SI PUÒ DIRE “BALDRACCA EBREA”?

Si può dire “baldracca ebrea” senza essere antisemiti? Io direi di sì: se una signora si trova ad essere contemporaneamente ebrea e baldracca, ed esercita la propria baldracchitudine proprio in qualità di ebrea, direi che è pienamente legittimo dirlo. Se poi della suddetta signora si pretende anche di fare un santino, una donna “coraggiosamente controcorrente”, un’intellettuale dal pensiero profondo da citare a destra e a manca, allora dimostrarne e documentarne la baldracchitudine e farla il più possibile conoscere è un vero e proprio dovere morale e io, credo che questo sia noto, ai miei doveri non mi sottraggo mai. E per documentare quanto sopra detto, nessuno – come spesso accade – meglio di Ugo Volli in una sua recente cartolina pubblicata su Informazione Corretta.

Il santino della Arendt, no!

Cari amici,
lo sfruttamento della memoria della Shoà contro Israele è ormai un classico, ci hanno provato con Primo Levi attribuendogli parole che non aveva mai scritto, l’hanno rifatto con infiniti assurdi paragoni fra Auschwitz e Gaza, fra la stella di Davide che campeggia nella bandiera ebraica e la svastica, parodiando la celebre fotografia che ritrae un bambino ebreo minacciato con un fucile da un soldato nazista, mettendo elmetti e divise naziste ai leader di Israele, magari disegnando una vignetta in cui la faccia di una nota ebrea appaia deformata come un mostro con tratti razzisti e sull’abito compaiano appaiati una stella di Davide e un fascio littorio… insomma questo paragone insultante viene propagandato  in mille modi.
Se riescono nell’impresa paradossale e violentissima di saldare l’immagine di Israele a quella del nazismo, gli antisemiti ottengono almeno due vantaggi evidenti: da un lato dirottano la solidarietà per le vittime della Shoà agli arabi nemici di Israele  (e l’operazione non è danneggiata dal fatto ben noto che questi abbiano avuto complicità con la Shoà stessa settant’anni fa e oggi esibiscano spesso e volentieri simboli nazisti, inneggino a Hitler e diffondano “Mein Kampf”). Dall’altro scusano la Shoà stessa e diminuiscono la responsabilità dei popoli europei che in larga maggioranza la realizzarono la favorirono, o almeno non vi si opposero.
Naturalmente non occorre pensare che vi sia una centrale propagandistica e una strategia precisa; basta pensare a un luogo comune che si diffonde, un umore anti-israeliano e dunque antisemita che vi si esprime; una di quelle forme espressive che passano quasi inavvertite e tradiscono però un modo di pensare, come quando si fa uso di stereotipi razzisti.  Ora questo gesto comunicativo ha trovato la sua realizzazione più sofisticata in un film – tanto sofisticata da riuscire nell’impresa che il film fosse proiettato in occasione della Giornata della Memoria e fosse accolto bene da un pubblico che non vuole certo considerarsi antisemita. Alludo naturalmente al film su Hannah Arendt della von Trotta.
Non intendo discutere qui del film come opera, dei suoi meriti estetici e della sua semplificazione contenutistica. Per evitare di fare una polemica personale, mi limito a citare un brano dalla critica di una delle più accreditate riviste ebraiche americane online: “Nella sequenza più strana, quasi surreale, del film, Arendt viene fermata su un vicolo deserto da un trio di agenti del Mossad. Essi cercano di intimidirla riguardo alla pubblicazione del suo libro “La banalità del male”, insistendo sulla sua potenziale nocività. “Volete bruciare i libri,” Arendt li canzona “e mi fate lezione.” Il riferimento è chiaro e voluto: gli israeliani sono i nuovi nazisti, capaci di chiedere acquiescenza dai loro nemici con la forza. La sequenza fa eco alla prima scena di “Hannah Arendt”, in cui Eichmann viene rapito da una simile strada deserta in Argentina. Sono Arendt e Eichmann entrambi vittime della stessa spinta alla violenza? Come Arendt, il film sembra confondere nazisti ed ebrei, assassini e vittime, così a fondo che non sa su quale lato situarsi. Questo è, a dir poco, profondamente inquietante. Il trionfo intellettuale della Arendt sembra richiedere l’immolazione retorica di tutti i rivali, compreso lo Stato di Israele.” (http://mosaicmagazine.com/picks/2013/06/idolizing-hannah-arendt/) La confusione fra vittime e assassini del resto è una specialità della Von Trotta, per esempio nel suo film più fortunato (“Anni di piombo”), in cui la simpatia per i terroristi era travolgente…
