ACH, VOI POVERI GIOVANI CHE NON AVETE CONOSCIUTO GLI ANNI SESSANTA!


(e lo ballavamo proprio così) (come Jagger, intendo, non come la statua di sale tanto tanto stupefatta…)


(ma dove la trovate oggi una voce così?)


(e questa voce da brividi alla schiena?)

Vabbè, noi ci vediamo fra una dozzina di giorni. Fate i bravi, mi raccomando.
PS: pare che la mia gamba destra, dopo quattro mesi abbondanti, abbia cominciato a risvegliarsi dal coma: in alcuni punti, quando la tocco, mi sente.

barbara

 

 

NON DITELO AGLI ANIMALISTI!

Una notizia straordinaria sul fronte dell’Alzheimer: all’Università di Tel Aviv il team della professoressa Ilana Gozes ha individuato una proteina che è naturalmente preposta alla protezione delle cellule cerebrali. Il suo utilizzo medico per la protezione delle funzioni cognitive, non solo le difende dal degrado, ma è in grado di RIPRISTINARE tali funzioni. Per ora siamo ancora ai topi ma questa ricerca ha tutti gli aspetti di una breccia nei misteri che avvolgono la terribile malattia. (qui l’articolo completo).
illana-gozes
Ecco, ora, se lo vengono a sapere gli animalisti, cercheranno come al solito di boicottare la ricerca (non fatevi illusioni: i topi sono infinitamente più importanti, più preziosi, più sacri dei vostri nonni). Parleranno, come al solito – e come sempre del tutto a sproposito – di vivisezione, terribile parola che evoca sangue, cervelli scoperchiati, pance aperte con le budella in mostra, tubi e cavi peggio di una centralina infilati da tutte le parti, tutta la solita paccottiglia di fotomontaggi splatter con cui vogliono colpirci al cuore e impedirci di ragionare. E, soprattutto, cercheranno di convincerci che tutte queste sperimentazioni sono del tutto inutili, peggio: dannose (giuro, l’ho letto: c’è un sacco di gente che muore per colpa delle sperimentazioni animali mentre potrebbero salvarsi con le cure “vere”. Magari quelle di Vannoni, chissà). Intendiamoci, non è che io auguri a tutta questa bella gente di beccarsi qualcuna di quelle malattie che si guariscono con cure sperimentate sugli animali e che loro sicuramente, per coerenza, non cureranno, morendo così con aspri duoli peggio di Bertoldo. Ma se dovesse capitare, non ci si aspetti che io mi commuova.
E, come sempre, FORZA ISRAELE!

(Poi vai a leggere questo. E non azzardarti a non farlo)

barbara

28 MAGGIO 1974

Il centro di Brescia è quasi deserto. Contro il cielo basso, gravido di pioggia, l’alta copertura bombata di lamine grigio-azzurre del palazzo rinascimentale della Loggia pare lo scafo di un’arca capovolta che prenda il largo nel mare di nuvole. La luce stenta a farsi strada. I netturbini si muovono pigri lungo i portici. Un leggero rumore metallico echeggia nel silenzio, mentre svuotano i cestini della spazzatura attaccati alle colonne. Il grande orologio astronomico della torre che domina il lato orientale della piazza rettangolare non segna ancora le sette quando ripuliscono l’ultimo, proprio sotto il quadrante istoriato, accanto alla fontanella di marmo dalla faccia leonina. Il furgone si allontana fra i rari passanti, il motore tossicchia mescolandosi allo sferragliare delle prime saracinesche. Una mattina come tante altre, solo un po’ troppo fredda, per essere primavera inoltrata.
Sui muri di pietra chiara, da alcuni giorni i manifesti invitano i cittadini alla mobilitazione, in concomitanza con lo sciopero generale di quattro ore indetto dai sindacati.
appello
Verso le otto e mezzo la piazza comincia a brulicare di vita. Per primi arrivano gli operai incaricati di montare il palco per gli oratori. Se la cavano in meno di un’ora, vogliono finire prima che cominci a piovere. Quando hanno completato il lavoro, alcuni poliziotti si avvicinano per ispezionare la struttura. Guardano sotto la pedana di legno, dietro i panneggi del fondale. Controlli di routine. Tutto a posto. Non hanno avuto l’ordine di ispezionare a fondo la piazza, nessuna misura di sicurezza eccezionale. Per la Questura, oggi è un giorno come tanti altri.
Eppure, solo pochi giorni prima, il 21 maggio, alla redazione del «Giornale di Brescia» è arrivato un volantino che fa venire i brividi:

LE PATTUGLIE DI GUERRIGLIA SONO PRONTE, LE BOMBE E I MITRA FARANNO SENTIRE LA LORO VOCE. OGNI LAMPIONE AVRÀ IL SUO IMPICCATO ED I ROSSI AVRANNO LA LEZIONE CHE SI MERITANO . . . ENTRO IL MESE DI MAGGIO, GRAVI ATTENTATI SARANNO POSTI IN AZIONE. AL FINE DI EVITARE MORTI INNOCENTI LA POPOLAZIONE CIVILE EVITI DI TRANSITARE PRESSO LE SEDI DEI PARTITI COMUNISTA, SOCIALISTA E TUTTE LE FOGNE IN CUI HANNO SEDE I GRUPPUSCOLI ROSSI IN GENERE. LA POPOLAZIONE CIVILE EVITI I VIAGGI IN TRENO SULLA LINEA MILANO-BRESCIA PERCHÉ È NOSTRA INTENZIONE INIZIARE LO SMANTELLAMENTO DEI COLLEGAMENTI FERROVIARI.

I treni sono una sorta di simbolo della strategia del terrore neofascista, sin dai suoi primi vagiti. Al principio di agosto del 1969, nel giro di due giorni, la cellula padovana di Ordine nuovo, coordinata da Franco Freda e Giovanni Ventura, aveva piazzato ben otto bombe su diversi treni. Altre due erano state rinvenute, inesplose, nelle stazioni di Milano e di Venezia. Il bilancio, per fortuna, fu di soli dodici feriti. Venne poi l’attentato alla stazione di Gioia Tauro, nel 1970, in concomitanza coi moti di protesta capitanati dai neofascisti a Reggio Calabria. Un gruppo legato a Ordine nuovo tornò a prendere di mira i treni nell’aprile del 1973. La minaccia, dunque, merita d’essere presa sul serio.

DATO CHE LA POLIZIA E I CARABINIERI CONTINUANO IMPERTERRITI A PROTEGGERE I ROSSI, SI EVITI DI TRANSITARE VICINO ALLE CASERME E AI COMANDI DI TALI FORZE. LE MACCHINE DI TALI FORZE POTRANNO ESSERE IN OGNI LUOGO SOGGETTE A TIRI DI ARMI AUTOMATICHE.

