RITORNO A CASA

Sto parlando di lui. Con l’aiuto del figlio e di alcune persone generose, nonché di un incredibile colpo di fortuna, Alex Kurzem riesce a rintracciare il suo villaggio natale, a scoprire il proprio nome, persino a trovare alcuni familiari ancora in vita.
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E parte dunque per la Bielorussia, per il villaggio in cui ha visto la luce, riconosce la casa,
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ascolta ricordi di prima mano.
Quello che segue è il dialogo fra il figlio, Mark, e un abitante del villaggio.

«Che cosa fate qui?» chiese tramite Galina.
«Stiamo cercando di saperne di più su quanto avvenne qui, in questa piazza, durante la guerra» risposi.
«Vuol dire il massacro compiuto dai fascisti?»
La sua curiosità era più che mai evidente, e infatti aggiunse: «Perché?».
«I familiari di mio padre vi furono tutti massacrati.»
«Erano ebrei?»
Annuii.
L’uomo si lasciò sfuggire un mugolio e sistemò meglio la coperta che gli copriva le ginocchia.
«Io ho visto tutto» disse poi, dopo parecchi minuti di silenzio. «Sono cresciuto in questa casa, da qui ho potuto vedere ogni cosa. E non l’ho dimenticato. Anzi,» rise tra sé «lo ricordo meglio di quel che ho mangiato ieri a pranzo.»
«Che cosa accadde quel giorno?»
«Iniziò tutto nel cuore della notte. Fummo svegliati dal rumore di svariate persone che si trovavano nella piazza. Mio padre e io uscimmo sotto il portico, e altrettanto fecero alcuni vicini. In piazza c’erano dei soldati e una ventina di uomini, o forse una trentina. I soldati erano di guardia, gli uomini scavavano. Non riuscivamo a capire cosa stesse succedendo. Uno degli ufficiali si accorse di noi e ci ordinò di rientrare immediatamente in casa. Se non lo avessimo fatto, minacciò, saremmo stati costretti a scavare anche noi.
Il lavoro di scavo continuò per tutta la notte, fino alle prime luci dell’alba. Fu allora che cercai di sbirciare dalla finestra, e non potei credere ai miei occhi: al posto della piazza c’era un’enorme buca.»
Pur essendo malfermo sulle gambe, l’uomo si alzò e si accostò al limite della veranda, più vicino a noi. Lentamente alzò un braccio e indicò la collina sulla quale eravamo appena saliti.
«Scendevano da lì. Vecchi, donne, bambini, alcuni ancora in fasce. Ebrei, centinaia di ebrei. La fila raggiungeva la sommità della collina. I lattanti strillavano e molti bambini piangevano. Le madri cercavano di calmarli, ma i soldati non avevano pazienza: li pungolavano con le baionette urlando loro di tacere.»
Poi indicò la panchina dove i miei genitori erano ancora seduti.
«Gli ufficiali stavano lì, vicino al monumento. Potete vedere che si trova leggermente più in alto rispetto alla piazza; da quel punto potevano tenere d’occhio la situazione. Gli ufficiali erano tedeschi, le divise erano diverse da quelle dei soldati.»
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Tacque per qualche istante.
«In fondo alla collina gli ebrei furono suddivisi in gruppi di dieci o dodici. I soldati li obbligavano a spogliarsi e li facevano allineare davanti alla buca. Poi si faceva avanti un plotone, armato di fucili.
A quel punto, il perché di quella enorme fossa era diventato evidente, così come era evidente che tutti quegli ebrei sapessero bene a cosa stessero andando incontro. Eppure, nessuno di loro cercò di ribellarsi o di fuggire. Certo, accerchiati com’erano da così tanti uomini armati non avrebbero avuto alcuna possibilità di fuga… ma qualsiasi tentativo sarebbe stato preferibile a quella rassegnazione.
I soldati puntavano i fucili e facevano fuoco, gli ebrei allineati lungo la fossa vi cadevano direttamente. A volte capitava che un corpo restasse penzoloni; in quel caso si faceva avanti un soldato e con un calcio lo faceva precipitare sugli altri.
Agli adulti sparavano, ma con i bambini non sprecavano proiettili: una rapida stoccata con la baionetta ed era fatta.»
Nel descrivere quell’orrore il volto dell’uomo era rimasto impassibile, né la voce aveva assunto toni drammatici. Era impossibile capire cosa avesse provato.
«La scena si ripeté più volte. I gruppetti venivano fatti allineare e venivano falciati uno dono l’altro, ordinatamente, metodicamente. E anche se molti soldati erano palesemente ubriachi, la loro efficienza era esemplare.
Intanto, lungo il pendio, la lunga fila di ebrei assisteva in silenzio. Guardava i soldati massacrare vicini di casa, amici e parenti, ciascuno aspettando il proprio turno. A un tratto però accadde qualcosa di strano.»