Ma, ripeto, non voglio parlare qui del film; meglio affrontare direttamente Hannah Arendt, perché la confusione qui viene direttamente da lei. Dopo un amore clandestino con Heidegger, che non smetterà mai di ammirare, e dopo una tesi di dottorato con Jaspers, Arendt scappa in Francia, dove lavora un po’ come segretaria in organizzazioni di soccorso sioniste. Questa vicinanza al sionismo viene meno dopo una fuga tutto sommato abbastanza facile in America. A partire dai primi anni Quaranta, Arendt si costruisce una carriera giornalistica a New York sulla base del suo antisionismo. Accusa i sionisti di essere troppo morbidi con gli inglesi, di fare compromessi coi nazisti per tirar fuori gli ebrei dalla Germania, di volere uno stato ebraico. Nella polemica trascende spesso e scrive cose che oggi troviamo solo in bocca ai nemici più violenti del popolo ebraico. Sostiene che la rivolta del Ghetto di Varsavia inizia contro la polizia ebraica, che i sionisti imbrogliano il popolo ebraico, che per certi versi sono come i nazisti. Tratta da fascisti i comitati del sionismo revisionista per la costituzione di quella che poi sarà la Brigata Ebraica, e afferma che i “sionisti generali” come li chiama, non sono affatto diversi da loro. Li accusa in particolare di prendersela inutilmente con gli arabi, di non volere la pace, di aspirare per una sorta di follia al suicidio collettivo del popolo ebraico. Le sue previsioni politiche sono tutte sbagliate, ma affermate con un’alterigia e una violenza che spaventano e indignano tutti i suoi amici. Si schiera pubblicamente contro la fondazione dello stato di Israele, fa propaganda in questo senso appoggia i tentativi di sostituirlo con un protettorato dell’Onu. Afferma trionfante che gli americani hanno capito che in verità non c’è stata colpa della Germania o del popolo tedesco, ma solo di Hitler. Nel ’48 se la prende con Ben Gurion affermando che abbia scelto l’Urss contro l’America, il che è assai bizzarro; ma altrove dice che l’Unione Sovietica è la sola ad aver abolito l’antisemitismo senza perseguitare gli ebrei, naturalmente alla vigilia delle epurazioni antisemite di Stalin. Insomma le sue tesi sul processo Eichmann sono semplicemente la conseguenza di un punto di vista anti-israeliano e antisionista molto estremo, che ha già ripetutamente espresso per tutto il corso degli anni Quaranta e Cinquanta.
Le tesi principali sul processo, che sono illustrate dal film, sono due, entrambe insostenibili. La prima è quella che si usa chiamare “banalità del male”, che non è altro se non l’accettazione alla lettera della difesa standard dei criminali nazisti (e di tutti i genocidi dopo di loro, in Ruanda, in Bosnia, dappertutto): non siamo colpevoli perché abbiamo ubbidito agli ordini. Questo palesemente non è vero. Eichmann faceva parte di un’élite che fece con competenza, entusiasmo e ferocia la sua parte. Il loro odio contro gli ebrei era antico e si era indurito in mille azioni squadristiche: nessuno li obbligava ad essere dov’erano e a comportarsi come fecero. Essi erano entusiasti e spesso andarono ben oltre il loro dovere sindacale. Ci sono parecchi testi in cui questi assassini parlano senza il contesto di un processo: interviste, conversazioni in carcere e così via. In tutti si vantano della loro azione, come le loro vittime lamentano la ferocia barbara del loro comportamento. Definire “banale” questi boia è un  insulto non solo alle vittime, ma anche alla verità e all’intelligenza, e non è comunque una tesi innocente. Infatti essa viene sviluppata nell’idea che i colpevoli della Shoà fossero tali (o in fondo fossero innocenti in quanto incapaci di intendere e di volere), perché “non pensavano”. Ora questa tesi lascia fuori dall’ambito della responsabilità non solo tali pretesi automi, ma anche gli intellettuali del nazismo, giuristi come Carl Schmitt, scrittori come Céline, poeti come Pound e mille altri fra cui in prima fila Heidegger, che era stato l’amante di Arendt e lei sempre difese. Al di là degli aspetti personali, la tesi rappresenta il nazismo come qualcosa di estraneo alle dinamiche storiche e di pensiero della Germania e dell’Europa, ne fa un’eccezione, lo rende inspiegabile. Del resto era ciò che la stessa Arendt aveva sostenuto nel brano che ho già citato: solo Hitler era il colpevole. O, aggiungo io, neppure lui, prontamente coperto dall’attenuante di una comoda follia.
