GLI EBREI SONO DI UNA RAZZA INFERIORE

Un tema sul razzismo vira decisamente verso l’antisemitismo. Da qui il voto basso, la reazione della studentessa su Facebook, la bocciatura.

Scrive nel compito in classe sul razzismo che quella ebrea “è una razza inferiore”. Il docente, nella correzione del lavoro, l’ultimo dell’anno scolastico, sottolinea gli errori storici e le citazioni di presunti studiosi della genia umana. Quindi decide di valutarlo con il voto: insufficiente. La ragazza si ripresenta a scuola con degli opuscoli dai quali avrebbe estratto il succo del suo tema. La docente spiega che si tratta di teorie dalle basi inconsistenti. Qualche ora dopo, su facebook, nel profilo della studentessa, la foto del compito con tanto di correzioni e una lunga serie di epiteti e insulti alla “insegnante comunista del c… che difende gli ebrei”. Frasi lette e commentate da diversi utenti e dagli amici dell’adolescente. Qualcuno, però, ha pensato di fotografare il piccolo “forum” e mostrarlo all’insegnante. A quel punto nasce “il caso”. All’unanimità la scuola decide per il cinque in condotta, un voto che significa bocciatura.

Tutti i dettagli nell’articolo di Vito Fiori sull’Unione Sarda oggi in edicola.

Venerdì 05 luglio 2013 11:58 (qui)

Beh, certo, un’insegnante che arriva addirittura a difendere gli ebrei, metterla alla gogna è davvero il minimo.

barbara

POST SCRIPTUM: in fatto di Sardegna, ebrei e razze, dovete assolutamente andare a leggere questa autentica perla.

IO NON HO MICA TANTO CAPITO, PERÒ

Voglio dire, è vero che quelli scesi in piazza per buttare fuori Mubarak erano quelli (presumibilmente) buoni, che chiedevano la fine della corruzione e una maggiore libertà (non parliamo, ovviamente, di democrazia, perché non possiamo usare le nostre scale di valori per misurare realtà totalmente diverse) e che poi, non appena è stato chiaro che avevano vinto loro, hanno fatto irruzione gli islamici che stavano lì in agguato come serpi, si sono impadroniti della piazza, ne hanno cacciato quelli che fino a quel momento avevano combattuto e li hanno depredati della vittoria. Tutto vero. Però. Però poi ci sono state le elezioni. C’è stata una campagna elettorale più o meno regolare, durante la quale è stato detto, nel modo più chiaro, che l’obiettivo degli islamici e del loro candidato Morsi era questo:

E il 70% ha votato per loro. E Morsi, diventato presidente, si è dato da fare fin dal primo giorno per mettere in atto ciò che era stato mandato a fare, ciò che il 70% dei votanti lo aveva legittimato a fare, ciò che gli era stato esplicitamente, dalla stragrande maggioranza degli egiziani, chiesto di fare. E adesso vanno in piazza per mandarlo via perché la sharia non gli piace? Ma questa gente lo sa, almeno, che cosa vuole? Hanno deciso che cosa vogliono fare da grandi? O stanno registrando una puntata di Paperissima? (Spero che qualcuno non mi venga a raccontare, come attenuante, la storiella del voto di protesta: chi sceglie il voto di protesta, che il votato si chiami Grillo, Morsi o Hitler, è sempre e solo un grandissimo, gigantesco, mastodontico, stratosferico coglione).

barbara

AGGIORNAMENTO: gli islamici, nel frattempo, si dedicano al loro sport preferito: il lancio dal tetto degli avversari (già ammirato qualche tempo fa in quel di Gaza):

ATTENZIONE: I POSSESSORI DI STOMACI DELICATI SI ASTENGANO DAL CLICCARE.

