LIBERTÀ DI STUPRO GARANTITA PER LEGGE

Lo stupro impunito del branco di Montalto:
“Io, stanca di combattere per avere giustizia”

MONTALTO DI CASTRO – Sei anni fa, esattamente in questi giorni, in questa stessa pineta che si affaccia sul mare e dove di notte nessuno sente e nessuno vede. Forse era già primavera, mentre oggi il cielo è incerto: la stuprarono in otto, per tre infinite ore, M. aveva 15 anni, gli altri, il branco, poco di più.
“Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere”, racconta oggi M. L’hanno chiamato lo “stupro di Montalto di Castro”, dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi “bravi ragazzi”, che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia. Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita. E le vittime relegate nell’ombra di vite spezzate.
“Aveva la minigonna”, fu l’incredibile capo d’accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l’invito ad una festa in una discoteca di Montalto di Castro. Qualcuno poi l’aveva convinta ad uscire dal locale, per prendere un po’ d’aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio.
Il resto è incubo, vergogna, paura, l’avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte.
Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l’aveva convocata per capire perché quell’allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe. Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli – alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria – ai servizi sociali. Sospendendo così ancora una volta il processo.
E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia. E c’è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, “per farla visitare la portai dalla ginecologa che l’aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno”.
Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. “Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un’amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l’ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano”.
Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle. Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai,
salvatore carai
ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori.
Una “messa in prova” fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella “messa in prova” che non ha reso giustizia a sua figlia. Insieme a lei, da sempre, un’altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo. Una solidarietà che diventa amicizia. “L’affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perché riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell’impunità”.
E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perché Agata e Maria si sentano sole. “C’avete rotto i co…, è stata una ragazzata, e se l’hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere”. Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo. “Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia”. Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi. Delusa. Stanca. “Non posso sostenere un nuovo processo – sussurra – ad ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce… Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po’ di pace”.

07 aprile 2013,  MARIA NOVELLA DE LUCA, qui

Come ho già avuto modo di dire in altra occasione, s’i fossi foco, garantito che l’eruzione del Vesuvio del 79 diventerebbe un giochino da bimbi dell’asilo. E per il sindaco, un bello spiedo arroventato. Sperando che abbia le emorroidi.
parte-lesa
barbara

EURABIA? NO, MA QUANDO MAI!

Torino, aggredito presidente cristiani copti da gruppo musulmani

Torino, 19 lug. (LaPresse) – Azer Sherif, presidente dell’associazione cristiano copti d’Italia, egiziano di 54 anni residente a Torino, è stato aggredito ieri a Torino sotto la sede della sua associazione da un gruppo di una decina di nordafricani, marocchini ed egiziani, armati anche di catene. “Perché non fai il ramadan?” gli hanno chiesto due marocchini – secondo quanto riportato dalla vittima alla digos, presso cui ha sporto denuncia – che lo hanno fermato sotto la sede della sua associazione “Io amo l’Italia”, in corso Giulio Cesare, quartiere Porta Palazzo. Azer Sherif ha risposto di essere cristiano.
A quel punto i due si sono allontanati e sono tornati con altre persone, circa dieci, egiziane. Il gruppo lo ha insultato e aggredito, dopo averlo accusato di non essere musulmano, e poi lo ha picchiato, usando anche una catena. Sherif è rimasto colpito alla testa e si è fatto medicare all’ospedale Giovanni Bosco di Torino. La prognosi è di dieci giorni, le ferite sono lievi. Sherif ha sporto denuncia questa mattina.

C’era una volta, in Italia, la libertà di religione. C’era.

