PENSIERI SPARSI SULL’ABORTO

Lo spunto per queste mie riflessioni nasce da qui, una recensione a un libro-inchiesta sull’aborto, in cui emerge chiaro come il sole – non che non si sapesse, peraltro – che la storiella dell’aborto terribile dramma per tutte le donne “costrette” a farvi ricorso, è una balla grande come un’astronave. Come detto, è cosa stranota, basta guardarsi intorno per saperlo: per qualcuna sì, certo, lo è, ma per molte altre è semplicemente il sollievo di avere risolto un fastidioso problema, se non addirittura un metodo contraccettivo più comodo e meno costoso della pillola. Cosa nota, dicevo, e dunque non è questo il punto. Il punto sono i duecento e passa commenti. Dove chi si è azzardato ad esprimersi contro l’aborto si è preso del moralista, bigotto, oscurantista, vittima del lavaggio del cervello operato dai preti. Qualcuno ha tentato di replicare no, io veramente sono ateo, io non sono contrario all’aborto per motivi religiosi ma unicamente per scientificissime ragioni biologiche [che, per inciso, sono esattamente le mie]: al momento del concepimento – non tre mesi dopo, non tre settimane dopo, non tre giorni dopo, ma in quel momento preciso, c’è tutto il DNA del bambino, è determinato il colore degli occhi e dei capelli, quali malattie erediterà, per quali avrà predisposizione, tutto. Risposta: siete i soliti moralisti bigotti oscurantisti vittime del lavaggio del cervello operato dai preti.
Il cavallo di battaglia dei pro-aborto è sempre il solito: il corpo appartiene alla donna. Vero: il corpo della donna appartiene alla donna. Ma il corpo del bambino? A chi ha avanzato questa obiezione, l’illuminata risposta è: sono questioni delicatissime, che appartengono unicamente alla donna, nessuno ha il diritto di interferire. Si accorgono della tautologia? No, non se ne accorgono: loro sono gli illuminati, i progressisti, i nemici dichiarati del bigottismo di stampo cattolico. L’importante è affermare il diritto: scopare come un riccio è un mio diritto, risparmiarmi il fastidio di prendere precauzioni, anche se sono arcisicura che di figli non ne voglio, è un mio diritto, buttare mio figlio nella spazzatura quando alla fine succede ciò che è inevitabile che succeda, è un mio diritto, perché noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, dove tutto è diritto, e i doveri li abbiamo mandati in pensione – salvo poi strillare come oche spennate quando amministratori politici medici funzionari insegnanti avvocati impiegati eccetera eccetera mancano ai propri doveri nei nostri confronti. E capirei se di strumenti non ce ne fossero, ma ci sono. Vuoi scopare come un riccio e non avere figli tra i piedi? Benissimo, ti organizzi e il problema è risolto, anzi, non si presenta proprio. Sessant’anni fa si poteva restare incinte per sbaglio, oggi no. Una quindicenne potrebbe restare incinta per sventatezza, una ventenne no, meno che mai una trentenne. A tutto questo ritengo doveroso aggiungere che fino alla decima settimana pare che, non essendoci ancora le connessioni nervose, non ci sia neppure la percezione del dolore fisico; nei novanta giorni in cui, in Italia, è consentito l’aborto, di settimane ce ne sono tredici: tre settimane in cui la sofferenza del massacro che subisce, il bambino la prova tutta.
Qualcuno ha detto, in quella infinita serie di commenti, che l’aborto dovrebbe essere consentito solo in caso di malformazione o handicap del bambino. Ecco, c’è stato un tempo in cui c’era un ente incaricato di stabilire quali vite erano degne di essere vissute, e quali no: si chiamava Gestapo. Capisco perfettamente che un figlio disabile, così come un nonno paralitico, nelle famiglie patriarcali di una volta, coi figli sposati in casa e tutte le cognate con cui si litigava in continuazione ma poi davano anche una mano, e la zia zitella e lo zio un po’ scemo ma affidabile per piccoli incarichi, si potevano gestire senza che fosse un dramma, mentre nella famiglia mononucleare di oggi il peso diventa davvero notevole; ciò non toglie che arrogarsi il diritto di vita e di morte su esseri umani che non rispondono ai nostri canoni di accettabilità mi sembra – per usare un termine moderato – un tantino azzardato. Tanto più che questo genere di diagnosi non viene fatto a pochi giorni o poche settimane dal concepimento, ma molto molto più avanti, quando non stiamo parlando di “un grumetto di cellule”, bensì di un bambino completamente formato (ricordo ancora con orrore quando ho letto la “confessione” della signora Miriam Bartolini alias Veronica Lario in Berlusconi: era rimasta di nuovo incinta, poi AL QUINTO MESE ha saputo che il bambino era malformato, allora ci ha pensato su PER DUE MESI e alla fine, con tanto dolore, oppoverinapoverina, ha deciso di abortire. Al settimo mese. E ha il coraggio di chiamarlo aborto).
Ma la cosa più sconvolgente di tutte, nei commenti, non è nessuna di quelle che ho detto sopra. La cosa più sconvolgente arriva adesso e riguarda i medici. Ebbene, secondo gli illuminati luminosi luminari del pensiero progressista, in questo mondo fatto unicamente di diritti, c’è un solo diritto che non può avere cittadinanza: quello all’obiezione. A nessun medico dovrebbe essere consentito dichiararsi obiettore, e il geniale argomento è: nessuno ti obbliga a fare il ginecologo, quindi se non ti sta bene fai un altro mestiere. Vale a dire che per poter fare di mestiere quello che aiuta la vita ad entrare nella vita, uno deve dichiararsi e mostrarsi illimitatamente disponibile a dare la morte. Serve aggiungere altro?

