DI GUERRA E DI PACE

In attesa della possibile-probabile-temuta-sperata-terrorizzante-salvifica guerra in Medio Oriente, ho ripescato questa vecchia cosa che forse – forse – potrebbe fornire uno spunto di riflessione.

Pensiero mattutino
Data:    Friday, September 20, 2002 11:23 AM

Di solito non scrivo mail “di massa”. E la politica mi interessa poco. Poi sono anche molto ignorante.
Ma sentire le parole di Bush, e vedere nei suoi occhi la violenza. Percepire che la Pace non è più una possibilità ricercata ma quasi un lusso da signorine e vedere la faccia sorridente del nostro premier, cioè, volenti o nolenti, di noi tutti italiani, lì di fianco a sottolineare il suo consenso…
E poi penso a me, che faccio? Sto forse nutrendo, inconsciamente, lo stesso Leviatano? Sono forse i miei pensieri, le mie parole, a portarmi distrattamente là dove la violenza si compie? Come vedo il mio prossimo? C’è ancora possibilità di pace, dentro di me? E come la incarno nei miei gesti quotidiani?
Il mio silenzio è un marchio a fuoco. Posso veramente non ritenermi responsabile di ciò che accade là fuori?
Grazie dei 2 minuti di attenzione.
Stefano B

