AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA

Vi siete mai chiesti quanto vale una vita umana? Quella mattina la vita di mio fratello valeva un orologio da taschino.

«Niente potrebbe essere peggio di Stalin», disse uno degli ospiti seduti al tavolo da pranzo. «È l’epitome del male.»
«Non c’è meglio o peggio», ribatté il papà, a voce bassa. Mi sporsi ancora di più verso l’angolo per ascoltare.
«Ma Hitler non ci sradicherà», disse l’uomo.
«Forse voi no, ma noi ebrei?» disse il dottor Seltzer, un caro amico del papà. «Ha sentito la notizia. Hitler ha costretto gli ebrei a portare una fascia al braccio.»
«Martin ha ragione», disse mio padre. «Hitler sta organizzando un sistema di ghetti in Polonia.»
«Un sistema? È così che lo chiami, Kostas? Ha rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei a Lodz e ne ha segregati ancora di più a Varsavia», disse il dottor Seltzer, la voce intrisa di disperazione.
«È stata una pessima scelta di parole. Mi dispiace Martin», si scusò il papà. «Quello che intendo dire è che abbiamo a che fare con due demoni che vogliono governare entrambi l’inferno.»

La forma è di romanzo, ma niente di romanzesco vi è nella storia che si snoda in queste pagine: la cancellazione delle repubbliche baltiche da parte dell’Unione Sovietica, le deportazioni di massa in Siberia, oltre il circolo polare artico, l’annientamento di decine di milioni di vite umane, la fame, il freddo, il tifo, le sadiche angherie degli aguzzini, le famiglie smembrate, ognuno ignaro della sorte dei propri cari e del proprio destino. A noi può apparire scandaloso che qualcuno potesse “fare il tifo” per Hitler, ma chi conosce davvero la storia dell’Unione Sovietica non può sorprendersi del fatto che così tanta gente avesse la certezza che niente potesse essere peggio di Stalin, e che nessun destino potesse essere peggiore di quello di cadere nelle grinfie dell’NKVD.
E tuttavia anche qui, come dall’altra parte della barricata, neppure la più disumana ferocia riesce ad annientare del tutto la luce dell’umanità, della speranza, del coraggio, della generosità, dell’amore. (Leggilo, è bellissimo).

Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna, Garzanti
sepetys
barbara

VOGLIO LA LEGGE DEL FAR WEST

VOGLIO LA GIUSTIZIA SOMMARIA
VOGLIO LA GIUSTIZIA FAIDATE
VOGLIO I GIUDICI SULLA GHIGLIOTTINA
ANZI NO, LI VOGLIO DECAPITARE CON UNA SEGA POCO AFFILATA E MOLTO ARRUGGINITA

Roma: pedofilo torna a vivere nello stesso palazzo della vittima

Scritto da: Renato Marino – giovedì 22 agosto 2013
Quando nel 2011 fu condannato per pedofilia per aver abusato di una bambina vicina di casa nessuno si sarebbe aspettato che un giudice potesse revocargli il divieto di dimora facendolo tornare a vivere nello stesso palazzo in cui abita la ragazzina.
Lei, che oggi ha 13 anni, è stata costretta a subire atti sessuali dal 2005 al 2008. Solo nel 2010 riesce a rompere il muro del silenzio e a raccontare tutto alla madre che denuncia il vicino. Poi il processo e la condanna dell’uomo a tre anni, con rito abbreviato. Sentenza confermata anche in secondo grado a maggio di quest’anno.
Il mese scorso la corte di appello di Roma – con il parere negativo della procura generale – revoca il divieto di dimora per l’uomo giustificando la decisione con “il tempo trascorso dall’adozione della misura” e “l’età avanzata dell’imputato”.
Incredibile ma vero. In sostanza non si ritiene che esistano più esigenze cautelari. Un nuovo ricorso viene rigettato sempre dalla corte d’appello il 9 agosto con questa motivazione:
“Non emergono, neanche dall’istanza del difensore della parte civile allegate alla richiesta del procuratore generale, elementi per ritenere la sussistenza del concreto pericolo di reiterazione del delitto oggetto di condanna”.
Il pedofilo in questione, racconta stamattina La Repubblica, è un ex militare in pensione. Tutto inizia nel 2005. La madre della giovanissima vittima, è rimasta vedova. Per andare al lavoro la donna prende l’abitudine di lasciare spesso la figlia ai vicini di casa, marito e moglie, che abitano al piano di sopra e si dimostrano disponibilissimi.
Lì, in quell’appartamento, secondo le indagini e le successive pronunce dei giudici, per tre anni si consumano le violenze. Ma l’uomo è potuto tornare lo stesso ad abitare accanto alla sua vittima. (qui)

Allora, la mano d’opera la metto io; il materiale chi me lo procura?

barbara

VOI LO SAPETE CHE COS’È UNA NASCITA PARZIALE?