Nessun colpevole, dunque? No, qui interviene la seconda tesi di Arendt, la più ignobile. Colpevoli sono stati gli ebrei. Già, perché invece di dissolversi in una totale disorganizzazione, seguirono la loro antica esperienza storica, accettarono di costituire delle dirigenze anche sotto l’assalto nazista (che peraltro le richiedeva o se non c’erano, le costituiva d’autorità). Come ha spiegato in un libro breve ma importante lo storico Yerushalmi, gli ebrei nei secoli hanno sempre cercato di reggere le persecuzioni negoziando col potere, accettando i suoi ricatti di denaro, piegandosi ben oltre la dignità fino al limite della propria identità, rifiutando solo di tradire la propria identità religiosa e collettiva. Si comportarono così anche le persone che nell’immane tragedia della Shoà si trovarono a reggere delle comunità. Alcuni impazzirono fino a fare i piccoli tiranni, altri cercarono dei profitti personali, non c’è dubbio. Ma erano una minoranza. I più cercarono di fare il possibile per salvare delle vite, per protrarre la sopravvivenza, talvolta per ribellarsi. Molti si uccisero, prima o poi. Arendt, che assolve Eichmann, per mancanza di pensiero, se la prende con le sue vittime, che invece secondo lei che pensava comodamente nel suo studio dalle parti di New York, avevano il torto di voler fare dei compromessi con lo stesso Eichmann. Come i sionisti, altra bestia nera della Arendt. Mi è difficile stare calmo pensando a questa signora presuntuosa, che non capisce nulla di politica e di umanità ma pretende di insegnarla, resta amica per tutto la vita di Heidegger e condanna sdegnosa le vittime dei campi, i membri dei consigli ebraici e anche gli altri che li accettavano. Quando qualcuno le chiese se non sentiva un minimo di solidarietà coi suoi fratelli, diede una risposta di agghiacciante altezzosità: io non amo in particolare nessun popolo (o proprio nessuno, la parola è people), non vedo perché dovrei trovare simpatia per il popolo ebraico (o per gli ebrei: Jewish people).
La Arendt è una giornalista confusa e pasticciona, sommamente ideologica, ma di un’ideologia bizzarra e fumosa, che non è né comunista né liberale, né socialista né democratica, ma vagamente cooperativa e federale. E’ diventata famosa per via di un paio di libri (quello sul totalitarismo e quello sulla “condizione umana”) che riprendevano tesi altrui, per esempio di Strauss, con infinita arroganza. Non si è detta filosofa ma teorica della politica; in verità non è stata una cosa né l’altra. Tutto ciò è scusabile, la sua carriera non ha né più né meno valore di quella di tanti intellettuali di successo. Ma per favore non facciamone un santino, non presentiamola come una che resiste a chissà quali pressioni. I suoi amici che le tolsero il saluto in seguito all’operazione pubblicitaria di presentare il processo ad Eichmann come un processo di stato staliniano (fra l’altro, mi dicono, avendo seguito assai poco le udienze), non le fecero del male, lo subirono. Se oggi c’è la Giornata della Memoria e se si ricorda la Shoà come quell’abominio che fu, il merito non è degli storici o del processo di Norimberga, che non si incentrava su questo, ma della grande analisi, del lavoro di liberazione della memoria voluto da Ben Gurion. Contro cui Arendt esercitò liberamente tutta la sua opposizione  e il suo sarcasmo. Farne oggi un’icona della memoria ebraica è veramente troppo.

Ecco: un’ebrea che si fa sbattere da un nazista e poi col culo al caldo si permette di giudicare chi del nazismo fu vittima, va chiamata con nome e cognome: baldracca ebrea.

barbara

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