MASADA

Favoriti così dall’aiuto del dio i romani fecero ritorno festanti nell’accampamento, essendosi stabilito di scatenare l’attacco contro i nemici il giorno dopo, e nella notte rafforzarono la vigilanza perché nessuno di quelli avesse a eclissarsi. Ma né Eleazar meditava di fuggire, né avrebbe permesso di farlo ad alcuno dei suoi. Vedendo il muro rovinato dal fuoco, non scorgendo più nessun’altra possibilità di scampo o di eroica resistenza, immaginandosi quello che i romani, una volta vincitori, avrebbero fatto a loro, ai figli e alle mogli, deliberò la morte per tutti. Persuaso che in simili circostanze era questa la risoluzione migliore, raccolse i più animosi fra i suoi uomini e prese a spronarli con tali parole:
“Da gran tempo noi avevamo deciso, o miei valorosi, di non riconoscere come nostri padroni né i romani né alcun altro all’infuori del Dio, perché egli solo è il vero e giusto signore degli uomini; ed ecco che ora è arrivato il momento di confermare con i fatti quei propositi. In tale momento badiamo a non coprirci di vergogna, noi che prima non ci siamo piegati nemmeno a una servitù che non comportava pericoli, e che ora assieme alla schiavitù ci attireremo i più terribili castighi se cadremo vivi nelle mani dei romani. Siamo stati i primi, infatti, a ribellarci a loro e gli ultimi a deporre le armi. Credo poi che sia una grazia concessaci dal Dio questa di poter morire con onore e in libertà, mentre ciò non fu possibile ad altri, che furono vinti inaspettatamente. Per noi invece è certo che domani cadremo in mano al nemico, e possiamo liberamente scegliere di fare una morte onorata insieme con le persone che più ci sono care. Né possono impedirlo i nemici, che pur vorrebbero a qualunque costo prenderci vivi, né possiamo noi ormai superarli in battaglia. Forse fin dal principio, quando noi decidemmo di batterci per la libertà, e ci toccò sia di infliggerci a vicenda ogni sorta di colpi sia di subirne ancor più gravi dai nemici, bisognava subito indovinare l’intenzione del Dio e capire che la stirpe dei giudei, a lui un tempo così cara, era stata ora condannata alla distruzione. Che se egli ci fosse rimasto propizio, oppure non ci avesse preso tanto a malvolere, non sarebbe rimasto indifferente allo sterminio di tanti uomini né avrebbe abbandonato la sua città santa alle fiamme e alle devastazioni dei nemici. Ci aspettavamo forse che solamente noi fra l’intero popolo dei giudei saremmo sopravvissuti conservando la libertà, come se non avessimo arrecato offese al Dio e non ci fossimo macchiati di alcuna iniquità, mentre ne siamo stati perfino maestri agli altri? E allora, guardate come egli ci dà la dimostrazione che vane erano le nostre aspettative, infliggendoci nella sventura colpi più gravi di quelli che potevamo attenderci; non solo infatti questa fortezza per sua natura inespugnabile non è valsa a salvarci, ma, dato che avevamo abbondanza di viveri e gran copia di armi e di ogni altro rifornimento, è stata evidentemente opera del Dio se ci troviamo ridotti a disperare della salvezza. Le fiamme che si protendevano contro i nemici non si sono rivoltate da sole contro il muro costruito da noi, ma ciò è avvenuto a causa dello sdegno divino per le molte scelleratezze che nel nostro cieco furore abbiamo osato commettere a danno dei nostri connazionali. Di tali colpe conviene che paghiamo il fio non ai nostri nemici più accaniti, i romani, ma per nostra stessa mano al Dio, e così il nostro castigo sarà anche più lieve di quello che c’infliggerebbero i vincitori. Muoiano le nostre mogli senza conoscere il disonore e i nostri figli senza provare la schiavitù, e dopo la loro fine scambiamoci un generoso servigio preservando la libertà per farne la nostra veste sepolcrale. Ma prima distruggiamo col fuoco e i nostri averi e la fortezza; resteranno male i romani, lo so bene, quando non potranno impadronirsi delle nostre persone e vedranno sfumare il bottino. Risparmiamo soltanto i viveri, che dopo la nostra morte resteranno a testimoniare che non per fame siamo caduti, ma per aver preferito la morte alla schiavitù, fedeli alla scelta che abbiamo fatta fin dal principio”.
Così parlò Eleazar, ma le sue parole non suscitarono identiche reazioni nell’animo dei presenti; alcuni erano ansiosi di tradurre in atto la sua esortazione e per poco non gongolavano di gioia al pensiero di fare una fine così gloriosa, mentre i più pusillanimi fra loro provavano compassione per le mogli e i figli, e certamente anche per la loro prossima fine, e scambiandosi occhiate davano a vedere con le loro lacrime di non essere propensi al sacrificio. Eleazar, vedendo costoro avviliti e in preda allo scoramento di fronte a una decisione così grave, temette che con i loro gemiti e le loro lacrime disanimassero anche quelli che avevano accolto con fermezza le sue parole. Allora non rinunziò ai suoi incitamenti, ma riscaldandosi e lasciandosi trasportare da un gran fervore elevò il tono del suo discorso parlando dell’immortalità dell’anima […] “Magari fossimo tutti morti prima di vedere quella santa città crollare sotto i colpi dei nemici, e il sacro tempio empiamente distrutto fin dalle fondamenta. Ci fu di sprone la non ignobile speranza di poter forse un giorno far le sue vendette sui nemici, ma poiché tale speranza è ora svanita, e ci ha lasciati soli nell’ora suprema, non indugiamo a fare una morte gloriosa, muoviamoci a pietà per noi stessi, per le mogli e per i figli, finché possiamo ancora trovare misericordia da parte nostra. Siamo nati per morire, noi e quelli che abbiamo generato, e a