Io non lo sapevo. Adesso lo so.
nascitaparziale
La scorsa settimana la più famosa clinica per gli aborti d’America, la Women’s Health Care Services a Wichita, Kansas, ha riaperto i battenti dopo l’uccisione nel 2009 del suo fondatore, il dottor George Tiller, per mano di un attivista pro life. La riapertura della clinica è stata salutata dalla stampa liberal come un “gesto di coraggio” contro le intimidazioni dei “terroristi della vita” che per anni hanno insanguinato i selciati delle cliniche. Nelle stesse ore a est, in Pennsylvania, nella città dell’Amore Fraterno, a Philadelphia, in un’aula di tribunale iniziava il processo-choc a un’altra clinica degli aborti, la Women’s Medical Society del dottor Kermit Gosnell, da trent’anni sulla piazza con la sua ditta di “pianificazione familiare”.
Come Gosnell, Tiller era specializzato nel porre fine alla vita di bambini sani e in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. “Così va il mondo”, ripeteva il dottor Gosnell alle sue assistenti che ponevano scrupoli morali. Ma a differenza della clinica in Kansas, di quella a Philadelphia, ribattezzata “l’ossario dei bambini”, la stampa per giorni non ha parlato, provando vergogna, quasi a esorcizzarne l’esistenza stessa tramite un silenzio surreale. Poi il caso è scoppiato sulle pagine di tutti i giornali del paese. Il Weekly Standard, giornale neoconservatore, ha sbattuto il caso Gosnell in copertina: “Barbarie a Philadelphia”, accostando il nome del dottor Gosnell addirittura a quello di Pol Pot. WorldNetDaily, un media conservatore fra i più noti d’America, lo ha chiamato “angelo della morte di Philadelphia”, paragonando Gosnell al medico nazista Josef Mengele. Che differenza c’è fra le due cliniche di Tiller e Gosnell, chiedono i conservatori dell’American Thinker? “L’igiene”. Tiller, ucciso da un militante antiabortista, aveva una clientela bianca della middle class e proveniente da ogni parte del mondo. Perché la sua a Wichita era una delle sole cinque cliniche d’America in cui si eseguivano “aborti a nascita parziale”, ovvero oltre la 24esima settimana di gravidanza. Prima dell’uccisione, Tiller si vantava nel sito web della clinica di avere “più esperienza nell’aborto tardivo di ogni altra persona nell’emisfero occidentale, con più di 60 mila aborti dal 1973”. Avendo la Corte suprema degli Stati Uniti deliberato che il termine “persona”, così come viene usato nel 14esimo emendamento della Costituzione, non si applica al bambino non nato, se n’è dedotta la possibilità di porre un termine alla vita senza incorrere in azioni giudiziarie, fino al momento del parto. E’ l’avvento dell’“aborto a nascita parziale”. E’ la tecnica dell’aspirazione del cervello del bambino partorito soltanto a metà, perché altrimenti sarebbe omicidio (per questo Gosnell è a processo). Il medico afferra con una pinza i piedi del feto e porta fuori dall’utero prima le gambe poi il corpo, tranne la testa. A quel punto esegue un’incisione alla base del cranio per aspirare il cervello, poi completa il parto. Almeno mille aborti all’anno in America avvengono così. Scriveva nei giorni scorsi Jonah Goldberg sul Los Angeles Times: “Gosnell è accusato di aver eseguito aborti illegali e di aver fatto nascere e poi ucciso numerosi neonati. Ma la domanda più profonda è quale sia la differenza morale fra uccidere un bambino fuori dal corpo della madre per pochi secondi e ucciderlo ancora al suo interno”. Per questo il caso Gosnell non è un caso di malasanità o di orrore (Gosnell è stato ribattezzato “uno dei serial killer più spietati della storia americana”), ma apre la ferita degli aborti tardivi legali e indiscriminati negli Stati Uniti. Per questo sulla rivista cattolica First Things il filosofo conservatore Robert George ha implorato i giudici di salvare la vita al dottore: il problema non è lui, ha scritto George, ma l’aborto di massa.

Perché il processo a Gosnell non ha attirato un centesimo dello spasimo che i media nutrono sempre per gli assassini seriali? Perché la grande stampa ha paura della storia. Perché Gosnell, come Tiller, aveva fama di paladino dell’aborto. Ma a differenza di Tiller, Gosnell attirava donne povere e spesso abbandonate. Di ritorno da New York, dove si era laureato in Medicina e aveva appreso i rudimenti della lotta abortista, Gosnell era tornato a Philadelphia, per aprire una clinica di aborti nel Mantua, una zona per poveri e minoranze, sostenuto dalla Planned Parenthood, la più grande, capillare e potente organizzazione abortista d’America. “Volevo essere una forza positiva per le minoranze”, ha detto Gosnell al Philadelphia Daily News. “Aspiravo alla perfezione per i miei pazienti, a dare loro quello che avrei dato a mia figlia”. Ma andiamo con ordine. La vicenda inizia il 18 febbraio 2010, quando l’Fbi fa irruzione nella clinica abortista di Philadelphia Women’s Medical Society, dove il medico progressista Gosnell opera da molti anni. Gli agenti scoprono che molti dei bambini abortiti avevano un’età di gestazione superiore al limite di 24 settimane fissato dalla legge dello stato (un bambino che viene fatto nascere dopo la 24esima settimana ha molte probabilità di sopravvivere se riceve cure mediche adeguate). Non solo, Gosnell avrebbe praticato l’infanticidio su centinaia di bambini nati. Nelle ultime due settimane in aula gli assistenti del medico raccontano come la clinica fosse frequentata, giorno e notte, da donne fuori tempo limite per ottenere un aborto legalmente, proprio perché il celebre medico “assicurava la morte fetale”.
Molti stanno raccontando di avere ancora vivi negli occhi le “contorsioni dei bimbi appena venuti alla luce” e nelle orecchie “il pianto dei bambini nati” e successivamente uccisi da Gosnell attraverso una metodica spietata e semplice: la recisione del midollo spinale, con una tecnica che lui stesso chiamava “snipping”.
I testimoni raccontano di decine, pare un centinaio, di “morti fetali” perpetuate così: bambini di trenta settimane lasciati piangere per venti minuti e poi messi a tacere con lo “snipping”. Di un bambino appena nato, il medico disse “è così grande che potrebbe accompagnarmi alla fermata dell’autobus”. Secondo James Taranto del Wall Street Journal, la vicenda è “un colpo mortale alla Roe vs. Wade”, la sentenza che ha reso assoluto il diritto all’aborto in America. L’argomento dei sostenitori della sentenza è che la proibizione dell’aborto, o anche solo di alcune sue pratiche come quello a “nascita parziale”, costringerebbe le donne al pericolo di interventi clandestini. Il caso Gosnell dimostrerebbe il contrario: anche in presenza di un quadro legalistico permissivo, l’aborto sfugge di mano ai suoi demiurghi, scrive Taranto. L’aborto non è mai “safe”. Sicuro. Gosnell avrebbe praticato centinaia di simili interventi di infanticidio e in tribunale deve rispondere di sette in particolare, compresa la morte di una donna. “Non riesco e descriverlo, sembrava un piccolo alieno”. Così Sherry West ha raccontato le urla di un bambino nato vivo a seguito di un aborto tardivo. Stephen Massof, un altro membro dello staff di Gosnell, racconta come il dottore con una sforbiciata secca alla colonna vertebrale separasse il cervello dal resto del corpo dei bambini. Una specie di “decapitazione”, l’ha definita il collaboratore del medico. “Queste uccisioni erano diventate talmente di routine, che nessuno ha potuto dare una cifra esatta”, dice il rapporto del Gran Giurì. “Erano considerate ‘procedure standard’”.
Contro l’aborto a nascita parziale, praticato per anni nella sua forma estrema da Gosnell, si schierò l’ex presidente George W. Bush, che nel 2003 firmò una legge approvata dal Congresso Usa per il bando della brutale pratica, che il senatore democratico liberal Moynihan definì “infanticidio”. Nel 2007 la Corte suprema confermò la costituzionalità della messa al bando di questo tipo di intervento, ma in tredici stati le corti statali hanno bloccato il divieto. Anche il presidente Barack Obama si è sempre opposto a misure che limitassero il ricorso all’aborto a nascita parziale. Il caso Gosnell porta dunque alla luce una pagina vergognosa della medicina occidentale. I pro life lamentano la scarsissima attenzione che tv, siti internet e giornali hanno dedicato alla storia della clinica di Philadelphia.