Firmato: Partito nazionale fascista, sezione «Silvio Ferrari». Nonostante la preghiera di dare diffusione all’ultimatum, il quotidiano («foglio che consideriamo il solo informatore», precisa l’anonimo autore, non come «il bugiardo “Bresciaoggi” servo dei rossi»), d’intesa con la Prefettura, non ha ritenuto di darne notizia, per non creare ulteriore allarme nella popolazione. Più sorprendente, non sono stati allertati nemmeno i rappresentanti del Comitato unitario antifascista, promotore della manifestazione del 28 maggio, né i leader sindacali che hanno indetto per quella stessa mattina lo sciopero generale, sebbene le minacce siano indirizzare in primo luogo ai «rossi». Nemmeno gli agenti in servizio, né i colleghi dell’Arma presenti in piazza, gli altri obiettivi designati, sono informati di nulla.
Eppure, la manifestazione è stata indetta proprio contro l’escalation di violenze di matrice neofascista («fascista», dicono tutti all’epoca, a sottolineare, nel bene o nel male a seconda di chi parla, la continuità ideale con il Ventennio) che ha colpito la città. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata per l’appunto la morte di Silvio Ferrari, il giovane terrorista di destra (appena ventuno anni) cui è intitolata la sezione di un redivivo Pnf. Nel cuore della notte del 19 maggio, sostando sulla propria Vespa in via Mercato, una strada del centro non lontana dalla Loggia, Ferrari è rimasto ucciso dalla carica di tritolo che trasportava sul pianale, scoppiata, evidentemente, prima del previsto; attorno al cadavere, volantini bruciacchiati firmati «Anno Zero», una nuova sigla della destra radicale. Non si sa per certo dove fosse destinata la bomba (qualcuno parla della sede locale del «Corriere della Sera») né si riesce a stabilire nell’immediato se si tratti di un incidente, oppure se qualcuno dei suoi complici abbia manomesso la bomba per uccidere il giovane.
Per onorare le esequie, i camerati di Anno Zero mandano una bizzarra corona funebre: un’ascia bipenne – il simbolo del gruppo neonazista Ordine nuovo – di fiori bianchi, a ribadire il legame con l’ala più dura dell’estrema destra. Il giorno dei funerali Brescia è scossa dai disordini, gli extraparlamentari di sinistra danno addosso ai camerati, e questi incolpano i «rossi» dell’assassinio di Silvio (visto che il terrorista è stato ucciso dalla propria bomba, per allontanare i sospetti dai suoi sodali comincia a circolare, già nel volantino di minacce del 21, la voce che l’ordigno fosse nascosto nel bauletto, anziché appoggiato sul pianale tra le gambe del ragazzo). Cinque neofascisti veronesi vengono arrestati per aver provocato incidenti. La tensione è alle stelle, quando, il 22 maggio, il Comitato antifascista d’intesa con i sindacati decide di indire una manifestazione per ribadire il rifiuto della violenza da parte della cittadinanza.
Nessuna precauzione speciale, nessun segnale di allerta, anche se la minaccia viene reiterata il giorno prima della manifestazione. La sera del 27 viene spedito alla Questura, al «Giornale di Brescia» e, questa volta, anche a «Bresciaoggi» un secondo volantino, firmato «Ordine Nero – Gruppo Anno Zero – Brixien Gau», che suona come una sezione locale («Brixia» era il nome latino di Brescia) del gruppo cui apparteneva Silvio Ferrari, «vittima inconsapevole delle trame rosse», scrivono. Nuove minacce di ritorsioni per la sua morte e un disperato tentativo di annacquare la matrice nera, evidentissima, del mancato attentato del 19 maggio.

NOI EREDI DI UN GLORIOSO PASSATO, NATI UOMINI E NON DECISI A MORIRE SCHIAVI, AVENDO VALIDI MOTIVI PER CREDERE CHE TUTTE LE AZIONI IMPERNIATE SULLE PISTE NERE ALTRO NON SIANO CHE ABILISSIMI MOVIMENTI DELLA PEGGIOR CANAGLIA COMUNISTA, AL CUI SERVIZIO SI SONO POSTI I PEGGIORI DELINQUENTI COMUNI IN COMBUTTA CON POLIZIA E GIUDICI, PER SCREDITARE L’UNICA PARTE SANA DI UN POPOLO, ABBIAMO DECISO DI SOSTITUIRCI AD ESSI, A TUTELA DELLA NOSTRA ITALIA FASCISTA… LA SENTENZA È DA OGGI ESEGUIBILE.

A Brescia e provincia le violenze di marca neofascista sono andate in crescendo.
[…]
Le divise scure degli agenti di pubblica sicurezza e dei carabinieri si materializzano sotto le volte dei portici, presso la Torre dell’Orologio. Sono meno del solito, stamattina. Gli ufficiali dell’Arma locale sono in gita a Mantova, dovevano andarci il sabato precedente, ma l’escursione è stata posticipata al 28. A presidiare la postazione è rimasto solo il tenente Ferrari con una manciata di uomini e i soliti immancabili agenti in borghese, che ormai tutti conoscono benissimo. Quando la pioggia si intensifica, i carabinieri liberano lo spazio sotto i portici per dare modo ai manifestanti senza ombrello di ripararsi.
Gli ultimi cortei sono confluiti in piazza. Si contano circa 2500 persone: un successo, considerato il tempo inclemente. Alle dieci in punto Franco Castrezzati sale sul palco e prende la parola a nome del sindacato unitario.  […] Approccia la folla con la grinta del tribuno di razza, anche se non ha praticamente chiuso occhio: dopo aver lavorato fino a tardi, s’è svegliato alle quattro del mattino per stendere gli appunti dell’intervento che si accinge a pronunciare. La voce possente riverbera dagli altoparlanti, la piazza si tace:

«Amici e compagni, lavoratori, studenti, siamo in piazza perché in questi ultimi tempi una serie di attentati di marca fascista ha posto la nostra città e la nostra provincia all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. E le preoccupazioni sono tanto più acute ove si tenga conto che la macchina difensiva delle istituzioni democratiche della Repubblica si è messa in moto solo dopo che alcune fortuite circostanze hanno rivelato l’esistenza di una organizzazione eversiva ampiamente finanziata e dotata di mezzi micidiali sufficienti comunque a creare terrore e sbandamento».

I giornali cittadini, Castrezzati lo sa bene, da settimane non parlano d’altro che del Mar, Movimento d’azione rivoluzionaria, un’organizzazione eversiva venuta alla luce con l’arresto di due giovani «neri», Kim Borromeo e Giorgio Spedini, intercettati da un posto di blocco dei carabinieri mentre trasportavano cinquantasette chili di esplosivo su una stradina statale in provincia di Brescia. Il fatto desta scalpore perché Borromeo risulta essere uno dei ragazzi già arrestati per l’attentato al Psi del febbraio 1973, ma tornati subito in libertà, perché non furono nemmeno incriminati per detenzione e trasporto illegale di esplosivi: a proposito di indulgenza e impunità. l due ragazzi fanno parte della fitta rete di neofascisti che fa capo all’ex partigiano Carlo Fumagalli. Anticomunista di ferro, questi non ha esitato ad arruolare gli epigoni del vecchio nemico per attuare il proprio piano: una serie di attentati destinati a culminare in un focolaio insurrezionale in Valtellina, per spingere la classe politica verso una svolta autoritaria che mettesse in sicurezza il Paese rispetto all’avanzata delle sinistre.

Redento è al centro di piazza Loggia col suo drappello ad ascoltare il comizio, quando un compagno attira la sua attenzione verso l’assembramento ai piedi della Torre dell’Orologio:
– Guarda, c’è un «gambaletto», – cioè un fascista, – gli dice, – lo conosco, lavora all’Eni -. Presenza insolita, puzza di provocazione. Redento punta dritto verso il tipo. Riesce a tenerlo d’occhio facilmente perché porta una giacca sahariana e dei pantaloni color carota, strani persino per la moda degli anni Settanta. Ma quando arriva nelle vicinanze lo perde di vista per via della folla. Controlla che non abbia lasciato una bomba carta o qualcosa di peggio nei pressi del luogo dove l’ha avvistato. Guarda nella piccola vasca di marmo della fontana, dietro la colonna, sui gradini dei negozi. Verifica persino se le grate dei tombini siano state smosse. Niente. Il cestino dei rifiuti non lo controlla. Perché non lo vede. È già completamente nascosto dai manifestanti. Resta ad ascoltare il comizio nei pressi della fontana, accanto a due vecchi operai in pensione.

«Il drammatico episodio di piazza Mercato ha imposto un colpo di acceleratore alle trame nere. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano già legati alla Repubblica di Salò… Si scopre così un fortino alle porte della città, una sorta di campo di addestramento messo a disposizione dall’ingegnere di Collebeato ufficialmente povero in canna, ma in realtà accasato in una villa principesca. Vengono pure alla luce bombe, armi, tritolo, esplosivi di ogni genere, perfino cannoncini anche se rudimentali».

L’ingegnere di Collebeato, un paesino a pochi chilometri da Brescia, si chiama Ezio Tartaglia, un reduce di Salò con la mania di collezionare armi. È uscito dal Msi deluso dal grigio moderatismo dei dirigenti e da tempo si dedica a addestrare nel suo castelletto i più irrequieti tra i giovani camerati, infiammandoli con grandiosi progetti di rivalsa. […]
Dopo le vicende locali, Castrezzati passa a enumerare lo stillicidio di violenze che hanno sconvolto l’opinione pubblica nazionale, da piazza Fontana in poi.