Nel ripensarci, gli tremarono le mani. Poi alzò le braccia verso il cielo. «Senza il minimo segno premonitore, lo giuro, il cielo si fece nero come la pece e cominciò a piovere a dirotto – un diluvio, un vero diluvio, come non si era mai visto. In pochi secondi la piazza divenne un pantano. Soldati ed ebrei erano zuppi fino all’osso e si muovevano con evidente difficoltà in mezzo al fango. Gli ebrei cominciarono a essere colti dal panico. Del resto non c’era di che stupirsi… ero terrorizzato anch’io, pur essendo al sicuro dentro casa. Scoppiò un vero finimondo! Vedevo gli ufficiali ordinare ai soldati di tenere a bada la folla, ma si trattava di un’impresa sempre più difficile. Poi cominciarono i tuoni ei fulmini. Sembrava che Dio avesse deciso di annientarci tutti.»
Prima di continuare, l’uomo si fece il segno della croce.
«Persino i soldati persero la testa. Nel plotone d’esecuzione ci fu persino chi abbassò il fucile, rifiutandosi di continuare la mattanza. A quel punto il comandante dovette aver considerato che fosse meglio sospendere le esecuzioni, perché gli ebrei furono costretti a risalire la collina e a tornare a casa. Persino a quelli che si erano già denudati e stavano per essere fucilati fu ordinato di rivestirsi. Raccolsero gli indumenti che essi stessi o le vittime precedenti avevano ammucchiato accanto alla fossa e spinti dai loro aguzzini si riavviarono su per la collina. Alla fine, i soldati se ne andarono. La fossa rimase com’era: aperta e ingombra di cadaveri, a riempirsi di acqua. Piovve a dirotto per tutta la giornata, ininterrottamente, fino a notte.»
Mentre l’uomo descriveva quell’orrore, dalla piazza giungeva l’eco delle grida e delle risate dei bambini che giocavano, ignari del dramma che vi si era consumato.
«Quando fu completamente buio,» riprese «ebbi il coraggio di uscire sotto il portico. Vi restai per un po’. In un primo momento ebbi la sensazione che ovunque regnasse il silenzio, poi però udii dei rumori provenire dalla fossa, come se qualcuno si muovesse.
Corsi in casa terrorizzato e andai a dirlo a mio padre, ma lui mi tirò le orecchie perché, uscendo, avevo disubbidito ai soldati. Poi mi spiegò che il rumore era causato dai corpi che, nel fango, scivolavano gli uni sugli altri. Ma avevo sentito anche dei gemiti, così dissi a mio padre che qualcuno doveva essere ancora vivo. Lui scoppiò a ridere: “Sono i fantasmi che escono dai corpi! Lasciali in pace, o verranno a prenderti per portarti con loro”.
Questo mi terrorizzò ancora di più. Tornai nella mia camera, chiusi bene le tende e non ebbi neppure più il coraggio di avvicinarmi alla finestra.
Il mattino seguente fui svegliato all’alba dal rumore degli spari. Scostai leggermente le tende e diedi una sbirciata: la scena era la stessa del giorno precedente. La mattanza era ricominciata. Probabilmente era iniziata già da qualche tempo, perché gli ebrei ancora sulla collina erano molti di meno. Tornai a letto e mi tirai le coperte fin sopra la testa.
E intanto mi chiedevo che cosa avessero fatto gli ebrei durante la notte. Nonostante la paura dei fantasmi, io alla fine mi ero addormentato; ma pensavo che loro, sapendo cosa li aspettava all’alba, non avessero chiuso occhio.»
L’uomo fece una pausa e ne approfittò per accendersi una sigaretta.
«Ancora una cosa» dissi.
Mi fissò con uno sguardo innocente.
«Che cosa pensava di quello che stava accadendo nella piazza?» chiesi.
Si strinse nelle spalle e si grattò la nuca; non saprei dire se fosse imbarazzato o meno.
«Dicono che non sopravvisse un solo ebreo» disse infine, senza rispondere alla mia domanda.
Con la nitidezza dei suoi ricordi, quell’uomo aveva involontariamente chiarito il mistero che tanti dubbi aveva suscitato nel professore di Oxford: mio padre aveva iniziato a scendere lungo la collina dando la mano a sua madre e a suo fratello, poi il temporale costrinse gli ufficiali a sospendere il massacro.
Questo spiegherebbe perché sua madre sapeva esattamente cosa sarebbe accaduto il mattino dopo. Quella sera aveva preso in braccio il figlio maggiore e gli aveva detto che l’indomani sarebbero morti tutti, spingendolo così a fuggire durante la notte.
L’uomo tornò a sedersi sotto il portico, coprendosi le gambe con la coperta. Lo ringraziai per avermi messo a parte dei suoi ricordi; lo feci con tanto calore che ne rimase stupito.
«Poca cosa» si schermì continuando a fumare.
Non poteva certo immaginare di avermi fatto un favore enorme, né di avermi tolto un peso dal cuore: pur credendo alla veridicità della storia di mio padre, non riuscivo a scacciare il dubbio che il professore di Oxford vi aveva insinuato. Ora quel dubbio era svanito.
Galina e io tornammo lentamente verso la panchina, da dove provenivano le risate dei miei e di Erick, mentre chiacchieravano coi bambini.