La deputata Marsha Blackburn parla del “più grande scandalo mediatico della storia americana”. “Se Gosnell fosse entrato in una clinica e avesse ucciso sette bambini con un AR-15 (un fucile semiautomatico, ndr), sarebbe stata una notizia nazionale”, ha detto il deputato repubblicano Chris Smith, che ha definito il processo Gosnell come quello “del secolo”, per via delle implicazioni che dovrebbe e potrà avere nel dibattito sull’aborto. Il caso Gosnell getta luce anche sulla volontà politica e generale di mettere un freno all’industria degli aborti. La clinica, infatti, venne del tutto lasciata senza controlli nel 1993, quando il democratico pro life Bob Casey perse le elezioni da governatore a favore di un candidato repubblicano pro choice, Tom Ridge. Da quella data – spiega il rapporto – il dipartimento della Salute della Pennsylvania ha optato per un blocco dei controlli per non “porre una barriera contro le donne” in cerca di un aborto. “Meglio lasciare fare le cliniche come volevano, anche se, come ha dimostrato Gosnell, questo significava che a pagare fossero sia donne che bambini”, continua il documento. Michelle Malkin ha scritto sulla National Review che l’intera vicenda della Women’s Medical Society è rivelatrice del dibattito sull’aborto. “L’indifferenza mortale per proteggere la vita non è marginale all’esistenza dell’industria dell’aborto: è la sua essenza”, sottolinea l’autrice. “L’orrore di Philadelphia non è una anomalia. E’ la logica, raccapricciante conseguenza di una malevola impresa con radici eugenetiche, sotto una veste femminista”, così conclude la Malkin. Al Wall Street Journal Leon Kass, bioeticista principe sotto i due mandati di George W. Bush e intellettuale straussiano di Chicago, ha detto che il caso Gosnell indica qualcosa di più rispetto ai sofismi legali che circondano l’aborto in America. Si tratta della mancanza di orrore che circonda ormai il maltrattamento della vita umana. Jeb Bush, ex governatore della Florida e probabile sfidante repubblicano nel 2016, ha scritto: “I media si sono dimenticati cosa va messo in prima pagina”. Anche fra i media mainstream si sono levate voci di scandalo per il silenzio giornalistico e culturale che circonda il caso Gosnell. Fra le tante quella di un editorialista dell’Atlantic di Boston, Conor Friedersdorf, che ha sottolineato come il caso metta in discussione tutti i punti che il pensiero abortista evita sempre di trattare: “Le regole interne alle cliniche, la legalizzazione dell’aborto a nascita parziale, le pene per chi non denuncia gli abusi, i termini di prescrizione per omicidi come quelli di cui è accusato Gosnell, la responsabilità del personale per il cattivo comportamento dei medici con cui lavorano”.
Durissima Kirsten Powers su Usa Today: “Decapitazione infantile. Feti buttati nei barattoli. Il pianto di un bambino ancora vivo dopo che è stato prelevato dalla pancia della madre durante un aborto. Avete mai sentito parlare di queste ripugnanti accuse? No e non è colpa vostra. Da quando il caso Gosnell è finito in tribunale la copertura mediatica è stata molto scarsa mentre invece la storia sarebbe dovuta essere su tutte le prime pagine dei giornali”. Per la giornalista “non era necessario essere contro l’aborto per trovarlo ripugnante, soprattutto se praticato oltre la scadenza dei termini o per considerare il caso Gosnell degno di attenzioni. L’assordante silenzio della stampa, prima una forza di giustizia in America, è una disgrazia”.
In fondo, quello che ha fatto Gosnell, con strumenti rozzi e sporchi, è teorizzato da un po’ di tempo da molti celebri bioeticisti. Un anno fa è apparso sul prestigioso Journal of Medical Ethics il saggio di due studiosi italiani che fanno ricerca in Australia, Alberto Giubilini e Francesca Minerva: “Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post nascita”. Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di “persona”, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto. Sembra che la Women’s Medical Society di Philadelphia mettesse in pratica queste idee.
Secondo il professor Jon A. Shields, docente al Claremont McKenna College che ha firmato un lungo saggio su Weekly Standard, “il dottor Gosnell si adatta al profilo di un killer sociopatico. Ma a differenza di molti deviati, Gosnell potrebbe sostenere di aver agito nell’esercizio dei suoi diritti costituzionali. Sotto le sentenze Roe e Doe, i medici hanno il diritto costituzionale a eseguire aborti durante il terzo trimestre di gravidanza”. Sarà questa la difesa di Gosnell al processo.
Secondo Shields, quello che ha commesso Gosnell è lecito in altri stati americani. “La Pennsylvania è uno dei nove stati che richiedono un secondo medico per concorrere con il ‘giudizio professionale’ di un dottore che vuole eseguire un aborto al terzo trimestre di gravidanza. Gosnell ha omesso di chiedere un secondo parere. Se Gosnell avesse eseguito le stesso aborto tardivo oltre il fiume a Cherry Hill, in New Jersey o in altri stati, non avrebbe commesso un reato procedurale”. Quanto a uccidere i bambini sopravvissuti agli aborti, Shields dice: “La protezione dei bambini che sopravvivono agli aborti rimane oggetto di controversie, non è una questione di diritto risolta. Mentre 27 stati tra cui la Pennsylvania hanno leggi che proteggono questi bambini, altri 23 stati e nel Distretto di Columbia non le hanno. Quindi, si potrebbe ragionevolmente chiedere se qualcuno merita la pena di morte per un atto che è legale in quasi la metà degli stati, un atto che non è visto di buon occhio da personaggi pubblici come il presidente degli Stati Uniti”.
L’accusa del professor Shields è a Obama, perché quando era senatore dell’Illinois votò per negare i diritti di base, protetti dalla Costituzione, ai bambini sopravvissuti all’aborto – non una sola, ma ben quattro volte. I pro life puntano già il dito contro il governatore democratico di New York, Andrew Cuomo, il cui disegno di legge parla infatti dell’aborto come di un “diritto fondamentale”, abolendo ogni limite temporale. Eccolo il lato più tragico del caso Gosnell: è la legge ad aver aperto le porte a questo orrore. Nel 1977 il giudice della Corte suprema Clement Haynsworth stabilì, nel caso di un bambino sopravvissuto all’aborto, che “il feto in questo caso non è una persona da proteggere”. Morì dopo venti giorni. Due anni dopo, in Colautti vs. Franklyn, la Corte attribuì ai medici la libertà di determinare la “vitalità fetale”, conferendo loro un potere che andava oltre la Roe. Il giudice William Rehnquist dissentì dall’opinione della maggioranza. Quattro anni dopo ci fu il caso Planned Parenthood vs. Ashcroft. Il magistrato Lewis Powell in quel caso stabilì che un aborto “effettivo” doveva comportare un nuovo nato privo di vita. Durante un caso di aborto tardivo il giudice della Corte suprema del New Jersey, Maryanne Barry, stabilì che quel bambino con la testa fuoriuscita dal corpo della madre non è “nato”, è diverso da un bambino “voluto”. Di queste e altre parole risuona l’aula di tribunale di Philadelphia dove si processa il dottor Gosnell. Nel paese in cui l’aborto è stato santificato come un diritto civile al pari della libertà di parola e che ha registrato 40 milioni di aborti in quarant’anni, nel ventre della nazione che giustamente si commuove per i bambini di Newtown, è passato sotto silenzio il caso di una “clinica della salute” in cui per anni si uccidevano bimbi appena nati recidendo loro la colonna vertebrale. Una macellazione civile giustificata per legge . Per dirla col dottor Gosnell, “così va il mondo”.
Giulio Meotti, Il Foglio, 27/04/13

