A proposito della dichiarazione Balfour

Ricordare oggi la Dichiarazione Balfour significa ricordare perlomeno due punti fondamentali.

Primo: l’autodeterminazione ebraica nella terra dei padri è ufficialmente all’ordine del giorno dell’agenda internazionale da quasi un secolo, tanto è vero che anche il concetto di spartizione della terra risale a prima della Shoà, perlomeno alle raccomandazioni della Commissione Peel del 1937.
Secondo: a differenza di molti altri stati, la legittimità internazionale dello stato di Israele è saldamente ancorata nel diritto internazionale. La Dichiarazione Balfour, infatti, lungi dal rimanere (come amano ripetere i propagandisti anti-israeliani) una sorta di scrittura privata tra governo di Londra e organizzazione sionista, nel 1922 venne inclusa parola per parola nel testo del Mandato. Pertanto da quel momento è la Società delle Nazioni che investe la Gran Bretagna della “responsabilità di mettere in pratica la dichiarazione fatta originariamente il 2 novembre 1917 […] a favore della creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico”.
Il diritto alla creazione dello stato venne infine sancito, esattamente sessant’anni fa, dallo storico voto del 29 novembre 1947 con cui l’Assemblea Generale dell’Onu approvò la spartizione dell’ex Mandato britannico in due stati, che venivano definiti – è importate ricordare le parole esatte – “Arab and Jewish States”.
Si sa come è andata. Il rifiuto arabo della spartizione diede origine a un’interminabile conflitto. Ma per meglio comprendere la natura di quel rifiuto, bisogna ricordare che la Commissione UNSCOP non aveva formulato solo la proposta di maggioranza a favore della spartizione. Esisteva anche il rapporto della minoranza pro-araba, che proponeva la creazione di un singolo stato federale comprendente due cantoni, uno ebraico e uno arabo. L’autonomia del cantone ebraico sarebbe stata assai più limitata e temi come la libertà di immigrazione, la questione vitale per cui gli ebrei avevano combattuto, sarebbero stati sottratti alla sua giurisdizione: il cantone ebraico non avrebbe potuto soccorrere gli ebrei d’Europa sopravvissuti alla Shoà, né quelli a rischio nei paesi mediorientali. E tuttavia, le dirigenze arabe respinsero anche il rapporto di minoranza dell’UNSCOP perché comunque ammetteva l’esistenza di una qualche entità nazionale ebraica, ed era proprio questo il concetto totalmente intollerabile.
“La maggior parte dei delegati all’Onu – ricorda Amnon Rubinstein (Jerusalem Post, 16.05.06) – considerò in modo molto negativo questa posizione estremista e intransigente. Anziché accettare il compromesso deliberato dal massimo organismo internazionale, che aveva l’autorità e il dovere di decidere del futuro delle terre sotto Mandato della Società delle Nazioni, gli arabi dichiararono guerra”. Sul piano del diritto e della giustizia non si deve dimenticare che, se arabi palestinesi e paesi arabi avessero accettato la risoluzione di compromesso dell’Onu, al popolo palestinese e a quello ebraico sarebbero state risparmiate grandi sofferenze, e si sarebbe potuto dare giustizia a entrambi. (qui)

Poi, per rinfrescare un po’ la memoria, può essere utile rileggere questo, questo e questo.
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barbara

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