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Caro Stefano,
ritengo sempre utile riflettere, specialmente di primo mattino, quando si è più freschi, riposati, calmi.
La riflessione si chiama così perché consiste di una serie approfondita di ragionamenti e pensieri elaborati e rielaborati, dunque è bene riflettere proprio quando le capacità intellettive sono al massimo delle potenzialità.
Quando si parla di guerra si parla inevitabilmente di morti, tragedie, sofferenze immediate e “a lunga cessione”: l’Europa è ancora ben giovane per aver dimenticato gli orrori di ben due guerre (e mezza) del secolo passato. Una riflessione sulla guerra dunque dovrebbe impegnare più di un solo mattino. Perché la guerra non è uno scherzo, ma il male in assoluto che come Umanità dobbiamo cercare di impedire ad ogni costo.
Nel caso specifico dell’Iraq guidato dalla dittatura di Saddam Hussein occorre ricordare -durante la riflessione- ciò che accadde il 7 Giugno 1981 a Tammuz, vicino Baghdad: con un’azione di “legittima difesa preventiva” l’aviazione militare israeliana bombardò e distrusse il reattore nucleare di Osiraq.
Quella data segna un importante stop al programma iracheno volto alla costruzione della bomba atomica. Quella fu un’azione di guerra o, se si preferisce, una “illegittima azione di pirateria internazionale”, ma a seguito di quell’azione il dittatore Saddam Hussein non possedeva più la capacità tecnologica per dotarsi di armamenti nucleari. È da ricordare che il 1981 fu un anno terribile per il Medio Oriente: la guerra civile in Libano, gli attacchi militari dal Libano contro Israele, la guerra Iran-Iraq, l’attentato al presidente egiziano Anwar El Sadat… Era insomma in corso l’inferno o giù di lì e TUTTO poteva accadere. Dopo il 7 Giugno però da quel “tutto” si poteva togliere -almeno per un lungo periodo di tempo- la capacità di un conflitto atomico in Medio Oriente.
Ricordando questo antefatto si deve tener conto di un altro episodio, un’altra pagina buia per l’Umanità: il bombardamento con armi chimiche sulla popolazione civile irachena di etnia curda nel nord dell’Iraq da parte della aviazione militare di Saddam Hussein nel 1988. Più di 5000 -cinquemila- morti, uomini, donne, vecchi, bambini, uccisi dal gas nervino. Ciò che rende più amara quella pagina buia dell’Umanità è che l’Umanità era stata avvertita dallo Stato di Israele circa la minaccia crescente del rais di Baghdad, ma l’Umanità rispose che era troppo furba per cadere nella trappola del Primo Ministro israeliano Shamir di “deviare l’attenzione” del mondo dall’Intifada in corso nei Territori palestinesi occupati.
Le immagini dei Curdi che giacevano a terra dopo aver sofferto indicibilmente catturarono l’attenzione di pochi media nel mondo, attenzione che era spasmodicamente rivolta solo e soltanto alla Intifada palestinese. Allora un Palestinese ferito contava molto più di cinquemila Curdi sterminati col gas. Era il 1988 e Saddam stava lentamente preparandosi ad attaccare il Kuwait e l’Arabia Saudita. Questi piani militari erano stati desunti da informazioni dei servizi segreti israeliani e per mesi ed anni Israele tentò invano di attirare l’attenzione sulla minaccia crescente, minaccia che puntualmente si attuò il 2 Agosto 1990 con l’invasione del Kuwait che dette inizio alla Guerra del Golfo (che tanti erroneamente fanno cominciare solo nel Gennaio 1991 quando una forza multinazionale avallata dall’ONU iniziò le operazioni militari di reazione per liberare il Kuwait). Le azioni di guerra cessarono con l’avvenuta liberazione dello stato arabo (non era Saddam l’obiettivo e dunque Saddam fu lasciato al suo posto: se fosse stato detronizzato si sarebbe trattato di un’azione illegittima di pirateria internazionale). L’inizio e la fine della guerra sono dunque collegate all’invasione e alla liberazione dello Stato del Kuwait.
Le Nazioni Unite, allo scopo di evitare il riarmo dell’Iraq e per garantire le minoranze etniche, istituirono delle sanzioni commerciali e stabilirono due zone semi-autonome a sud e a Nord del paese (dove vivono le minoranze sciite e curde, spietatamente perseguitate come ricordato prima) vietandone il sorvolo da parte dei Jet militari iracheni (sono le famose “no-fly zone).
Venne inoltre deciso l’invio di ispettori ONU per verificare la presenza e conseguentemente la distruzione di armi convenzionali e di distruzione di massa.
Gli ispettori non hanno mai avuto il permesso di ispezionare moltissimi siti “sospetti” e dopo essere stati espulsi una prima volta sono stati riammessi ma ancora senza poter svolgere realmente il proprio lavoro. Essi poi sono stati definitivamente riespulsi nel 1998. Quattro anni fa.