barbara

AGGIORNAMENTO: ripropongo un power point postato tempo fa, che in questo post ci può stare bene.
riflettere
(cliccare il link, cliccare “presentazione”, cliccare “dall’inizio”)

GIORGIANA MASI

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Assassinata nel maggio di 36 anni fa, all’età di 19 anni, dai cecchini di Francesco KoSSiga. Quello che ha ammesso di avere fornito ai terroristi armi e documenti falsi (e in un’altra occasione ha dichiarato che siccome il terrorismo è una realtà, bisogna venirci a patti), cercando poi di rifarsi una verginità con la “rivelazione” del lodo Moro, ossia quella cosa che consentiva ai terroristi di usare in territorio italiano quei documenti falsi e quelle armi che il signor KoSSiga aveva fornito loro. (Ignorava evidentemente, il signor KoSSiga, che una baldracca, anche se si fa ricostruire l’imene, sarà pure tecnicamente vergine, ma sempre baldracca resta).

[…]E poi, fra tanti, c’era lei, Giorgiana, anche lei la nostra eta’ ma molto piu’ matura di noi. Un modello a scuola, voti buoni, ed un equilibrio che ce lo sognavamo noialtri con la testa piena di progetti e fantasie. Il suo impegno, il femminismo convinto. Un impegno militante, la convinzione della non-violenza. Lei, una figura esile e magra, che portava il busto tanto era fragile, con quei capelli neri un po’ arruffati, fermati ogni tanto da una fascia, d’inverno l’immancabile poncho peruviano, altrimenti gli ampi camicioni a coprire quel suo esile corpo. Ma dentro era una roccia, granitica nelle sue convinzioni. Fu grazie a lei che scoprii i Radicali, anche se non era del tutto convinta di quel partito…. lei era di sinistra, ma l’impegno civile per le donne da lei ricercato si
coniugava bene con quell’allora folckloristico partito. Fu grazie a lei che presi coscienza che i diritti civili e politici erano importantissimi e si potevano esprimere anche con una pacata fermezza. Lei che era nella classe accanto alla mia, la V A del Pasteur dove c’era pure la Federica che ora e’ giornalista del TG3. Per anni che la vedevamo tutti i giorni sempre uguale, una presenza certa quanto discreta; mai un gesto eclatante od un urlo.
“Ma come ti chiami, sul registro c’e’ scritto Giorgiana…”
“Giorgina” e l’avra’ ripetuto chissa’ quante volte.
Ogni tanto non la reggevi coi suoi discorsi a senso unico specialmente nelle assemblee, ma lei non si scomponeva :
– Parliamo d’altro, che palle, dai …-
“Si vede che e’ piu’ facile arrivar li’ che nella tua testa….”.
-…’Mazza ce vai giu’ co’ lo scannatoio altro che col bisturi Giorgi’….!! –
Mai un’incertezza, mai un tentennamento, sempre sicura.