Mentre l’atto d’accusa tocca il culmine, una signora sulla cinquantina, stretta nel suo impermeabile, si affretta lungo vicolo Beccaria, dietro la Torre dell’Orologio. La manifestazione non le interessa, i comizi nemmeno, è appena uscita dalla banca in piazza Duomo e corre verso un altro appuntamento. Oh no, ormai è tutto pieno, pensa, quando sbuca in piazza Loggia. Prova a farsi largo tra i manifestanti accalcati sotto il portico. Supera la cartoleria Zanelli, arriva davanti alle vetrine di Tadini e Verza, lo storico negozio di tessuti, vicino alla fontana.
– Hai pronta la bomba? – dice una voce maschile, giovane.
Quando sente questa frase la donna, pur nella fretta, si blocca. Si gira. A parlare è stato un ragazzo a poca distanza da lei, capelli castano chiaro, molto corti, jeans e camicia azzurra. Dimostra sì e no vent’anni. Un tipo fine, distinto: il classico studente di buona famiglia. Parla con un altro giovane che però la signora non riesce a vedere. Pronuncia la frase con tale tranquillità che la donna si convince di aver frainteso. Sarà solo un modo di dire, magari parlano di macchine. O di ragazze. Prosegue fendendo decisa la folla, perché si sta facendo tardi. Ragazzi giovani, giovanissimi. Come Silvio Ferrari, come le reclute di Fumagalli, come gran parte della manovalanza nera. Castrezzati sta parlando proprio di loro.

«All’insegna del nazionalismo e del razzismo la Repubblica di Salò ha intruppato nelle Brigate Nere giovani, spesso ancora adolescenti, inviandoli alla carneficina mentre deliranti e farneticanti urlavano slogan insensati. .. a pagare per le colpe, i crimini e i misfatti del fascismo erano normalmente i meno responsabili. Gli stracci, così venivano definiti. E a me sembra che la storia si ripeta, e cioè che anche oggi non si scavi in profondità, non si affondi il bisturi risanatore fino alla radice del male».
[…]
Manlio e Livia si affrettano nella ressa di piazza Loggia tenendosi per mano, mentre Castrezzati si infervora sempre più. Hanno individuato gli amici, posizionati al coperto nei pressi della fontanella, davanti alla colonna col cestino dei rifiuti. Alberto alto, il bel sorriso aperto, il braccio attorno alle spalle di Clem. Mentre camminano verso di loro, un compagno blocca Manlio per chiedergli qualcosa. Lascia la mano di Livia. – Vai avanti, ti raggiungo tra un attimo, – dice. La testa di lei, piccolina, si perde tra gli ombrelli.

«Oggi ancora si insiste su questa strada profittando dell’inesperienza, ed è così che i mandanti, i finanziatori dell’eversione possono seminare distruzione e morte senza scoprirsi, possono camuffare le loro trame con tinte diverse da quella nera, come è avvenuto per l’attentato di piazza Fontana».
[…]

Prima di andare dal Piero, Livia e Manlio si erano fermati un momento dalla mamma di lei, che abita al piano di sopra, perché la sapevano un po’ in apprensione,  «non temete che domani possa succedere qualcosa?» ma loro l’avevano tranquillizzata. Figurarsi! Nella loro piazza, casa comune, non può succedere nulla di male.
La voce di Castrezzati si trasforma in un ruggito:

«La nostra Costituzione, voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito fascista. Eppure il Movimento sociale italiano vive e vegeta. Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della Repubblica sociale italiana ordiva fucilazioni e spietate repressioni, oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale».

Manlio si è liberato. Alza gli occhi, vede il suo gruppetto, Alberto si è spostato avanti, Clem copre appena Lucia. Piero. Giulietta. Livia. Incrocia lo sguardo della moglie mentre Castrezzati prende un respiro e dopo una pausa drammatica, riprende

«A Milano…»

Occhi negli occhi, lei gli fa un cenno con la mano.
Proprio allora, la bomba esplode.
(Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, pp. 35-51)

Manlio-Livia
Manlio accanto al corpo di Livia. Sta chiedendo aiuto per sollevarla, perché non si è accorto che è già morta

Arnaldo-Alberto
Arnaldo Trebeschi accanto al corpo del fratello Alberto. Sarà lui ad accogliere nella propria famiglia il piccolo Giorgio, figlio di Alberto e Clem, che i genitori solitamente portavano con sé alle manifestazioni ma che quel giorno, a causa del maltempo, avevano lasciato a casa per non rischiare che prendesse un malanno.

Giulietta Banzi Bazoli, anni 34
Giulietta-Banzi-BazoliLa foto del “dopo” ve la risparmio

Livia Bottardi Milani, anni 32
Livia-Bottardi-Milani

Clementina Calzari Trebeschi, anni 31
Clementina-Calzari-Trebeschi

Alberto Trebeschi, anni 37
Alberto Trebeschi

Euplo Natali, anni 69
Euplo-Natali

Luigi Pinto, anni 25
Luigi-Pinto

Bartolomeo Talenti, anni 56
Bartolomeo-Talenti

Vittorio Zambarda, anni 60
Vittorio-Zambarda

Poi, dopo anni, dopo lustri, dopo decenni di indagini effettuate, di documenti raccolti, di fatti accertati, di processi celebrati, viene sentenziato che non c’è nessun colpevole. E sul manifesto che invitava alla manifestazione, e che da allora è rimasto in Piazza della Loggia a perenne ricordo della strage perpetrata durante la manifestazione stessa, i cittadini di Brescia hanno apposto quest’altro cartello:
successo niente

E me lo ricordo, me lo ricordo bene quel giorno, camminavo per strada e piangevo, di strazio per le vittime, di rabbia impotente nei confronti di tanta efferata barbarie. E ancora più grandi diventano, e lo strazio e la rabbia impotente, alla lettura di questo libro, alla scoperta delle tante cose che non sapevo e che hanno fatto da sfondo a questa tragedia, che l’hanno favorita, e che hanno garantito l’impunità a tutti gli assassini.

barbara

IN RICORDO DI LUCIANO TAS

Che ci ha appena lasciati, propongo il suo fondamentale “21 domande, 21 risposte”. È lungo, ma non c’è bisogno che lo leggiate tutto subito. Piuttosto scaricatevelo, magari stampatelo, e imparatelo a memoria. Fate pure con calma.

1) Quasi duemila anni fa esisteva uno Stato ebraico in Palestina, ma poi ci hanno vissuto gli arabi, cioè i palestinesi. Dopo tanto tempo non hanno acquisito il diritto alla loro patria?
Gli arabi non hanno abitato a lungo in modo stabile la Palestina. Continuativamente, solo poco più di un secolo. Per quattro secoli, dal 1516 al 1918, la Palestina è stata una negletta provincia turca quasi disabitata, consegnata dall’incuria dei governi di Istanbul alla sabbia del deserto e alle paludi. La Palestina (meglio conosciuta in quei secoli come “provincia di Damasco” e comprendente l’attuale Israele, Cisgiordania, Giordania, Libano e parte della Siria) incomincia a essere “restaurata” solo a partire dalla seconda metà dell’800, quando i primi pionieri ebrei, giunti dall’Impero zarista, creano qualche occasione di lavoro, capace di attirare lavoratori di altre province turche, come la Siria, l’Iraq, l’attuale Giordania (creata artificialmente, a tavolino, solo nel 1921), lo stesso Egitto. Maggiori occasioni lavorative si sviluppano tra la prima e la seconda guerra mondiale, sia per l’occupazione britannica che per le fatiche dei contadini ebrei, con i loro aranceti e le terre acquistate a caro prezzo dagli sceicchi arabi e strappate alla sabbia, e al conseguente indotto. Che oggi i palestinesi, cioè i pronipoti dei tanti lavoratori arabi giunti in Palestina un secolo fa, esistano e abbiano acquisito una coscienza nazionale, prima del tutto inesistente, è vero. Che abbiano diritto a un loro territorio e a un loro Stato autonomo oltre alla Giordania, dove più dei due terzi degli abitanti sono palestinesi, è ormai altrettanto accettato. Ma non è falsando la Storia che questi diritti diventano più sicuri.

