieri (*). L’indomani mattina della morte del papa, prestissimo, si riunì la Municipalità. La piazza dove sorgeva la statua del papa fu presto affollata e l’effigie, divelta dalla base, fu fatta a pezzi. E sotto le risate dei magistrati e dei maggiorenti un ebreo di nome Elia infilò il suo berretto giallo sulla testa del papa. Per tutto il giorno quella testa fu bersaglio degli scherni, finché verso sera una mano pietosa la gettò nel Tevere.
Elia pagò presto la sua temerarietà. Il mattino del 9 settembre 1559, prima di entrare in conclave, i cardinali provvidero a farlo impiccare insieme con gli altri caporioni di quella giornata. (Storia degli ebrei di Roma, pp.178-179)

(*) Secondo un’altra fonte lo avrebbero anche incendiato.

Decisamente il senso dell’umorismo non sembra essere la dote più spiccata dei cardinali. Né, dei papi, l’umanità.

barbara

GALEOTTO FU IL COLLIER

Perché non si può mica passare la vita ad occuparsi sempre e solo dei massimi sistemi, no?
E dunque, se hai bisogno di distrarti un momento, questo è il libro che fa per te.
Se hai voglia di un po’ di leggerezza, questo è il libro che fa per te.
Se non ne puoi più delle noie e dei fastidi quotidiani, questo è il libro che fa per te.
Se la tua salute richiede qualche ora di allegria, questo è il libro che fa per te.
Se necessiti assolutamente di una cospicua dose di relax, questo è il libro che fa per te.
Se apprezzi la fantasia, questo è il libro che fa per te.
Se non ti fa troppo schifo provare ogni tanto una briciolina di commozione, questo è il libro che fa per te.
Se vuoi, semplicemente, leggere un bel libro, questo è il libro che fa per te.
Perché non si può mica passare la vita ad occuparsi sempre e solo dei massimi sistemi, no?

Andrea Vitali, Galeotto fu il collier, Garzanti


barbara

IL NOSTRO AMATO SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Cavaliere di Gran Croce  

Credo che il governo italiano abbia raggiunto l’incredibile obiettivo di farmi provare un istintivo e irrazionale moto di solidarietà verso il presidente siriano Assad. A spingermi in tale direzione è stata la notizia, degli ultimi giorni, secondo cui il nostro Ministero degli Esteri si starebbe attivando per chiedere al presidente della Repubblica la revoca di “tutte le onorificenze” attribuite a Bashar Al Assad, compresa quella, particolarmente prestigiosa, di Cavaliere di Gran Croce, che fu attribuita in occasione di una visita di Stato effettuata a Damasco nel marzo 2010 (nel corso della quale Napolitano pronunciò, al cospetto di un compiaciutissimo dittatore, dure parole di riprovazione verso la politica di Israele, senza neanche un’ombra di critica al regime siriano: una scelta a proposito della quale, proprio su queste colonne [24 marzo 2010], ebbi modo di esternare la mia profonda amarezza e delusione).
In cosa, infatti, Assad ha modificato i suoi princìpi, i suoi gesti, la sua politica, tanto da meritare la revoca delle onorificenze? Forse prima si richiamava ai valori della democrazia, della tolleranza, del dialogo, della pace, promuoveva la cultura e la libertà di pensiero, il benessere del suo popolo, i rapporti di buon vicinato con i Paesi confinanti, e poi, improvvisamente, è cambiato, e ha scelto la strada del terrore, della violenza, della sopraffazione? Se così fosse, bene farebbe l’Italia e ritirare i suoi pomposi blasoni (immagino i sorrisi sarcastici dei cortigiani siriani, nell’infilarli in un polveroso cassetto, contrassegnato da un’etichetta del tipo DDO, “Dabbenaggine dell’Occidente”). Ma a me risulterebbe, in verità, che l’Assad di ora sia rimasto quello di ieri e di sempre: uno dei massimi foraggiatori del terrorismo mondiale, al vertice di una ferrea dittatura militare, fondata su una capillare repressione di ogni dissenso interno e su un morboso, ossessivo antisemitismo di Stato (i libri di testo scolastici trattano dei sacrifici rituali degli ebrei e dell’invenzione della Shoah, i poveri studenti, in tutti i percorsi scolastici, devono portare come materia obbligatoria la “questione palestinese”, lo stesso Assad ricordò, nel 2001, alla presenza di papa Giovanni Paolo II [anche in quel caso, senza essere contraddetto da nessuno], che gli ebrei hanno torturato Gesù ecc. ecc.). Certo, ora sta ammazzando un po’ di gente, ma solo perché c’è un’insurrezione in corso, e la situazione gli è un po’ sfuggita di mano: forse che ieri non l’avrebbe fatto?
Chiedo quindi al Ministero degli Esteri e alla Presidenza della Repubblica di volere cortesemente spiegare:
1) per quali meriti è stata attribuita, nel 2010, l’onorificenza;
2) quando e perché tali meriti sarebbero venuti meno.
Altrimenti, chiedo che sia lasciata ad Assad la sua stupida medaglia.
P.S.
Dimenticavo, forse, che, com’è noto, l’Italia non finisce mai le guerre nello stesso fronte in cui le ha cominciate, e i ruoli di amici e nemici ci appaiono, tradizionalmente, facilmente interscambiabili. Con Gheddafi – per restare a tempi recenti – siamo passati disinvoltamente dai baciamano alle bombe e, quando è stato ucciso, il suo amico Berlusconi si è rapidamente consolato (“sic transit gloria mundi”, è stato il suo commento). Con Assad, evidentemente, sta capitando lo stesso. Solo che, al momento, la guerra civile non è ancora finita, e non appare certo che il dittatore (come evidentemente, il nostro governo prevede) sarà deposto. Che al Ministero, allora, siano stati un po’ precipitosi? Suggerirei, a titolo precauzionale, di aspettare un po’ per la revoca, se non altro per risparmiare il fastidio (e la spesa), nel caso vinca ancora il presidente, di dovergli dare un’onorificenza nuova.