– T’ho vista con un ragazzo… –
” Stiamo insieme….”
– Ma dai… chi l’avrebbe detto… pensavo che ci considerassi tutti nemici noi maschietti…!! –
“Ma va’, stupido…”.
Quella mattina doveva esserci anche lei a scuola. Il giorno prima c’era stata la manifestazione non autorizzata dalla questura di Roma organizzata dai radicali in ricordo della vittoria del referendum sul divorzio del ’74, tre anni prima. Si sarebbe dovuto festeggiare,cantare, ballare e basta… Io non ci andai…. gli allenamenti erano prioritari su queste cose. Molti invece ci andarono lo stesso perche’ pensavano che ballare, cantare e festeggiare non facesse male a nessuno. Ci ando’ pure lei col suo carico di entusiasmo, di impegno politico non violento e di gioventu’. Quelli pero’ erano anni che raramente lasciavano spazio alla moderazione ed all’impegno pacifico. Ci furono gravi scontri scientificamente programmati sia da parte delle forze dell’ordine che da manifestanti di estrema sinistra. E ci ando’ di mezzo pure chi voleva solo festeggiare. Era la sera del 12 maggio ’77 quando spararono a Giorgiana mentre cercava di andare verso Trastevere, dall’altra parte di ponte Garibaldi, lontano da quegli scontri. Un colpo alla schiena mentre stava per mano del suo Gianfranco.Un buco nella schiena di quel corpo cosi’ esile. Un buco cosi’ grande che le piego’ le gambe e scivolo’ per terra con ancora la mano in quella di Gianfranco. Davanti al cancello, in attesa di entrare, la notizia arrivo’ come una mazzata nello stomaco ed un freddo gelido che mi attraverso’ le ossa.
“Ma chi… Giorgina…. ma non e’ possibile, ma non ha mai fatto nulla di strano !!”
Tutto avrei immaginato che sarebbe potuto accadere, ma non a lei.
Non lei.
Lei no.
[…]
Giorgiana fu colpita da un proiettile non appartenente a quelli in dotazione delle Forze dell’Ordine che usano la Beretta calibro 9, ma di un calibro di arma da “guerra”.
(Da un post di un compagno di scuola, riportato qui)

Per chi è troppo giovane per ricordare quei fatti, una dettagliata ricostruzione qui:
Giorgiana Masi

Poi un video costruito dai radicali con immagini di quel giorno e dichiarazioni ad esso relative

e la bellissima e struggente Bologna ’77 del grande Stefano Rosso, dedicata a Giorgiana, anche questa con un video che mostra le immagini di quei giorni e didascalie in sovraimpressione.

PERCHÉ GIORGIANA, ASSASSINATA CON UN COLPO ALLA SCHIENA A DICIANNOVE ANNI, NON DEVE ESSERE DIMENTICATA. MAI.

barbara

FINALMENTE IL GRANDE PORCO HA TIRATO LE CUOIA

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Ti hanno minacciata molte volte?