2) Ma allora cos’è, di chi è la Palestina?
Come entità autonoma la Palestina (Peleshet) non è mai esistita, né sono mai esistite una lingua e una cultura palestinesi. I palestinesi, come i giordani, i siriani, i libanesi e gli iracheni (tutte entità nazionali inventate dopo la prima guerra mondiale, nel 1920) sono arabi, proprio come i giordani, i siriani e così via, e tali unicamente si considerano. Per quasi 1900 anni l’area designata con il nome greco-romano di Palestina (per far dimenticare il nome stesso di Giudea) non è stata una nazione e non ha avuto frontiere, ma solo confini amministrativi. Gli Arabi conquistano la Palestina soltanto nel 637 e vi regnano fino al 750, per 113 anni in totale. Poi vi si alternano Persiani, Turchi, Circassi, Bizantini, Curdi, e nel 1099 i Crociati cristiani, sconfitti nel 1187 da un condottiero curdo, il Saladino. Nel 1244 sono delle tribù alleate di Gengis Khan a occupare e a mettere a sacco la Palestina. Poco dopo arriveranno i Mongoli, cacciati nel 1516 dai Turchi che costituiranno l’Impero Ottomano, dalla Turchia ai paesi del Magreb, vale a dire lungo tutta la costa meridionale del Mediterraneo. I Turchi vi resteranno fino alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918. La decadenza e il degrado della Palestina la fa apparire una “landa desertica e paludosa (…) quasi disabitata” agli occhi di Edmondo De Amicis nella seconda metà dell’8OO, mentre nel 1867 Mark Twain scriveva che la Palestina era (una silenziosa e funerea estensione, una desolazione (…) Non abbiamo mai visto un essere umano sulla strada (…). Perfino gli ulivi e i cactus, quegli amici sicuri di un terreno incolto, hanno per lo più abbandonato il paese (…). La Palestina siede su sacchi di cenere, desolata e brutta…”. Gli unici insediamenti permanenti in Palestina – segnatamente a Gerusalemme e a Safed, sede ininterrotta quest’ultima di università religiose – sono stati quelli ebraici, a partire dalla fine del regno ebraico nel 70.

3) Perché gli ebrei dopo la seconda guerra mondiale hanno scelto di andare proprio in Palestina, dove già c’erano gli arabi?
Non si può dire che abbiano scelto. Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, il nazismo in Germania già perseguitava i suoi 500.000 cittadini ebrei. Le disperate richieste di quegli ebrei di essere accolti nei paesi democratici al fine di evitare quello che già si profilava chiaramente come il loro tragico destino, vennero respinte. Nel luglio 1938 i rappresentanti di trentuno paesi democratici s’incontrarono a Evian, in Francia, per decidere la risposta da dare agli ebrei tedeschi. Ebbene, nel corso di quella Conferenza, la risposta fu che nessuno poteva e voleva farsi carico di tanti profughi. Dal canto suo la Gran Bretagna, potenza mandataria della Palestina, venendo meno al solenne impegno assunto verso gli ebrei nel 1917 di creare una National Home ebraica in Palestina, nel 1939 chiudeva la porta proprio agli ebrei con il suo Libro Bianco, nel vano tentativo d’ingraziarsi gli arabi. E’ stata questa doppia chiusura a condannare a morte prima gli ebrei tedeschi e poi, via via che la Germania nazista occupava l’Europa, gli ebrei austriaci, cechi, polacchi, francesi, russi, italiani, e così via. Il costo per gli ebrei d’Europa, che contavano allora una popolazione di dieci milioni, fu di sei milioni di assassinati, inclusi un milione e mezzo di bambini. Appena finita la seconda guerra mondiale i 5/600.000 ebrei superstiti, in massima parte originari dell’Europa orientale, si trovarono senza più famiglia, senza amici, senza casa, senza poter rientrare nei loro paesi, dove l’antisemitismo divampava (in Polonia ci furono sanguinosi pogrom persino dopo la guerra, e nell’Unione Sovietica Stalin dava l’avvio a una feroce campagna antiebraica). Tra il 1945 e il 1948 nessun paese occidentale, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, volle accogliere neanche uno di quel mezzo milione di ebrei displaced persons, come venivano definiti dalla burocrazia alleata. La Palestina, malgrado la Gran Bretagna e il suo Libro Bianco, sempre in vigore anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non fu quindi una scelta, ma l’unica speranza, legata al sogno, all’utopia sionista, cioè quella del “ritorno” a una patria, all’antica patria, il sogno di Teodoro Herzl. Una patria antica/moderna dove da tempo si era già formata una infrastruttura ebraica.

4) Gli arabi non hanno mai perseguitato gli ebrei. E perché poi gli arabi dovrebbero pagare per il fatto che gli ebrei sono stati sterminati dai nazisti?
Se il metro di misura dell’odio per gli ebrei è quello che nei secoli passati ha esercitato in Europa la Chiesa, con i suoi ghetti, i suoi roghi, i suoi pogrom, allora si può dire che gli arabi non hanno mai fatto nulla di simile, almeno nelle stesse dimensioni. Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica. Dopo il rifiuto arabo di accettare nel novembre 1947 la spartizione della residua Palestina – esclusa cioè la parte maggioritaria della Palestina diventata Giordania – in due Stati, uno arabo e uno ebraico, e dopo la nascita dello Stato d’Israele, il 15 maggio 1948, i dirigenti dei paesi arabi – Siria, Iraq, Giordania, Libano, Egitto – mossero i loro eserciti contro il nuovo Stato ebraico. L’aggressione fallì un anno dopo, ma i paesi arabi non vollero mai trarre le conclusioni dal loro fallimento. Per questo non vollero mai assorbire i 4/500.000 profughi arabi loro fratelli, in gran parte fatti da loro stessi fuggire dalla Palestina, quella rimasta dopo l’escissione della Giordania, e in parte costretti ad andarsene, spinti dagli eventi bellici. Preferirono tenerli confinati in campi, dove la loro sopravvivenza era assicurata dagli aiuti delle Nazioni Unite e tenendoli per due generazioni nell’ingrato ruolo di arma politica contro Israele. Nessun paese arabo, con la parziale eccezione del Regno giordano, volle accogliere e integrare i profughi palestinesi e qualche volta li espulse, come fece il Kuwait, appena liberato nel 1991 dall’occupazione irachena, una occupazione per la quale i lavoratori palestinesi in Kuwait avevano prematuramente e inopportunamente festeggiato. Nello stesso 1948 i paesi arabi avevano espulso o costretto a partire mezzo milione di ebrei, che trovarono pronto rifugio in Israele. Questi profughi dai paesi arabi misero a dura prova la capacità organizzativa ed economica dello Stato ebraico, ma alla fine la loro integrazione finì per essere compiuta.

5) A proposito del 29 novembre 1947, quando le Nazioni Unite assegnarono una parte della Palestina agli arabi e un’altra agli ebrei. Quella ebraica non fu forse sottratta agli arabi?
Quando l’ONU votò quella Risoluzione, da parte ebraica ci fu un’esplosione di entusiasmo, sia fra gli ebrei di Palestina che quelli della Diaspora. Uno Stato ebraico rappresentava per i primi la salvezza, per i secondi l’assicurazione sulla vita, un polo di riferimento, una garanzia. E si trattava di meno di un decimo della Palestina originale, di meno di un centesimo del mondo arabo. Lo stesso mondo arabo respinse invece con furore la spartizione di un lembo di Palestina, che sottraeva alla loro influenza un pur minuscolo, insignificante e poverissimo spazio. L’assegnazione agli ebrei di quel minuscolo spazio fu considerata dagli arabi una profonda ferita, un’offesa inaccettabile. Per questo i paesi arabi vicini – Libano, Siria, Iraq, Giordania, Egitto – con l’appoggio finanziario e militare di tutti gli altri più lontani, non vollero rispettare la Risoluzione dell’ONU e aggredirono lo Stato d’Israele, prima ancora che la mezzanotte del 14 maggio ne segnasse la nascita.

