LA CAUSA DEI MALI DEL MONDO

In occasione dell’ennesima farsa dei “colloqui di pace”, si scatena la solita sarabanda di proclami sulle cause del conflitto, le cause degli infiniti fallimenti, le cause del progressivo allontanamento della speranza della pace, le cause di tutti i guai dell’intero pianeta. Naturalmente fra le cause fondamentali ci sono le “colonie”, e in particolare le “nuove costruzioni”: NON, si noti bene, ampliamenti degli insediamenti, ma semplicemente nuove abitazioni costruite al loro interno. Sono loro il motivo per cui la pace non c’è, non i missili sui civili, non gli accoltellamenti per strada, non gli sgozzamenti di neonati nella culla, no, il motivo per cui non c’è la pace è la costruzione di case. Quella costruzione che Netanyahu aveva irresponsabilmente sospeso per dieci mesi, per aderire alle condizioni poste dalla controparte per accettare di sedersi intorno a un tavolo, salvo poi aspettare, la suddetta controparte, che passassero tutti i dieci mesi senza che niente succedesse.
Vi ripropongo questa lettera scritta quattro anni fa da Sherri Mandell.

Sono io la ragione per cui non c’è la pace nel mondo!

Eccomi, sono io il problema. Il leader del mondo libero ha fatto riferimento a me personalmente, e alla mia famiglia, come la causa dei guai di tutto il mondo. Con la scopa in una mano, mentre cerco eroicamente di spazzare i pop-corn lasciati in giro dal festino televisivo di mio figlio, eccomi qua: io sono il motivo per cui non c’è la pace nel mondo. Obama ha messo nelle mie mani il destino del mondo. Mi ha detto: “Se la smetti di costruire, se la smetti di crescere, tutto si aggiusterà in Medio Oriente. Lascia stare l’Iran e il Darfour e gli ‘omicidi d’onore’ delle donne nella vostra regione. La causa dei conflitti sono i lavori di ristrutturazione in casa tua”.
Ebbene sì, sono una colona. Se mi spostassi otto chilometri verso Gerusalemme, allora cesserei di essere una colona. Suppongo. Ma sarei ancora una israeliana, e anche quello è un bel problema.
Gli architetti della pace ci assicurano che, se solo lasciassimo le nostre case, scoppierebbe la pace. E non solo la pace in Israele e nei territori palestinesi. La pace in tutto il mondo arabo. La pace nel mondo intero. “Quel bullo di Ahmadinejad, non preoccuparti di lui. Tu, Sherri la colona, abbandona la tua casetta dalle finestre azzurre e il vento della pace spirerà su tutta la terra”.
Poco importa se ben prima che vi fosse un solo insediamento, già c’era l’Olp. Poco importa se i palestinesi hanno rifiutato tutte le più generose offerte di compromesso da parte dello stato d’Israele compresa quella del 97% della Cisgiordania, come riportato dal Washington Post lo scorso 29 maggio. Poco importa se c’è spazio per arabi ed ebrei in Cisgiordania e se uno stato palestinese che non può permettere ad ebrei di abitare entro i suoi confini sarebbe chiaramente un regime fascista. Poco importa se Israele stesso ha più di un milione di cittadini arabi che vivono al suo interno. Poco importa.
Non c’è praticamente nessuno al mondo, oggi, più vituperato di un colono israeliano. Siamo considerati dei razzisti col mitra in spalla, estremisti del tutto omologhi agli estremisti dell’altra parte. Poco importa se è straordinariamente raro che un ebreo sia un terrorista. Poco importa se gli estremisti dell’altra parte assassinano spesso e volentieri con le loro mani dei bambini ebrei, come il mio Koby, per il solo fatto che sono ebrei. Poco importa se gli estremisti dell’altra parte mandano i loro stessi figli a commettere attentati suicidi come “martiri”. Poco importa se gli estremisti dell’altra parte spediscono la loro stessa gente davanti al plotone d’esecuzione per il solo sospetto che “collabori” con Israele. Poco importa se gli estremisti dell’altra parte tiranneggiano le loro donne. Poco importa se gli estremisti dell’altra parte non tollerano omosessuali nelle loro comunità. In ogni caso il problema sono i coloni.
Sono stata a un talk-show televisivo dove una signora di Tel Aviv ha parlato di me come del “cancro del popolo ebraico”. Non c’è nessuno cattivo e malvagio quanto un colono. Noi siamo il capro espiatorio di tutto il mondo. Si potrebbe persino dire che siamo l’ebreo degli ebrei. Siamo il più comodo oggetto da odiare.
(Da: Jerusalem Post, 6.07.09, qui)