Molte, molte volte. Minacce da codardi, senza mai mostrare la faccia. Una volta mi hanno investita con un’automobile. Sono venuti non so più quante volte a saccheggiare casa mia, senza lasciare nulla, portandosi via persino i quaderni. Però le cose materiali si possono ricomprare. Il peggio che ci hanno rubato sono stati i nostri figli, e non c’è furto più grande. Per questo ancora oggi, quando ci dicono di fare l’elenco di quello che ci viene rubato, in modo da essere risarcite, non accettiamo; è grottesco, è un abbassare l’uomo all’espressione minima, mentre i nostri figli ne erano l’espressione massima. Li hanno portati via e basta, per questo non c’è risarcimento. (Le pazze)

E poi devi leggere questo, e questo, e questo, e questo e questo. (Certo, questo post sarebbe stato più bello poterlo fare prima. Anzi, la cosa migliore di tutte sarebbe stata quella di non aver mai avuto bisogno di fare quelli precedenti. Ma insomma, bisogna accontentarsi).
bergoglio-videla
barbara

LA SIRIA È NEMICA DI ISRAELE

Ma Israele non è nemica della Siria.

Bambina siriana salvata da cardiochirurghi israeliani

Una bambina di quattro anni proveniente dalla Siria è stata sottoposta con successo, lunedì, a un intervento vitale di chirurgia cardiaca presso il Wolfson Medical Center di Holon (Israele), nel quadro delle attività volontarie di Save a Child’s Heart (“Salva il cuore di un bambino”). Il caso della bambina, la cui identità non è stata divulgata per tutelare la famiglia dagli estremisti che imperversano nel suo paese, era stato presentato a Save a Child’s Heart da un’organizzazione umanitaria americana che opera in Giordania e Israele.
La bambina è arrivata in Israele la scorsa settimana da un paese terzo dove lei e la madre erano giunte come profughi in fuga dalla guerra civile che infuria in Siria. Al suo arrivo, è stata visitata da un’équipe medica di Save a Child’s Heart che ha valutato che necessitava di un intervento a cuore aperto al più presto possibile: il tutto gratis, grazie al lavoro volontario dello staff medico e ai fondi raccolti. Ora la bambina si sta riprendendo, nel reparto di terapia intensiva della pediatria dell’ospedale Wolfson, in attesa di poter tornare in Giordania. “Senza l’intervento, poteva morire nel giro di pochi mesi, forse anche settimane” spiega il chirurgo, Lior Sasson. E aggiunge: “E’ incoraggiante poter eseguire un intervento chirurgico su una piccola proveniente da un paese ostile”.
Stando al racconto della madre, i medici in Siria avevano scoperto la malfunzione cardiaca quando la figlia aveva sei mesi d’età, ma non erano disponibili terapie adeguate. “Continuavamo a portarla dai dottori – dice – ma non c’era niente che si potesse fare per lei. Non poteva né correre né giocare come gli altri bambini, e per la maggior parte del tempo stava davvero male”.
Quando è scoppiata la guerra civile siriana, la madre si è resa conto che la famiglia, per salvare la figlia, non aveva altra scelta che lasciare il paese e cercare aiuto all’estero. Un anno e mezzo fa si sono spostati in Giordania, dove la madre si è rivolta a un’associazione cristiana americana supplicandola di aiutarla. A sua volta l’associazione ha contattato Save a Child’s Heart e pochi giorni fa, in coordinamento con il ministro degli interni israeliano Gideon Sa’ar, madre e figlia hanno potuto entrare in Israele.
“All’inizio temevo la reazione del regime siriano al fatto che venissimo qui – ricorda la donna – e naturalmente io stessa avevo paura a venire in Israele. Ma dal momento che siamo arrivate, mi sono sentita a mio agio. I dottori hanno trattato bene sia me che mia figlia”. E aggiunge che al Wolfson ha incontrato altri pazienti accuditi da Save a Child’s Heart, fra i quali molti palestinesi e arabi di altri paesi mediorientali.
La fondazione israeliana Save a Child’s Heart, creata nel 1995 dal compianto cardiochirurgo pediatrico Amiram Cohen, ha già assistito più di 3.200 bambini in 44 paesi in via di sviluppo. Con l’intervento di lunedì, la Siria è diventata il 45esimo paese.