barbara

MI HAI CAMBIATO LA VITA

La storia, credo, è nota: un delinquentello di strada immigrato si ritrova, per una serie di fatti fortuiti, a far da badante a un ricchissimo, colto e aristocratico tetraplegico, e l’incontro fra due personalità tanto diverse, contrariamente a quanto chiunque si sarebbe potuto aspettare, dà vita a un sodalizio destinato a durare nel tempo e a cambiare radicalmente la vita a entrambi. Il libro non è granché, penso che sia stato messo in cantiere unicamente per sfruttare economicamente il successo del film, e tuttavia vale la pena di parlarne per alcune acutissime e lucide analisi che Abdel ci offre della società francese – ma estendibili più o meno a tutta la società “occidentale” – e del come e perché si è arrivati al disastro attuale.

Abbiamo capito molto presto come gira il mondo. A Parigi, a Villiers-le-Bel o a Saint-Troufignon-de-la-Creuse è la stessa lotta: ovunque vivessimo eravamo noi, i selvaggi, contro il popolo civile di Francia. Non dovevamo nemmeno combattere per difendere i nostri privilegi, poiché agli occhi della legge, qualunque cosa facessimo, eravamo solo dei bambini. Qui, un bambino è considerato per forza irresponsabile. Si accampano tutte le scuse del mondo. Troppo protetto, o non abbastanza, troppo viziato, la povertà… Nel mio caso, cito testualmente, «il trauma dell’abbandono».

Prima media al Guillaume-Apollinaire, 15° arrondissement, e primo giro dallo psicologo. Quello della scuola, ovviamente. Il quale, allertato da una pratica già fitta di espulsioni motivate e altri apprezzamenti poco lusinghieri da parte dei professori, desiderava conoscermi.
«Abdel, tu non vivi con i tuoi genitori naturali, giusto?»
«Vivo con gli zii. Ma adesso sono loro i miei genitori».
«Lo sono diventati dopo che i tuoi genitori naturali ti hanno abbandonato, giusto?»
«Non mi hanno abbandonato».
«Abdel, quando due genitori smettono di occuparsi di un figlio lo abbandonano, giusto?»
La smette o no con questi ‘giusto’?
«Le dico che non mi hanno abbandonato. Mi hanno affidato a due genitori diversi, tutto qui».
«Si chiama abbandono».
«Da noi no. Da noi si fa così».
Sospiro dello psicologo davanti alla mia ostinazione. Mi addolcisco un po’, sperando che mi lasci andare.
«Signor psicologo, non si preoccupi per me, va tutto bene. Non sono traumatizzato».
«E invece sì, Abdel, è inevitabile».
«Se lo dice lei…»
Quel che è certo è che noi figli dei sobborghi vivevamo tutti nell’incoscienza. Non c’era mai stato un segnale forte, che ci facesse capire che avevamo preso una cattiva strada. I genitori non dicevano niente perché non sapevano cosa dire e perché, malgrado non approvassero il nostro comportamento, non avevano i mezzi per correggere il tiro. Presso la maggior parte dei magrebini e degli africani un bambino fa tutte le esperienze che vuole, per quanto rischiose. Funziona così.

In realtà non è male, questa faccenda del giudice minorile. Visto che non incasso più i soldi della borsa di studio, mi dà una specie di sussidio. Di che pagare un kebab o i biglietti della metropolitana. Ogni settimana passo in ufficio da lei, che mi allunga la busta. E aggiunge qualche banconota se mi vede con un paio di scarpe diventate troppo piccole per i miei piedi. Non ha capito che più è gentile, più gliene chiedo. E funziona! Se proprio va male mi fa un predicozzo.
«Abdel Yamine, non ruberai niente, voglio sperare?»
«Ma no, signora».
«Quella felpa ha l’aria di essere nuova. È carina, tra l’altro».
«Me l’ha comprata mio padre. Lui lavora, ha i soldi».
«Lo so che tuo padre è una persona seria, Abdel Yamine… E tu, l’hai trovata una strada che ti interessa?»
«Non ancora».
«Ma allora cosa combini tutto il giorno? Vedo che porti la tuta e le scarpe da ginnastica: fai sport?»
«Be’, diciamo così».
[Lo “sport”, naturalmente, è quello di correre a perdifiato per scappare dai poliziotti dopo ogni furto o scippo]