Per chi non conoscesse, o non ricordasse, le vicende in questione, riporto il mio post di sei anni fa.

KOBI E YOSSI, SEI ANNI FA

Avevano 13 anni. Doveva essere una bella mattinata, quella dell’8 maggio 2001 e, come a volte capita ai ragazzini, non avevano tanta voglia di andare a scuola. Così decisero di andarsene un po’ in giro, a passeggiare, a godere della natura. I loro corpi furono ritrovati il giorno dopo in una grotta del deserto della Giudea: erano stati massacrati a colpi di pietra da dei terroristi palestinesi. Le pareti della grotta erano coperte di sangue, brandelli dei corpi dei due ragazzini erano sparsi ovunque. Ricordiamo Kobi Mandell e Yossi Ish-Ran con questa lettera scritta dalla mamma di Kobi.

Perché stiamo in Israele

Adesso sembra da pazzi vivere in Israele. Alcuni se ne vanno. Li capisco. È orribile vivere con la violenza e con l’angoscia e con lo stress che provocano. Siamo vulnerabili, noi israeliani: in macchina o sull’autobus, prendendo un caffè al bar o addirittura stando a casa. Tutto è circondato dal terrore. Tutto il tempo, di giorno e di notte, siamo coscienti di essere obiettivi da colpire.
Un venerdì notte, all’una, siamo stati svegliati dagli altoparlanti installati nella nostra comunità. Ci hanno avvertito che c’era un terrorista in Tekoa. “Chiudete porte e finestre a chiave, dormite con le armi, badate ai bambini e spegnete le luci.”
Abbiamo velocemente spento le luci, nonostante il fatto che siamo osservanti dello Shabat.
Abbiamo chiuso a chiave porte e finestre. Abbiamo messo una sedia davanti alla porta dell’entrata. Poi suonò il telefono. Era il nostro vicino che controllava se avevamo sentito l’annuncio.
I bambini erano spaventati, tremavano. Ho detto loro che li avremmo protetti, che stavamo vicini. Che dovevano andare a dormire.
Loro si sono addormentati, tutti nel nostro letto. Ho pregato e poi mi sono addormentata, sperando che la mattina arrivasse presto.
Circa alle tre di nuovo l’altoparlante: l’emergenza era finita.
Per adesso. Ma, come ho detto ai miei figli, è raro che i terroristi ti avvisino.
Sicuramente non hanno avvisato mio figlio Koby, di 13 anni, prima di ammazzare lui e il suo amico Yosef, prendendoli a sassate prima di schiacciare i loro crani e renderli irriconoscibili*. Koby e Yosef erano in giro vicino a casa nostra a Tekoa. I due ragazzi volevano scoprire la valle dietro le nostre case. Sono stati ammazzati per il loro amore per questa terra. Sono stati ammazzati perché ebrei.
Una mia amica era al cinema a Gerusalemme, sabato notte, per vedere un film, la notte dell’attentato al Moment Caffè che ha ucciso 11 persone. Il direttore del cinema ha fermato il film per dire al pubblico cosa era accaduto e per chiedere se volevano continuare a vedere il film. Non hanno voluto. Tutti sono andati a casa.
Perché la gente continua a stare qui nonostante siamo cacciati come bestie dai terroristi? Perché tanti di noi qui sentono un forte senso di appartenenza, al nostro paese, alla nostra cultura e storia.
Questo senso di appartenenza si manifesta in molti modi diversi. Oggi sono andata a fare la spesa al mio minimarket e lì un uomo stava riempiendo una scatola di cose buone per suo figlio nell’esercito. L’uomo prende una tavoletta di cioccolato al latte, e la commessa, Ranet, dice: “a tuo figlio non piace il cioccolato al latte, Noam preferisce quello amaro.”
Un’altra storia. Ruth, una mia amica, è al banco frigo per comprarsi una bibita Una bambina timida arriva e chiede al negoziante “Cosa posso prendere con 2 shekl?” E lui dice: “Niente.” Poi le dà un shekl. “Ma adesso ne hai tre. Puoi comprare una gomma o una caramella.” Ruth pesca uno shekl dalla sua tasca. “Adesso ne hai quattro.”
Qui c’è una sensazione di essere in famiglia. Qui, nonostante il dolore e la sofferenza, non ci sentiamo soli. Ci sentiamo parte di una rete, di un tessuto che, nonostante sia pieno di buchi, è abbastanza forte per tenerci su.
Se facciamo un buco, il tessuto si indebolisce. Può essere riparato, naturalmente, ma non sarà mai più come prima.
Noi non vogliamo bucare il tessuto. Noi non vogliamo lasciare il posto dove è seppellito nostro figlio. Non vogliamo lasciare l’unico posto al mondo dove il tempo è misurato con il calendario ebraico, dove le celebrazioni coincidono con le festività ebraiche, dove la lingua è quella della Bibbia. Noi non vogliamo lasciare il centro della storia ebraica. Adesso facciamo parte di questa lunga storia dolorosa, siamo noi quel popolo ebraico che lotta per poter finalmente vivere sulla propria terra.
Mio figlio è morto perché ebreo. Io voglio vivere da ebrea!
Sherri Mandell