L’ho già detto, ma lo ridico: è un libro assolutamente da leggere.

barbara

  1. Io non ce l’ho fatta neanche a leggere la parte che hai riportato qui. Ogni volta che parlano di quello che hanno subito, chiudo gli occhi e immagino di essere là, e non ce la faccio. Il perché della mancata ribellione poi… e quelli che obbedivano scavando la fossa…

    Io credo che il male non sarebbe così potente senza l’appoggio di quelli che non sono fermi nel contrastarlo.

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    • Se riesci a metterti nei loro panni per la sofferenza, devi provare a farlo anche per il resto: ne hai passate, come memoria storica, di tutti i colori per migliaia di anni, e tutte prima o poi sono passate, quindi non hai alcun motivo per dover pensare, prima, che questa sia diversa. E non provvedi a scappare. Poi arrivano, e a questo punto ti rendi conto che effettivamente questa non è come le altre, ma a questo punto difficilmente hai ancora risorse: se hai fatto due anni di ghetto, hai alle spalle due anni di fame, di malattie non curate, di terrore e sofferenza che ti hanno esaurito tutte le forze. Tu dici, ma perché accettare di scavarsi anche la fossa? Primo perché la speranza non muore, e infatti ci sono persone che da quella fossa sono anche uscite vive. Secondo perché posso ammazzarti con una pallottola in testa, ma posso anche ammazzarti spaccandoti diligentemente uno per uno tutte le ossa che hai in corpo. Lasciando quelle della testa per ultime. E tu sai, perché me lo hai già visto fare, che se mi si fa innervosire lo faccio. A questo punto quando io ti dico scava, tu prendi la tua brava pala e scavi, senza fiatare.
      Comunque di episodi in cui non si sono lasciati portare “come pecore al macello” ce ne sono molti più di quanti normalmente se ne conoscano.

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      • E’ ben descritto, e penso che sia così. Rimane il fatto che fu un errore non reagire, e naturalmente non muovo critiche, perché penso che neanch’io avrei reagito. Quello che c’è di buono è che, a differenza di molti altri casi, la lezione è stata imparata. Il “never again” è stato messo in pratica.

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        • Israele è la nostra dignità. Come disse una mia amica, che fece l’aliyà, “Se voi in tutto il mondo oggi potete andare a testa alta, è perché noi stiamo qui a farci il mazzo per voi”.

          Vabbè, diciamo che la cosa è reciproca.

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      • Il fatto è che noi oggi sappiamo che il programma era lo sterminio totale, e che quindi non c’era niente che potesse rischiare di peggiorare la situazione dal momento che il peggio assoluto era il destino che era stato deciso per loro, ma loro non lo sapevano. Quanto alla lezione appresa, è esattamente ciò che non riescono a digerire le anime belle, che vanno a spremere la loro brava lacrimuccia il 27 gennaio per poi strillare come oche spennate quando gli ebrei vivi si danno da fare per restare vivi.

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    • io penso che lo stessero contrastando,il male:non potranno rinnegare un crimine dicendo che fu una battaglia,non potranno chiamare lupi quelli che con evidenza furono agnelli al macello,possiamo discutere se la cosa funziona….

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      • infatti ho detto che possiamo discutere se la cosa funziona,per me l’esercito di Israele è l’argomento migliore che abbiano ora come ora gli Ebrei,
        Il pacifismo è una grande dimostrazione di giustezza che chi non rischia nulla vorrebbe imporre a chi fa da bersaglio,come dire,un grande esercizio di stile da parte di uno stronzo che è caduto dritto.
        (sento che sotto sotto sto diventando un poeta)

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      • In un libro, credo “Gerusalemme città di specchi” di Amos Elon, è riportato un dialogo fra un generale israeliano e un suo ufficiale. Il generale dice (cito a memoria): “L’ebraismo si basa su due cose: la sinagoga e l’esercito”. L’ufficiale replica: “L’esercito? Ma l’esercito non fa parte dei pilastri dell’ebraismo!” E il generale: “Lo so, però sta scritto che è solo alla fine dei tempi che il lupo giacerà con l’agnello. E anche quel giorno lì, io preferirei essere il lupo…” Come si suol dire: parole sante.
        (Sì, l’immagine dello stronzo che cade diritto è effettivamente poesia pura).

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  2. L’ho appena finito di rileggere e ho fatto bene a farlo.
    Certo che tutti quegli ariani che hanno come mascotte un piccolo ebreo, oltre a tutto il resto, si rivelano anche dei gran pirla.

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    • Beh, quanto a questo c’è l’episodio della fotografia della bellissima bambina bionda con la pelle candida e gli occhi azzurri scelta dalla propaganda come perfetto esemplare della razza ariana che poi è venuto fuori che era figlia di un dentista ebreo e hanno dovuto distruggere migliaia di copie e rimettersi alla ricerca di un esemplare rappresentativo. Per non parlare di Sally Perel (“Europa Europa”) con cui una volontaria delle SS si fa addirittura una robusta scopata sul sedile del treno, senza mai smettere di imprecare contro gli ebrei.

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