barbara

QUESTA, A CASA MIA, SI CHIAMA GUERRA

Bruxelles come Wannsee?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
questa notizia l’avete potuta leggere suoi giornali di oggi, IC ve la riporta in un’altra pagina, ma dovete perdonarmi se io ve ne do un piccolo commento ulteriore, diciamo per amor di discussione. Dunque è successo che… i paesi dell’America latina, già offesi con l’Europa per non aver accolto con onori adeguati il presidente boliviano, hanno intimato alla Gran Bretagna di etichettare le sue stoffe in maniera che sia chiaro se provengono o no dalle Falkland, che loro chiamano Malvinas e considerano abusivamente occupate da Sua Maestà Britannica, anche se gli abitanti sono inglesi da generazioni e vogliono restare tali. Se la Gran Bretagna non garantirà sulle etichette che neanche un filo delle sue lane rinomate viene dalle numerose pecore delle Falkland, nessuna stoffa o abito inglese potrebbe più entrare nei loro negozi…
No, non è andata così, mi confondo. Allora, sentite. Gli Usa, che non riconoscono l’occupazione turca di Cipro Nord, hanno deciso che prima di dare qualunque aiuto alla Turchia vogliono la garanzia che neanche un cent finirà a Nicosia e dintorni. Il governo turco deve inserire una clausola speciale contenente questo impegno su ogni accordo di collaborazione scientifica e culturale, su ogni vite di forniture all’esercito, su qualunque finanziamento americano.
No, non è accaduto, mi sbaglio di nuovo. È la Russia che non è contenta dell’occupazione internazionale di Bosnia e Kossovo ai danni della sua sorella Serbia, e non approva l’ampliamento dell’Unione Europea ai paesi baltici che una volta erano sovietici, a voler essere sicura che il gas che vende agli Stati europei non prenda queste destinazioni non gradite. È la Spagna, che rivendica Gibilterra, a non voler vendere più il suo vino e i suoi pomodori alla Gran Bretagna senza l’assicurazione che non finiranno nella fortezza dove finisce l’Europa…
Che confusione… mi sono sbagliato ancora. Ecco. Ci sono un paio di occupazioni particolarmente sensibili sul piano dei diritti umani. La Cina in Tibet, paese di antica civiltà, sta facendo una vera e propria pulizia etnica e un  genocidio culturale. L’enorme Russia fa una guerra di sterminio alla piccola Cecenia fin dai tempi della gioventù di Tostoj, che la raccontò in un libro più di un secolo e mezzo fa. L’Unione Europea, così sensibile ai diritti umani, ha deciso di non collaborare assolutamente con queste occupazioni e di condizionare ogni accordo con questi paesi alla fine di queste guerre che non è sbagliato definire coloniali. E inoltre ha anche stabilito che non darà più aiuti di sorta a Turchia, Iraq, Iran, Pakistan, Nigeria, Sudan, fino a che non finiranno le stragi di cristiani… Boicotterà la Russia (di nuovo) se continuerà ad armare il governo siriano e anche il Qatar se lo farà coi ribelli islamisti… Romperà gli accordi col Marocco che occupa l’ex Sahara spagnolo da decenni, in spregio alle risoluzioni dell’Onu che gli hanno imposto di tenere un referendum che mai si riesce a fare…