questo destino nemmeno i più fortunati possono sottrarsi; invece l’essere sopraffatti e gettati in catene, e il vedere le mogli trascinate alla vergogna assieme ai figli, non sono mali inevitabili perché imposti all’uomo dalla natura, ma sono mali che per la sua viltà deve sopportare chi potrebbe evitarli con la morte e non vuole. Fieri del nostro coraggio noi demmo inizio alla ribellione ai romani, e ora che siamo alla fine abbiamo respinto le loro profferte di perdono. Chi non immagina la loro ferocia se ci prenderanno vivi? Sventurati i giovani, che per la robustezza del corpo resisteranno a molti supplizi, sventurati gli anziani, la cui età non potrà sopportare tali tormenti! Chi vorrà vedere la propria moglie trascinata a forza e sentire la voce del proprio figlio che invoca il padre, mentre le sue mani sono strette in catene? Ma finché queste sono libere e hanno una spada da impugnare, ci rendano un generoso favore; moriamo quando ancora i nemici non ci hanno ridotti in schiavitù, e da esseri liberi diamo un addio alla vita con le mogli e i figli. Questo c’impongono le leggi, questo ci chiedono supplichevoli le mogli e i figli; tale destino ci ha riservato il Dio, mentre i romani vorrebbero tutto il contrario, preoccupati che qualcuno di noi abbia a morire prima della tortura. E allora, invece dell’esultanza che speravano di provare impadronendosi di noi, affrettiamoci a lasciar loro lo stupore per la nostra fine e l’ammirazione per il nostro coraggio”.
Eleazar avrebbe voluto proseguire con le sue parole d’incitamento, ma tutti lo interruppero impazienti di metterle in atto sotto la spinta d’un’ansia incontenibile; come invasati, se ne partirono cercando l’uno di precedere l’altro e reputando che si dava prova di coraggio e di saggezza a non farsi vedere tra gli ultimi: tanta era la smania che li aveva presi di uccidere le mogli, i figli e sé stessi. Né, come ci si sarebbe potuto attendere, si affievolì il loro ardore nel passare all’azione, ma conservarono saldo il proponimento maturato ascoltando quelle parole e, sebbene tutti serbassero vivi i loro affetti domestici, aveva in loro il sopravvento la ragione, da cui sentivano di essere stati guidati a decidere per il meglio dei loro cari. Così, mentre carezzavano e stringevano al petto le mogli e sollevavano tra le braccia i figli baciandoli tra le lacrime per l’ultima volta, al tempo stesso, come servendosi di mani altrui, mandarono a effetto il loro disegno, consolandosi di doverli uccidere al pensiero dei tormenti che quelli avrebbero sofferto se fossero caduti in mano dei nemici. Alla fine nessuno di loro non si rivelò all’altezza di un’impresa così coraggiosa, ma tutti uccisero l’uno sull’altro i loro cari: vittime di un miserando destino, cui trucidare di propria mano la moglie e i figli apparve il minore dei mali! Poi, non riuscendo più a sopportare lo strazio per ciò che avevano fatto, e pensando di recar offesa a quei morti se ancora per poco fossero sopravvissuti, fecero in tutta fretta un sol mucchio dei loro averi e vi appiccarono il fuoco; quindi, estratti a sorte dieci fra loro col compito di uccidere tutti gli altri, si distesero ciascuno accanto ai corpi della moglie e dei figli e, abbracciandoli, porsero senza esitare la gola agli incaricati di quel triste ufficio. Costoro, dopo che li ebbero uccisi tutti senza deflettere dalla consegna, stabilirono di ricorrere al sorteggio anche fra loro: chi veniva designato doveva uccidere gli altri nove e per ultimo sé stesso; tanta era presso tutti la scambievole fiducia che fra loro non vi sarebbe stata alcuna differenza nel dare e nel ricevere la morte. Alla fine i nove porsero la gola al compagno che, rimasto unico superstite, diede prima uno sguardo tutt’intorno a quella distesa di corpi, per vedere se fra tanta strage fosse ancora rimasto qualcuno bisognoso della sua mano; poi, quando fu certo che tutti erano morti, appiccò un grande incendio alla reggia e, raccogliendo le forze che gli restavano, si conficcò la spada nel corpo fino all’elsa stramazzando accanto ai suoi familiari.
Essi erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione, si salvarono assieme a cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: novecentosessanta furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico.
I romani, che s’aspettavano di dover ancora combattere, verso l’alba si approntarono e, gettate delle passerelle per poter avanzare dai terrapieni, si lanciarono all’attacco. Non vedendo alcun nemico, ma dovunque una paurosa solitudine e poi dentro fiamme e silenzio, non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto; alla fine levarono un grido, come quando si dà il segnale di tirar d’arco, per vedere se si faceva vivo qualcuno. Il grido fu udito dalle due donne che, risalite dal sottosuolo, spiegarono ai romani l’accaduto e specialmente una riferì con precisione tutti i particolari sia del discorso sia dell’azione. Ma quelli non riuscivano a prestarle fede, increduli dinanzi a tanta forza d’animo; si adoperarono per domare l’incendio e, apertasi una via tra le fiamme, entrarono nella reggia. Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto. […]
Qui ha termine la mia storia, che avevo promesso di scrivere con la più scrupolosa precisione per chiunque volesse conoscere quali furono le vicende di questa guerra fra i romani e i giudei. Dei suoi pregi letterari lascio giudicare ai lettori, ma per quanto riguarda la sua veridicità non avrei alcuna esitazione a dichiarare con sicura coscienza che in tutta la mia opera non ho avuto di mira che quella. (qui)

