A MARGINE DELL’ATTENTATO DI BOSTON

Bruce Mendelsohn ha 44 anni, vive a Boston e si occupa di pubbliche relazioni. Nel primo pomeriggio di quel fatidico 15 aprile si trova nel suo ufficio, che affaccia su Boylston Street, a due passi dalla centralissima Copley Square, dove i maratoneti stanno raggiungendo uno dopo l’altro il traguardo. Sta festeggiando insieme a suo fratello, che ha appena corso la maratona, e a diversi amici e colleghi, quando sente una forte esplosione provenire dalla strada. Tutto si ferma.
Bruce grida a suo fratello: “Fai allontanare tutti dalla finestra. Potrebbe essercene un’altra.” Non ha idea di cosa sia accaduto, ma le sue parole sono provvidenziali, perché nel giro di quei venti secondi in cui tutti i presenti si ammassano verso l’interno del locale, ecco una seconda esplosione. Le persone hanno paura, nessuno sa che fare. Ma Bruce, agendo quasi d’impulso, scende precipitosamente le scale e corre in strada. In mezzo a grida, disordine e un’enorme quantità di fumo, si avvicina ai numerosi feriti.
Nel giro di pochi minuti, prima che nuovi rinforzi di soccorritori arrivino, Bruce è già in azione. Aiuta una madre sconvolta a ritrovare suo figlio, soccorre alcuni feriti caduti che si sono ammassati gli uni sugli altri. Ma soprattutto, lega una maglietta intorno alla gamba di una studentessa universitaria bloccandone l’emorragia – gesto che, stando a quanto hanno riferito i medici, le ha probabilmente salvato la vita.
A pochi giorni dall’attentato, Bruce è diventato uno dei numerosi eroi della tragedia. Attivissimo su Twitter – non a caso fa proprio il PR di lavoro – ha descritto la scena dell’attentato “come una scena da Tel Aviv, o dal Pakistan, o da Baghdad… non da Boston”. Tutti però gli chiedono cosa lo abbia spinto a scendere in strada e a soccorrere i feriti in un momento altamente rischioso per tutti i presenti. “Non so cosa io abbia pensato, dev’essere stata una reazione legata al modo in cui sono stato cresciuto”, risponde lui.
Bruce è ebreo, ma non è particolarmente osservante. Eppure in una situazione così grave come l’attentato terroristico di Boston, ha agito anche in funzione delle sue radici. L’uomo ha infatti dichiarato che, in quei dodici minuti trascorsi in Boylston Street (prima che un poliziotto lo invitasse ad allontanarsi), ha pensato anche alla sua identità religiosa. “Non l’ho fatto perché sono ebreo, ma quando ci penso so che c’era qualcosa di implicito nella mia fede che mi ha spinto ad aiutare le persone”.
Ora si gode il suo momento di gloria. È stato recentemente invitato al Today Show insieme al pompiere Jimmy Plourde, con cui ha salvato Victoria McGrath, la giovane studentessa della Northeastern University. Ma non è solo la fama ad aver cambiato la vita di Bruce. Adesso vive ogni emozione – che sia tristezza, rabbia o gioia – in modo più forte e amplificato. “Noi ebrei studiamo molto sul pikuach nefesh”, ha dichiarato, riferendosi al permesso di violare quasi ogni legge ebraica pur di salvare una vita. “C’è una differenza tra l’ebraismo teorico e l’ebraismo pratico”.
Bruce Mendelsohn oggi ha una maggiore conoscenza di se stesso – non solo come uomo, ma anche come ebreo. E cambiando la vita di altri, ha cambiato anche la propria.
Simone Somekh (che se già è un tale genio ancora prima della maturità, chissà che cosa diventerà)

Questa piccola-grande storia a margine della tragedia dell’attentato alla maratona di Boston mi è piaciuta, e la offro anche a quelli di voi che ancora non la conoscono.
bruce-mendelsohn
Bruce Mendelsohn, a sinistra, con il pompiere Jimmi Plourde

barbara

  1. No, non conoscevo questa storia, e mi ha fatto piacere leggerla.

    Quando c’è un Male, qualsiasi, il Bene spunta da qualche parte a contrastarlo, e spesso questo Bene ha un volto umano (anche se, chiaramente, agisce per conto di Qualcun Altro).

    Un abbraccio.

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    • Eccheccazzo, è da una vita che la Siria sostiene Hezbollah che attacca Israele (ringraziando comunque per la sua esistenza, che così gli fornisce sei milioni di ebrei pronti tutti ammucchiati lì invece di doverli andare a stanare in giro per il mondo) e adesso frignano che Israele gli ha fatto la bua?! Speriamo che li pestino per bene. Tanto, con le gatte da pelare che ha Assad voglio proprio vedere quante forze gli restino. Se poi è stato così imbecille da non prevedere che Israele avrebbe reagito alla sua manovra diversiva, si tenga la rogna e se la gratti (vero che contro Israele probabilmente sarebbero pronti a mobilitarsi anche i ribelli, ma credo che gli sia impossibile coordinarsi).

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  2. non credo che i ribelli si mobilterebbero,e se anche lo facessero il governo non lo accetterebbe,perchè secondo loro questa è la prova che israele è alleato con i ribelli
    non so staremo a vedere,anche perchè l’iran è sempre lì,e già sprona gli altri paesi a sollevarsi contro Israele

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    • Hai ragione, e soprattutto accettarli come alleati significherebbe dare loro una legittimazione. Ciò non toglie però che potrebbero comunque combattere separatamente contro il nemico comune. Il che da una parte aprirebbe, per Israele, più fronti, ma dall’altra, essendo scoordinati, rappresenterebbero bersagli più facili.

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    • Le vittime innocenti sicuramente ci sono e sono numerose, però tutti quelli che si sono arruolati fra i ribelli e che invocano legge islamica e tutto il resto, tanto tanto innocenti non li definirei. E se da una parte verrebbe da dire che si sono inferociti e caduti preda degli estremisti a causa della determinazione di Assad a non mollare la poltrona, con le stragi che ne sono conseguite, dall’altra c’è da considerare che in Tunisia Ben Ali si è fatto da parte quasi subito, e tuttavia l’estremismo ha preso possesso della scena quasi subito lo stesso.

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