6) Israele ha occupato militarmente la Palestina, cacciandone i palestinesi nel ’48, nel ’49 e nel ’67. E ora non vuole farli tornare sulla loro terra, né restituire i territori occupati nel 1967.
Non è vero che Israele abbia espulso tutti gli arabi durante e dopo le guerre del 1948, ’49 e ’67. Altrimenti non si saprebbe spiegare come mai nello Stato ebraico vivano oggi oltre un milione di arabi di nazionalità israeliana, e come mai ne vivano un milione e mezzo in Cisgiordania. Secondo le stime dell’ONU, si può fissare in 4/500.000 gli arabi che lasciarono o furono cacciati dalla Palestina nel corso di quelle guerre. Una parte era fuggita dalla guerra, stimolata dagli appelli dei paesi arabi che si accingevano, secondo le loro intenzioni, a entrare in forza in Palestina e “buttare a mare gli ebrei”. In numerosi messaggi agli arabi di Palestina, diffusi dalle radio di Damasco e del Cairo, veniva assicurato che essi sarebbero ben resto ritornati alle loro case da vincitori, con tutto quello che questo significava: per il momento però la loro presenza avrebbe ostacolato le vittoriose operazioni di guerra. Un’altra parte venne effettivamente cacciata dagli ebrei nel corso delle opera-zioni belliche. E’ curioso osservare che il numero di arabi che in un modo o nell’altro lasciarono la Palestina, è uguale a quello degli ebrei espulsi o costretti a fuggire dai paesi arabi nel 1948, subito dopo la nascita dello Stato d’Israele, e che Israele assorbì allora con immense difficoltà. Dei territori occupati da Israele nel 1967, la Cisgiordania e la parte orientale di Gerusalemme facevano parte del Regno di Giordania, il Sinai dell’Egitto, e Gaza era occupata dall’Egitto ma non ne faceva parte, per cui agli abitanti venne sempre rifiutata la nazionalità egiziana. Si sa che il Sinai venne integralmente restituito all’Egitto quando nel settembre 1978 venne firmato a Camp David dal Premier israeliano Begin, dal Presidente egiziano Sadat, e con l’autorevole avallo del Presidente degli Stati Uniti Carter, il trattato di pace. Quanto alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est, la Giordania non volle più trattare la loro restituzione, preferendo girare il problema alle nascenti organizzazioni palestinesi che mai, nei decenni precedenti, avevano rivendicato una sovranità su quei territori: i palestinesi della Cisgiordania erano semplicemente cittadini giordani, come lo sono tuttora i palestinesi di Giordania, vale a dire i due terzi degli abitanti il Regno hascemita. Perché poi gli abitanti della Cisgiordania non abbiano mai rivendicato un loro Stato quando facevano parte della Giordania, e gli arabi di Gaza non abbiano fatto altrettanto durante l’occupazione egiziana, nessuno lo ha spiegato.

7) Ma Israele non ha voluto accogliere i profughi palestinesi
In seguito agli accordi di Oslo del 1993, il negoziato di pace tra Israele e Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, sembrava giunto a conclusione a metà del 2000: Israele aveva offerto ai palestinesi il 98% della Cisgiordania e naturalmente Gaza, con la possibilità di una strada extraterritoriale che unisse la prima alla seconda, e un settore orientale di Gerusalemme. L’offerta, avallata negli Stati Uniti dal Presidente Clinton, venne però respinta da Arafat, il quale volle aggiungere alle clausole di pace anche l’impegno d’Israele di prendersi – nel territorio d’Israele – quattro milioni, quattro milioni e mezzo di “profughi” palestinesi, quanti cioè sembravano essere diventati secondo i calcoli dell’OLP, i discendenti di quei 4/500.000 del 1948. Con una popolazione ebraica di cinque milioni, la pretesa diventava palesemente provocatoria, come ebbe a dichiarare senza mezzi termini lo stesso Presidente degli Stati Uniti ad Arafat. Facendo le debite proporzioni, come farebbe l’Italia, con tutta la buona volontà, ad assorbire 40, 45 milioni di immigrati nel suo territorio?

8) E’ stato Israele, e non i paesi arabi, ad avere incominciato la guerra del 1967, allo scopo di espandere il suo territorio. E’ falso. E bisogna fare un passo indietro. Nel 1955 l’Unione Sovietica decise di “cambiare cavallo”: dall’appoggio politico dato a Israele nel 1948, passò ad appoggiare, politicamente e militarmente, l’Egitto, fino a rompere pretestuosamente le relazioni diplomatiche con Israele. L’Egitto di Nasser voleva prendersi la rivincita della sconfitta subita nel 1948 e 1949, e incominciò ad ammassare nel Sinai truppe e mezzi corazzati forniti dall’URSS. Nel 1956 Israele prevenne l’attacco egiziano e travolgendo i mediocri mezzi motorizzati forniti dall’URSS, occupò tutto il Sinai, giungendo fino al Canale di Suez. Le pressioni e le garanzie americane persuasero pochi mesi dopo Israele a ritirarsi da tutti i territori egiziani occupati. A partire dai primi anni Sessanta l’Egitto ricominciò a preparare una seconda rivincita, con l’aiuto ormai tanto scoperto quanto massiccio, dell’Unione Sovietica, che mirava a sostituire l’influenza americana nella regione con ogni mezzo. I raid di terroristi palestinesi e di commando egiziani contro kibbuz israeliani si moltiplicavano, partendo dalle basi di Gaza. In perfetta sintonia si muovevano dal fronte opposto i siriani, i quali dalle alture del Golan sparavano con le loro artiglierie sui sottostanti insediamenti e kibbuz ebraici di Galilea. Dopo alcuni mesi di tensione, il 7 aprile 1967 artiglierie e carri armati siriani attaccano pesantemente villaggi ebraici di frontiera. Damasco fa alzare in volo i suoi caccia, ma quelli israeliani ne abbattono sei. L’umiliazione di Damasco è cocente. L’URSS riprende massicciamente i suoi rifornimenti di armi alla Siria e all’Egitto. Poi a maggio i suoi servizi segreti forniscono a siriani ed egiziani un’informazione falsa. Dicono cioè che Israele ha am-massato truppe e mezzi corazzati ai confini con la Siria. Il Segretario Generale dell’ONU, Sithu U Thant, smentisce: “I rapporti degli osservatori delle Nazioni Unite hanno confermato l’assenza di concentramenti di truppe o movimenti di truppe di qualche rilievo su ambo i lati della linea armistiziale “. Il 14 maggio è l’Egitto che fa sbarcare numerose unità oltre il Canale per rinforzare il suo già massiccio schieramento nel Sinai. Il 16 maggio il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser intima al comandante delle forze dell’ONU nel Sinai e a Gaza, generale Rikhye, di sgombrare le truppe presenti nel Sinai dal 1957, all’indomani del conflitto che aveva visto Israele arrivare al Canale di Suez. Poi Nasser proclama il 22 maggio il blocco dello Stretto di Tiran: nessuna nave, di nessuna nazionalità, che si rechi al porto di Eilat, in Israele, o che da Eilat parta, potrà più passare. Secondo il diritto internazionale è “atto di guerra”. Le dodici potenze marittime non onorano le garanzie che nel 1956 avevano offerto a Israele per la libertà di navigazione, e non mandano le loro navi da guerra a proteggere la libertà di navigazione. Il 30 maggio re Hussein di Giordania mette le sue truppe sotto il comando egiziano. Truppe egiziane, saudite, irachene affluiscono in Giordania. Truppe irachene, algerine e kuwaitiane raggiungono invece l’Egitto. Il 3 giugno il generale Murtaji, capo delle forze egiziane nel Sinai, dirama un ordine del giorno alle truppe, nel quale invoca “la Guerra Santa con cui voi ristabilirete i diritti degli arabi conculcati in Palestina e riconquisterete il suolo derubato della Palestina “. (Da notare che il generale parla di arabi e di Palestina, ma non di palestinesi, che nessun paese arabo nel 1967 conosceva e riconosceva, tanto è vero che quando la Cisgiordania era parte della Giordania non si sentiva neanche parlare di sovranità palestinese). Il 5 giugno 1967, all’alba, Israele risponde.

