NON SOLO PECORE AL MACELLO

Anche questa volta ci hanno ingannati!… Di tutti gli ebrei che sono stati trasferiti a Kovno solo pochissimi sono riusciti a salvarsi. Si sono introdotti clandestinamente nel ghetto e hanno raccontato l’orribile verità.
Li hanno trasportati con il treno. Nei vagoni la gente sedeva tranquilla. Parlava solo di come sarebbe stata la vita a Kovno. Quando il futuro è ignoto sembra simile al passato, e il passato, nei ricordi, sembra sempre migliore di com’era in realtà.
All’improvviso il treno ha rallentato la corsa. Un bosco! Soldati! Alcuni si gettano a sfondare le grate delle finestrelle. Altri gridano, battono con i pugni contro le pareti. In certi vagoni gli uomini travolgono i soldati di guardia seduti vicino alle porte e si mettono a saltare giù, a correre: chi verso il bosco, chi lungo i binari del treno, chi per i campi. I soldati aprono il fuoco. Arrivano di corsa anche i boia che aspettavano davanti alle fosse già pronte. Ma la gente salta coraggiosamente dai vagoni e corre. Giovani, vecchi, donne, bambini – nei vagoni non rimane nessuno. I feriti cadono, i sani si gettano addosso ai soldati e strappano loro i fucili dalle mani, li strangolano, ma stramazzano sotto i proiettili. I feriti si torcono dal dolore, gridano, chiedono aiuto. I soldati imprecano, si fasciano l’un l’altro le mani morsicate, inseguono gli infelici, inciampano nei morti e nei feriti, infilzano con le baionette tutti quelli che incontrano. E dai vagoni continua a saltare giù altra gente ancora. Un soldato ordina al macchinista di far ripartire il treno ma la gente salta dai vagoni in movimento. Molti finiscono sotto le ruote, si rompono le gambe, ma la gente continua a saltare … Dopo aver finito tutti i fuggiaschi, i soldati trascinano fuori dai vagoni un pugno di vecchi e donne rincantucciati negli angoli, e li spingono alle fosse. Nel bosco echeggiano di nuovo gli spari. I binari sono coperti di morti. Anche i fossi sono pieni. Perfino lontano lontano, nei campi, fin dove l’occhio può arrivare, giacciono i cadaveri. Un momento fa erano giovani desiderosi di vita, donne graziose, bambini chiacchieroni. I carnefici si aggirano tra i morti, li osservano, a uno danno una pedata, a un altro una spinta con il calcio del fucile, un altro ancora lo rivoltano velocemente per convincersi che sia morto. Se sospettano che qualcuno sia ancora vivo gli cacciano la baionetta nella pancia. Frugano nelle tasche, nei fagotti sparsi attorno. Non appena vedono qualcosa di valore se lo ficcano in tasca. I soldati sono ripartiti. È rimasta solo una guardia a sorvegliare i morti … Notte … La terra respira affannosamente: la opprimono i cadaveri dei santi innocenti. Teneri fili d’erba accarezzano esitanti i volti schiacciati al suolo. Sperano forse con la freschezza primaverile di riportarli alla vita? Purtroppo … (Masha Rolnikaite, Devo raccontare, Adelphi)

Morti sì, ma lottando fino all’ultimo respiro. Morti sì, ma da combattenti. Morti sì, ma infliggendo almeno qualche danno al nemico.
Per non parlare di quella cosa grandiosa che è stata la rivolta del ghetto di Varsavia.

barbara

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