* “Renderli irriconoscibili” non è un modo di dire: hanno dovuto ritardare i funerali a causa del tempo occorso per ricostruire quali pezzi erano di Kobi e quali di Yossi. Ma se la pace non c’è, naturalmente, è per via degli appartamenti costruiti dagli israeliani. E se questi ennesimi “colloqui” alla fine si riveleranno per quella farsa che sono, la colpa sarà sempre di tinelli e cucine.
kobi     yossi
barbara

  1. Un paese dove poter essere liberi di essere ebrei tra gli ebrei
    Un paese dove non debba esserci un pazzo despota (o anche uno “democraticamente eletto”) che si svegli la mattina e dica ‘sei ebreo? Ecco, d’ora in poi ti discrimino per la tua religione, ti tolgo tutti i diritti basilari e poi ti uccido’
    Un paese democratico che accetta anche chi è goyim (giusto?) a patto che rispetti le logiche regole di convivenza e che non discrimina visto che è un paese laico
    Poi, nulla è perfetto e tutto può esser migliorato, e la grandezza di un paese come di un essere umano è quello di riconoscere i propri errori
    Si può essere sionisti anche se non ebrei e di simpatie politiche di una sinistra che mai è esistita in italia?
    E con ciò vi auguro una buona estate

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    • Aggiungo (guardando i vicini), dove poter essere gay senza rischiare di finire sulla forca (e infatti ci si rifugiano centinaia di palestinesi per salvarsi la pelle), dove poter essere donna e avere il diritto di esistere, dove scopare con chi ti pare e rischiare, eventualmente, la disapprovazione di qualcuno ma non certo la lapidazione. Quanto alla sinistra, non siamo noi ad avere smesso di essere di sinistra: è la sinistra che ha smesso di esserlo e si è votata anima e corpo a fare il tifo per tutte le peggiori dittature.
      PS: goyim è il plurale, il singolare è goy, femminile goyà.