Francesco Lucrezi, storico

Nessuna meraviglia, comunque, in merito allo sviscerato amore del Nostro Amato Signor Presidente Della Repubblica per la feccia: lui è quello che ha difeso i massacri d’Ungheria, ha difeso i carri armati a Praga, ha messo per iscritto la sua piena solidarietà a Pol Pot e a quella che definisce l’«eroica resistenza del popolo cambogiano»; non risulta che abbia mai chiesto scusa ai due milioni di cambogiani sterminati e ai milioni di cambogiani vittime di disumane sofferenze per la solidarietà espressa al loro carnefice.
Nessuna meraviglia, peraltro, neanche per il fatto che il grande Francesco Lucrezi ci offra sempre lavori eccezionali.


barbara

E MI DOMANDO

Quando riferisce di un partito che vuole far inserire nella costituzione l’abolizione dell’uguaglianza fra uomo e donna, perché la signora Viviana Mazza, giornalista – o sedicente tale – del Corriere della Sera, lo definisce “partito islamico moderato”? È forse il partito stesso a definirsi tale? Sì? E allora? Se parlo della mia collega L., che dice di rispettare il ramadan, sono forse obbligata, ogni volta che la nomino, ad aggiungere “quella che rispetta il ramadan”, anche se poi io senza sigaretta in bocca non l’ho mai vista?

E poi mi domando: perché il signor Morsi, signore e padrone dell’Egitto, dopo aver silurato il precedente capo di stato maggiore ha scelto quello che aveva sottoposto le donne che protestavano al test di verginità? Voleva dimostrare, aveva spiegato all’epoca, che le donne che vanno in piazza a protestare sono tutte puttane; e infatti, aveva annunciato trionfante, nessuna di loro era risultata vergine. Peccato – oltre alla vergogna del fatto in sé – che i test non fossero stati fatti al momento dell’ingresso in caserma, bensì immediatamente prima di lasciarla…

E poi ancora mi domando: che differenza c’è fra le leggi razziali del ’38 che vietavano l’adozione di testi scolastici di cui l’autore, o uno degli autori, fosse ebreo, o che fossero illustrati da un ebreo, o stampati in una tipografia di proprietà di un ebreo, o pubblicati da una casa editrice di proprietà di un ebreo, e questa porcata qui?

(No, le domande non vanno in vacanza a ferragosto. E neanche l’indignazione)

barbara

MITI DEL MEDIORIENTE

Questo articolo di Josef Farah, giornalista arabo americano, è di dieci anni fa.

