HILARION CAPUCCI, UNA VITA AL SERVIZIO DELLA PACE

Ripropongo un mio post di sette anni fa.

Monsignor Hilarion Capucci (nato Kaboudji ad Aleppo nel 1922), vicario patriarcale melchita di Gerusalemme, viene arrestato il 18 settembre 1974 (alcune fonti riportano il 18 agosto). “Perquisito dal controllo israeliano alla frontiera, nel portabagagli della sua Mercedes vengono trovati dinamite, mitra, granate e munizioni varie destinate ai terroristi di Al Fatah per attentati contro i civili in Israele. Certamente quello non era il primo «contrabbando» di armi del prelato che, come tutti gli esponenti religiosi godeva in Israele di una certa immunità diplomatica. Semplicemente quella era la prima volta che veniva colto come si suol dire «con le mani nel sacco». Arrestato, viene processato nel dicembre ’74 e condannato a 12 anni di detenzione. Tre anni dopo, il 31 ottobre 1977, Papa Paolo VI chiede con una lettera al Presidente dello Stato di Israele, Katzir, di far uso delle sue prerogative e di far liberare mons. Capucci «date le sue condizioni di salute»; Paolo VI si dichiara anche fiducioso che la libertà del prelato «non sarà nociva allo Stato di Israele». Il 4 novembre 1977 il Presidente Katzir risponde a Paolo VI accogliendo la domanda e ricorda l’impegno che «la liberazione di mons. Capucci non arrechi danno allo Stato di Israele».
Il 6 novembre 1977 il prelato viene liberato e giunge a Roma. Negli accordi diplomatici che si prendono a Roma, Israele pone due condizioni precise che la S. Sede accetta: a) che mons. Capucci non torni più nel Medio Oriente, b) che si astenga da ogni attività politica.
Le due condizioni – avallate dal Vaticano – non sono state mai rispettate. Già nel dicembre del ’77, pochi giorni dopo la sua generosa liberazione, monsignor Capucci è apparso alla TV italiana e ha fatto dichiarazioni politiche antiisraeliane.
L’impegno di Paolo VI e le precise condizioni della trattativa diplomatica successiva sono stati patentemente violati” (Fausto Coen, Israele 50 anni di speranza, Marietti, pag. 135).
Risulta inoltre che diverse volte si sia clandestinamente recato in Israele, oltre ad essere stato frequentemente in altri Paesi del Medio Oriente. Quanto alle “condizioni di salute” del povero prelato, che hanno indotto il papa (che qualche anno prima era riuscito a fare un viaggio in Israele senza incontrare una sola personalità israeliana e, più tardi, a parlare del viaggio senza mai pronunciare la parola “Israele”), pare che la libertà abbia avuto su di lui effetti veramente portentosi. Un semplice, brevissimo giro in internet ci permette di trovare quanto segue: nel 1979 visita gli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran; nel maggio del 1980 è da qualche parte in Turchia (non so dove e non so a fare cosa. Abbiate pazienza: sono in grado di riconoscere la lingua turca, ma non l’ho studiata e non sono in grado di capirla); dal 17 al 19 novembre 1981 partecipa a un simposio a Roma; il 15 settembre 1982 accoglie all’aeroporto di Ciampino il fraterno amico Arafat; nel novembre del 1990 si offre di guidare una delegazione per la liberazione degli ostaggi a Baghdad; nell’agosto del 1992 lo troviamo tra i partecipanti a un seminario a Malta; il 22 gennaio 2002 partecipa al congresso nazionale della CGIL (quello in cui faceva bella mostra di sé in prima fila una sedia vuota coperta da una keffiah, in onore del povero Arafat, impossibilitato a partecipare in quanto prigioniero alla Mukata, ma intervenuto telefonicamente e accolto da una standing ovation; quello, se non ricordo male, in cui il signor Cofferati ha impedito di parlare, unico fra tutti gli intervenuti, al delegato israeliano, pacifista e padre di due vittime del terrorismo); il 31 gennaio 2002 a Vibo Valentia tiene infiammati discorsi antiisraeliani; il 7 aprile 2002, a Roma, partecipa alla manifestazione antiisraeliana dell’ultrasinistra, con i partecipanti che sfilano travestiti da terroristi suicidi con addosso finte (? … si spera …) cinture esplosive, e dal palco proclama poi: «Un saluto ai figli dell’intifada e ai martiri che vanno a combattere come se andassero a una festa. Vogliamo avere la nostra patria, altrimenti moriremo degnamente. Intifada fino alla vittoria»; all’inizio di giugno 2002 è presente al convegno antiisraeliano di Teheran; il 14 giugno 2002 partecipa a un dibattito al cinema Pasquino a Roma nell’ambito di un festival sulla Palestina; il 19 luglio 2002 lo troviamo in visita ufficiale Palazzo Vecchio a Firenze; il 10 ottobre 2005 è a Macerata; il 23 ottobre 2005 è tra gli invitati al Quirinale per i festeggiamenti dello stato del Qatar; il 19 novembre 2005 interviene a Marano all’inaugurazione di via Arafat; il 25 giugno 2006 è a Urbino; il 6 luglio 2006 parla alla radio vaticana; il 27 luglio 2006 partecipa a una manifestazione antiisraeliana a Roma; il 15 agosto 2006 lo vediamo a Monterotondo al funerale di Frammartino. Allegro, pimpante e fresco come una rosa a 84 anni abbondantemente suonati, a 29 anni di distanza da quando il papa, impietosito dalle sue condizioni di salute, ha chiesto la sua scarcerazione al capo di uno stato di cui non riconosceva l’esistenza. Ah, dimenticavo: monsignor Capucci, l’uomo che mille volte nella sua troppo lunga vita ha tuonato “noi palestinesi”, non è palestinese: è siriano. Anche lui, come l’egiziano Arafat, ha strumentalizzato la “causa” palestinese al servizio di padroni stranieri che si sono serviti delle sofferenze dei palestinesi per i propri loschi giochi di potere.