(Jerusalem Post, YnetNews, 14 maggio 2013 – da israele.net)

Se poi ti capita di ammalarti in Israele e hai la fortuna di trovarti al posto giusto nel momento giusto…

(se ti interessano i dettagli, clicca qui)
HADASSAH

barbara

MI RACCOMANDO, NON SPARATE SULLA CROCE ROSSA

Che la Croce Rossa è una cosa buona e giusta e serve solo per cose buone e giuste, come è documentato anche qui e quindi spararci su è una cosa brutta e cattiva. E meno che mai sparate se si tratta della Croce Rossa dell’Onu, che è una cosa ancora molto più buonissima e giustissima della Croce Rossa normale perché l’Onu è quella cosa buonissima, onestissima, superpartissima che serve per portare la pace nel mondo.

Poi se avete ancora un po’ di tempo, andate anche a leggere qui.

barbara

CHISSÀ DOV’È

L’inizio del libro appena recensito mi ha fatto ricordare un’altra storia, molto vicina a me, che avevo postato nel primo blog, circa otto anni fa, e sono andata a ripescarla. Eccola.

Lo sapeva, naturalmente, che avrebbe scatenato un finimondo, ma non era certo cosa che potesse preoccuparla. Così quando mia nonna, esterrefatta, strillò: «E quello …?» rispose, molto tranquillamente: «L’ho trovata». «Trovata?» «Trovata». «Come trovata?» «È di una ragazza. Era disperata, non sapeva cosa fare». «E lei se l’è portata a casa?» «E cosa dovevo fare? Lasciare che si buttasse nel fiume, lei e la bambina?» «E cosa ne facciamo?» «La teniamo: cos’altro dovremmo fare? Ne ho tirati su quattordici, posso tirare su anche la quindicesima». «Ma se non abbiamo da mangiare neanche per noi!» «Appunto: se siamo capaci di fare la fame in otto, possiamo farla anche in nove». E il discorso si chiuse lì: inutile provare a discutere con la suocera. Una suocera che a vent’anni se n’era andata in cerca di lavoro ed era tornata qualche anno dopo, a inizio secolo, con un figlio, e a chi azzardava commenti o insinuazioni rispondeva a muso duro: «Mì me’o gò fato, mì me’o mantegno, e vialtri feve i cassi vostri». E la bambina rimase. La madre, senza più il peso di lei, trovò un lavoro. Quando poteva andava a trovarla, quando poteva dava qualche soldo. Qualche tempo dopo trovò un brav’uomo che la sposò e riconobbe la bambina come sua figlia. Andarono a prendersela, e fu quasi un lutto per tutta la famiglia, che le si era affezionata. Passarono due anni. Una sera sentirono bussare: era il brav’uomo, con la bambina in braccio. La madre era morta, spiegò, lui lavorava tutto il giorno: potevano prendersene di nuovo cura loro? Avrebbe pagato per il mantenimento, naturalmente. Non per il disturbo, quello non poteva, era un pover’uomo anche lui, ma per il mantenimento sì. E la bambina tornò a far parte della famiglia: nove persone in due stanze, col gabinetto in cortile, ma ce n’erano tanti, a quei tempi, a vivere così e anche peggio. Ogni domenica lui tornava, portava i soldi e coccolava la bambina. Finché un giorno tornarono in due: aveva trovato una nuova moglie, disposta a prendersi cura della bambina, e quindi erano venuti a prenderla per portarsela a casa. Piansero, tutti e otto. Lo supplicarono di lasciargliela. Erano disposti a tenerla anche gratis, ma lui fu irremovibile: «Per me lei è mia figlia. Lei sta con me». Non la rividero più. Sono passati più di sessant’anni, e ancora, ogni tanto, sorprendo mia madre a fissare nel vuoto, sospirare e mormorare: «Chissà dov’è …».

barbara

LA MAESTRA BAMBINA

C’è un racconto ebraico: un mendicante va dal suo rabbino e chiede, spiegami rabbino, che io non capisco: busso alla porta di un povero che in casa non ha altro che un pezzo di pane, e lui prende il pezzo di pane e lo divide con me; busso alla porta di un ricco che ha la dispensa piena, e quello mi caccia in malo modo: perché? Il rabbino lo invita ad andare alla finestra e descrivergli quello che vede, e il mendicante comincia a dire: vedo la strada, due alberi, una donna con un bambino per mano, un uomo in bicicletta… Poi il rabbino lo manda davanti a uno specchio e, ugualmente, gli chiede di descrivere quello che vede. Perplesso per una richiesta che gli appare assurda, il mendicante risponde: la mia faccia vedo, e che altro dovrei vedere? Vedi – spiega il rabbino – è sempre vetro, ma appena ci metti dietro un po’ d’argento, non vedi più altro che te stesso.

