1. UNA NUOVA COMMEDIA DI MONTANELLI, PROTAGONISTA ISRAELE

    I figli del deserto

    Il Conte di Rienz entra in camerino e comincia a togliersi le basette: Ernesto Calindri ha finito di celebrare il Centenario con il rovettiano Romanticismo, ma sul tavolino, fra una pomata e la parrucca, tiene un copione con lo strano titolo di Kibbutz. “Non è mica facile”, dice, “questo ebreo”. Allude a Saul, il presidente del kibbutz immaginato da Indro Montanelli. La nuova commedia (“più dramma che commedia”) va in scena tra pochi giorni, e Calindri spiega che il lungo prologo con cui deve attaccare, tutto solo sulla scena, somiglia a un salto mortale a dieci metri d’altezza. “Io sono un attore che si prepara, ma qui è come per un trapezista senza rete. Al Sant’Erasmo non c’è il suggeritore nella buca, il pubblico è a un passo, durante il mio prologo non c’è il compagno che può salvarti con la battuta. E al discorso su ciò ch’è un kibbutz ci sarà anche, immagino tutt’orecchi, l’ambasciatore d’Israele. Un competente”. Però la parte e la commedia gli piacciono. Calindri è ormai un montanelliano: ha già dato, col successo che si sa, I sogni muoiono all’alba. “Qui c’è forse ancora più teatro”, dice. Si strappa la seconda basetta e sorride con tristezza. “E poi Saul mi piace perché mi ricorda una faccenda personale. Nel ’43 ero con la mia famiglia sfollato a Montecatini, e conobbi due coniugi anziani, ebrei. Care persone. Lui era un tipo sereno, semplice, ricco di umanità. Giocavamo a tressette in casa loro. Una di quelle sere, soltanto mia suocera era andata a trovarli. Arrivarono le SS: retata. Riuscimmo a far liberare mia suocera, che era ariana, il giorno dopo a Firenze. Ma dei nostri amici non sapemmo più nulla. Capisce? Per me il Saul di Montanelli è il mio amico Piazza, ebreo italiano, o meglio come sarebbe stato se fosse scampato e fosse arrivato in un kibbutz”.

    “Ti ricordi”, mi dice Montanelli, “quel kibbutz “dei diciassette”? È il mio. Ho inventato soltanto il superstite, il diciottesimo. Sì, chi è stato in Israele ricorda bene il kibbutz dei diciassette: è al confine giordano, adesso ci sono soltanto diciassette alberi, uno per ogni morto. È un angolo glorioso per Israele. Montanelli lo ha scelto per metterci una storia (una settimana, ai nostri giorni) che spieghi quello che si nasconde in questa gloria ebrea, quello che costa, soprattutto quello che significa per chi l’ha cercata, fabbricata e vissuta fino in fondo. E niente meglio di un piccolo kibbutz, il villaggio collettivo d’Israele, può mettere a nudo gli uomini: l’abolizione totale della proprietà insieme all’esaltazione massima dell’individualità (dodici partiti politici in cinquantatré abitanti) creano una società di sapore utopistico, dove i valori tradizionali sono rovesciati e dove i protagonisti possono essere costretti, ogni momento, per un accidente del destino, a uno scontro ideologico, a una resa di conti imprevista, a una crudele partita morale.

    “I protagonisti? È gente vera, sono tutti veri”, dice Montanelli. Giorno di prove. Davanti a noi c’è una rete, e dentro, come pesci in una luce d’acquario, Calindri e la Maggio, Saul e Rachele, sono al primo atto. “Li ho incontrati nel mio viaggio, per esempio uno in Galilea, l’altro a Bersheha nel deserto, del terzo mi hanno raccontato la vicenda, eccetera. Li ho scelti, li ho ripensati e li ho messi tutti insieme nella piazzetta del kibbutz ricostruito dopo l’assalto e la carneficina. I1 kibbutz ormai è efficiente e quasi ricco. Che si parlassero dunque a faccia aperta, questi ebrei, dopo duemila anni”.