QUASI UN CENTINAIO DI AGGRESSIONI SESSUALI IN PIAZZA TAHRIR

La ONG Human Rights Watch (HRW) ha chiesto alle autorità egiziane di adottare “immediatamente” le misure necessarie per fare fronte ai “livelli orribili” di violenza sessuale contro le donne, registrati nei giorni scorsi in piazza Tahrir e ha richiesto che i responsabili siano condannati.
Secondo la dichiarazione rilasciata dall’organizzazione, i gruppi egiziani che lottano contro le molestie sessuali hanno assicurato che almeno 91 donne sono state aggredite sessualmente e in alcuni casi anche violentate in Piazza Tahrir durante i quattro giorni di proteste iniziate lo scorso 30 giugno, per chiedere le dimissioni del Presidente, Mohamed Mursi.
“Le aggressioni sessuali durante le proteste in piazza Tahrir mostrano il fallimento del governo e di tutti i partiti politici nel contenere la violenza a cui sono esposte le donne negli spazi pubblici in Egitto,” ha detto il vice direttore di HRW per il Medio Oriente, Joe Stork.
“Questi gravi crimini impediscono alle donne di partecipare alla vita pubblica dell’Egitto, proprio in un momento che è fondamentale per il paese,” ha continuato.
Il gruppo egiziano Operazione contro le molestie e la violenza sessuale ha confermato 46 aggressioni lo scorso 30 giugno, 17 il primo luglio e 23 il giorno 2. Inoltre, volontari dell’organizzazione sono intervenuti per proteggere ed evacuare 31 donne vittime di aggressioni sessuali. Separatamente, l’Istituto per gli studi femminili Nazra ha registrato altri cinque casi il 28 giugno.
L’ONG ha richiesto che si faccia tutto il possibile per applicare correttamente la legge e proteggere le vittime. Inoltre ha sottolineato la  necessità di aprire un’inchiesta sull’accaduto, e che i responsabili ne rendano conto di fronte alla giustizia.
Human Rights Watch ha affermato di avere le prove che fonti sia mediche che della polizia hanno fornito ai media informazioni sull’identità delle vittime senza il loro preventivo consenso, una violazione del loro diritto alla privacy che, in alcuni casi, può rappresentare un rischio per le vittime.
L’ONG ha sottolineato che le donne che sono vittime di violenza sessuale e sopravvivono agli attacchi sono riluttanti a parlare pubblicamente a causa dello stigma sociale a cui sono sottoposte. Yasmine el Baramawi, una delle poche donne che hanno parlato dell’aggressione che ha subito a novembre 2012, ha assicurato a HRW, che è stata violentata per 90 minuti al centro di una manifestazione a piazza Tahrir.
Secondo la testimonianza di questa donna di 30 anni, nel momento in cui è iniziato l’assalto, era circondata da quindici uomini, ma il gruppo è arrivato a superare il centinaio. «L’impunità per le violenze sessuali contro le donne è la norma in Egitto», ha lamentato Stork. (qui, traduzione mia).

barbara

IN UN ANGOLO DI SARDEGNA, DIECI ANNI FA

Anziché un asettico articolo di giornale, ho preferito riprendere, per ricordarla, questo post, molto partecipe, pubblicato l’anno scorso.