Questo il racconto di Giuseppe Flavio nel suo “La guerra giudaica”.
Ora, tu immagina un giovane archeologo, cresciuto con la conoscenza della “leggenda di Masada”: perché la strenua resistenza di Masada e il sacrificio finale sono storia, ma tutti i dettagli sono solo racconti di Giuseppe Flavio, un ebreo passato al servizio del nemico e forse convertito, molte descrizioni e narrazioni del quale sembrerebbero contraddette dai ritrovamenti archeologici, e chissà, dunque, quanto ci sarà di vero e quanto di fantasioso in quei racconti. Immagina dunque di essere questo giovane archeologo, che sta partecipando a una nuova missione di scavi a Masada. Immagina le tue mani che trovano una piccola fossa, e nella fossa toccano qualcosa di liscio. Lo tiri fuori: è un piccolo coccio. E sul coccio è scritto un nome. Le tue mani cominciano a tremare mentre continui a frugare nella fossa… Trovi un secondo coccio, un terzo, un quarto… Alla fine sono dieci, e uno dei nomi è Eleazar ben Yair: quello che ha pronunciato il discorso.
A fine giornata, nel corso della riunione di tutti i ricercatori, per esaminare quanto trovato da ognuno e fare il punto della situazione, posi anche tu il tuo cesto di reperti davanti al capo missione, senza dire niente. E lui prende in mano un coccio, lo guarda, impallidisce, comincia a tremare…
nomi
(Adesso l’esposizione è cambiata: ogni coccio è in una piccola bacheca a sé, sopra una colonnina, in una stanza buia, con le bacheche che si illuminano quando entra un visitatore, una cosa da togliere il fiato)