Dato che mi muovo sempre nello stesso quartiere, finisco per imbattermi regolarmente negli stessi ispettori (o meglio sono loro che incappano di continuo in me). A lungo andare ci si conosce, siamo quasi in confidenza. Capita perfino che mi mettano in guardia.
«Stai all’occhio, Sellou, il tempo passa… Sai che dopo il tuo prossimo compleanno potremmo sbatterti dentro sul serio».
Io ci rido su. E non perché non gli creda: se lo dicono, dev’essere vero. Ma se da una parte non ho paura di ciò che non conosco, dall’altra ho tutte le ragioni di pensare che la prigione non abbia niente di terrificante. E che se ne esca in fretta. Vedo cosa succede ai Mendy, quei gruppi di senegalesi che se la spassano con le ragazze. Li mettono dentro per stupro di gruppo: al massimo si beccano sei mesi, escono con qualche chilo di più sulla pancia, un taglio di capelli appena fatto e immediatamente ricominciano a trafficare, si comprano una tipa nuova. Uno di loro ha preso tre anni, una volta, ma solo perché aveva cavato un occhio a una donna con una sbarra. È proprio brutto quello che ha fatto, ciò non toglie che lo rivedremo presto. Quindi, in tutta onestà, la prigione non mi spaventa. Se fosse davvero così atroce, tutti quelli che ci sono andati una volta metterebbero la testa a posto pur di non tornarci. Per quanto mi riguarda posso mangiarmi tranquillamente il panino, perché non credo che sia il caso di tremare. Domani esco, sta arrivando la bella stagione, fra non molto le donne si metteranno i vestiti leggeri e io ricomincerò a rimorchiare, ad andare in giro coi miei soci.

Quando ho accettato di scrivere questo libro, pensavo ingenuamente di poter continuare sulla stessa strada di sempre: stavolta non c’erano telecamere o microfoni. Dirò quel che voglio, e se voglio me ne starò zitto! Prima di lanciarmi nel racconto non sapevo di essere disposto a parlare. A chiarire agli altri, in questo caso ai lettori, ciò che non avevo ancora chiarito a me stesso. E dico chiarire, anche in questo caso, non «giustificare». Ormai sarà chiaro che cado volentieri nell’autocompiacimento, ma non nell’autocommiserazione. Mi fa orrore la mania dei francesi di analizzare tutto, di perdonare tutto, perfino l’imperdonabile, con il pretesto di una cultura diversa, della mancanza di istruzione, di un’infanzia infelice. Io non ho avuto un’infanzia infelice, tutt’altro! Sono cresciuto come un leone nella savana. Io ero il re. Ero il più forte, il più intelligente, il più affascinante. Se lasciavo che la gazzella si abbeverasse alla fonte era perché non avevo più fame. Ma quando ne avevo le piombavo addosso. Da bambino non venivo rimproverato per la mia violenza più spesso di quanto si rimproveri a un leoncino il suo istinto di caccia. E questa sarebbe un’infanzia infelice? Era soltanto un’infanzia che non preparava all’età adulta. Io non me ne rendevo conto, e i miei genitori nemmeno.

Indulgenza, “comprensione” (è solo ignoranza, è la loro cultura, chi siamo noi per giudicare?), errori di valutazione (non dobbiamo irrigidirci, se andiamo incontro alla loro cultura si integreranno meglio), relativismo (tutte le culture hanno pari dignità e meritano pari rispetto), superficialità (diamo tempo al tempo, le cose si aggiusteranno da sole) hanno portato a un disastro sociale da cui non si sa se e quando riusciremo a sollevarci, come leggiamo in questa vecchia cartolina di Ugo Volli.
VOGLIAMO TUTTO E SUBITO
E in questo ambito mi sembra davvero che questo avanzo di galera, poco meno che analfabeta, con le sue analisi possa dare robuste lezioni a fior di sociologi e psicologi che infestano i nostri giornali e i nostri schermi.
Solo in un caso sembrerebbe avere mancato il bersaglio:

A Creil tre ragazzine sono andate a scuola coperte dal velo integrale, e già i francesi si credono in Iran. Sono letteralmente terrorizzati. Le notizie fanno così pena che tanto vale buttarla sul ridere.
Era la fine degli anni Ottanta. Da allora è passato circa un quarto di secolo. Adesso non ride più nessuno.
sellou-pozzo-di-borgo