Ho mantenuto il silenzio da quando in Israele è iniziata la battaglia sulla spianata del Tempio.
Finora mi sono trattenuto dal dire “Ve l’avevo detto”, ma non posso più resistere: devo citare l’articolo scritto 2 settimane prima dello scoppio.
Sì, l’ho previsto, ma non importano gli applausi. Magari mi fossi sbagliato.
Più di 80 persone sono state uccise nella battaglia intorno a Gerusalemme: per quale motivo?
Se credete alla maggior parte delle fonti di informazione, i palestinesi vogliono una patria e i musulmani vogliono avere il controllo di un posto che considerano sacro.
Semplice, vero?
Ebbene, come giornalista arabo americano, che ha passato un lungo periodo in medioriente, schivando pietre e schegge di mortai, vi devo dire che queste sono false scuse, falsi pretesti per una rivolta, per creare disordini e accaparrarsi della terra.
Come si spiega che prima della guerra del ‘67 non c’era nessun movimento serio per una patria palestinese?
Mi direte, “questo era prima che gli israeliani occupassero la Cisgiordania e Gerusalemme”.
Questo è vero. Nella guerra dei 6 giorni Israele ha conquistato la Giudea , la Samaria e Gerusalemme. Ma non le ha conquistate da Arafat. Le ha portate via al re Hussein di Giordania. Non rimane che chiedermi come mai tutti questi palestinesi hanno scoperto improvvisamente la loro identità nazionale dopo che Israele ha vinto la guerra. La verità è che la Palestina è vera come l’Isola che non c’è. La prima volta che il nome Palestina è stato usato era nel 70 AD, quando i romani hanno commesso un genocidio degli ebrei, distrutto il loro tempio e dichiarato che lo Stato di Israele non esisterà mai più. Da allora, hanno promesso i romani, sarà chiamata Palestina.
Questo nome derivava dai Filistei, il popolo di Golia sconfitto dagli ebrei secoli prima. Era il modo dei romani di aggiungere un insulto alla ferita inferta. Hanno provato anche a cambiare il nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina, senza grande successo.
La Palestina non è mai esistita né prima né dopo come entità autonoma.
È stata governata dai romani, dagli islamici, dai crociati cristiani, dall’impero ottomano e, per un breve periodo, dagli inglesi dopo la prima guerra mondiale.
I britannici hanno stabilito di restituire una parte di questa terra al popolo ebraico perché potesse farne la propria patria.
Non esiste una lingua palestinese. Non esiste una cultura palestinese specifica. Non c’è mai stato uno stato palestinese governato dai palestinesi. I palestinesi sono arabi, indistinguibili dai Giordani (un’altra recente invenzione), dai siriani, dai libanesi, dagli iracheni ecc…
Dovete tenere a mente che gli arabi controllano il 99,9% della terra del Medioriente; Israele rappresenta lo 0,1% di questa terra.
Ma questo è troppo per gli arabi. loro vogliono tutto. Ed è per questo che si combatte oggi in Israele: avidità, orgoglio, invidia, cupidigia. Non importa quante concessioni territoriali farà Israele, non saranno mai sufficienti.
E i posti sacri all’Islam? Non ce ne sono a Gerusalemme!
Stupìti? Dovreste esserlo. Non penso che sentirete mai questa brutale verità da nessun altro dei media internazionali. Non è “politically correct“.
So quello che state per dirmi: “Farah, la moschea di Al Aqsa e il Tempio della Roccia rappresentano il terzo luogo sacro dell’Islam.”
Falso. In realtà il Corano non dice nulla su Gerusalemme. Menziona la Mecca centinaia di volte, Medina è nominata innumerevoli volte, ma non menziona mai Gerusalemme, e per buone ragioni. Non c’è nessuna evidenza storica che suggerisce che Maometto abbia mai visitato Gerusalemme.
Allora come è che Gerusalemme è diventato il terzo luogo sacro dell’Islam?
I musulmani oggi citano un vago passaggio del Corano, la 17 sura, intitolata “il viaggio notturno”. Questo si riferisce a un sogno o una visione in cui Maometto è stato portato di notte “dal tempio sacro al tempio più remoto, il cui recinto abbiamo benedetto, che possiamo mostrargli i nostri segni…”
Nel 7° secolo, alcuni musulmani identificavano i 2 templi menzionati in questo testo come quello della Mecca e quello di Gerusalemme. E questa è la relazione più stretta che si può trovare tra l’Islam e Gerusalemme. Miti, fantasie, credenze basate sui desideri, ma non sui fatti. Mentre le tracce delle radici degli ebrei a Gerusalemme risalgono ai giorni di Abramo.
L’ultimo giro di violenze è scoppiato quando il leader del Likud Ariel Sharon è andato a visitare la spianata dei templi, sopra al tempio costruito da Salomone. È il posto più sacro per gli ebrei. Sharon e il suo seguito sono stati affrontati con sassate e minacce.
Io so come è stato, io ero lì. Potete immaginarvi cosa significa per un ebreo essere preso a sassate, minacciato e fisicamente impedito di entrare nel posto più sacro al giudaismo? (*)
Allora quale è la soluzione per il medioriente? Francamente non penso che l’uomo abbia trovato la soluzione alla violenza, ma se c’è una soluzione deve partire dalla verità: fingere porterà solo a più caos. Mettere sullo stesso piano un diritto di nascita vecchio di 5000 anni, sostenuto da prove storiche ed archeologiche schiaccianti, contro pretese e desideri illegittimi dà alla diplomazia e a certi negoziatori una pessima fama.

