RICEVO E PUBBLICO

Ciao,
un piccolo resoconto che, in un certo senso, si riallaccia al tuo post ..ieri sera mi trovavo in un bar con alcuni conoscenti e, cosa immaginabile, il parlottare ozioso è andato sulla questione degli sbarchi  ..dopo alcune considerazioni più o meno da fila alle poste (questi ci invadono ..vengono a fare i loro comodi ..lo stato dà a loro tutto e a noi ci massacra  ..sono tutti terroristi), uno se ne è venuto fuori con  “Io la soluzione ce l’avrei”. Silenzio  “Appena sono sbarcati dalle nostre motovedette li portiamo ..per fare loro un piacere ..s’intende .. a fare una bella doccia e lì (e qui ha fatto il gesto di aprire un rubinetto). Ho sbroccato.  Più o meno mi hanno dovuto spingere fuori dal locale sbraitante.
Quando poi sono rientrato mi hanno accusato che ero un esagerato e paranoico  ..che era una battuta divertente  e per dimostrarmelo hanno ripreso il discorso (secondo loro seriamente) infarcendolo di teorie e ragionamenti pericolosamente xenofobi e razzisti, privi di una qualsiasi parvenza di ragionamento politico.
Sempre con maggior frequenza mi capita di assistere a discorsi non di critica all’Islamismo con ipotesi (forse illusoria) di una soluzione ma puramente antiarabi e antizingari che mi spaventano non poco (non è che io ami gli arabi e gli zingari) ..dietro quei ragionamenti intravedo una china spaventosa.

Un po’ alla volta si sta sdoganando tutto, e la proposta di riaprire le camere a gas diventa una battuta divertente, e paranoico è chi divertente non la trova. E c’è da avere paura davvero.

barbara

L’ENNESIMO TONFO DEL NOBEL

Riporto integralmente l’articolo pubblicato da Fiamma Nirenstein su Il Giornale.

Un altro Nobel sulla fiducia e uno scivolone su Malala

Avevano Malala, la piccola pachistana che ha quasi dato la vita per aprire la strada verso la scuola a tutte le bambine in un mondo di talebani assassini: solo il Cielo sa che cosa può avere trattenuto la sussiegosa, pretestuosa giuria del Premio Nobel dall’assegnarle il Premio per la Pace per appuntarlo ancora una volta sullo smoking della loro stantia correttezza politica, fatta di prevedibili sorrisetti e formalità, riflessa nello specchio delle loro brame. Il Nobel è andato a un’aspirazione condivisibile: stavolta quello che in inglese si chiama wishfull thinking, letteralmente pensiero desideroso, o desiderante, è dedicato all’OPAC, l’Organizzazione per la Proibizione della Armi chimiche nata il 29 aprile del ’97 che lavora con l’ONU, gruppo meritorio che lavora duro, per “promuovere e verificare l’adesione alla convenzione sulle armi chimiche”. La motivazione del Nobel è legata al fatto che l’organizzazione ha 27 ispettori in Siria per smantellare l’arsenale chimico di Assad e distruggere circa 1000 tonnellate di gas nervino in una situazione di guerra molto pericolosa.
Per ora il team, certo fatto di gente coraggiosa, ha ispezionato tre siti e deve visitarne una ventina. Ha un compito difficilissimo per il quale li ammiriamo, che vorremmo vedere realizzato ma che, e questo è incontrovertibile, non è ancora stato realizzato e chissà se lo sarà mai. La collaborazione con gli uomini di Assad può condurre su false piste, la guerra può fermare o rallentare l’operazione in maniera definitiva, il trasbordo di armi chimiche compiuto da Assad in Iraq e in Libano può rivelarsi lesivo della possibilità di togliere di mezzo i pericoli peggiori, i ribelli possono boicottare un’impresa che sta giovando a Assad; insomma il Nobel sceglie una strada non pragmatica che rischia l’inconsistenza, soprattutto quando si sa che l’alternativa di Malala era pragmatica, una promozione politica, un messaggio a tutto il mondo islamico.
Il Premio Nobel per la Pace ha dimostrato molte volte una preferenza per la faciloneria: il desiderio di compiacere il gusto popolare lo rende irrilevante. L’Unione Europea, nel 2012, è stata premiata al picco del malessere economico che tutti i suoi abitanti soffrono; l’elogio della pace che avrebbe portato, è contraddetto dalla situazione di Serbi, Kosovari, Croati, Azeri, Armeni, Curdi, Turchi, Ciprioti, Ceceni, Osseti, Albanesi, Macedoni… In Medio Oriente l’Europa è un danno, il suo atteggiamento verso il conflitto israelo-palestinese tendenzioso, il suo tocco sulle “primavere arabe” è stato esornativo e subalterno.
Nel 2009 il bizzarro premio a Obama appena eletto gli fu assegnato solo perché non era George Bush, senza nessuna garanzia. Infatti il seguito ha dimostrato che quel premio lo ha issato, sin dal discorso del Cairo su una nuvola di universalità che ha gettato il mondo nella più grande confusione. Carter è stato mallevadore dell’accordo israelo-egiziano, ma ha lasciato che l’Iran fosse inghiottito nella deriva islamista; El Baradei, mentre era il capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che avrebbe dovuto denunciare le strutture atomiche iraniane, di fatto e forse anche di diritto ha aiutato gli ayatollah nel loro scopo; Yasser Arafat ha rifiutato la migliore delle paci con Israele, mentre era senz’altro stato l’inventore di gran parte del terrorismo internazionale; Kofi Annan, come dice la motivazione forse avrebbe voluto che l’ONU “lavorasse per un mondo meglio organizzato e più pacifico”, ma ditemi voi se ce l’ha fatta. Poi ci sono i pressappochismi puri e semplici, come il premio a Rigoberta Menchu,sulla base di informazioni poi risultate false… e così via. Sarebbe bello istituire il Premio Nobel mancato: oltre a quello di Malala, ci sono due buchi neri nel 1948, quando il Nobel non fu assegnato per mancanza di candidature ritenute degne. Era l’anno in cui fu assassinato Ghandi, l’anno in cui Ben Gurion proclamava lo Stato d’Israele. A Oslo non se ne accorsero.

Di Malala mi ero occupata qui. Quanto al signor Barack Hussein Premionobelsullafiducia Obama, dal momento che l’Egitto gli ha fatto il dispetto di cacciare i Fratelli Musulmani, per castigarlo gli ha tagliato gli aiuti (dove sono le anime belle che si stracciano le vesti per le “punizioni collettive” quando Israele si difende dal terrorismo a Gaza?). E all’Egitto che di quegli aiuti ha disperato bisogno, non è rimasta altra scelta che rivolgersi a Putin. E questi sì che sono successi politici.

barbara