9) Perché gli ebrei, che hanno tanto sofferto per il nazismo, fanno ai palestinesi quello che i tedeschi hanno fatto a loro?
Ecco un esempio di “parole malate”. L’abuso di certi termini finisce per distruggerne il significato. I nazisti sono quelli che hanno scientificamente sterminato sei milioni di ebrei, tra cui un milione e mezzo di bambini, che hanno proditoriamente invaso e saccheggiato i paesi europei, devastato, bruciato, distrutto e ucciso e fatto uccidere milioni di persone. I nazisti si erano prefissi di distruggere non un nemico, che in realtà esisteva solo nella loro mente malata, ma tutto un popolo, quello ebraico, con accuse immaginarie e folli. Non si trattava dunque di un conflitto, come quello che contrappone israeliani e palestinesi, ma di un genocidio. La differenza non è piccola. Definire “nazisti” gli ebrei è quindi affermare il falso e commettere un’infamia. Se poi a dare una simile definizione sono degli europei, cui meglio converrebbe come minimo il silenzio per tutte le loro responsabilità, dirette e indirette, per le persecuzioni e lo sterminio degli ebrei, l’infamia diventa anche più abietta. L’occupazione israeliana di territori abitati da arabi non è stata sempre indolore. Nessuna occupazione militare lo è mai. Ma non è successo in Israele quello che è accaduto in Europa, dove decine di milioni di persone, dopo la seconda guerra mondiale, sono state cacciate dalla loro terra. In Israele vivono più di un milione di cittadini israeliani arabi con pieni diritti, e oltre due milioni di arabi vivono in Cisgiordania e a Gaza. Oggi nessuno in Europa, tedeschi, polacchi, italiani, rivendica la terra e le case abbandonate quando la guerra ha ridisegnato confini e proprietà, come normalmente accade quando dei paesi vincono una guerra e altri la perdono. Ma tutto in Europa ha finito per sistemarsi perché c’era la volontà generale di farlo e nessuno ha speculato sull’esodo forzato di milioni di persone.

10) Sionismo uguale a razzismo. All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove la maggioranza dei seggi appartiene ai paesi islamici e ai loro alleati, già una volta fu votata questa ignobile equiparazione. Le Nazioni Unite sono sicuramente una istituzione democratica, la maggioranza dei cui membri è però altrettanto sicuramente antidemocratica. E di tanto in tanto questa maggioranza automatica ci riprova. Che cos’è il sionismo? E’ l’idea, affermata da Teodoro Herzl sul finire del XIX secolo, che l’antisemitismo non può essere vinto se non con la costituzione di uno Stato ebraico in grado di garantire la sicurezza degli ebrei che ne fanno parte, con un passaporto che li protegga ovunque si trovino: uno Stato che li accolga quando ne hanno bisogno, un governo che li rappresenti nei consessi internazionali, e un esercito pronto a difenderli. E ancora: il sionismo è oggi la realizzazione politica e nazionale di un sogno millenario mai dimesso. Il sionismo è uno Stato ebraico che offre un confortevole margine di sicurezza agli ebrei di tutto il mondo, garantendo con legge dello Stato (la “Legge del Ritorno”) il loro diritto permanente a entrare in Israele, diventandone immediatamente cittadini. Con uno Stato ebraico non si ripeterà più quanto è accaduto nei secoli, e soprattutto prima della seconda guerra mondiale, quando nessun paese volle accogliere gli ebrei per salvare loro la vita. Questa l’idea di Teodoro Herzl, questo e nient’altro è il sionismo. E’ interessante osservare che nel 1897 nascevano a poche settimane di distanza il primo partito socialista russo in assoluto, l’Unione Generale Operaia Ebraica di Russia e di Polonia”, brevemente detta Bund e l’Organizzazione Sionista Mondiale, le due anime dell’ebraismo dell’impero russo. Al di là delle formulazioni teoriche, il socialismo e il sionismo sono semplici da spiegarsi. Il primo risponde a un’esigenza di giustizia, molto forte nel dettato religioso ebraico, il secondo nasce da un giornalista austriaco, Theodor Herzl, che incontrando nella Francia uscita dalla grande Rivoluzione una imprevedibile campagna antisemita seguita al famigerato processo Dreyfus, si rese conto che l’antisemitismo non era eliminabile né dal liberalismo, né dal socialismo. Herzl arrivò alla conclusione che agli ebrei restava una sola strada valida: dar vita a un loro Stato indipendente e sovrano. Il sionismo è tutto qui. L’antisemitismo si è sempre mascherato dietro qualche nome: gli ebrei sono stati a lungo deicidi per la Chiesa, semplicemente giudei per i nazisti, che non avevano bisogno di mascherare le loro idee, cosmopoliti per Stalin, che non riteneva producente dichiararsi antisemita e basta, sionisti per larghi settori politici (che si vergognavano di dirsi antisemiti), a partire da quando la politica estera sovietica nel 1955 era cambiata radicalmente in favore dei paesi arabi. Ecco come la parola “sionismo” ha assunto una connotazione negativa.

11) Gli israeliani si sono macchiati della strage di Sabra e Chatila del 1982.
Il 6 giugno 1982 Israele lancia un attacco con 60.000 soldati in Libano, dove l’OLP ha istituito una specie di Stato nello Stato, e da dove partono gli attentati contro i villaggi israeliani al confine settentrionale. L’OLP è costretto a trincerarsi dentro Beirut, già dal 1975 in preda alle convulsioni della guerra civile. Sotto il controllo di forze dell’ONU francesi, americane e italiane, alla fine d’agosto una parte dell’OLP lascia il Libano. Alla fine dell’anno successivo sarà costretto a lasciarlo definitivamente anche Arafat. La vittoria israeliana nel sud e al centro del Libano è salutata con entusiasmo dai libanesi cristiani, che eleggono alla Presidenza del paese un loro illustre combattente, Bashir Gemayel, l’uomo della pace con Israele. Prima ancora di prendere possesso della carica, Bashir Gemayel viene assassinato. I libanesicristiani vogliono vendicarsi dell’assassinio del loro condottiero Bashir. Così penetrano nella parte occidentale di Beirut in mano israeliana, dilagano nei due quartieri di Sabra e Chatila e compiono un vero e proprio massacro. Quasi mille palestinesi vengono sgozzati. La carneficina riempie d’orrore l’opinione pubblica di tutto il mondo, che subito punta il dito contro Israele che controllava la zona. Qui però Israele dimostra la sua robusta collocazione democratica. Il governo (di destra) non esita a nominare una commissione d’inchiesta che dimostra la sua assoluta indipendenza e, senza guardare in faccia nessuno e nemmeno farsi condizionare dalla delicatezza della situazione politica (estera e interna) d’Israele, accerta la responsabilità oggettiva dei comandi militari, ma anche quella politica del governo. I responsabili, riconosciuti colpevoli di non essere intervenuti a impedire la strage, sono tutti esemplarmente puniti. Il ministro della Difesa Ariel Sharon è costretto a dimettersi. La crisi farà poi cadere il governo. Il bilancio libanese di tanti anni di feroce guerra civile, in gran parte fomentata e diretta dalla Siria, è disastroso. Tra i 1975 e la fine degli anni Ottanta sono morti 150.000 libanesi, su una popolazione di poco più di due milioni.

12) Ma perché i palestinesi non possono tornare a casa loro?
Chi può essere qualificato “profugo palestinese”? Secondo l’ONU era considerato profugo palestinese qualunque arabo che avesse vissuto in Palestina per due anni, e che avesse lasciato il paese nel 1948. Due anni di permanenza ed ecco che anche un siriano, un iracheno, un giordano, tutti sono trasformati in palestinesi e profughi. Quando nella Dichiarazione Balfour del 1917 si garantiva agli ebrei una National Home in Palestina, per Palestina non s’intendeva il territorio al di qua del Giordano, ma in realtà tutta la Palestina, cioè il territorio del futuro Mandato nella sua interezza. Quindi la National Home ebraica doveva essere costituita su una parte della Palestina e non su una parte di una piccola parte della Palestina. Il distacco della Giordania, che rappresentava il 75% della Palestina, fu un atto arbitrario di Londra ed una violazione della Dichiarazione Balfour. Quanto ai profughi palestinesi del ’48/’49, il loro numero, come abbiamo già visto, non superava i 4/500.000, anche considerando “refugees” chi era entrato in Palestina solo due anni prima. Se nelle ultime richieste di Yasser Arafat, quel numero viene moltiplicato per dieci, è evidente che non c’è volontà (o possibilità) di giungere a un accordo definitivo. Nessun paese al mondo potrebbe assorbire un numero di immigrati pari all’80% della sua popolazione. Non vi sono precedenti nella Storia di un “diritto al ritorno”, né la giurisprudenza internazionale lo prevede. Giusto o sbagliato che sia, l’orologio della Storia non può esser rimesso indietro di oltre mezzo secolo. E’ curioso poi che tale “diritto” sia stato preteso non per il ritorno dei palestinesi in uno Stato palestinese, ma nello Stato d’Israele.