E poi immagina me, seduta sui gradoni, che ascolto la lettura del discorso di Eleazar là dove il discorso è stato pronunciato,
Synagogue_massada
e il racconto di quanto avvenuto dopo, e delle mani dell’archeologo che toccano quel coccio con il nome… Forse (forse), se hai molta immaginazione, riuscirai ad avere una vaga (vaga) idea dell’emozione che ho vissuto in quei momenti. Forse. (E grazie Angela, che riesci a trasmettere emozioni così)

Ed è qui su questa spianata che dal 1967, dopo la liberazione dall’occupazione giordana, per volontà di Moshè Dayan ogni anno le reclute di Tzahal (Tzavah haganah leisrael, esercito di difesa di Israele) vengono a pronunciare il loro giuramento: Metzadà shenìt lo tippol! Metzadà shenìt lo tippol! Metzadà shenìt lo tippol! Masada non cadrà una seconda volta! Masada non cadrà una seconda volta! Masada non cadrà una seconda volta!
giuramento Masada
E adesso ti porto a fare un giro. A Masada, se non vuoi farti il micidiale “serpente”,
serpente
ci arrivi con la funivia.
funivia
Una volta su ti si offre questo panorama
panorama 1
panorama 2
panorama 3
panorama 4
Poi ci sono loro
tristamit
che potrebbero sembrare corvi, ma non lo sono: si chiamano tristamit e vivono solo qui. Invece del becco, hanno arancione le punte delle ali. E poi c’è lui
soldato
che anche se non sembra, ci sta proteggendo. In Israele c’è sempre vicino a te qualcuno che ti sta proteggendo, anche se il più delle volte non te ne accorgi affatto.

barbara

Annunci

  1. Militarmente deficienti. Mettersi contro la superpotenza dell’epoca e combatterla asserragliandosi in una caverna con mogli e figli al seguito. Forse solo Pirro dell’Epiro o Serse di Persia sarebbero riusciti a fare di meglio.

    Mi piace

  2. Ho visitato Masada lo scorso anno ad aprile ed ascoltato già allora la sua storia da una guida preparatissima! Rileggerla e rivedere le mie foto lì fatte (comprese le panoramiche!) mi ha ridato la stessa intensa emozione… GRAZIE!!!

    Mi piace

  3. Pingback: LE GRANDI EMOZIONI | ilblogdibarbara

  4. Eh, si Barbara come sempre merita largamente un sentito..Grazie! Lavoro corposo.
    Ci ha regalato delle emozioni con la documentazione su’ di una Carmen messa in scena
    in un luogo particolare, ricco di antica storia e raramente ripetibile .
    Ma..non si è limitata a solo questo! L’ Articolo importante.Foto..ed il…qui…lungo ed importante riassunto
    della storia antica del popolo ebraico.

    Mi piace

  5. Pingback: ISRAELE NOVE (8) | ilblogdibarbara

  6. Pingback: UNA PALMA DI NOME MATUSALEMME (12/4) | ilblogdibarbara

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...