Come Israele lanciava l’allarme nel 1981, 1988 e 1989 e 1990 così sempre Israele (che la trentina di missili Scud iracheni su Tel Aviv ricordano aver ben ragione di temere per la propria sicurezza nonché per la propria sopravvivenza) ha lanciato più volte un più accorato -e come al solito inascoltato- allarme Iraq.
Stavolta la minaccia è di tipo nucleare.
Ma a questo punto occorre allungare la riflessione col ricordo dell’11 Settembre 2001: un giorno che insegna all’Umanità che la barbarie esiste e si può scatenare OVUNQUE. Un giorno che sottolinea come i pazzi che vogliono distruggere il mondo esistono e -soprattutto- agiscono davvero.
Dopo l’11 Settembre è stato immediatamente chiaro che la nuova minaccia alla sicurezza mondiale non poteva essere sottovalutata e che gli allarmi da Israele dovevano essere presi nella necessaria considerazione.
Il problema di un Iraq che sarebbe stato in possesso della bomba atomica entro il 2003 (notizia nota da almeno 12 anni) non poteva più essere trascurato.
A questo punto tralascerei “la violenza negli occhi di Bush” (anche perché il meraviglioso sguardo sorridente di Saddam Hussein mi ricorda quanto sia poco determinante l’espressione del volto) e mi riferirei al concetto espresso da un capo di stato e di governo che ha atteso con pazienza prima di colpire il centro di comando di Al Qaeda in Afghanistan e che ha avuto sangue freddo e conservato la calma per tranquillizzare la propria nazione così tragicamente e storicamente colpita.
Il concetto è questo: “non possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa”.
Ho molto semplificato ma il punto centrale è proprio questo. Non penso sia un “lusso per signorine” ricercare la pace, non lo penso perché la storia me lo ha insegnato, non lo penso perché i racconti dei nonni e della mamma me lo hanno insegnato, mi hanno insegnato cosa voglia dire la parola “guerra” e quanto di tragedia essa porti con sé. Però penso che nel 1938 durante i Patti di Monaco le democrazie occidentali abbiano commesso un grave, orrendo, fatale errore nel sottovalutare la potenza e la volontà di distruzione, conquista e sterminio della Germania nazista e mi domando quanti milioni di morti si sarebbero potuti evitare dichiarando SUBITO guerra a Hitler e dimostrando in tempo la forza del Diritto e della Democrazia a chi proprio il Diritto e la Democrazia voleva sconfiggere (A PROPOSITO DI GUERRA).
Nel 1945 la Germania nazista e il Giappone erano molto vicini alla costruzione dell’arma atomica. Questo significa che se il mondo avesse aspettato ancora pochi anni -se non addirittura mesi- prima di opporsi alla volontà di guerra delle dittature, già sessant’anni fa avremmo avuto un conflitto nucleare.
Un conflitto nucleare che sarebbe stato scatenato per primo da chi per primo nella storia ha scatenato i conflitti:
Hitler nel 1939
Saddam Hussein nel 1990
Milosevich nel 1992 e nel 1999.
Conflitti che non sono stati fermati dalla volontà popolare (come potrebbe accadere per gli stati democratici) perché stati democratici quelli non erano. Quei conflitti sono stati fermati soltanto da ciò che in ultima istanza poteva e può fermare una guerra. Non il trattato internazionale meglio conosciuto come “Patti di Monaco” ha fermato -come si erano illuse le democrazie occidentali ed i pacifisti- Hitler, ma gli sbarchi angloamericani in Sicilia, Anzio, Costa Azzurra e Normandia, le avanzate sovietiche in Finlandia, Polonia, Ungheria e Balcani…
Milioni di vivi hanno aspettato invano la liberazione, milioni di morti sono stati necessari per liberarci.
Dopo esser stati ciechi di fronte al terrorismo suicida in Israele -credendo si trattasse di un fenomeno isolato e circoscritto, credendo nella spontaneità di quei “sacrifici” e soprattutto credendo che essi fossero solo il frutto della “disperazione” senza invece approfondire il fenomeno come invano Israele chiede da tempo- in molti hanno visto l’11 Settembre cosa davvero significa “terrorismo suicida” e che cosa può comportare tale nuova strategia militare,  … vincente su Israele, vincente sugli Stati Uniti d’America, in altre parole, VINCENTE punto e basta.
Se è vero che la storia deve servire da lezione per non commettere in futuro gli errori passati allora devo cambiare il concetto del presidente Bush (“non possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa”) in una domanda:
Possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa?
Possiamo rischiare -ancora nella storia- altri milioni di morti?
È una domanda che mi faccio senza avere il magnifico sorriso sul volto.