13) Ma perché gli israeliani vogliono avere proprio Gerusalemme come capitale? Che diritto ne hanno, dopo esserne stati assenti per quasi duemila anni?
Gli ebrei non hanno mai lasciato Gerusalemme e anzi, secondo tutte le statistiche note, vale a dire dalla metà dell’8OO, a Gerusalemme gli ebrei hanno sempre costituito la maggioranza relativa della popolazione, che a una delle prime rilevazioni statistiche ammontava in totale a 15.000 persone. Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani. Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani. Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000. Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Con Gerusalemme gli ebrei hanno sempre avuto un forte legame religioso, storico, nazionale, e di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. E’ quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione gerosolimitana.

14) Israele non ha voluto portare a compimento gli accordi di Oslo del 1993.
E’ vero il contrario, e cioè che Arafat ha volutamente fatto saltare quegli accordi quando si è accorto che potevano sul serio essere realizzati. L’accordo di Oslo del 1993, perfezionato nel 1995, prevedeva il progressivo ritiro israeliano da gran parte della Cisgiordania e da Gaza, fatte salve tutte le misure di sicurezza necessarie. Il territorio evacuato da Israele sarebbe stato gradualmente affidato “in gestione a una Autorità palestinese”. Preliminare ad ogni passo verso la concreta attuazione dell’accordo erano il rifiuto ad ogni atto di terrorismo e il reciproco riconoscimento. Molti termini di questo preaccordo erano in parte stati deliberatamente tenuti nel vago: ognuna delle due parti li avrebbe interpretati come voleva, ma non impegnavano nessuno. I nodi cruciali del contenzioso israelo-palestinese, dopo l’offerta del Premier israeliano Barak di evacuare il 95-98% della Cisgiordania (e naturalmente tutta Gaza) erano sostanzialmente questi: Primo. Gerusalemme, per la quale i palestinesi volevano una soluzione che non li escludesse da quella che consideravano la loro capitale. Israele aveva offerto all’Autorità palestinese il controllo del quartiere orientale della città e un compromesso per il Monte del Tempio (o Spianata delle Moschee). Secondo. Quanti insediamenti israeliani nelle zone che sarebbero andate all’Autorità palestinese sarebbero stati smantellati? Presumibilmente sarebbero rimasti sotto l’autorità israeliana solo quegli insediamenti di sicura stabilità che avrebbero garantito la sicurezza militare dello Stato ebraico e alcuni altri che rappresentano motivi cari ai religiosi. Il discorso rimaneva aperto. Terzo. E questi insediamenti che status avrebbero avuto? Secondo Israele avrebbero dovuto godere di una sorta di extra-territorialità. Anche qui l’applicazione degli accordi avrebbe richiesto lunghe consultazioni israelo-palestinesi in un clima di pacificazione. Quarto. Quale sarebbe stato il disegno finale del nuovo spiegamento israeliano di forze, quali i punti considerati strategici? Quinto. Gaza come sarebbe stata collegata con la Cisgiordania? Si ipotizzava una strada sopraelevata extraterritoriale a sorveglianza mista israelo-palestinese. Se questi negoziati si sono impantanati, ciò è stato determinato dal fatto che Arafat ha dimostrato di non avere l’intenzione o la possibilità di concludere la pace. Di fronte all’offerta del Premier laburista israeliano Ehud Barak di cedere all’OLP il 95-98% della Cisgiordania, oltre a Gaza e a un settore arabo di Gerusalemme per costituirvi la capitale della “entità palestinese”, Arafat rifiutava e “rilanciava’, chiedendo, come abbiamo visto, che Israele assorbisse entro i suoi confini quattro milioni, quattro milioni e mezzo di profughi arabi, vale a dire i figli, nipoti, bisnipoti, parenti e amici dei quattro, cinquecentomila profughi del 1948/49. Invece di mettere una firma o di presentare una controproposta, il leader palestinese organizzava una nuova e più cruenta Intifada, prendendo a risibile pretesto una passeggiata considerata provocatoria (ma effettuata dopo accordi precisi presi con l’autorità musulmana delle Moschee) di Ariel Sharon, non ancora Premier e in quel momento capo dell’opposizione, sulla Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio, a seconda dell’ottica). Per questo si sono acuite l’insicurezza e i timori degli israeliani, che già si erano divisi sull’iniziativa di pace di Rabin. Insicurezza e timori resi più acuti dai crescenti atti terroristici palestinesi, perpetrati proprio per sabotare ogni nego-ziato. Una visione distorta e degenerata del dettato religioso aveva fatto armare la mano di un giovane ebreo, ortodosso fanatico, che la sera di sabato 4 novembre 1995 uccise il Premier Yitzaak Rabin, artefice degli accordi di Oslo. Da quel momento i governi israeliani, di sinistra o di destra, sono risultati tutti indeboliti. Shimon Peres, Benjamin Netanyahu, Ehud Barak, e oggi in parte forse anche Ariel Sharon, non hanno più avuto quella larga maggioranza di consensi necessaria per affrontare i forti nodi da sciogliere. Non può meravigliare che i timori e il senso d’insicurezza degli israeliani siano molto aumentati dopo il fallimento della proposta di Barak, che lo pagò con una bruciante sconfitta elettorale. Ovviamente timori e insicurezza indeboliscono Israele. L’atteggiamento di Arafat di fronte alle offerte di Barak spiega inoltre come mai l’opinione pubblica e per la prima volta gli intellettuali d’Israele si siano compattati intorno a Sharon. Gli intellettuali israeliani si sono sempre schierati in larghissima parte con il fronte politico progressista e pacifista. Scrittori noti anche in Italia, come Abraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Yoram Kaniuk, Uri Orlev, Meir Shalev e così via, hanno sempre sostenuto con forza i diritti dei palestinesi. Il movimento “Shalom Achshav”, Pace Subito, ha riempito spesso le piazze d’Israele. Di fronte alla palese intenzione della dirigenza palestinese di non voler concludere alcuna pace, ma anzi, di costringere Israele a una resa senza condizioni, questo non poteva essere accettato neanche dal più ostinato dei pacifisti.

15) Gli israeliani rispondono con le armi al lancio di sassi da parte di ragazzi.
E’ un ragazzino di 11 anni quello che in Macedonia ha ucciso con un sasso un soldato inglese di 20, arrivato con altri soldati europei per dare una garanzia di pace alla zona. I sassi possono uccidere, come è accaduto in Italia con quelli gettati dai cavalcavia sulle strade e autostrade. Se gli adulti non temono, come fanno gli estremisti arabi nei territori dell’Autonomia palestinese di farsi scudo di ragazzi e di bambini per proteggere il cecchinaggio, la responsabilità ricade interamente su di loro. E talvolta è il fuoco arabo che uccide i bambini arabi, anche se la loro propaganda che ha successo nei media internazionali, accusa sempre e soltanto Israele.

16) Ma le rappresaglie israeliane? L’uccisione mirata dei capi dei movimenti palestinesi nei territori dell’Autonomia?
Quale risposta alternativa ci sarebbe alle stragi nei supermarket, nelle discoteche, nei ristoranti, nelle strade e piazze d’Israele? Che cosa potrebbe dissuadere coloro che mandano dei poveri esaltati fanatici a farsi saltare in aria insieme a israeliani presi a caso, se non forse la loro eliminazione fisica? Se un bandito o un pazzo compie una strage, non si cerca di catturarlo ed eventualmente ucciderlo per evitare altre stragi? C’è poi da notare che ogni volta che Israele distrugge per rappresaglia qualche posto di polizia palestinesi, lo fa sapere in anticipo. Altrimenti non si capirebbe come un attacco portato da carri armati, aerei, elicotteri e navi, non produca che un numero minimo di vittime e quasi nessuna tra la popolazione civile.

17) Gli attentatori suicidi, i kamikaze palestinesi, sono dei martiri che si sacrificano per ottenere una patria.
I kamikaze erano piloti giapponesi che, a guerra ormai perduta, volevano salvare l’onore della loro patria, secondo una concezione molto lontana dalla cultura e dalla civiltà occidentali, e si gettavano, facendo esplodere i loro aerei, sulle tolde delle navi da guerra USA. Navi da guerra, non ristoranti e discoteche. Chi si fa saltare insieme ai ragazzi che ballano o agli avventori di una pizzeria o tra i banchi di un mercato, non compie alcuna azione eroica, né tutela un onore che così anzi viene offeso e calpestato.