No, la notizia non è questa. Nessuna di quelle che vi ho elencato. La sensibilità dei grandi paesi e dell’UE per ingiustizie e stragi è molto bassa, la loro politica umanitaria del tutto subordinata alla convenienza economica e geopolitica. Pensate che l’Unione Europea si rifiuta ostinatamente di mettere sulla lista nera non uno Stato, ma un movimento che ha compiuto e preparato spesso attentati terroristici anche sul suo territorio, perché dice di non essere tanto sicura e in realtà ha paura di rappresaglie sui suoi soldati che sono stanziati del tutto inutilmente in un territorio dove dovrebbero sorvegliare e contribuire a disarmare questo movimento terrorista, ma ne sono neutralizzate e talvolta vergognosamente cacciate e disarmate loro. Sto parlando di Hezbollah e del Sud Libano. Mi vergogno profondamente del fatto che fra i paesi europei che si oppongono all’iscrizione di Hezbollah nella lista dei terroristi  stia in prima fila l’Italia, su spinta di un ministro che una volta passava per difensore dei diritti umani e ora fa la stessa politica di D’Alema. Sto parlando di Emma Bonino, naturalmente, il più grande bluff del nuovo governo.
C’è un’eccezione a questa cinica indifferenza della politica internazionale per occupazioni vere o presunte e violazioni dei diritti umani, anch’esse vere o presunte. È Israele. È di questo che volevo parlarvi. L’Unione Europea ha appena deciso nei confronti di Israele quel che non è stato mai deciso da nessuno rispetto a Russia e Cina, Gran Bretagna e Turchia, delle stragi di cristiani e delle occupazioni di Cipro e del Sahara spagnolo. È Israele, che non solo l’Unione e i paesi europei cercano di destabilizzare dall’interno finanziando ONG che praticano vari tipi di “resistenza” ai confini della legalità, ma di cui pretende di stabilire i confini anche contro gli accordi di cui l’Unione Europea dovrebbe essere fra i garanti. Non solo sul piano giuridico infatti i territori al di là della linea verde non sono stati attribuiti a nessuno (ma esistono le deliberazioni della Società delle nazioni che fondavano il mandato britannico secondo cui essi dovevano essere dedicati allo “stanziamento – o se volete, “colonizzazione”: settling – ebraico”), ma negli accordi di Oslo, di cui l’Unione Europea è fra i garanti, si dice esplicitamente che la definizione dell’appartenenza dei territori sarà decisa da negoziati fra le parti. Ora l’Unione Europea ha deciso non solo che le merci prodotte oltre le linea verde non devono essere marcate come prodotti israeliani, ma che tutti gli accordi economici, culturali, scientifici ecc. fatti dall’Unione o da qualunque paese europeo con Israele devono escludere esplicitamente ogni contatto con gli insediamenti oltre la linea verde (anche Gerusalemme Est e il Golan, che sono stati annessi come parte del territorio israeliano), ogni ricaduta favorevole per loro, ogni forma di collaborazione. Cioè l’Unione Europea ha deciso di poter decidere lei quali sono i confini di Israele.
È una mossa tipicamente coloniale. L’Unione Europea fa quel che facevano le grandi potenze ottocentesche in Cina e in Africa, dispone del territorio di un altro stato sovrano. Sul piano sostanziale, questo è un atto di guerra. L’Unione Europea ha in sostanza dichiarato guerra a Israele per costringerlo ad applicare delle politiche e delle delimitazioni territoriali che sono contrarie alla volontà e anche alle leggi israeliane. Includendo il Golan e Gerusalemme, che per le leggi israeliane sono parte del territorio nazionale e non possono essere discriminati, ha reso impossibile ogni forma di collaborazione da parte di Israele. È importante notare che tutto ciò è accaduto con una delibera che non è stata votata da nessun parlamento né discussa pubblicamente nella politica europea: questo è caratteristico dell’assenza di democrazia, dell’autoreferenzialità politica dell’UE. È possibile che i ministri degli esteri degli stati europei abbiano approvato questo gesto, non mi meraviglierebbe se Bonino, immemore delle posizioni pro-Israele che i radicali (una volta?) tenevano, avesse firmato. Ma certo non se n’è parlato nel Parlamento italiano, né nella nostra sfera pubblica, né probabilmente nel Parlamento Europeo, grande monumento inutile all’inesistenza della democrazia nel funzionamento concreto dell’Unione.
Questo deficit c’è dappertutto. Ma in questo caso è particolarmente grave, perché una guerra europea contro Israele dovrebbe far pensare. L’ultima volta che in tutta Europa, poco meno del territorio attuale dell’Unione Europea, si decise una guerra contro quello che allora era Israele, cioè gli ebrei europei, lo si fece a una conferenza tenuta in un’amena località di villeggiatura a una decina di chilometri da Berlino, il Wannsee. Era il 20 gennaio 1942, parteciparono certi signori in divisa nera che si chiamavano Heydrich, Müller, Eichmann, e stabilirono le modalità della “soluzione finale del problema ebraico”. Sono passati settant’anni, ma l’Europa è sempre lì, a occuparsi degli ebrei (e oggi del loro stato) in maniera diversa da tutti gli altri problemi; a discriminarli e boicottarli, in definitiva a cercare di eliminare quel fastidio che è la presenza ebraica nel loro mondo. Forse anche Bruxelles non è così lontana da Wannsee.

