IN UN ANGOLO DI SARDEGNA, DIECI ANNI FA

Anziché un asettico articolo di giornale, ho preferito riprendere, per ricordarla, questo post, molto partecipe, pubblicato l’anno scorso.

Era il Luglio del 2003, sembra passato un secolo perché di lei si parla poco, ormai. Roberta Zedda era una giovane dottoressa, stava per ultimare la specializzazione in “Malattie Infettive”, amava l’Africa e sognava di poter fare delle esperienze di vita proprio lì, dove di aiuto ce n’è davvero bisogno. La sorte è stata crudele con lei, nel suo cammino ha messo Mauro Zancudi, un 23enne disoccupato e senza sogni di Solarussa che forse di lei si era invaghito. E allora come si può attirare l’attenzione di una donna? Se non si hanno gli strumenti, sia culturali che psichici, si diventa bestie e s’impone con la forza una volontà che altrimenti, difficilmente potrebbe accadere spontaneamente. Mauro è andato in Guardia Medica, Roberta gli ha aperto la porta, era sola, gli ha chiesto di cosa avesse bisogno, lui le ha detto qualche balla, ha aspettato che si girasse di spalle e ha deciso di prendersi con la forza quel corpo che voleva fare suo. Roberta ha reagito duramente, ha cercato di difendersi con tutte le sue forze ma lui, ha cominciato a picchiarla selvaggiamente, solo che Roberta resisteva così eroicamente che, invece di soccombere davanti a quella sfrenata voglia di difendere il proprio onore, ha tirato fuori un coltello e ha cominciato a colpirla. L’ha fatto per 20 volte. Quando ancora vi era in lei un debole soffio di vita, si è approfittato ancora di quel corpo nel modo più vile, disumano e vergognoso. Così siamo arrivati alla ventunesima. E lei l’ha sentito. L’ha visto. L’ha vissuto. Poi lui ha preso le chiavi della sua macchina ed è andato via. Roberta è rimasta lì…agonizzante, nuda, in un freddo pavimento di una squallida Guardia Medica in un paesino dell’oristanese. Chissà quali pensieri le hanno fatto compagnia in quei terribili momenti, chissà cosa è passato nella sua mente prima di cedere a un destino infame che l’ha fatta finire così miseramente. Il suo corpo è stato ritrovato 24 ore dopo, un tempo infinito, e la beffa è stata che, a permettere l’inizio delle ricerche, è stata la telefonata della mamma del suo assassino. Una mamma capisce tutto, le è bastato guardare suo figlio in faccia per capire che qualcosa non quadrava. Ha chiamato i carabinieri e poco dopo è stata effettuata la macabra scoperta. Lui dopo ciò che ha fatto, ha avuto il coraggio di prendere la macchina di Roberta, ha buttato in un canale i suoi effetti personali, compresi gli slip, forse perché voleva violentare anche la sua vita oltre che il suo corpo, prendendo con la forza anche le sue cose, i sui oggetti. A Mauro Zancudi hanno dato 30 anni di carcere ma la condanna, forse peggiore, è quella che Roberta non l’ha mai avuta, nonostante quello che le ha fatto, ha dovuto indebolirla per violentarla e anche dopo questo, lei l’ha respinto, fino alla fine. Dalla morte di Roberta è diventata obbligatoria la presenza delle Guardie Giurate negli ambulatori e i medici devono essere sempre due in tutta Italia.
Ma di mamma in questa storia ce n’è un’altra. Si chiama Efisiana Pia. Roberta era di Sanluri e la sua famiglia ancora risiede qui. Efisiana trascina il suo dolore con una forza e una caparbietà encomiabile. Quando a un anno dalla morte di Roberta il Presidente della Repubblica Italiana in persona, all’epoca Carlo Azelio Ciampi, le voleva consegnare la medaglia d’oro, lei ha detto “Non vogliamo che il nome della nostra Roberta sia usato strumentalmente in campagna elettorale…chiediamo solo giustizia e vogliamo ricordare Roberta per come era, non per come la vogliono ricordare gli altri per una manciata di voti in più”. Sì, perché di lì a poco ci sarebbero state le elezioni e lei non voleva che qualcuno si potesse nuovamente approfittare di Roberta senza il suo volere. Aveva già sofferto abbastanza. Nonostante la famiglia avesse comunicato il proprio volere a chi organizzava il patetico siparietto, loro l’hanno fatto lo stesso tra fotografi e giornalisti e facevano la gara a chi difendeva maggiormente il suo nome per conquistare più voti. Ma Efisiana e la sua famiglia non sono cascati nella trappola, loro non si sarebbero mai prestati a questi squallidi giochi di potere perché “…a me non interessa ricevere medaglie. Mia figlia non me la restituisce mica.” Efisiana ha fatto solo una richiesta, quella di non lasciare il corpo di sua figlia in un loculo, voleva un posto “privilegiato” – sempre se così si possa chiamare- per sua figlia. E la motivazione a tutto questo strappa ulteriormente il cuore: “La mia bambina sognava una casa tutta sua, stava già mettendo da parte qualche soldo ma me l’hanno strappata prima. Adesso vorrei dargliela io una piccola casetta, una tomba tutta sua”.
Guardando Efisiana, capisci subito che è una donna speciale, lo è per quel suo sorriso cordiale, per quel portamento elegantemente semplice e soprattutto per quegli occhi, scuri, espressivi ma coperti da un eterno velo di dolore. Io non sapevo nulla di questa storia, un’amica me l’ha raccontata e qualche tempo dopo c’è stato uno strano incontro proprio tra me e lei. Strano il destino. Eravamo nello stesso negozio di abbigliamento e ci siamo ritrovate alla cassa con la stessa maglia di lana tra le mani. Stesso colore, stesso modello. Abbiamo parlato un po’, perché la scena era carina, lei diceva che forse era “da giovane”, io le ho detto che di sicuro a lei stava meglio , visto il suo esile corpo, lei si è lasciata scappare un “a mia figlia sarebbe stata benissimo”. Io mi feci seria, la guardai negli occhi e le dissi “lo so”. Lei allora mi ha stretto il braccio, l’ha fatto con affetto nonostante il gesto fosse repentino, mi ha guardata allora anche lei dritta negli occhi e mi ha chiesto “Chi sei tu?”, io le ho sorriso e le ho detto “ Non ha importanza. Lo so e basta”. Lei mi ha guardata con un’espressione fatta di sorpresa, incredulità e piacere , l’ha fatto col cuore, l’ho sentito. Mi ha salutato da mamma, mi ha augurato buona giornata e lo stesso ho fatto io. Lì ho capito che Efisiana ricerca negli occhi delle persone il ricordo di Roberta, mi consola il fatto che, anche solo per un attimo, li abbia ritrovati nei miei, anche perché io in quel momento avevo l’età che aveva Roberta in quella sciagurata notte di Luglio a Solarussa.

