IL TRADITORE

All’inizio, dico la verità, avevo pensato di mollarlo, perché davvero, non è che sia tanto facile reggere tutta quella melensa retorica a base di “demolizioni di case a Gaza. Famiglie che diventavano profughi per la terza o la quarta volta” e “coloni che sparano sui bambini eccetera. Case bombardate con carri armati e aerei” e “bambini morti sotto le macerie. Immagini di bambini ancora vivi con sassi in mano, in lotta per la Palestina con pezzi di Palestina. […] E ogni giorno foto di funerali” (compresi quelli in cui il “cadavere” cade dalla barella e poi si rialza e ci risale sopra. O, stufo di fare il morto, si tira su a sedere proprio nel momento in cui il fotografo scatta, ndb)
miracolo Qana
e una perla come “Nell’aprile 2000 però Hezbollah cacciò dal Libano gli occupanti israeliani. Era la prima vittoria araba a memoria d’uomo” (anche se in effetti lo sapevamo da prima che quelli l’avrebbero inteso così, ndb), e l’immancabile feticcio di “Muhammad ad-Durra, il bambino ferito e poi ucciso mentre il padre urlava alle truppe israeliane di cessare il fuoco. Rannicchiati sotto un inutile muro. Il padre umiliato che subiva l’umiliazione della suprema umiliazione. Quando alla fine il bambino morì, venti minuti dopo, il padre abbandonò la testa nel sangue, il proprio e quello rappreso del figlio, gli occhi spenti, ciechi alla sofferenza o al terrore o a qualsiasi altra cosa non essendo riuscito a salvare suo figlio. Ucciso dal fuoco incrociato, dicevano i notiziari inglesi”. (Ora, a parte che è di pochissimi mesi dopo l’episodio un’inchiesta della televisione tedesca che ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che quella posizione poteva essere raggiunta unicamente dai proiettili palestinesi e non da quelli israeliani. A parte che quando è uscito il libro c’erano già sufficienti prove del fatto che il bambino non è affatto morto. A parte che immediatamente dopo l’episodio il povero padre umiliato era già in giro per mezzo mondo a “testimoniare” sul povero piccolo martire e a raccattare su montagne di soldi. A parte la spassosa annotazione del sangue del bambino che appena uscito sarebbe già rappreso – ma come resistere alla suggestione di un’immagine così potentemente poetica come quella del sangue rappreso? [coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso].  A parte tutto questo, dicevo, il fatto è che per quanto attentamente si guardino quelle immagini, non vi si trova una goccia di sangue neanche a pagarla oro! ndb)
al-dura-faux
E naturalmente non possono mancare quei cani figli di cani e puttane figlie di ruffiani e puttane che sono gli ebrei. E poi centinaia di migliaia di milioni di miliardi di canne e montagne di coca e pasticche di ogni sorta e mastodontici sballi che percorrono tutto il libro…
E poi invece no: è un libro bello. Sul serio. Bello e ricco e denso e intenso. È un momento di vita di un uomo – parziale alter ego dell’autore – alla ricerca di una propria identità: un anglo-siriano cresciuto da un padre ateo nel più assoluto disprezzo per le religioni in generale e per l’islam in particolare, stravolto e in parte travolto dalle vicende dell’11 settembre e dintorni. E c’è dentro davvero di tutto: Saddam Hussein e Assad padre e figlio, il carcere e le torture, il massacro di Hama e la gassazione dei curdi, Fratelli Musulmani ed ebrei in fuga dai pogrom, e complotti e narrative e gli attentati del Dolphinarium e di Sbarro e l’incontenibile tripudio per quei due aerei che entrano nelle torri e le fanno crollare e poesia e pittura e preghiere e menzogne e l’onnipresente ossessione palestinofila e israelofoba (ma anche giudeofoba) – e d’altra parte dove lo trovi un giornale o un canale televisivo che non ne sia impregnato – ma anche gli antisemiti degli anni Venti che strepitavano “L’Inghilterra agli inglesi! Ebrei fuori dai piedi! Tornatevene in Palestina!” (eh sì: non è chiaro se l’autore condivida le sparate sopra riportate o se le abbia messe per inquadrare il clima, ma evidentemente non ignora che c’è stato un tempo in cui il mondo intero riconosceva quella terra come la terra degli ebrei). E l’improvviso – o forse non era stato poi così improvviso? – esplodere e dilagare dell’integralismo islamico, barbe e hijab come rivendicazione di un’identità, e chi vi fa resistenza e chi segue la corrente e chi addirittura vi si butta. E pagine deliziose come questa