Povera tra i poveri è Fula; povera e per giunta appartenente ai rifiuti dell’umanità, i dalit, i fuori casta, quelli che gli altri “Se potessero, non starebbero neppure sotto la stessa pioggia che scende dal cielo, con gente come noi”. E non è una donna sterile con vuoti da riempire: ha già tre figli, lei. E tuttavia non esita un solo istante a raccogliere quella neonata urlante e sanguinante abbandonata presso i binari, ignorando le perplessità del marito, a stringersela al petto e decidere di tenerla con sé. La bambina è di pelle più chiara, ma vivendo con la famiglia dalit diventa automaticamente parte dei fuori casta, ossia persona priva di ogni diritto, cominciando da quello allo studio. Al villaggio, a dire la verità, una scuola ci sarebbe, ma il maestro, quando non dorme perché troppo ubriaco, oltre a bastonare furiosamente i bambini non fa altro che far loro ripetere fino allo sfinimento pezzi di alfabeto e qualche numero, cosa che fa disperare Bharti, per la quale lo studio è la passione più grande, ma le scuole private, le uniche in cui c’è la possibilità di imparare davvero, costano, e nessun dalit se ne può permettere la retta.
Bar ama baro, “impara o insegna”, dice un proverbio somalo, con la saggezza concreta dei popoli che per sopravvivere possono contare solo sulle proprie forze. La mente non deve sostare, se non sei impegnato a imparare, provvedi a trasmettere ciò che hai imparato. E questa sembra essere la filosofia della piccola Bharti, messa immediatamente in pratica: appena esce dalla scuola, alla fine di quelle noiosissime e inutili lezioni, si siede all’ombra del grande mango, e i bambini più piccoli si siedono intorno a lei e ne ricevono a loro volta il poco sapere che è riuscita ad acquisire. A segnare la svolta sarà un imprevisto e tragico evento, che cambierà la vita di tutti, e aprirà a Bharti la via del sapere.