Abbiamo strade, piazze e luoghi di rappresentanza intitolati a personaggi talvolta di dubbia, talaltra di evidente decadenza morale, che solo male hanno fatto alla nostra gente (Vedi la Famiglia Savoia). Non sarebbe male che Sanluri dedicasse a Roberta una strada, una piazza o, magari, il teatro che presto inaugurerà. Questa la mia miserissima opinione…anche se, so già, in tanti la pensano come me.
Facciamo che Roberta viva ancora tra noi. (qui)

Solo un appunto, farei, a questa rievocazione. Precisando che non ho conosciuto questa persona e non so quali fossero i suoi pensieri e la sua mentalità, a me verrebbe da dire che, più che per “difendere il proprio onore”, ha lottato per difendere il proprio corpo, il proprio diritto di decidere a chi offrirlo e a chi no, diritto che appartiene a ogni essere umano. Abbiamo combattuto per decenni per ottenere che lo stupro fosse riconosciuto come delitto contro la persona, e non contro la morale: non lasciamoci, ora, fregare dalle parole; quell’individuo non ha straziato un “onore”: ha straziato una persona. Ha straziato Roberta. Non dimentichiamolo mai. (Oggi, chissà, Roberta potrebbe avere dei figli, che un giorno potrebbero avere a loro volta dei figli: l’assassino ha annientato anche loro. Perché se è vero che, come dice il Talmud, chi salva una vita salva il mondo intero, è vero anche che chi distrugge una vita distrugge il mondo intero. E se non proprio “il” mondo, almeno UN mondo lo ha distrutto sicuramente).

barbara

  1. Non ho parole per aggiungere niente. Sono donna. Sono madre. Sono ebrea, e da sempre quelle parole del Talmud risuonano nella mia mente, che risponde quello che hai osservato tu, che quanto scritto vale non solo per chi salva una vita ma anche per chi la recide.

    Siamo in questo mondo troppo privo di troppi mondi.

    Un pensiero per Roberta, per sua madre, e per chi ancora crede che questo mondo possa essere migliore, e lotta affinché lo sia.

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    • E questo è un impegno che spetta tutti noi, cominciando col non lasciar cadere le vittime nell’oblio, ed evitando l’ipocrita buonismo dell’indulgenza nei confronti dei carnefici (in un articolo ho trovato, nei suoi confronti, la definizione di “squilibrato” – e chissà come mai non è stato tanto squilibrato da andare ad aggredire casualmente qualche medico maschio, magari di un metro e novanta, magari cintura nera di karate, chissà).

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