ERO UNA SPOSA BAMBINA

Sono io la giovane sposa spaventata. Ho conservato negli occhi, nella carne e nel cuore , ogni secondo, ogni minuto delle nozze. Nozze di sangue e di lacrime scure come il fiume Niger. […] Sono la giovane sposa, o meglio “la sposa giovane”. Ho solo undici anni. Una bambina. Lui ha trent’anni, più del doppio della mia età; potrebbe essere mio padre. È venuto perché vuole la quarta moglie. Io non sono una donna, non ancora, non subito. […]

Si diverte e, per tagliar corto, dice: «Sei la mia donna».
Ha ragione, sono la sua donna, solo che io non sono una donna. Sono una ragazzina che detesta il vecchio al quale l’hanno ceduta. Una bambina che rifiuta di perdere la sua verginità con la forza. Un essere umano, che vorrebbe che il suo parere contasse, una piccola cosa spaventata, pronta a difendersi con i pochi mezzi che possiede, forse risibili. Mio padre è uscito dalla casa da tempo e da dove si trova non può sentirmi. E poi, nemmeno lui mi aiuterebbe. È favorevole alle mie nozze: ci guadagna. Non ha nulla sulla coscienza: il sacrificio di sua figlia serve per aiutare la sua famiglia. L’argomento soldi da noi vale più che altrove.
Ahmed si ostina. Io mi dibatto. Sono minuta ma alta per la mia età e mossa da un istinto di conservazione che mi dà una forza spropositata. Mi afferra una prima volta ma gli sfuggo, salto verso la finestra. Ha smesso di ridere, comincia a innervosirsi, il suo viso si contrae e i suoi gesti sono più brutali. Prova a trattenermi serrandomi i pugni, afferrandomi per i capelli. Io non smetto di agitarmi, lui ricorre a metodi più radicali. Mi prende a sberle. Una pioggia di schiaffi si abbatte sulla mia faccia.
Mi ha strappato il vestito. Resto in slip e un lembo di tessuto che dalle spalle mi pende sui seni. Malgrado i suoi tentativi di controllarmi, la nudità umiliante e i colpi ricevuti, non mi arrendo. Si mette a sbraitare, chiama mia zia in aiuto.
La sedia vola via, Ahmed si è spazientito. Da quel momento, si scatena l’inferno. Ma mia zia non si è fatta viva. Né lei, né i vicini. Dalla finestra della camera dove tento di sottrarmi al mio triste destino scorgo il vicino che abita di fronte, un vecchio che mi conosce da quando sono nata. Non si è mosso. Né lui, né gli altri nelle casupole intorno.
Con l’aria scura, gli occhi che inviano lampi, quelli che ha quando mi infila a forza del peperoncino in bocca per farmi rimpiangere di aver parlato troppo o me lo preme sugli occhi per punirmi di aver osato guardarla, mia zia si decide a intervenire. Irrompe nella camera. Tiene in mano un lungo foulard che di solito porta in testa.
Minaccia di farmi mangiare del peperoncino se non mi decido ad arrendermi.
Mi prende le braccia e me le lega dietro la schiena con il foulard in un silenzio carico di significati. Devo capirlo: rischio grosso a ostinarmi.
Alla parola “peperoncino” smetto all’istante di saltellare. Ho permesso a mia zia di legarmi i polsi, ho abbassato gli occhi come piace a lei. Non mi muovo più. Ma è un momento. Infatti, ho solamente atteso che uscisse per riprendere le armi.
Prima ho messo le mani in modo tale che lei non potesse stringere forte il foulard, non abbastanza, in ogni caso. Ahmed ha un ginocchio puntato su di me, mi faccio comunque male ai polsi, fino a farli sanguinare, mentre tento di sciogliere quelle manette di cotone. Finalmente riesco a liberare una mano e veloce artiglio la faccia del mio aggressore per respingerlo e liberarmi della sua stretta. Faccio un balzo e corro via verso la finestra, la scavalco. Mezza nuda attraverso il giardino illuminato dalle case circostanti e mi arrampico sull’acacia. A cavalcioni di un ramo, squadro Ahmed che folle di rabbia grida insulti così forte che mia zia non tarda a riapparire.
Mi ordinano di scendere ma io non li ascolto, sono decisa a restarmene appollaiata sul mio albero. A vederli dall’alto, che sbraitano minacce e promesse di terrificanti punizioni, preferisco restarmene dove mi trovo. La scena dura dieci minuti. Il vicino che abita dall’altra parte del muro è compiaciuto nel vedermi in difficoltà. Lo scorgo alla finestra, sotto la sua lanterna, muto e soddisfatto.