Josef Farah
da World Net Daily

Questo invece è recentissimo.

(*) In realtà, come è stato documentato in seguito, fra la visita di Sharon al Monte del Tempio e l’inizio della cosiddetta seconda intifada, non c’è alcuna relazione (addirittura neppure temporale, dal momento che i primi disordini erano iniziati qualche giorno prima). Fra i commenti lasciati in quel post, ritengo utile riportare questa preziosa testimonianza:

Piccola testimonianza personale sulla lunga (e capillare) preparazione della II Intifada. Confesso che, nel 1999 (febbraio), ho incontrato Arafat a Ramallah (delegazione sindacale unitaria). Era periodo di Ramadam e, nel pomeriggio, girammo per le stradine piene di ragazzini. Erano organizzati per bande, ognuna con un capetto sui 12/13 anni che parlava inglese. Erano parecchie, queste bande. Il capetto ti interrogava: da dove vieni? sei amico della Palestina? sei contro l’occupazione? Noi rispondevamo, con la sensazione che si dovesse accettare questa mini-polizia locale e stare al gioco. Ad un certo punto, però, domandai ad uno di questi mini-boss “Ma a scuola non ci andate?” Si mise a ridere e la risposta testuale fu “Nooo, we are the boys of Intifada!”. Gli feci notare che l’intifada era finita e che si stava facendo la pace. Mi guardò con schifo e mi disse “The next one”. La sera commentai questo episodio con un amico palestinese e gli dissi che mi sembrava, anche dai colloqui che avevo avuto con diversi dirigenti sindacali, che tutti dormissero col coltello o con le pietre sotto il cuscino. E lui mi rispose lapidario: “No, col kalashnikov”. Mancavano molti molti mesi alla “passeggiata” di Sharon.
Misi tutto per iscritto per i miei capi. Mi dissero: sei la solita pessimista.

“Cassandre”, vengono spregiativamente chiamate le persone che segnalano il pericolo. Dimenticando un piccolo particolare: che Cassandra non ha mai sbagliato una profezia.

barbara

LA PRINCIPESSA SCHIAVA

Principessa vera, Jacqueline, moglie di un principe della famiglia reale della Malesia: bellissimo, affascinante, dolce, tenero, delicato, raffinato, appassionato, ma… musulmano. E fin dal giorno del matrimonio la vita della giovanissima sposa diventa quella di troppe altre sorelle di sventura: reclusione, umiliazioni, insulti, sesso violento, botte, sevizie, torture psicologiche, inganni, tradimenti – oltre a simpatiche manifestazioni di entusiasmo per quella meravigliosa “operazione di pulizia sociale” che dalle nostre parti è conosciuta col nome di Olocausto. Senza la possibilità – a portata di mano per qualunque donna in Europa o in America – di chiedere aiuto: non alla polizia, non alla famiglia, e neppure alla propria ambasciata, perché

«Lei è la benvenuta se teme di essere in pericolo, ma devo avvertirla che se ci venisse richiesto di consegnare i suoi figli, saremmo costretti ad accettare. Mi dispiace, ma non possiamo rischiare un incidente diplomatico.»
Cercai di discutere con lui, ricordandogli che eravamo tutt’e tre australiani, ma fu inutile. La posizione della mia ambasciata fu espressa con molta chiarezza: erano disposti ad aiutarmi, ma non a rischiare di suscitare le ire dei malesi proteggendo i miei bambini australiani. […]
Ero sconfitta. Ora non avevo più nessuno a cui rivolgermi.