Dalla postfazione

In India, più di un bambino su cinque non va a scuola. Metà degli allievi lascia gli studi alle elementari, prima degli undici anni. L’analfabetismo riguarda più di ottanta milioni di bambini. Cifre allarmanti, che tuttavia non devono offuscare l’evoluzione che il paese ha conosciuto dopo aver ottenuto l’indipendenza nel 1947.
Nel suo discorso del primo aprile 2010, il primo ministro indiano Manmohan Singh annuncia che la scuola diventa obbligatoria per tutti i bambini dai sei ai quattordici anni. Ufficialmente, la misura riguarderebbe più di dieci milioni di bambini delle aree sfavorite, fino a quel momento esclusi dal sistema scolastico. Ma la cifra, secondo gli esperti, è molto più alta.
Se questa nuova legge riflette intenzioni nobili e sincere, la sua applicazione si scontra con numerosi ostacoli, in particolare la carenza di insegnanti preparati e di scuole adatte ad accogliere l’ondata di nuovi allievi, soprattutto nelle zone rurali.
Dopo anni di campagne di sensibilizzazione,  condotte in principal modo dalle organizzazioni umanitarie o dalle Nazioni Unite, gli adulti sembrano aver compreso l’importanza di dare un’educazione ai loro figli. Anche nelle regioni più isolate e arretrate, ormai sono in pochi a non realizzare le conseguenze benefiche di una scolarizzazione continua. Però, nella vita quotidiana, mandare un bambino a scuola costituisce spesso una difficoltà insormontabile, soprattutto per le famiglie più povere. Per loro, il costo della scuola è ancora troppo elevato: le rette, anche minime, a volte rappresentano quanto spende la famiglia per mangiare una settimana. Inoltre il retaggio coloniale impone ai bambini di portare l’uniforme: altre centinaia di rupie supplementari da reperire. Senza dimenticare le spese di trasporto per arrivare alla scuola più vicina. È vero che esistono sovvenzioni regionali e nazionali, ma molto spesso la corruzione impedisce a questi aiuti cruciali di arrivare ai beneficiari.
Gli adulti inoltre preferiscono far lavorare i bambini. Una consuetudine difficile da estirpare da parte delle autorità perché spesso sono i parenti, uno zio, una zia, che impiegano i loro figli e nipoti. Una manodopera gratuita, esclusiva e disponibile. Un droghiere userà suo figlio per fare le consegne, un agricoltore come manodopera durante il raccolto e la semina… E cosa dire delle ragazze attirate da un salario da donna delle pulizie, o che aiutano regolarmente la loro madre con le incombenze quotidiane quando invece dovrebbero essere sui banchi di scuola?
Nel caso delle famiglie più povere, capita che siano i bambini stessi i primi a voler contribuire alle spese per la propria sussistenza. Hanno così l’impressione di non essere più un fardello e di responsabilizzarsi, una qualità incontestabile in una società fondata sul rispetto e l’accettazione della gerarchia familiare.
Esiste inoltre una grande disuguaglianza tra ragazzi e ragazze. Se al ragazzo spetta il compito di perpetuare il nome di famiglia e di vegliare sullo svolgimento dei riti induisti, la ragazza, che porterà il nome del marito, è considerata un peso. Un proverbio indiano dice che “avere una figlia è come annaffiare il giardino del vicino”. Significa che una ragazza deve essere nutrita e cresciuta per anni, ma alla fine sarà la famiglia dello sposo a trarne profitto. E la pratica della dote, che è sempre diffusa nonostante sia vietata, costituisce un carico finanziario supplementare per i genitori. Il fenomeno è ben noto, così come le sue derive, per esempio l’aborto. L’ecografia prenatale è proibita in India proprio per prevenire l’aborto selettivo. Ma anche in questo campo, la corruzione consente di aggirare le leggi. I medici, per esempio, consegnano i risultati delle analisi in buste rosa o azzurre, secondo il sesso del bambino. Non appena si denuncia un’astuzia, ne viene escogitata un’altra.
Questo fenomeno ingiusto e pericoloso – in alcuni stati la carenza di donne in rapporto al numero di uomini è ormai una piaga – riguarda tutti gli indiani, indipendentemente dalla loro origine e dal loro stato sociale.
Il sistema delle caste risale a millenni fa. Casta significa “puro, non mischiato”. Concepito inizialmente per definire il ruolo di ciascuno nella società, secondo le competenze e l’abilità nel lavoro, oggi si basa esclusivamente sull’ereditarietà delle origini. In caso di matrimonio misto, relativamente raro, gli sposi adottano la casta più elevata.
In cima a questa gerarchia sociale c’è il bramino (”cuore puro e intelletto superiore”), al gradino più basso i dalit, gli intoccabili che rappresentano l’impurità. La loro possibilità di ascesa sociale è molto limitata: essi sono relegati ai lavori sporchi, come la raccolta degli escrementi. In India se ne contano quasi centosessanta milioni e sono le prime vittime di questo sistema di discriminazione, oggi proibito dalla Costituzione indiana, redatta peraltro da un intoccabile. Gandhi li chiamava harijan (”figli di Dio”). Gli intoccabili preferiscono il termine politico più appropriato di dalit (oppressi).

Questo testo non è dell’anteguerra: è di due anni fa. Nella narrazione in prima persona della vita quotidiana di Bharti, è possibile trovare una rappresentazione concreta di ciò che è ancora oggi, almeno nelle zone rurali, la vita di un intoccabile.

Bharti Kumari, La maestra bambina, Piemme
lamaestrabambina
barbara