La frase che ho posto come titolo non vuole riecheggiare quella scritta da Ugo Volli in questo testo: è quella che mi è venuta in mente, spontaneamente, nel leggerlo, perché quanto intrapreso dall’Unione Europea è un atto di guerra a tutti gli effetti, secondo le norme del diritto internazionale. E se qualcuno ha voglia di misurare esattamente l’estensione della malafede dell’Unione Europea e di tutti coloro che agiscono nello stesso modo, dia un’occhiata qui alla lista dei territori contestati, o contesi che dir si voglia, nel mondo. Non occorre che la leggiate, sarà sufficiente che la facciate scorrere con la rotellina del mouse. Buon divertimento.

barbara

PUNTI DI VISTA

Il reverendo Lemuel Wiley

Predicai quattromila sermoni
e ressi quaranta revivals
battezzando i pentiti.
Ma nessuna delle cose che ho fatto
risplende più viva nel ricordo del mondo,
di nessuna mi pregio altrettanto:
ho salvato i Bliss dal divorzio
e tenuti immuni i figli da quella disgrazia
perché crescessero in ambiente morale,
felici essi stessi, e vanto al villaggio.

La signora Charles Bliss

Il reverendo Wiley mi consigliò di non divorziare,
per il bene dei bimbi,
e lo stesso consigliò a lui il giudice Somers,
e così restammo insieme fino alla fine.
Ma due dei bimbi parteggiarono per lui
e due dei bimbi parteggiarono per me.
I due che diedero ragione a lui mi biasimarono
e i due che diedero ragione a me lo biasimarono,
e soffrirono ciascuno per uno di noi,
e tutti si tormentarono per avere osato giudicarci
e si torturarono l’anima perché non potevano stimare
lui e me allo stesso modo.
Ora, qualunque giardiniere sa che le piante cresciute in cantina
o sotto le pietre, sono stente, gialle e rattratte.
Nessuna madre lascerebbe succhiare al suo bimbo
latte malato dal suo seno.
Eppure i preti e i giudici consigliano di allevare la prole
dove non c’è sole ma soltanto crepuscolo,
non calore, ma soltanto umido e gelo –
i preti e i giudici!
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma tanto l’inferno lo costruiamo per gli altri, mica per noi, quindi chi se ne frega.

barbara

AVETE PER CASO INTENZIONE DI AMMAZZARE QUALCUNO?

O di smerciare dodici tonnellate di eroina? O di rubare la pensione a qualche vecchietta? O di appostarvi vicino a un asilo per adescare i pargoli e inchiappettarveli? O di rapire un po’ di poveracci per venderli ai trafficanti di organi? Beh, se avete intenzione di fare una di queste cose, o magari – perché porre limiti alla Provvidenza? – anche tutte insieme, mi raccomando, fatelo rigorosamente prima del 22 luglio, perché se no poi non potete più godere dell’indulgenza plenaria e vi tocca andare all’inferno. E se non avete la possibilità di andare in Brasile, assicuratevi che il vostro PC sia ben funzionante, in modo da poter usufruire dell’indulgenza plenaria online.
(No, di commenti non ne faccio. Non che abbia pregiudizi nei confronti del turpiloquio, ma ci sono limiti oltre i quali, almeno in uno spazio pubblico, ritengo inopportuno andare)
papa-francesco
barbara

I NON ROYAL BABY NASCONO E MUOIONO IN SIRIA

Che un titolo civetta possa ricordare al mondo che esistono i bambini anche in Siria? Forse sì, forse no…
Proviamoci almeno. Chi va sui motori di ricerca per avere le ultime news sul nascituro più atteso dai media internazionali forse arriverà su questa pagina, ma non troverà nessun erede al trono, nessun fiocco, di nessun colore.
Corro volentieri il rischio si essere invitata a darmi all’ippica. Cosa può valere un insulto, se qualcuno si ricorderà che esistono degli angeli innocenti anche in Siria? Che esistono bambini, attesi con ansia e amore dalle loro mamme, dai loro padri, che nascono in guerra e in guerra muoiono? Cosa bisogna fare per denunciare il genocidio in Siria?
Se siete arrivati su questa pagina, fermatevi ancora un istante e guardate questa’immagine; è stata scattata ieri e ritrae il corpicino esanime di un bimbo siriano ucciso nella strage di Qariet Al Maghara, a Jabal Azzawia. Può la vita di un innocente finire in un istante, tra la polvere e il sangue, per un ordigno gettato senza pietà, senza ragione? In Siria questa situazione dura da 27 mesi.
Perché? Perché l’umanità si comporta come una comare pettegola e non si mette una mano sulla coscienza? Perché i bambini siriani devono continuare a morire?
Posted on 15/07/2013, qui.
strage-di-qaryet-al-magharra-jabal-al-zawia-14-luglio-2013