E la discesa all’inferno continua inesorabile fino all’oltraggio supremo: il rapimento dei figli (con le autorità e la polizia australiane intensamente impegnate ad evitare ogni rischio di intercettare e fermare il rapitore) – e il lieto fine, almeno fino alla pubblicazione del libro, non c’è.

Vi sembra di avere già sentito questa storia? Sì, avete ragione: è assolutamente identica a quella di decine di migliaia di altre storie – quasi tutte (le eccezioni sono rarissime) con protagonisti musulmani – accadute nel mondo, alcune delle quali sono state narrate nei libri scritti dalle vittime: Betty Mahmoody, Mai senza mia figlia; Zana Muhsen, Vendute!; Tehmina Durrani, Schiava di mio marito; Carmen Bin Laden, Il velo strappato; Stefania Atzori, L’infedele; Sandra Fei, Perdute (l’unica, fra quelle a mia conoscenza, con marito non musulmano).
Mi resta, tuttavia, difficile da capire come una donna possa accettare ogni sorta di violenze, dal primo brutale stupro (“lui non è così, chissà cosa gli è preso, sicuramente non succederà più”), al crescendo delle violenze (“è sotto pressione, devo evitare di irritarlo, prima o poi tornerà come prima”), al lasciarsi sodomizzare, sbattere la faccia contro il muro, la testa sul pavimento, fino a quando, con la nascita dei figli, non diventa schiava del ricatto della loro sottrazione, ed è troppo tardi per qualunque soluzione.
(Certo, se da bambina non avesse subito tutti quegli abusi, soprattutto sessuali, in casa di sua madre, magari non sarebbe stata così fragile, così vulnerabile, così pronta a qualunque cosa, pur di fuggire da quell’inferno, da non accorgersi che quello che le si apriva davanti era un inferno ancora peggiore)

(Ah, dimenticavo: lo sapevate che nell’islam ci sono i punti? Sì, come i punti Alitalia, o quelli della Despar, o di Cartasì. Se per esempio dovesse – diocenescampieliberi – capitarvi di pregare con l’ano poco pulito, ne perdete un bel po’, mentre se dopo avere stuprato qualcuno provvedete a lavarvi accuratamente dalla testa ai piedi, ne guadagnate – absit iniuria verbis – un bordello. A dire la verità non so se sia una norma generale oppure una variante locale, effettivamente questa cosa non l’avevo mai sentita prima, comunque almeno in Malesia l’islam funziona a punti, sappiatelo)

Jacqueline Pascarl, La principessa schiava, Piemme

barbara

CHE COS’HANNO IN COMUNE TUTTE QUESTE FRASI?

biglietti attenti alla cana
porno anziani
lumache francesi
scopata sul treno
odiare una ex
muro piccole uova
primo levi nati non foste per viver come bruti
fatti non foste lavorar come bruti
come reagire agli attacchi di fame
barca a vela hitler
barbara lui sposato finita
sembrano vipere
cosa dire il nostro diritto se un imputato viene condannato all’ergastolo un innocente
collaborazionista visitors
mal di testa dopo treno
fumando ho goduto
mi ha messo da parte per un uomo ricco
come si mettono i giochi sul telefono
come sopravvivere alle figure di merda con i suoceri
la checca su i foco
fatti non fusti per vivere come bestie
è finito in galera per associazione a delinquere ma io lo amo
la moglie di hitler era ebrea
fare l’amore in spiaggia
i fatti miei non li racconto quelli degli altri non li voglio sapere
come si fa a leggere la mano
serpenti vipere trasformati
mi ha sempre stupito per la tua profonda saggezza, ma perchè hai
moglie vecchia da soddisfare
la signora dei cavalli
morti non foste
creazionismo meotti
scopate casalinghe video
morsetti londra olimpici

Dai, su, che è facile!

barbara