Al mio più energico NO, NO ALLA GUERRA NUCLEARE DI SADDAM HUSSEIN, no alla distruzione atomica di Tel Aviv, Londra o Francoforte, non posso avere il magnifico sorriso sul volto, ma la mia più ferma determinazione per evitare la catastrofe.
Che può esser interpretata come “violenza negli occhi”.
Milioni di persone avrebbero voluto quell’espressione sul volto di Chamberlain a Monaco di Baviera nel 1938.
Fermare Bush e Blair. Ma Saddam chi lo ferma? Gli ispettori che arriveranno non potendo ispezionare enormi capannoni denominati “palazzi presidenziali” e “dunque non ispezionabili”?
Possiamo davvero aspettare quel giorno in cui da Baghdad arriverà la dichiarazione “abbiamo l’arma atomica” (condito magari da un bel “Grazie per avercelo permesso”)?
Possiamo davvero attendere un lampo accecante da Tel Aviv, Londra, Francoforte, Milano o New York senza fare niente?
Saddam Hussein sa come rimanere al potere e sa anche che dopo quell’annuncio al mondo ci resterà per sempre. Da quel momento però il mondo intero vivrà con la bomba atomica di Damocle.
Saddam ha fatto cadere tante spade: sui Curdi, su Israele, sul proprio popolo. Possiamo davvero rischiare un’altra spada stavolta accecante?
Rivolgendo l’attenzione ai famosi sporchi interessi, alla famosa frase della “guerra per il petrolio” (come se l’invasione irachena del kuwait non fosse volta proprio ad impossessarsi dell’oro nero kuwaitiano), Saddam ha ultimamente riammassato truppe militari vicino al confine col Kuwait ed inoltre non ha mai smesso di rivendicare la “proprietà” del Kuwait.
Davvero possiamo rischiare che un feroce dittatore -che fa a pezzi il poeta di corte perché non ne aveva gradito la poesia quel giovedì mattina- possa di nuovo impossessarsi con una guerra del Kuwait e continuare impunemente in Arabia Saudita arrivando così a poter ricattare il mondo con un’altra arma -ben più temibile- il controllo pressoché totale del petrolio?
L’arma atomica in mano irachena mi fa scrivere quella frase “continuare impunemente in Arabia Saudita”: quale paese al mondo infatti si esporrebbe a una rappresaglia nucleare se Saddam Hussein volesse “solo” conquistare qualche milione di chilometri quadrati di deserto?
Immaginiamoci per un istante -uno solo per carità!- la potenza di un Hitler con l’arma atomica ed il controllo mondiale sul petrolio.
Ma non occorre molto sforzo di immaginazione: fermandoci soltanto alla minaccia atomica potremmo ricordare le impunite (perché impunibili, pena la rappresaglia nucleare) invasioni sovietiche dell’Ungheria nel 1956, della Cecoslovacchia nel 1968 e dell’Afghanistan nel 1979, o che dire della Cina -altra potenza nucleare- che si può permettere il lusso (da signorine?) di schiacciare con i carri armati migliaia di studenti “colpevoli” di protestare in piazza Tien-an-men… Addirittura sotto gli occhi delle telecamere.
La stessa cosa pensavano di fare Saddam Hussein nel ’90 e Milosevich nel ’92, ma per questi ultimi due casi fortunatamente (anche se lentamente) il mondo ha potuto opporsi. Per fortuna non avevano armi di distruzione di massa. Quanto al petrolio, ci ha pensato Saddam a quello kuwaitiano perduto: ordinando in ritirata l’incendio dei pozzi petroliferi che ha oscurato il cielo per mesi. Ma chissà se di questo hanno qualche notizia o si ricordano più coloro che volgono lo sguardo (lo volgono?) sulla storia irachena.
Spero non ci sia la guerra, spero non ci sia la necessità della guerra. Ma c’è sempre quella domanda…
Possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa? Possiamo permetterci di aspettare in silenzio senza fare qualcosa per evitare il peggio, l’irreparabile?
Uso volentieri le Tue parole:
“Il mio silenzio è un marchio a fuoco. Posso veramente non ritenermi responsabile di ciò che accade là fuori?”
La riflessione va fatta di mattina e non di sera perché altrimenti si rischia di trascorrere una lunga notte insonne.
Questa mia è stata una riflessione più lunga di due minuti e me ne scuso, ma quando si parla di guerra è bene riflettere più a lungo di soli due minuti. Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di riflettere ancora: quando si parla di guerra nulla deve essere dato per scontato, nemmeno che il passato non ritorni.
Al riguardo ho sentito un brivido l’altro giorno, al primo anniversario degli attacchi terroristici a New York e Washington: qualcuno ha detto “MAI PIÙ”…
Lo avevano detto anche per Auschwitz, poi sono stati sterminati civili con il gas in Iraq, sono comparsi campi di concentramento in Bosnia, si è saputo di cadaveri di kossovari fatti sparire nelle fonderie della Serbia…
Si dice “MAI PIÙ” ma intanto non si fa niente perché non riaccada.
Non mi resta che congedarmi con il saluto più adatto, un saluto che è una profonda speranza,
SHALOM!
(Pace)
Federico