Girovagando per la rete sono capitata in questa pagina e ho immediatamente deciso di fare anch’io la mia (piccola) parte, col “titolo civetta” e il “royal baby” nei tag, con la speranza che qualche cercatore di gossip finisca qui e si accorga che ci sono anche altri bambini, che soffrono e muoiono nell’indifferenza del mondo intero. Poi, se vi restano ogni tanto due minuti, e non vi spaventa troppo qualche salutare crampo allo stomaco, vi suggerisco di frequentare regolarmente il blog, perché le cose che trovate lì, nei mass media non le trovate di sicuro.

barbara

TU CHIAMALO SE VUOI EFFETTO CALDEROLI

Partiamo dal prima. Prima c’era una signora, immigrata clandestina, diventata ministro per non si sa quali meriti, sostenitrice della poligamia (aiuta a socializzare, sic), promotrice di quella cosa delirante, che non esiste quasi in nessuna parte del mondo, che sarebbe lo ius soli, antipatica a molti, un po’ per le ragioni suddette, un po’ per episodi come quello dell’arrivo a Milano con tre auto di scorta, contromano e con sirene e paletta, un po’ per quell’espressione da oca giuliva che si porta sempre addosso.
cecile-kyenge
Prima. Poi arriva un essere approssimativamente umano,
Calderoli
con un alto ruolo istituzionale, che dichiara pubblicamente che la signora in questione gli sembra un orango. (Qualcuno ha detto che qualunque cosa uno insegni, finisce sempre per insegnare se stesso – il che spiegherebbe perché certi insegnanti abbiano così poco da insegnare. Ma forse questa proprietà proiettiva si potrebbe applicare anche in altri campi, cosicché si potrebbe dire che qualunque cosa uno guardi, finisce sempre per vedere se stesso). Ecco, con qualunque insulto un po’ meno pesante, un po’ meno volgare, un po’ meno disumano,  uno potrebbe anche smarcarsi, trovare che la cosa non lo riguarda e proseguire per la sua strada. Ma quando si toccano i vertici toccati dal signor Calderoli, credo che nessuno abbia il diritto – anzi, neppure la possibilità – di sentirsi e dichiararsi estraneo. Ed è qui che arriva l’effetto Calderoli: tutte le sacrosante critiche che alla signora avremmo, legittimamente, da rivolgere, chi avrà più il coraggio di farle, sapendo che qualunque critica potrebbe essere considerata come un attenuare, uno sminuire, un relativizzare, un giustificare l’oscena uscita di quell’individuo? Un saggio proverbio veneto dice che quando la merda monta in scranno, o puzza o fa danno. Poi ogni tanto capita qualche individuo particolarmente dotato che riesce a fare entrambe le cose in una botta sola.

barbara

TISHA BEAV E GERUSALEMME

Questa sera inizia Tishà beAv, una delle ricorrenze più solenni del calendario ebraico. In tale occasione vi propongo il testo integrale, e senza aggiunta di commenti, di Ugo Volli pubblicato su Informazione Corretta.