barbara

QUALCHE RIFLESSIONE SUL TERRORISMO

Il nostro cervello funziona grazie all’integrazione dei due emisferi. L’ emisfero sinistro, quello razionale, funziona per via logica, e analitico, processa un solo pensiero alla volta, pensiero di cui siamo coscienti. L’emisfero destro funziona invece per via analogica, è sintetico, processa multipli elementi nello stesso istante. Addirittura in neurobiologia ci si riferisce ai due emisferi come a due cervelli, il cervello sinistro e quello destro, l’ingegnere e il poeta.
Nelle fiabe ci sono inconsce ma straordinarie intuizioni sul funzionamento della mente umana, intuizioni di cui gli anonimi  autori non erano probabilmente del tutto coscienti, ma che ci permettono di spiegare la storia.
Hänsel e Gretel e Pollicino ci raccontano la realtà del cannibalismo. Nelle grandi carestie prima di morire di fame si mangiano i cadaveri, e i bambini muoiono per primi o sono più facili da acchiappare. Poteva succedere che il corpo di un bambino diventasse cibo, come rischia di capitare ad Hänsel, Gretel, Pollicino e i suoi fratelli. La Guerra dei Trent’anni ridusse la Germania a un tale livello di barbarie e carestia che la sopravvivenza fu spesso possibile solo grazie al cannibalismo: il fantasma di questa immane tragedia è rimasto intrappolato nelle fiabe. I tedeschi sono sopravvissuti mangiando cadaveri durante la Guerra dei Trent’anni e gli ucraini hanno cercato di farlo durante la carestia imposta da Stalin. E oggi? Oggi il corpo dei bambini viene mangiato dalle associazioni criminali che li trasformano in organi da trapiantare. In Cina, cellule cerebrali di feti di cinque mesi sono trapiantate a pazienti occidentali affetti da sclerosi laterale, perché ritardi la progressione della malattia. Mia madre è morta di sclerosi laterale, so cosa vuol dire, ma trovo lo stesso agghiacciante l’idea di questi feti fecondati al solo scopo di un aborto al quinto mese, quando la madre è già in grado di percepirne i movimenti e loro sono in grado di riconoscerne la voce, e di provare il dolore della morte. Cannibalismo del corpo del bambino, suo sfruttamento totale, è il mito osceno del bambino terrorista suicida.
In entrambe le fiabe la violenza comincia nella casa del padre: questi, invece di usare la propria vita, il proprio corpo, il proprio sangue per sfamare i figli, invece di morire pur di portare a casa una moneta e una patata, li lascia in un pericolo mortale.
In Pollicino c’è un altro punto fondamentale:  volendo uccidere Pollicino e i suoi fratelli l’orco uccide le sue stesse figlie. Chi stermina i bambini odia la vita, quindi finirà per sopprimere i propri. Il nazismo dopo aver sterminato i bambini ebrei, ha sterminato i propri. Il mito del bambino guerriero è un mito proprio di tutti i totalitarismi.  Nei popoli per bene a combattere ci vanno gli uomini, dopo aver chiuso i bambini a doppia mandata da qualche parte perché vivano un po’ di più. Nel ghetto di Varsavia contro i carri armati ci sono andati uomini. Quando i carri armati sovietici entrano a Berlino i bambini di 11 anni vengono mandati a combatterli. Durante la rivolta d’Ungheria contro i carri armati sono stati mandati gli uomini. In Vietnam spesso combattevano giovanissimi se non bambini. Quando in una fotografia vediamo da un lato il bambino con il sasso in mano e dall’altro il carro armato, vuol dire che c’è un popolo talmente criminale da permettere che i padri restino al sicuro mandando a rischiare i propri figli. Vuol dire anche che chi guida il carro armato è una persona perbene, che farà di tutto per non fare male quei bambini.
Anche il mito del piccolo balilla palestinese è superato in orrore dal bambino terrorista. Chi vuole uccidere i bambini degli altri, non ha nessuna difficoltà a uccidere i propri. La fiaba di Pollicino è moderna come non mai.
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Il terrorismo non ha una valenza militare, solo una valenza emotiva e mediatica. Il terrorismo non esisterebbe se non fosse approvato in Occidente dalla follia degli intellettuali, parola dalla etimologia sempre più impenetrabile. Palestinesi ballavano per le strade mentre le torri gemelle bruciavano: c’erano anche bambini in quel luogo. I palestinesi, gli arabi israeliani, reagiscono spesso con gioia alla notizia di attentati dove sono molti bambini. Un bambino di 10 anni a Milano ha raccontato  al suo iman il suo sogno. Fare l’astronauta? Il poliziotto? Il pompiere? Diventare un grandissimo medico? Scoprire un nuovo antibiotico anzi tre? Questi sono sogni e vanno bene per i bambini cristiani e per quelli ebrei, anche per quelli shintoisti buddisti induisti e sick. Sono sogni che vanno bene per un bambino che non abbia complessi di inferiorità. Nell’islam, nella crisi dell’islam, c’è uno stramaledetto complesso di inferiorità. La mancanza di scoperte scientifiche negli ultimi 8 secoli ha creato  il timore che mai e poi mai ci sarà  capacità di fare l’astronauta o lo scienziato, allora viene fuori il mito del terrorista. Ovviamente approvato.
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Il terrorismo è il mito di una civiltà che ha un complesso di inferiorità terrificante, tutto qui. Lo spiega bene il filosofo  Hans Magnus Enzensberger nell’imperdibile saggio “Il perdente radicale”.  La perdita della scienza, dopo i tempi d’oro di Avicenna e Averroè, è conseguente alla lettura integralista del corano come parola diretta di Allah con la negazione del libero arbitrio e del concetto di causa ed effetto. La mela cade non perché ci sia la forza di gravità, ma per la volontà di Allah, che fino a questo istante l’ha fatta cadere verso il basso, domani potrebbe farla cadere verso l’alto o di lato. Studiare la legge di gravità è una scortesia verso Allah, che domani potrebbe far cadere le mele in altro modo, o far girare i pianeti in un altro senso. Senza la possibilità di pensiero filologico non si forma il pensiero filosofico. Dove non c’è pensiero filosofico non c’è pensiero scientifico, economico, finanziario. Da questa mancanza di pensiero scientifico economico finanziario, e anche artistico, letterario e musicale, nasce complesso di inferiorità. Qualsiasi sacerdote, rabbino, monaco buddista, e così via davanti a un ragazzino di 10 anni che ha come massima aspirazione morire uccidendo si sarebbe precipitato a cercare di dissuaderlo, la massima autorità islamica di Milano, Al-Bustanij ha entusiasticamente approvato il progetto: così racconta tutto fiero in un’intervista. Gli israeliani sono tutti cattivi. Chi muore uccidendoli fa un favore al Dio dei musulmani.
Lascio il giudizio etico alla coscienza di chi legge, anche perché chi un giudizio etico sulla vicenda l’ha espresso è stato minacciato da Piccardo di essere denunciato per istigazione all’odio razziale. Solo una nota di psicologia. Se qualcuno annuncia il suicidio, il terrorismo suicida è un suicidio, e ne ottiene entusiastica approvazione, ha anche un’informazione tragica sulla propria mancanza di valore. Se anche i propri genitori hanno approvato l’idea, il messaggio ultimo è che della sua vita non importa niente a nessuno perché è un irrilevante fastidio. Questo è il messaggio tremendo che i genitori palestinesi o semplicemente islamici, il loro iman, quelli che inneggiano al terrorismo suicida, danno i loro figli.
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Perché un uomo o un bambino diventano terroristi suicidi? Ricordate la seconda storia che si raccontano, quella di Caino e Abele? Alla base del terrorismo suicida c’è l’odio irrisolvibile dei figli non amati per i figli amati.

Silvana De Mari, qui.

Ha detto Golda Meir: “Avremo la pace quando i palestinesi ameranno i loro figli più di quanto odiano noi”. Quel giorno, purtroppo, non è ancora arrivato.

barbara

MADRE DEL RISO

Hai presente quando cominci a leggere un libro e dici bello, questo lo metto nel blog, e poi più vai avanti a leggere e più ti rendi conto che è talmente bello che non sai che cosa dire, non sai da dove cominciare a raccontarlo, ad esprimerlo, a rappresentarlo? Ecco, questo è uno di quei libri. Possiamo dire che è un romanzo corale? Sì, forse possiamo dirlo: di quelli in cui ogni persona racconta il suo pezzetto di storia, dalla sua prospettiva, con il suo punto di vista, mettendoci la sua sensibilità, e però non è un romanzo corale come gli altri romanzi corali, perché i racconti si snodano attraverso le generazioni, e ad un certo punto ti accorgi che c’è un “tu” a cui il racconto si rivolge, e poi questo “tu” cambia e solo verso la fine riesci ad avere in mano il bandolo della matassa e tutte le tessere del mosaico. E nel frattempo sono passati davanti ai tuoi occhi il dolore e la miseria e l’amore e l’inganno e il coraggio e la vigliaccheria e la terribile, sanguinaria occupazione giapponese e la realtà e la magia e la vita e la morte e la speranza e la disperazione e la memoria e l’oblio e poi di nuovo la memoria oltre l’oblio e il compito della memoria affidato a chi di oblio e nell’oblio sta vivendo… E insomma, tu lo devi leggere, non c’è niente da fare.