“Quando si parla di guerra nulla deve essere dato per scontato, nemmeno che il passato non ritorni”
E non aggiungo commenti.

barbara

UNA COSA DA NIENTE

Trasse fuori dal cassetto una scheda e la inserì nella macchina da scrivere.
“Nome e cognome.”
Della Pergola glie li disse, ma vide la mano del Responsabile bloccarsi sopra i tasti.
L’uomo sollevò lentamente lo sguardo su di lui e arricciò il naso per manifestare tutta la sua perplessità.
“Razza?”
Della Pergola scosse il capo senza parlare.
Il Responsabile sospirò. Era sconcertato. Un contegno responsabile da parte di quell’ebreo, avrebbe evitato a entrambi l’imbarazzo di una scena penosa.
“Questa è una scuola ariana,” disse con sussiego, “non accettiamo studenti di razza ebraica.”
Estrasse di tasca le cinque banconote e le dispose di nuovo sul tavolo, una accanto all’altra.
Della Pergola non le toccò.
“Voglio solo imparare un po’ di inglese. Non vi creerò alcun problema.”
Il Responsabile intrecciò le mani e socchiuse gli occhi, sospirando.
“Vi prego di non insistere. Abbiamo delle disposizioni ministeriali.”

Già: le disposizioni. Le norme. Le regole. La legge. Niente di personale, per carità, ma se sei di razza ebraica non puoi pretendere di essere trattato come una persona normale. Anzi, se avessi un maggiore senso di responsabilità, eviteresti di creare situazioni così penose e imbarazzanti.
Gli italiani e le leggi razziali, questo il tema dei dodici bellissimi racconti di Mario Pacifici (che i miei lettori più fedeli conoscono bene per averne già letti, in questo blog, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto): gli italiani di fronte ai propri connazionali colpiti dalle leggi razziali, estromessi dalla scuola, dall’esercito, dai ministeri; estromessi, a poco a poco, da tutta la vita sociale ed economica e, alla fine, dalla vita tout court. E, ad onta della consolidata fama di “italiani brava gente”, il comportamento della maggior parte di loro non è stato propriamente esemplare. Più per pigrizia e indifferenza, che per vera e propria ostilità, nella maggior parte dei casi, o per comodità: se si libera una cattedra, o un primariato, perché non approfittarne? Non le ho mica fatte io queste leggi, no? E se vogliamo costruire l’Impero varrà pur la pena di fare qualche piccolo sacrificio. E poi, cosa saranno mai queste leggi, queste limitazioni per gli ebrei? Una cosetta da niente, appunto, come non troppo tempo fa ha saggiamente spiegato, quasi con le stesse parole, il nostro amato Sovrano, il pretendente al Trono d’Italia, Sua Maestà Vittorio Emanuele IV, ora felicemente rientrato nel Patrio Suolo.
Dodici racconti bellissimi: l’ho già detto, ma lo voglio ripetere. E credo proprio che li dovreste leggere.

Mario Pacifici, UNA COSA DA NIENTE e altri racconti, Edizioni Opposto


barbara

6 SETTEMBRE 1943

L‘8 settembre 1943, com’è noto, l’armistizio di Cassibile segnava uno spartiacque definitivo nella storia d’Italia, ponendo fine – certamente, in modo non particolarmente glorioso e onorevole – alla sciagurata alleanza tra il Regno e il Terzo Reich. Da quel momento, la tragedia della guerra sarebbe proseguita lungo un nuovo tragitto, segnato dal sollevamento della popolazione contro l’ex alleato, dalla feroce vendetta nazista, dalla tragica divisione in due del Paese, dalla Resistenza. Pochi, però, sanno che il vero spartiacque andrebbe fissato due giorni prima, il 6 settembre, una data che meriterebbe anch’essa di essere registrata nei libri di storia, come, auspicabilmente, avverrà.
In tale giorno, infatti, un reparto militare tedesco, in fuga dalla Calabria, si lasciò andare a episodi di razzia e di saccheggio in un albergo nei pressi di Catanzaro, depredando i cittadini ivi rifugiati dei loro averi. Segnalata la cosa all’esercito italiano, stanziato nei pressi, un coraggioso colonnello, Francesco Magistri, decise di intervenire in difesa dei civili, contro il potente e temibile alleato, recandosi sul posto con un drappello di soldati. Tra questi, il sergente, tiratore scelto Giuseppe Antonello Leone, nativo di Francavilla Irpina, già conosciuto e apprezzato – insieme alla moglie, Maria Padula – come pittore di talento. Sfruttando al meglio le sue doti naturali, insieme, di tiratore e di artista – fermezza della mano, acutezza dello sguardo, precisione – il giovane Leone neutralizzò i soldati tedeschi, colpendoli in parti non vitali del corpo, riuscendo così a determinarne la resa, pur senza provocarne la morte.
L’episodio – ampiamente documentato – non è finora uscito dalla schiera dei familiari e dei più intimi amici del protagonista, essenzialmente in ragione della sua naturale ritrosia (le poche volte che ha raccontato del fatto, lo ha sempre fatto con grande “nonchalance” e umiltà – richiamando, in ciò, l’atteggiamento di un altro grande eroe silenzioso, Giorgio Perlasca -, come un semplice atto di adempimento del proprio dovere), ma anche perché, negli anni successivi, la fama di Leone si è andata sempre più consolidando su un altro terreno, quello artistico, fino a renderlo un pittore e scultore tra i più celebrati della scena internazionale.
Ma, in occasione del 95esimo compleanno del Maestro, caduto lo scorso venerdì 6 luglio, la città di Napoli – dove l’artista, nel dopoguerra, ha scelto di vivere -, nel rendere omaggio alla sua figura, ha ritenuto di tributare il dovuto riconoscimento anche al nobile e coraggioso gesto da lui compiuto in quel lontano 6 settembre: e, in una solenne cerimonia, significativamente intitolata “Arte, libertà, resistenza”, svolta presso il Comune, il Presidente dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, Guido D’Agostino, ha illustrato ai presenti l’importanza dell’episodio, e il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha insignito il Maestro della cittadinanza onoraria, esprimendogli l’ammirazione e i ringraziamenti di tutta la città.
Quel 6 settembre gli ebrei italiani erano ancora dei cittadini di ultima classe, privi di quasi tutti i diritti, alla mercé della furia dei carnefici nazisti. Molto sangue avrebbe dovuto ancora essere versato prima che tale ingiuria venisse cancellata, e in Italia tornassero i valori del diritto, della civiltà, dell’uguaglianza. E’ vero che l’interpretazione di questi valori non appare mai univoca, e che neanche al giorno d’oggi essi possono dirsi definitivamente acquisiti. Ma quel che appare certo e indiscutibile è che nessun discorso, in tema di libertà, avrebbe mai potuto neanche essere iniziato, senza l’abbattimento della tirannide nazifascista. I primi colpi di fucile contro quella tirannia furono sparati, da un soldato dell’esercito regolare italiano, il 6 settembre del 1943. Quel giorno segna l’inizio della fine, e quel tiratore scelto merita la gratitudine non solo della sua città, ma di tutto il Paese, tanto da rendere necessario e urgente – come ci sentiamo di chiedere alle Autorità competenti – il conferimento a Giuseppe Antonello Leone della medaglia d’oro al valore militare.