La testimonianza di un digiuno
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
questa sera per gli ebrei inizia il digiuno del 9 del mese di Av, il momento più luttuoso del calendario ebraico, anche più della giornata dell’espiazione, Yom Kippur, che è sì un momento penitenziale in cui si confessano i peccati individuali e collettivi, ma è pensato soprattutto come un’occasione di riscatto, il momento giusto per provare a migliorarsi. Tishà beAv, il digiuno di domani (niente cibo e acqua per 26 ore, lettura del testo più terribile della Bibbia ebraica, le Lamentazioni, i gesti del lutto come sedersi per terra e privarsi di tutti i conforti normali), è invece solo triste, perché ha la natura della commemorazione di un dolore collettivo.
Vi dò queste notizie in un sito come questo che non ha una visione religiosa né si rivolge solo agli ebrei, perché questo digiuno, come molte ricorrenze nel calendario ebraico, ha anche o soprattutto una natura storico-politica. Il ricordo luttuoso non riguarda un evento della storia religiosa ebraica, anche se si sono proposti dei riferimenti a questa data per diversi eventi negativi raccontati nella Bibbia, come la fallita missione degli esploratori in terra di Canaan, ma un fatto storico, anzi due: entrambe le cadute di Gerusalemme nelle mani dei nemici di Israele sono accadute in questa data: quella del 587 a.E.V. nelle mani di Nabucodonosor re di Babilonia e quella del 70 della nostra era per mano del romano Tito.
Da venticinque secoli dunque il popolo ebraico digiuna per la caduta di Gerusalemme. In realtà il digiuno è duplice, ce n’è un altro meno duro tre settimane prima, il 17 del mese di Tammuz, che ricorda la prima breccia aperta nelle mura prima della seconda caduta di Gerusalemme, e tutto il periodo intermedio è segnato dal lutto, con regole un po’ diverse secondo le tradizioni. Perché raccontare questi riti? Perché anch’essi testimoniano del fortissimo legame storico del popolo ebraico con la sua capitale. Come molti altri: la promessa di ricordare la città che si fa ad ogni matrimonio, insieme alla rottura di un bicchiere (segno di lutto anch’esso); l’augurio alla conclusione della festa di Pesach, di celebrarla “l’anno prossimo a Gerusalemme”; la benedizione che fa parte della preghiera centrale della liturgia ebraica, l’Amidà,  ripetuta tutti i giorni tre volte al giorno in cui si chiede la ricostruzione di Gerusalemme e infinite altre preghiere, salmi, testi di riflessione. Il Talmud, per esempio, si apre col Trattato delle “Benedizioni”, che proprio all’inizio riporta la testimonianza di un  maestro talmudico che si reca a pregare “nelle rovine” di Gerusalemme e sente la voce del pianto di Dio per la sua distruzione, che pure Egli ha ordinato. E anche dopo la restaurazione del possesso ebraico su Gerusalemme il lutto si continua a portare, perché questo potere non è incontestato, è ancora a rischio e il Tempio resta distrutto. Così si è deciso alla fondazione dello stato di Israele e la grande vittoria del ’67, in cui finalmente gli ebrei hanno potuto tornare a casa, non ha modificato questa scelta.
Vale la pena di ripetere queste cose che sono ovvie per gli ebrei osservanti e certamente estranee a chi non appartiene alla cultura ebraica, a causa della bizzarra e pertinace negazione che il mondo arabo e in particolare le fazioni militanti palestinesi propagandano intorno a Gerusalemme: che cioè non vi sarebbe rapporto fra la città e il popolo ebraico, che non vi sarebbe stato un Tempio dove oggi sorgono le moschee, che la città sarebbe sempre stata musulmana, anche prima di Maometto. Ci vuole una grande faccia tosta per negare quel che si trova confermato in mille fonti, dall’archeologia agli scritti degli storici greci e romani, dalle lettere dei governanti dei paesi circostanti a quel che raccontano i Vangeli e gli Atti in ambito cristiano. Perfino il Corano dice che al popolo ebraico spetta quella terra. Ma Arafat e i suoi successori sanno bene e praticano costantemente quel che insegnava il ministro della propaganda nazista Göbbels: “Ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità”.
Dunque anche in questo caso bisogna ripetere anche le verità più ovvie per evitare che siano soppiantate da una bugia. Gli ebrei consapevoli ricordano Gerusalemme ogni giorno della loro vita, hanno un legame con essa che non è paragonabile neanche lontanamente a quello degli altri popoli per la loro capitale: chi oggi in Italia piangerebbe il sacco di Roma da parte dei Celti (390 a.C.), la caduta di Romolo Augustolo (476 d.C) o anche la terribile invasione dei lanzichenecchi del 1527? Negare questo legame è insensato, è come fondare una propaganda politica sulla piattezza della terra o sull’alchimia medievale. Ma gli arabi lo fanno, senza vergogna e senza pudore, anche i cosiddetti moderati. Questo dovrebbe far riflettere anche sulle altre loro pretese, sulla “narrativa” su cui fondano la loro identità. Perché se qualcuno, o qualche movimento non ha timore di dire che la Terra è piatta, o che gli ebrei non hanno rapporto con Gerusalemme, nessuna sua affermazione è credibile.

A tutti coloro che lo fanno, auguro un digiuno fruttuoso e pieno di riflessione e consapevolezza.

barbara