Perché torno a parlarne adesso? Perché quel pover’uomo che trentasei anni fa era così mal messo da non poter reggere il regime carcerario, è di nuovo sulla breccia, come potete vedere
Capucci-With-Award
(qui) E guardate che aria fresca che ha, alla verde età di 91 anni!
Poi, per chi ama boicottare le diavolerie dei perfidi giudei, qui ce n’è un’altra di nuova (e poi beccatevi anche questa, tiè)

barbara

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  1. Allora, non ti metto mi piace perché l’articolo non l’ho letto tutto, e neanche lo leggerò perché queste cose, peraltro non nuove, mi fanno inca@@are senza soluzione di continuità.

    Io capisco che Israele è inserita in un contesto internazionale con cui deve fare i conti, però credo che la liberazione del prelato sia stata una mosse di cui le conseguenze che tu narri fossero facilmente prevedibili (come quelle di tutte le altre liberazioni).

    Anzi no, mi piace te lo metto. 😛

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    • Sicuramente è stato un errore madornale, visti i crimini di cui si era macchiato, oltretutto, ma il fatto è che quella era la pria volta che il Vaticano le rivolgeva la parola: come non capire che si fossero illusi che potesse essere il segno di una svolta?

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      • I criminali non si rimettono in liberà, punto.

        Come scrisse una volta un blogamico citando un saggio proverbio: “Quando un animale danneggia una persona, la prima volta è colpa dell’animale, la seconda del padrone”.

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        • Un proverbio analogo dice che la prima volta che un uomo ti fa del male è colpa sua, la seconda è colpa tua. Ciononostante il mondo è pieno di uomini che fanno del male per la seimiliardesima volta e ancora gli viene consentito di continuare a farlo. E la politica purtroppo non si fa coi saggi proverbi, dal momento che ci sono miliardi di fattori da mettere in conto. Non per niente la politica è sporca per definizione, e una politica pulita non è mai esistita. Anzi, direi che è proprio una contraddizione in termini.

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  2. “”Il 6 novembre 1977 il prelato viene liberato e giunge a Roma. Negli accordi diplomatici che si prendono a Roma, Israele pone due condizioni precise che la S. Sede accetta: a) che mons. Capucci non torni più nel Medio Oriente, b) che si astenga da ogni attività politica.
    Le due condizioni – avallate dal Vaticano – non sono state mai rispettate.””

    AVENDO il monsignore continuato nella sua opera, che non può propriamente definirsi pastorale, se ne deduce :1.Il Vaticano non l’ha mai richiamato al rispetto degli impegni presi con lo stato d’Israele; qualora lo avesse fatto, il monsignore ha arrogantemente disubbidito, ma non c’è traccia che tale disubbidienza sia stata in qualche modo sanzionata; 2. Siccome la parola data è un valore in sé, essa vale per tutti e per tutto, né eventuali opportunismi possono avere la prevalenza, né consentire discriminazioni verso qualcuno o qualcosa. Se è così, la parola del Vaticano vale un fico secco; 3.Siccome il monsignore è ancora vivo, il caso non può considerarsi chiuso. Pertanto la Santa Sede dovrebbe dire se e in che misura intende onorare gli impegni presi da Paolo VI; 4.Qualcuno, a Roma, farebbe bene a rinfrescare la memoria di chi, Oltre Tevere , sembra averla perduta.

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    • Le regole di Oltretevere, come ben sappiamo, hanno ben poco da spartire con quelle del mondo civile. Ci aveva provato papa Luciani, a cambiarle, e sappiamo come è andata a finire. Ci aveva provato Celestino quinto e adesso pare che in realtà non abbia fatto nessun gran rifiuto ma sia stato invece gentilmente convinto, per il suo bene, a farsi da parte. E le loro parole, o non arrivano affatto, come in avvenimenti recentemente ricordati, o non valgono più di un fiato di vento. Se un giudice si può permettere di annullare cinquecento processi di mafia con cavilli quali un timbro a inchiostro invece che a secco, e restare al suo posto, ciò significa che ha le spalle molto ben coperte. Se un monsignore si può permettere di appoggiare apertamente il terrorismo e restare al suo posto, ciò significa che ha le spalle molto ben coperte.

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  4. Mah, io penso che alcuni preti in realtà si sono già convertiti al culto del predone. Fanno messa, leggono la Bibbia e il Vangelo ai fedeli cristiani, danno l’ostia, e poi appena giunti a casa, tolgono l’abito da prete ed indossano il pigiama islamico, stendono il tappeto, si prostrano in direzione della mecca e la sera leggono il corano in arabo prima di coricarsi

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  5. Pingback: PESCATO CASUALMENTE IN UN BLOG | ilblogdibarbara

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