    I personaggi sono sette. Saul è il superstite del kibutz, un uomo che ha passato i cinquanta, mutilato, presidente a vita della collettività. La sua vecchia patria è Firenze. Rachele, una zitella sui quaranta, è l’eroina del villaggio: ha salvato Saul, ha ricostruito il kibbutz, adesso ne è l’anima. “Io l’avevo immaginata lituana”, dice Montanelli. “Fredda, lucida, amorale per educazione e intelligenza. Poi mi sono trovato davanti Pupella Maggio. La Maggio a me piace. Non m’è rimasto che rifabbricare Rachele su Pupella Maggio, e da lituana è diventata napoletana, napoletana da tre generazioni, col nonno di Cracovia. Adesso la vedi: altro che freddezza”.

    Saul e Rachele sono la generazione di mezzo. La generazione dei “sabre”, i figli indigeni, è rappresentata da Ruth (Alba Petrone) e da Dan (Renzo Montagnani). Ruth torna dal servizio militare. “Anche se porto i calzoni sono sempre una donna”. Infatti è incinta: “Che seccatura!”. S’incontra con Dan e si capisce subito che si amavano e si sono persi, come succede, per ripicchi. O forse per qualcosa di più profondo? Lei non capisce, ma quando dice a Dan che andrà a liberarsi dell’impiccio, il giovane si indigna con sproporzionata violenza. La crisi, molto bella in teatro, li ributta cuore a cuore, ma rimane l’ombra, il segreto di Dan. Che è semplice e terribile: egli dubita di essere ebreo. Fu raccolto e allevato come ebreo, ma dove sono finiti i suoi genitori? Chi erano? “Ebreo lo è”, dice Montanelli, con l’aria di chi vuole convincersene. “Hai sentito cosa gli dice Calindri, cioè Saul? Sei ebreo, gli dice, perché solo noi ebrei sappiamo tormentarci così”. Ecco perché Dan continua a indagare su sé e gli altri che gli sono intorno: che cosa significa essere ebrei, come si vede, come si può capire? Ecco perché non vuole che Ruth si liberi del suo piccolo ebreo: lui la sposerà, e avrà per figlio un ebreo autentico. Meglio puro e non suo, che suo e forse bastardo.

    Della vecchia generazione, quella con la barba a ricciolini, c’è soltanto Ezechiele. Lo fa Carlo Ninchi, e con quel naso l’incarnazione è maiuscola. Ezechiele non è soltanto il padre brontolone di Ruth, figura ricorrente in teatro da Plauto a oggi, ma è soprattutto la figura tragica dell’ebreo che dopo avere scambiato ogni Pasqua, per duemila anni, l’augurio dell’arrivederci l’anno venturo a Gerusalemme, finalmente ci arriva e non la riconosce e anzi la rifiuta per terra promessa. Abbiamo atteso e patito per duemila anni per avere questo?, grida nel secondo atto Ezechiele Ninchi. Per diventare un paese come gli altri, per metterci ad allevare i polli, ad allevare ebrei come fossero uomini?

    C’è anche l’ebreo razionale, l’israeliano quasi perfetto: Gamaliel (Elio Jotta). È uno degli uomini che ha braccato Eichmann. L’ho trovato, dice, perché seguivo un’altra pista: quella del suo braccio destro Karl Schaer. Avevo con lui un conto personale, in nome della mia comunità di cui sono il solo superstite. Ma Gamaliel ha scoperto un’altra cosa: la collaboratrice numero uno di Schaer era Rachele. Raccoglie le prove, la denuncia al consiglio del kibbutz. Il consiglio degli anziani, perché i giovani non devono sapere queste cose: i vecchi si lavino tra loro i loro vecchi panni sporchi. Ecco il momento della resa dei conti, per tutti.

