ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI AMERICANE

Messaggio ricevuto il 18 settembre 2001.

Cara Barbara:
In questi giorni mi sono chiesto tutto ed il contrario di tutto. Mi sono domandato cosa succederà, e non so darmi risposte. Mi sono chiesto se, fra sei mesi, mi troverò sulle montagne Afghane a combattere i mujahedeen, o nella mia casa di Washington, ad assistere in diretta all’esecuzione di Osama. E mi chiedo se siamo pronti per altri attacchi, o se il nuovo terrorismo sarà ‘global’, in faccia agli anti-global che tutto condonano, capiscono e compatiscono del fanatismo religioso, e colpirà Roma, Milano, Parigi o Londra.
Non mi permetto di pensare a tutto l’Islam come di una massa di terroristi, so che sarebbe ingiusto ed iniquo. Ma so per certo che certe azioni sono motivate solo dalla mancanza totale del rispetto per la vita umana. Mi trovo costretto a fare paragoni fra i deliberati atti di Martedì mattina (mirati a colpire la popolazione civile nel modo più terribile possibile) con le azioni dei bomb-men di Gerusalemme del mese scorso. Non esiste l’accettazione del danno collaterale, ma la lucida voglia di infliggere morte sopra il nemico civile (rendendo di per se l’atto in-civile anche per assioma grammaticale).
Ed hai ragione tu: i veri colori di quelli che ti stanno intorno li vediamo nei momenti di necessità. Lo vediamo nel nostro piccolo: Sabato, nell’uscire da un mall fuori Washington, ho visto una macchina colpire per svista un’altra. Le due guidatrici sono uscite da entrambe le vetture. Solitamente avremmo assistito ad accuse, minacce di cause legali, finzioni di colpo della strega, ecc. Le due donne si sono guardate; una (la guidatrice dell’auto che ha causato lo scontro) aveva ancora gli occhi gonfi di pianto. L’altra, indossando una camicia con i colori della bandiera, l’ha solo guardata, le ha sorriso, ha cominciato a piangere e l’è corsa
incontro, abbracciandola. Avevo bisogno di una scena del genere. Ho pianto, ancora. Ma ho visto quanto unito sia questo Paese, nelle avversità. Ed i colori dei nostri nemici li vedremo – se necessario – sul campo di battaglia. Potrebbero essere i colori del governo Taleban dell’Afghanistan, che si rifiuta di estradare Osama, o i colori del Governo Irakeno, che si schiera con i terroristi. Potrebbero essere i colori di Hebron, che addestra quindicenni votati alla morte. Oppure sarà il colore di tutti quelli che volteranno la schiena, facendo finta che il problema del terrorismo non esista, o sia un virus solo americano. Questo momento della storia avrà solo due colori, e saranno molto evidenti a tutti.
Spero, come tutti, che un conflitto sia evitato. Spero che tutto si risolva con un atto di diplomazia e ferma risoluzione di lotta al terrorismo da parte di TUTTI i governi. Ma, nella speranza, c’è anche la convinzione che – Martedì – l’esplosione del WTC e del Pentagono, insieme alle grida dei morti innocenti e delle nostre famiglie, hanno svegliato il Grande Gigante. Ha parlato. Ha detto: Adesso Basta.
Grazie ancora per le tue lettere.
Matteo

E passo al 10 settembre 2002. È il primo giorno di scuola, e il preside fa il consueto discorsino agli scolari. All’interno del quale inserisce un ricordo di quanto avvenuto un anno prima. Lo conosco bene, il mio preside, fin dai tempi del’università: molto politicamente impegnato, molto di sinistra, molto – ovviamente – antiamericano. Ma di fronte a quanto avvenuto un anno prima non c’è spazio per convinzioni politiche, non c’è spazio per risentimenti, non c’è spazio per le contestazioni ma solo un immenso, accorato dolore per le vittime innocenti, solo uno sconfinato orrore per ciò che è stato perpetrato. E si sente. È un manager nato, il mio preside, un dirigente di razza, un politico con le palle quadre, ma incapace di mentire, incapace di nascondere – a volte perfino di controllare – i propri sentimenti. E in quel momento parla dell’11 settembre e soffre. E il collega che si trova di fianco a me, con un ghigno ributtante, dice: “Se solo sapesse quanto ne sono contento invece io!” Non gli ho rivolto mai più la parola.
E adesso tutti in piedi (e D*o salvi l’America da chi la sta governando ora)

Shabbat shalom

barbara

  1. “Non mi permetto di pensare a tutto l’Islam come di una massa di terroristi, so che sarebbe ingiusto ed iniquo”: io invece faccio sempre piu’ fatica a non pensarlo. Non ne vedo in giro uno che condanni le azioni commesse in nome del loro dio. Sono “integrati”, vivono qui, godono del mio stato sociale ma si fanno i cosi loro. E se si tratta di condannare qualunque porcata islamica, zitti e mosca.

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    • Quel testo, come puoi vedere dalla data, è stato scritto a una settimana dall’attentato, ossia all’indomani del Grande Risveglio da parte nostra. Poi sono venuti Bali, Madrid, Londra ecc. ecc.; abbiamo sentito grossissime fette di immigrati di seconda o terza generazione sostenere che se sapessero di un attentato in preparazione non lo denuncerebbero, abbiamo sentito tante brave persone in giacca e cravatta affermare che sì insomma bisogna anche capire ecc. ecc…. Oggi effettivamente diventa sempre più difficile. Non che manchino del tutto quelli che lucidamente condannano qualunque atto terroristico, compresi quelli contro “l’entità sionista”, ma certo non sono una massa.

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