Rani Manicka, Madre del riso, Oscar Mondadori
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barbara

QUEL CHE SUCCEDE IN IRAN

Ufficialmente in Iran il suicidio non esiste. Si chiama “depressione” o “attacco di cuore”. Ammetterne l’esistenza sarebbe una sconfitta del regime islamico degli ayatollah. Lo stesso avveniva nella Germania dell’est, capitale mondiale dei suicidi fino agli inizi degli anni Novanta. Una terribile realtà enunciata così nel magnifico film “Le vite degli altri”: “Il dipartimento centrale di statistiche della Ddr in Hans-Beimler-Strasse registra tutto, sa tutto. Quante paia di scarpe compriamo ogni anno (due, tre), quanti libri leggiamo ogni anno (tre, due) e quanti studenti superano brillantemente ogni anno l’esame di maturità (6,347). Ma c’è una cifra che non viene aggiornata, forse perché anche ai burocratici fa impressione: quella del numero di suicidi. A chi telefonasse in Beimler-Strasse per chiedere quante persone la disperazione ha indotto a togliersi la vita tra l’Elba e l’Oder, tra il mar Baltico e la frontiera meridionale, l’oracolo delle statistiche non risponderebbe. Probabilmente passerebbe subito il nome dell’incauto che ha chiamato alla Stasi, il servizio segreto di stato che tutela la sicurezza e la felicità dei cittadini della Ddr. Nel 1977 il nostro paese ha smesso di conteggiare i suicidi”.
C’è un suicidio spettacolare, indicibile, segreto e inconfessabile che oggi fa arrossire la teocrazia iraniana. E’ quello del figlio del nuovo presidente, Hassan Rohani. Avvenne nel 1992. Il figlio di Rohani lasciò un biglietto prima di uccidersi. Si tratta di una lettera di accusa indirizzata al padre, allora funzionario della Difesa e ayatollah in ascesa: “Odio il tuo governo, le tue menzogne, la tua corruzione, la tua religione, le tue doppiezze, la tua ipocrisia. Mi vergogno a vivere in questo ambiente, dove ogni giorno devo mentire ai miei amici, spiegare loro che mio padre non fa parte di tutto questo. Dire che mio padre ama questo paese, che non è vero. Mi fa star male vederti, padre, baciare la mano di Khamenei (la Guida Suprema, ndr)”. Dopo gli incidenti, la seconda causa di morte in Iran oggi è il suicidio. L’Iran ha il triste primato mondiale dei suicidi con una media tra i venticinque e i trenta casi su centomila (contro una media di 11,5).
Negli ultimi tre anni il tasso di suicidi in Iran è salito del diciassette per cento. Ogni giorno dieci iraniani si tolgono la vita. Hanno scelto la morte tanti intellettuali, blogger, ayatollah dissidenti, ordinari cittadini finiti sotto la mannaia del regime. E’ il suicidio a svelare il volto oscuro e terribile della Repubblica islamica dell’Iran. Ogni giorno, l’ospedale Loqman della capitale Teheran ricovera decine di pazienti che hanno cercato di togliersi la vita in numerosi modi. Le stesse strutture mediche cercano di tenere nascosti questi dati. Secondo il quotidiano Sedaya Edalat, l’Organizzazione medica iraniana avrebbe ordinato di “non comunicare alcun dato ufficiale al riguardo”. Nelle zone rurali, una delle cause dei suicidi sono i matrimoni combinati, ai quali le bambine possono essere costrette sin dall’età di nove anni. Il blogger Omidreza Mirsayafi aveva trent’anni quando si è tolto la vita nel famigerato carcere di Evin, la Lubianka iraniana. “Dedicava la maggior parte dei suoi articoli alla musica tradizionale persiana e alla cultura”, comunicherà Information Safety and Freedom. Mirsayafi non era un politico, ma a costargli la vita è stata la critica dei leader iraniani. “Omidreza soffriva di un’acuta forma di depressione e avrebbe abusato dei farmaci”, recita il bollettino ufficiale. Sembra scritta dagli ascari di Honecker.
Dalle finestre della cella, Mirsayafi poteva vedere l’area dove ancora oggi uomini e donne vengono seppelliti fino al collo e presi a sassate finché non muoiono. Il blogger aveva scritto: “Vivere nel paese di Khomeini è nauseante, vivere in un paese il cui presidente è Ahmadinejad è una grande vergogna”. Il suo primo post su Internet era del settembre 2006: “Cos’è la libertà? Non lo so, ma so che un giorno vedrò la sua ombra scendere sulla mia terra”. Due anni e mezzo dopo telefona alla madre dal carcere. Parlano della depressione, lei chiede se ha preso le medicine per il cuore che gli ha prescritto il medico. Omidreza morì di lì a poco. Il suo blog, in farsi “Rouznegar”, significa “il diario dello scrittore”. Tutto per lui cambia il 22 giugno del 2007, quando fa nomi e cognomi dei responsabili della tortura del suo popolo. Mirsayafi sapeva di essere entrato in un territorio incandescente, ma sapeva anche di essere un semplice blogger senza celebrità all’estero. Invece, per quelle poche righe, è finito nella cellula numero sette, sezione cinque, di Evin. Tre anni fa si è ucciso a Los Angeles, dove viveva in esilio, anche lo scrittore Mansour Khaksar, che aveva fatto la prigione sia sotto la monarchia dei Pahlavi che sotto gli ayatollah islamici. Stessa sorte per Siamak Pourzand. Aveva già tentato il suicidio due volte, la seconda con i suoi pantaloni. C’è riuscito gettandosi dal sesto piano della sua abitazione a Teheran. La sua storia tragica inizia con l’incontro con il “Vishinsky iraniano”, il giudice Jafar Saberi. Le imputazioni contro il decano del giornalismo iraniano si erano srotolate come un catalogo ben rodato: “Propaganda contro il sistema islamico”, “spionaggio a favore di governi stranieri”, e ancora “emigrato”, “collaborazionista”, “servo”. Pourzand era stato accusato anche del crimine per antonomasia nella repubblica della sharia: aver dichiarato “guerra contro Dio”, mohareb, e poi di “relazioni sessuali illecite”, e persino di “consumo di vino”. Nel mercuriale iraniano corrisponde a novantanove frustate. Il “Gandhi di Teheran”, come veniva chiamato Pourzand, non ha retto alla brutale repressione.