Lo diverte che venga braccata come un animale. Spettatore pago della caccia.
Sono consapevole di non avere possibilità di fuga. Prima o poi mi toccherà scendere e allora mi agguanteranno come un pollo, e non potrò più agire. Mi accontento di rimandare la mia sconfitta, perché sia meno amara, meno terribile. Almeno potrò dire di essermi battuta, di aver corso, piccola lepre accecata dal lampo improvviso dei fari di una macchina.
La pazienza di Ahmed è finita. Malgrado la tunica ingombrante e i sandali che scivolano, si arrampica a sua volta sull’acacia. Non ha bisogno di raggiungermi sul ramo. Gli è sufficiente afferrarmi per le gambe.
Provo a sollevarle e a piegarle ma lui si arrampica sempre più in alto e mi afferra, stavolta per il braccio. Io precipito giù.
La caduta mi ha stordita. Non c’è un punto del mio corpo che non sia indolenzito. Sento un dolore acuto alla spalla, credo che si sia lussata. Gli schiaffi hanno segnato il mio viso che adesso pulsa, caldo. Mi dico che non può fare peggio, che non gli conviene esagerare. Deve limitare i colpi per garantire che la merce rimanga intatta. Tanto più che non l’ha ancora gustata.
Per terra, come spezzata, non ho la forza di rialzarmi. Le gambe non riescono a muoversi. Figuriamoci se riescono a sorreggermi fino al mattatoio: la camera è umida e invasa di zanzare che volano, moleste, complici di torbidi segreti. Dato che resto là, pesta, la faccia nella polvere, a pochi centimetri dai piedi di mia zia, Ahmed si china. Chiudo gli occhi, non voglio vedere la sua faccia sudata, i suoi occhi spiritati. Mi solleva e mi getta qualcosa di simile a un sacco sulle spalle. Il sangue affluisce nella mia testa mentre vedo sfilare il suolo nero, poi il corridoio male illuminato e infine la camera con la sua lampada che si accende a intermittenza. Il materasso sporco, il lenzuolo macchiato di ogni vizio, le pareti nude sulle quali posare i suoi occhi vuoti.
Ahmed è nudo e mi disgusta. Dice di essere mio marito. Io lo vivo come una zappa che scava un solco nella mia terra, una lama che incide un taglio profondo nella mia intimità. Mi separa da me stessa. Straziato, il mio corpo è un lembo di fragile tessuto che si lacera. Mio marito mi violenta. Mio marito mi deflora, mi guasta, mi sciupa. Vorrei che la mia carne non fosse la mia carne, che si staccasse da me, soffrisse tutta sola, in un angolo, con le migliaia di frammenti di vetro che la feriscono. Vorrei che lui sparisse con l’arma che ha tra le gambe. Ma è là e io sotto di lui. Un’incudine. Sono sventrata, svuotata. Il mio sangue caldo è un rigagnolo tra le cosce, segue la curva delle gambe. […]
Distesa, il mio corpo è diviso, spezzato, ricoperto di lividi. Ogni respiro mi tortura. Faccio attenzione a muovermi, rotolo su me stessa per trovare la posizione che mi consentirà di alzarmi senza soffrire troppo. Le due voci continuano la loro conversazione nel salone. Finalmente, riesco a uscire dalla mia posizione senza avere la sensazione di perdere i pezzi. Sulle dita dei piedi che poso a terra c’è del sangue rappreso. Senza far rumore, mi intrufolo nel cortile sul retro, dove ci si lava e si cucina, e riempio d’acqua un mastello per togliere dalla mia pelle sporca i resti dell’odore di mio marito. […]
Il tempo si è fermato sotto la tortura. La mia notte di nozze: un’eternità.
Non ho più undici anni.

Ancora una storia, l’ennesima, di infanzia annientata, di violenza senza limiti, di immondo mercato di carne umana. E ad ogni nuova lettura, ad ogni nuova storia, lo strazio si rinnova sempre uguale. Il tempo passato del titolo induce all’ottimismo sull’epilogo della storia; ma quanti inferni dovrà attraversare una bambina dall’infanzia straziata prima di trovare non dico un paradiso, ma almeno un’oasi in cui tirare il fiato?

Fatima, Ero una sposa bambina, Piemme
sposabambina
barbara