Francesco Lucrezi, storico

Già: perché libertà, giustizia, democrazia, sicurezza sono beni preziosi. E nessuno ce li regala: per conquistarli, o per conservarli, bisogna essere pronti anche a combattere. Tutti. “Senza se e senza ma”.

barbara

TRENEIDE, NUOVO EPISODIO

Però del treno vi dico dopo, prima voglio raccontarvi che
Ho scoperto che esistono ancora alberghi che hanno la camera numero 1 e la camera numero 2 e la camera numero 3 e il numero più alto corrisponde esattamente al numero di camere presenti nell’albergo.
Ho scoperto che esistono ancora alberghi in cui si chiama il ragazzo per portare su i bagagli.
Ho scoperto che esistono persone per le quali sono (io) un tale mito che sono perfino disposte a rinunciare a un impegno importantissimo per potermi incontrare.
E sono soddisfazioni, eh! Valeva davvero la pena di mettere un momentino il naso oltre frontiera. Certo che il Corriere della Sera a tre euro…



               


E poi il treno, sì. Stavolta mi si è rotto, e me lo hanno soppresso, come i cavalli quando si rompono le zampe. Così quando è arrivato il treno successivo ci hanno detto di scendere e prendere quello, che ovviamente era già pieno di suo, quindi figurarsi cosa è diventato quando ci siamo aggiunti noi. E la signora davanti a me, una bellissima e vecchissima signora milanese, si gira e dice qua è tutto pieno, e io dico sì, ma adesso sono piene anche tutte le altre carrozze. E poi guardando meglio dico a me pare di vedere sedili liberi, proviamo ad andare avanti, e difatti poco dopo vediamo un sedile con sopra una borsa e delle maglie e lei chiede se è libero e la tizia, visibilmente a malincuore, dice di sì. E la vecchia signora si erge in tutta la sua indignazione e severissima tuona: “E allora cosa ci fa quella roba sopra? La tolga! Non vede quanta gente c’è?” E anche sul sedile di fronte la roba era stata messa solo per comodità, così ci siamo sedute tutte e due. Ovviamente ho perso la coincidenza, però poi a Verona, dove dovevo prendere la seconda coincidenza, mi sono vista pronto per la partenza, con un’ora e cinquanta di ritardo, il treno che avrei dovuto prendere se tutto fosse andato come doveva: era regolarmente partito, aveva corso per due tre minuti e poi si era rotto. Così hanno mandato una motrice ad agganciarlo e trainarlo indietro fino alla stazione, dove non ho capito se lo abbiano rattoppato o sostituito. In conclusione dovevo arrivare a casa alle cinque mezza e sono arrivata alle otto: dieci ore e mezza di viaggio per quattrocento chilometri! Vabbè, adesso per qualche giorno sono di nuovo qui.

barbara