Nelle sue origini non c’era niente di cui andasse fiero, non almeno prima degli anni da studente, quando riconfigurò l’arabismo di Mustafa come proprio. Vista dal cortile di scuola tutte le origini tranne la sua avevano qualche prerogativa. Una certa credibilità. Gli inglesi bianchi per la forza dei numeri, e perché era lo standard normale. I neri erano ancora più forti. C’erano persino i convertiti: molti bianchi adottavano la parlata, i gusti e le acconciature dei neri, nei limiti del possibile, almeno quando erano a scuola. C’era una reciproca fascinazione fra i bianchi e i neri, che si studiavano e si imitavano a vicenda, si picchiavano e si scopavano, mentre i musulmani si aggiravano in punta di piedi nei tristi spazi attorno ai letti e alle piste da ballo dove andava in scena la rappresentazione. I musulmani erano un intralcio. Rovinavano la bianchezza della città, e anche la sua nerezza.
l neri che sovvertivano e arricchivano l’Inghilterra con il reggae e l’hip hop, il carnevale, il fumo degli spinelli. In cortile faceva scalpore.
I sikh. I sikh avevano il bhangra e, in tempi più recenti, le bande. Nessuno si faceva più problemi ad andare a letto con i sikh.
Gli irlandesi. Erano spiritosi, duri e incazzati. Vivevano nei pub in Kilburn Road. Erano tatuati e avevano, come si diceva, la parlantina sciolta.
Gli ebrei non erano poi così invidiabili. Nessuno dei suoi compagni sfoggiava un inglese con coloriture yiddish per farsi bello in cortile. E anche l’acconciatura con i due dreadlock non andava più di moda. Nella scuola di Sami non c’erano ebrei, almeno non che lui sapesse. Vivevano più a nord. Ma l’idea degli ebrei era attraente. Avevano inventato praticamente da soli tutto ciò che faceva dell’Occidente l’Occidente piuttosto che il Medio Oriente. Modernismo, psicologia. Marxismo, bombe atomiche. Erano i depositari della cultura non meno degli inglesi. Non erano né integrati né outsider. A meno che non lo ostentassero, era difficile distinguerli dai nativi. Sami aveva sentito dire che era quello a renderli pericolosi. Di sicuro li rendeva acuti. Conoscevano Londra, e l’Europa, dall’interno, e le guardavano con occhi europei da conquistatori. Ma erano sempre sul chi vive. Non sonnecchiavano mai. Non diventavano mai grassi e aristocratici.
I musulmani invece. In Gran Bretagna musulmano significava pakistano, che significava fabbriche fatiscenti e negozietti all’angolo. Che significava eskimo, pessimo accento e ristoranti etnici. Miserabili città su al Nord dove il giorno spuntava solo per modo di dire. Avevano un ruolo proletario nell’economia e un conservatorismo borghese. Né sexy né forti. Vestiti malamente e con un’istruzione penosa. Ragnatele islamiche sulle ciglia e muffa sulla lingua.
«Così lei è di famiglia musulmana?»
«Magari originariamente. Molto tempo fa. Ora non più.»
Sami non era pakistano. Ma come lui ce n’erano così pochi che non li si poteva certo definire una comunità. Almeno prima che arrivassero gli iracheni. Gli arabi visibili erano gli arabi del Golfo, turisti e principini, obesi, ricchi, stupidi.
«Così lei è arabo?»
«Più o meno. Ma non come gli arabi che si vedono alla tv».

E c’è la saggezza, impersonata dalla moglie (figura straordinaria!)

I figli maschi ereditano in misura doppia rispetto alle femmine perché devono provvedere ai loro familiari, mentre il denaro della donna rimane in suo possesso. L’islam funziona quando gli uomini si comportano in modo nobile. Diversamente invece la normativa appare discutibile. Una volta dato fondo ai soldi del padre morto, Sami viveva alle spalle della moglie. E dello stato.
(E poi anche: «C’erano delle persone, su quegli aerei»)

E una perla preziosa arriva anche dall’anarchico pazzoide complottardo

«Un’ultima cosa» disse. «Una lezione dai campi di concentramento. A sopravvivere non sono necessariamente i più forti, ma coloro che vedono uno scopo nelle proprie sofferenze»

E dunque, in conclusione, sono contenta di averlo letto. E secondo me lo dovreste fare anche voi. (Chi è il traditore? No, non ve lo dico. Che poi comunque è una pessima invenzione dell’edizione italiana: il titolo originale era The Road from Damascus, che è una strada lunga, in effetti, e spesso dolorosa, e percorrerla tutta non è per niente facile. Per niente)

Robin Yassin-Kassab, Il traditore, Il Saggiatore
iltraditore
barbara

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