C’è chi lo ha paragonato a Jan Palach, lo studente praghese che si diede fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Altri hanno accostato il suo nome a quello di Szmul Zygielbojm, l’ebreo polacco che nel 1943, in segno di protesta contro l’indifferenza degli Alleati nei confronti dell’Olocausto in fieri, si uccise con il gas a Londra. Altri ancora a Nelson Mandela e a Václav Havel. Eminente giornalista e critico prima della presa di potere islamista del 1979, Pourzand aveva subito più di un trentennio di attacchi per mano del regime, compreso un rapimento da parte dei servizi di sicurezza e diversi anni di reclusione nel famigerato carcere di Evin. Era noto ad alcuni intellettuali europei, specie per via della sua passata collaborazione alla rivista francese di critica cinematografica Cahiers du Cinéma. A favore di Pourzand nel 2006 era intervenuto anche il vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Fra le accuse a Pourzand, quella da lui “confessata” in televisione di aver avuto contatti con Reza Pahlavi, il figlio dello Scià. La tv di stato iraniana ha trasmesso ripetutamente le sue parole estorte con la tortura: “Il mio obiettivo era promuovere la promiscuità culturale e creare disillusione tra i giovani. Io e i miei amici volevamo promuovere la cultura occidentale, e uno stato secolare”. Quando nel 2009 la polizia iraniana ha ucciso per strada Neda Soltan, la ragazza simbolo delle proteste giovanili, Pourzand disse: “Hanno ucciso mia figlia”. La famiglia ha chiesto che il dissidente venisse sepolto nel cimitero di Teheran riservato agli artisti, il Behesht-e Zahra. No, ha risposto il regime, perché “Pourzand ha vissuto ed è morto in maniera non islamica”. Prima della rivoluzione khomeinista, Pourzand faceva il corrispondente per il giornale iraniano Keyahn.
Tra le altre cose, aveva intervistato il presidente Richard Nixon e raccontato il funerale di John F. Kennedy. I servizi segreti iraniani iniziarono a seguirlo da vicino quando nel 1998 raccontò il funerale dei coniugi Dariush e Parvaneh Forouhar, due intellettuali che erano stati uccisi nel loro appartamento di Teheran. Nel 2001 fu catturato dai servizi segreti vicino alla casa di sua sorella, a Teheran. Fu interrogato e torturato ripetutamente, nonostante avesse già oltre settant’anni. Fu costretto a “confessare” in televisione di fronte al giudice e ad alcuni giornalisti che il governo aveva istruito per l’occasione. Quando uno di questi fece una domanda che non era “prevista”, Pourzand si rivolse al suo avvocato d’ufficio e chiese: “Questa non era nell’elenco, che cosa devo dire?”. Dagli Stati Uniti gli ha scritto una lettera postuma una delle figlie, Azadeh: “Ho sentito dire che per un momento ti sei aggrappato al bordo del balcone prima di lasciarti andare. E’ stato perché ti stavi pentendo della tua decisione? O perché per un secondo hai creduto di sentirmi bussare alla porta? Il pensiero di te che ti tieni aggrappato al bordo di quel balcone per un momento prima di lasciare che la morte prenda il sopravvento mi uccide, trapassa i miei occhi come una spina appuntita. Mi manchi così tanto, papà. Mi sei mancato per anni. Non te ne faccio una colpa, neanche per un momento. Avevi tutto il diritto di cercare la libertà in questo modo. Sappi soltanto che ora il pensiero della tua testa infranta su quel terreno, il tuo sorriso meraviglioso e tutte le cose che mi hai sempre detto mi danno forza e, al tempo stesso, mi fanno morire ogni secondo di una brutta morte”.
Si è ucciso anche Ali-Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, con un colpo di pistola nel suo appartamento di Boston, dove viveva in esilio. La famiglia, al momento del suicidio, ha dichiarato che “come milioni di giovani iraniani, anche lui era molto disturbato dalle sventure capitate alla sua patria, ma portava anche il peso della morte del padre (nel 1980 in Egitto, dove era stato costretto a riparare dopo la rivoluzione) e della scomparsa della sorella (che si era suicidata nel 2001, a trentuno anni, per depressione e overdose di farmaci)”. Ha tentato il suicidio anche Ali Tehrani, il cognato dell’ayatollah Khamenei, sposato alla sorella Badri, e che ha trascorso diversi periodi al confino e in carcere per aver condotto una campagna contro i leader religiosi iraniani. Si sono suicidati Nahal Sahabi e Behnam Ganji, una giovane coppia iraniana, lei maestra d’asilo e lui studente, innamorati e pieni di speranze per il futuro, vittime di un regime crudele che ha distrutto le loro vite semplicemente perché Ganji divideva un appartamento con un attivista per i diritti umani. Ganji è stato detenuto per otto giorni, alcuni dei quali in isolamento. Quando è uscito era un uomo distrutto. Si rifiutava di parlare del suo tormento carcerario. Non voleva vedere i suoi amici né rispondere alle telefonate. Si è ucciso con una overdose di medicinali. Anche Sahabi è rimasta nel carcere di Evin per tre giorni, vivendo nel continuo incubo di essere violentata. Si è suicidata nella sua stanza, nella casa dei genitori a Teheran. Come il suo ragazzo, lo ha fatto con un’overdose. E lo ha fatto nello stesso giorno della settimana, il martedì. Le ultime parole sul blog sono state di qualche giorno prima: “E’ di nuovo giovedì. Vieni Behnam. Balliamo insieme ancora una volta di giovedì”. C’è un libro proibito oggi in Iran. Si intitola “Il gufo cieco”.
Venne scritto da Sadeq Hedayat, il capostipite della letteratura iraniana moderna, anche lui morto suicida a Parigi, oppositore sia dello Scià che dei fedeli dell’imam Khomeini. Hedayat è l’autore di racconti come “Sepolto vivo”, un poderoso atto d’accusa contro “l’Iran dei religiosi inturbantati”. L’Iran di oggi è come il gufo di Hedayat. Un magnifico uccello notturno. Ma cieco al futuro. Questo, forse, aveva visto il figlio di Hassan Rohani prima di premere il grilletto della pistola del padre. Si uccise, simbolo tragico del suicidio dell’Iran contemporaneo, con l’arma della Rivoluzione.
Giulio Meotti, Il Foglio, 17 agosto 2013

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barbara