    E infine Giuditta (Rina Centa), sorella di Saul, sui cinquanta, che è venuta a far visita. “Una specie di sorella Materassi”. dice Montanelli. È la creatura che arriva da un mondo agli antipodi, ignaro, accomodante, schivo di cavillosi problemi morali. Quel kibbutz le sembra un’invenzione di matti, ma di matti simpatici. E vi compie un inconsapevole tentativo di corruzione sulle cose spicciole: il buon caffè all’italiana, per esempio. Ma a poco a poco (è pur sempre un’ebrea, anche se non lo ricorda) se ne sente invischiata. Forse rimarrà, nonostante le iene, i pipistrelli, i mitra e gli arabi che, oh guarda, non sono mica dei negri. La resa dei conti, il dramma, è nel secondo atto, col processo a Rachele. È probabile che il pubblico rimarrà sorpreso, giacche sarà direttamente coinvolto nel pasticcio. Il palcoscenico del teatro Sant’Erasmo, si sa, è al centro del minuscolo anfiteatro, e il pubblico sarà considerato direttamente presente al fatto: Calindri gli si rivolgerà in qualità di presidente del consiglio, come agli anziani seduti nel refettorio.

    Il processo a Rachele diventa il processo di Saul, e poi del kibbutz, e poi forse d’Israele. C’è molta ambizione e uno sforzo intenso, in queste pagine di Indro Montanelli. Saul ascolta l’accusa di Gamaliel, poi la confessione di Rachele, dura e scabrosa. Sì, non solo era la collaboratrice numero uno dell’organizzatore di Auschwitz, ma ne era l’amante innamorata. Rachele difende ancora Karl Schaer: lui non capiva, grida. È mai possibile che un uomo non capisse un delitto simile? insorge Saul. Un uomo no, un tedesco sì, risponde Rachele. E non fu lui a suicidarsi: fu lei a ucciderlo quando tutto era perduto. Lo avrebbero preso e processato. Forse dunque avrebbe capito. Lei preferì che morisse innocente, mostruoso ma adorato bambino.

    Allora Saul si alza e si confessa a sua volta. Era un gerarca fascista. Sì, tiepido, opportunista, con riserva mentale. Ma aveva tradito. Saul si rifiuta di giudicare Rachele. Ecco chi siamo. Solo Ezechiele non conosce peccati d’origine, e la sua voce di vecchio tuona in un disperato orrore.

    Ma sarà Ezechiele a lasciare il kibbutz, non gli altri. I1gran vecchio che rifiuta questa terra promessa tornerà in Europa, da qualche parte, di nuovo a soffrire e a sperare in una Pasqua, l’anno venturo, a Gerusalemme. Gli altri rimarranno a fare Israele, nascondendo le vergogne ai giovani, ognuno cercando il riscatto.

    Al dramma dei vecchi succede, nel terzo atto, quello dei giovani, di Ruth e di Dan. E come il primo si risolve senza una vera sentenza, ma con un lasciare alla vita il suo corso, così il secondo non trova il finale rosa, ma permette che una forza naturale d’amore suggerisca un futuro meno crudele. Così la storia di una settimana nel kibbutz dei diciassette si conclude in levare, e il discorso continua.

    “Tutti a me devono capitare quelli con la cura del sonno!” grida Montanelli levando le braccia. “A Roma era Salerno, qua è Guglielminetti!”. I1 Guglielminetti è il bozzettista delle scene, e sembra appunto che a una settimana dalla prima debba sprofondare nel letto terapeutico. Questa è stata la battuta conclusiva di un pomeriggio di prove al Sant’Erasmo, senza contare i dialoghi precedenti tra l’autore e il trovarobe, a proposito dei vestiti da kibbutz, cioè camiciole e pantaloni militari all’americana, “il più possibile stracci”. Indro Montanelli chiede ai pochi convenuti quello che gliene pare, e tutti gli dicono che gli pare benissimo, che è il suo miglior lavoro. Montanelli approva col capo, seriamente. Dice che voleva accorciare qualche monologo, specialmente quello iniziale di Saul. “Poi l’ho sentito dire da Calindri, ed è tanto bravo che il prologo l’ho lasciato così come era. Il pubblico deve capire che cosa sia un kibbutz, altrimenti rimane in secca. E insomma io voglio che capisca che cos’è un kibbutz”. Il pubblico lo capirà per forza, e chi ne ha conosciuto qualcuno dovrà dire che il ritratto e l’interpretazione sono fedeli e vivi. Un’ultima domanda all’autore; gli piacerebbe che Kibbutz fosse dato in Israele, magari in qualche teatrino di kibbutz? Un breve lampo negli occhi chiari: oh, se gli piacerebbe.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...