Era il Luglio del 2003, sembra passato un secolo perché di lei si parla poco, ormai. Roberta Zedda era una giovane dottoressa, stava per ultimare la specializzazione in “Malattie Infettive”, amava l’Africa e sognava di poter fare delle esperienze di vita proprio lì, dove di aiuto ce n’è davvero bisogno. La sorte è stata crudele con lei, nel suo cammino ha messo Mauro Zancudi, un 23enne disoccupato e senza sogni di Solarussa che forse di lei si era invaghito. E allora come si può attirare l’attenzione di una donna? Se non si hanno gli strumenti, sia culturali che psichici, si diventa bestie e s’impone con la forza una volontà che altrimenti, difficilmente potrebbe accadere spontaneamente. Mauro è andato in Guardia Medica, Roberta gli ha aperto la porta, era sola, gli ha chiesto di cosa avesse bisogno, lui le ha detto qualche balla, ha aspettato che si girasse di spalle e ha deciso di prendersi con la forza quel corpo che voleva fare suo. Roberta ha reagito duramente, ha cercato di difendersi con tutte le sue forze ma lui, ha cominciato a picchiarla selvaggiamente, solo che Roberta resisteva così eroicamente che, invece di soccombere davanti a quella sfrenata voglia di difendere il proprio onore, ha tirato fuori un coltello e ha cominciato a colpirla. L’ha fatto per 20 volte. Quando ancora vi era in lei un debole soffio di vita, si è approfittato ancora di quel corpo nel modo più vile, disumano e vergognoso. Così siamo arrivati alla ventunesima. E lei l’ha sentito. L’ha visto. L’ha vissuto. Poi lui ha preso le chiavi della sua macchina ed è andato via. Roberta è rimasta lì…agonizzante, nuda, in un freddo pavimento di una squallida Guardia Medica in un paesino dell’oristanese. Chissà quali pensieri le hanno fatto compagnia in quei terribili momenti, chissà cosa è passato nella sua mente prima di cedere a un destino infame che l’ha fatta finire così miseramente. Il suo corpo è stato ritrovato 24 ore dopo, un tempo infinito, e la beffa è stata che, a permettere l’inizio delle ricerche, è stata la telefonata della mamma del suo assassino. Una mamma capisce tutto, le è bastato guardare suo figlio in faccia per capire che qualcosa non quadrava. Ha chiamato i carabinieri e poco dopo è stata effettuata la macabra scoperta. Lui dopo ciò che ha fatto, ha avuto il coraggio di prendere la macchina di Roberta, ha buttato in un canale i suoi effetti personali, compresi gli slip, forse perché voleva violentare anche la sua vita oltre che il suo corpo, prendendo con la forza anche le sue cose, i sui oggetti. A Mauro Zancudi hanno dato 30 anni di carcere ma la condanna, forse peggiore, è quella che Roberta non l’ha mai avuta, nonostante quello che le ha fatto, ha dovuto indebolirla per violentarla e anche dopo questo, lei l’ha respinto, fino alla fine. Dalla morte di Roberta è diventata obbligatoria la presenza delle Guardie Giurate negli ambulatori e i medici devono essere sempre due in tutta Italia.
Ma di mamma in questa storia ce n’è un’altra. Si chiama Efisiana Pia. Roberta era di Sanluri e la sua famiglia ancora risiede qui. Efisiana trascina il suo dolore con una forza e una caparbietà encomiabile. Quando a un anno dalla morte di Roberta il Presidente della Repubblica Italiana in persona, all’epoca Carlo Azelio Ciampi, le voleva consegnare la medaglia d’oro, lei ha detto “Non vogliamo che il nome della nostra Roberta sia usato strumentalmente in campagna elettorale…chiediamo solo giustizia e vogliamo ricordare Roberta per come era, non per come la vogliono ricordare gli altri per una manciata di voti in più”. Sì, perché di lì a poco ci sarebbero state le elezioni e lei non voleva che qualcuno si potesse nuovamente approfittare di Roberta senza il suo volere. Aveva già sofferto abbastanza. Nonostante la famiglia avesse comunicato il proprio volere a chi organizzava il patetico siparietto, loro l’hanno fatto lo stesso tra fotografi e giornalisti e facevano la gara a chi difendeva maggiormente il suo nome per conquistare più voti. Ma Efisiana e la sua famiglia non sono cascati nella trappola, loro non si sarebbero mai prestati a questi squallidi giochi di potere perché “…a me non interessa ricevere medaglie. Mia figlia non me la restituisce mica.” Efisiana ha fatto solo una richiesta, quella di non lasciare il corpo di sua figlia in un loculo, voleva un posto “privilegiato” – sempre se così si possa chiamare- per sua figlia. E la motivazione a tutto questo strappa ulteriormente il cuore: “La mia bambina sognava una casa tutta sua, stava già mettendo da parte qualche soldo ma me l’hanno strappata prima. Adesso vorrei dargliela io una piccola casetta, una tomba tutta sua”.
Guardando Efisiana, capisci subito che è una donna speciale, lo è per quel suo sorriso cordiale, per quel portamento elegantemente semplice e soprattutto per quegli occhi, scuri, espressivi ma coperti da un eterno velo di dolore. Io non sapevo nulla di questa storia, un’amica me l’ha raccontata e qualche tempo dopo c’è stato uno strano incontro proprio tra me e lei. Strano il destino. Eravamo nello stesso negozio di abbigliamento e ci siamo ritrovate alla cassa con la stessa maglia di lana tra le mani. Stesso colore, stesso modello. Abbiamo parlato un po’, perché la scena era carina, lei diceva che forse era “da giovane”, io le ho detto che di sicuro a lei stava meglio , visto il suo esile corpo, lei si è lasciata scappare un “a mia figlia sarebbe stata benissimo”. Io mi feci seria, la guardai negli occhi e le dissi “lo so”. Lei allora mi ha stretto il braccio, l’ha fatto con affetto nonostante il gesto fosse repentino, mi ha guardata allora anche lei dritta negli occhi e mi ha chiesto “Chi sei tu?”, io le ho sorriso e le ho detto “ Non ha importanza. Lo so e basta”. Lei mi ha guardata con un’espressione fatta di sorpresa, incredulità e piacere , l’ha fatto col cuore, l’ho sentito. Mi ha salutato da mamma, mi ha augurato buona giornata e lo stesso ho fatto io. Lì ho capito che Efisiana ricerca negli occhi delle persone il ricordo di Roberta, mi consola il fatto che, anche solo per un attimo, li abbia ritrovati nei miei, anche perché io in quel momento avevo l’età che aveva Roberta in quella sciagurata notte di Luglio a Solarussa.