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      • Benché non abbia documentazione in merito (potrei trovarla, ma sarebbe lungo) sono sicuro dei miei ricordi: la comunità ebraica italiana era un tempo prevalentemente a sinistra. I partiti della cosiddetta sinistra italiana (in primis il PCI o come si chiama oggi, aiutatemi se lo sapete) hanno fatto di tutto per alienarsene le simpatie. D’accordo che sono pochi, ma a volte anche i pochi contano.

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        • Purtroppo però c’è ancora un discreto numero di ebrei – come il noto attore cantante eccetera di cui mi rifiuto di pronunciare il nome – che sono rimasti fedeli al Verbo di Stalin, e sono occupati a tempo pieno a denunciare gli orrendissimi crimini dell’entità sionista, passando un robusto colpo di spugna sugli errori della controparte, che sono comunque anch’essi conseguenza diretta dei suddetti crimini, per non parlare di veri e propri deliri come l’assassinio di Arrigoni di cui Israele sarebbe il mandante e dunque il vero responsabile.

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        • Probabilmente anta anni fa certa sinistra ‘tifava’ per la nascita e la crescita di israele
          Poi negli anni 80 arrivò un’altra “sinistra” (volutamente tea virgolette) che appoggiata dal centro strinse contatti con l’olp , remember sigonella. 100 punti se azzecchi in cosa si è trasformata quella manica di delinquenti ai giorni d’oggi. Ti do un suggerimento: adunate ‘oceaniche’ per difendere gli interessi di un delinquente acclarato
          Adesso l’attuale sinistra ha una visione univoca della questione israelo-palestinese data dall’ignoranza e dalla pigrizia nel documentarsi e confrontarsi. Io mi considero di sinistra (ahimè, e non so dove sbatter la testa!) ma non sono nè figlio di stalin nè ottuso
          Apprezzo altresì una figura come quella di gad lerner, capisco molto meno una figura come quella di moni ovadia, ma spero che gli amici del blog mi sappiano delucidare in merito
          Barbara: vedo che lo studio dell’ebraico va a gonfie vele 🙂 mazel tov!

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        • Gad Lerner? Quello che, a carneficina già ben avviata si è fatto raccomandare ad Assad con la precisazione che “Sì, è vero che è ebreo, però è una persona per bene, odia Israele”? L’autore di cose immonde come questa
          e questa? Guarda, al solo sentir pronunciare il suo nome potrei vomitare per una settimana di fila, perché se c’è una cosa più schifosa di un antisemita è un ebreo antisemita. Quanto all’altro, è semplicemente un venduto, io l’ho conosciuto MOLTO da vicino e so di che cosa parlo, credimi. Comunque ha ragione Erasmo per quanto riguarda l’intelligenza. E pensare che quando è uscito alla ribalta, Lerner era regolarmente etichettato come “brutto e scorbutico ma intelligente”. Io in televisione l’ho visto due volte, una in cui faceva un’intervista con domande di una cretinitudine perfino imbarazzante, l’altra in cui ha fatto qualcosa di talmente immondo che faccio perfino fatica a raccontarlo. Però il voltafaccia della sinistra non risale agli anni Ottanta, bensì alla guerra dei Sei giorni, quando l’Unione Sovietica ha scelto il petrolio ed è arrivato il contrordine compagni

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        • Cara Barbara, purtroppo la mia giovane età (quota 33) e i miei studi non cosi approfonditi mi fanno solo arrivare a ciò che ho scritto riardo la politica italiana e israele. Approfondirò, prometto
          Riguardo gad lerner, anche qui: la mia poca conoscenza in merito mi ha permesso di scrivere quelle parole, approfondirò anche qui ma ringrazio te ed erasmo per avermi detto la vostra
          Domanda: a chi ti riferisci con ‘il noto cantante attore..?’
          Saluti

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  2. Mi colpisce come questa mamma riesce a trasmettere il racconto della morte del figlio e del suo amichetto. Magari due ragazzini vivaci che si fidavano degli estranei ed è stato per i terroristi palestinesi facile rapire e oltraggiare. Mi ero dimenticata di queste due vittime.

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