Abbiamo strade, piazze e luoghi di rappresentanza intitolati a personaggi talvolta di dubbia, talaltra di evidente decadenza morale, che solo male hanno fatto alla nostra gente (Vedi la Famiglia Savoia). Non sarebbe male che Sanluri dedicasse a Roberta una strada, una piazza o, magari, il teatro che presto inaugurerà. Questa la mia miserissima opinione…anche se, so già, in tanti la pensano come me.
Facciamo che Roberta viva ancora tra noi. (qui)

Solo un appunto, farei, a questa rievocazione. Precisando che non ho conosciuto questa persona e non so quali fossero i suoi pensieri e la sua mentalità, a me verrebbe da dire che, più che per “difendere il proprio onore”, ha lottato per difendere il proprio corpo, il proprio diritto di decidere a chi offrirlo e a chi no, diritto che appartiene a ogni essere umano. Abbiamo combattuto per decenni per ottenere che lo stupro fosse riconosciuto come delitto contro la persona, e non contro la morale: non lasciamoci, ora, fregare dalle parole; quell’individuo non ha straziato un “onore”: ha straziato una persona. Ha straziato Roberta. Non dimentichiamolo mai. (Oggi, chissà, Roberta potrebbe avere dei figli, che un giorno potrebbero avere a loro volta dei figli: l’assassino ha annientato anche loro. Perché se è vero che, come dice il Talmud, chi salva una vita salva il mondo intero, è vero anche che chi distrugge una vita distrugge il mondo intero. E se non proprio “il” mondo, almeno UN mondo lo ha distrutto sicuramente).

barbara

AVETE MAI BALLATO SOTTO LA PIOGGIA?

Se la risposta è affermativa, e siete qui a raccontarlo, evidentemente fate parte di una comunità cristiana. O ebraica. O buddista, o scintoista, o pagana… ma sicuramente non della religione di pace, perché lì, ecco, le cose vanno in maniera un tantino diversa.

Noor Basra e Noor Sheza avevano 15 e 16 anni. Sei mesi fa a Chilas, in Pakistan, inizia a piovere, molto, moltissimo. Loro sono per strada e iniziano a ballare sotto la pioggia. Un cellulare le riprende, ci sono bambini in strada, le ragazze sorridono. Sembra che stiano danzando sotto la pioggia per la prima volta, pochi passi di danza, molti sorrisi. Il fratellastro Khutore vede il video, per la legge islamica danzare e farsi riprendere è disonorevole (danzare con un uomo sconosciuto – non era il loro caso – è considerato “fornicazione”). Così vengono condannate a morte. Lo scorso 23 giugno, per lavare l’onore della famiglia, Khutore ha ucciso le sorellastre e la loro madre, Noshehra. Avevano solo danzato sotto la pioggia. Non osserverò mai più la pioggia con gli stessi occhi.
Roberto Saviano

http://www.faithfreedom.org/?p=4204

(Sì, lo so, siamo noi che siamo razzisti. Siamo noi che siamo islamofobi. Siamo noi che siamo imbevuti di pregiudizi e nutriti di odio. Lo so. Siamo noi.
Riposate in pace ora, sorelline, e possiate presto essere vendicate. E sia maledetta la mano che ha spento le vostre splendide vite)

Noor-Basra-Noor-Sheza
barbara