18) Anche gli ebrei per conquistare la loro indipendenza hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica compiendo attentati terroristici.
Dopo la seconda guerra mondiale e negli anni del Mandato britannico, di fronte all’ostinata politica filoaraba e antiebraica dell’Inghilterra, ci fu un episodio terroristico ebraico, quando fu fatto saltare un albergo di Gerusalemme, il King David, che ospitava il quartier generale militare inglese. Prima di farlo saltare, i suoi occupanti furono avvisati e si salvarono quasi tutti. Non si ricorda che una, e una sola azione terroristica ebraica, ormai lontana nel tempo, contro la popolazione civile araba, e nel corso di una guerra. Non si può dire altrettanto del terrorismo arabo.

19) Israele organizza azioni belliche con armi pesanti, elicotteri e aerei, contro popolazioni civili.
Ma è proprio quello che evita bagni di sangue. Le azioni sono sempre mirate con sorprendente accuratezza. Non si capirebbe altrimenti come un missile potrebbe essere guidato con precisione millimetrica (un ufficio, una finestra) sull’obiettivo prefissato. Talvolta purtroppo succede che dei civili vengano coinvolti, ma è la conseguenza del terrorismo organizzato a freddo dalla direzione palestinese.

20) Che il “falco” Sharon sia stato eletto capo del governo israeliano è una provocazione, ed è la dimostrazione che gli israeliani non vogliono la pace.
Probabilmente se Arafat avesse accettato le proposte del precedente Premier israeliano, Ehud Barak, la pace sarebbe ora vicina e il popolo d’Israele lo avrebbe confermato alla guida del paese. Si può quindi affermare che è stato Arafat a determinare il successo di Sharon, che oggi, secondo tutti i sondaggi, gode dell’appoggio del 70% della popolazione, la quale evidentemente non erede più alla buona fede di Arafat, o alle sue effettive possibilità di controllare i suoi quadri. Di fronte al rifiuto di Arafat il governo israeliano di coalizione (della destra e della sinistra) ha prontamente accettato tutti gli accordi precedenti quel rifiuto.

21) Se gli israeliani hanno la coscienza a posto, perché non accettano la presenza di osservatori internazionali?
Gli osservatori internazionali non potrebbero impedire le azioni terroristiche palestinesi, ma impedirebbero le risposte israeliane, perché le prime sono evidentemente sempre clandestine e sfuggono ad ogni controllo. I terroristi potrebbero continuare a compiere i loro attentati nei luoghi affollati d’Israele senza preoccuparsi della presenza di osservatori neutrali. Israele, che è un paese sovrano, membro dell’ONU, riconosciuto internazionalmente, non potrebbe rispondere se gli osservatori neutrali coprissero, magari involontariamente, le basi da cui partono gli attentatori. L’esperienza degli osservatori in Libano e successivamente in Bosnia non offre sufficienti garanzie. Nessun accordo davvero e finalmente fattivo può essere raggiunto senza una vera tregua e prima che l’Autonomia Palestinese abbia debellato le sue frange estremiste, sotto qualunque sigla si nascondano.

Grazie Luciano, per tutto ciò che ci hai dato, per tutto ciò che ci hai lasciato.
luciano-tas
barbara

UNA STELLA INCORONATA DI BUIO

Il tempo è diverso, per i sopravvissuti. Il presente è sempre un dopo. La violenza – inaudita, insensata, improvvisa – spezza l’ordine naturale delle cose. Quando c’è la morte non ci siamo noi, diceva il filosofo. Fin quando non accade accanto a te, oppure qualcuno prova a distruggerti, o, addirittura, entrambe le cose. Dopo, la morte siede al tavolo e non si alza più. Il sopravvissuto abita un mondo retto da una teoria della relatività speciale. Il tempo della distruzione è per sempre adesso, il resto è dopo. Dopo non sarà mai più come prima. Un mondo governato dalle logiche non classiche degli incubi – è accaduto dunque accadrà ancora – o del senso di colpa – potevo evitarlo, potevo salvarti, potevo… È lungo e periglioso il viaggio per tornare nell’universo governato dall’ordine apollineo delle vere catene causali. Se pure riesci a tornarci da sveglio, se riesci a tornare a dormire, ecco, non sei al sicuro nel mondo dei sogni. La superficie dell’anima è un vaso ricomposto dai cocci. Per quanto accurato il lavoro di ricostruzione, passandoci il dito senti la traccia di crepe invisibili, le irregolarità dei punti di sutura che fanno male nei giorni di pioggia. Il sopravvissuto le nasconde con molta cura. Talvolta persino a se stesso. Il dopo è sapere l’orrore creato da mani umane. Da chi? Perché? il sopravvissuto ha bisogno di saperlo. Domande antiche si levano contro il cielo, sempre le stesse, sin dalle pagine dei Salmi. Perché il malvagio prospera e l’innocente è ucciso? Perché il male? Perché? Solo la verità può ristabilire un ordine nelle cose, dove il senso è stato distrutto. Il sopravvissuto abita il tempo negato a un altro essere umano. Dopo, custodisce in segreto domande impronunciabili. Perché sono vivo? Perché lui, lei, loro, e non io? Perché io? Occupiamo come abusivi uno spazio pieno di assenza. L’orologio col vetro rotto si ferma, mentre altre lancette continuano a segnare il tempo. Tu vivi ancora – lui, lei, loro no. Dopo, nel fondo più oscuro, infiniti sensi di colpa. Colpa di esistere. È accaduto a te. Ma è successo anche a qualcun altro.

Lo sa bene lei, Benedetta Tobagi, che cos’è un dopo. Ma non è di suo padre che si occupa questo bellissimo libro, bensì di un’altra tragedia italiana: la strage fascista di Piazza della Loggia, otto morti, oltre cento feriti. È un libro fatto di intense ricerche, di scavi inesausti, di studi approfonditi, di incontri con chi c’era – i sopravvissuti – e con chi sapeva, affrontando tutti gli aspetti della vicenda: storico, politico, sociale, culturale, ma soprattutto umano: è un amoroso ricomporre quei corpi smembrati dalla bomba, ridare loro un nome, un volto, una storia, un restituirli, il più possibile intatti, alla memoria, con una dedizione, con una passione, con una delicatezza davvero commoventi. Ma non solo le vittime: anche i nemici tenta di ri-umanizzare: c’è la “galassia nera” che ha disseminato di stragi l’Italia, ma dentro quella galassia ci sono pur sempre degli esseri umani, ed è importante, soprattutto per i più giovani, cercare di capire quando e perché degli ideali che potevano anche essere validi hanno imboccato la strada dello stragismo. E nel corso di queste accurate ricostruzioni reincontriamo – noi che abbiamo un po’ di anni sulle spalle e queste storie le abbiamo vissute dal vivo – molte delle vicende e dei nomi che hanno segnato la nostra storia: Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, Gelli, Sindona, Sogno, Falcone e Borsellino, Pasolini, Servizi deviati, P2, La Zanzara (sì, quella), la legge sul divorzio, i primi consultori, l’entusiasmo politico e la convinzione di poter cambiare il mondo, il Sessantotto, le grandi manifestazioni, l’autunno caldo, la battaglia di Valle Giulia, trame eversive, SID, golpe Borghese, Piano Solo, La Rosa dei Venti, brigate rosse, terrorismo palestinese, Signorelli, giudice Occorsio, Concutelli, Stefano delle Chiaie, Casa Pound, la delusione dei comunisti che scoprivano che la libertà di pensiero, all’interno del partito, non era contemplata… Il tutto narrato come lo può narrare una giornalista di razza e una scrittrice di razza.

Giusto perché questo non sembri, più che una recensione, un panegirico, voglio segnalare la presenza di una svista (Terezìn era un campo di concentramento, non di sterminio), e la presenza del famigerato “l’eccezione che conferma la regola”, che usato in modo improprio – ossia il 99,9 periodico fisso per cento delle volte che viene usato – è una mastodontica bestialità, e a me fa l’effetto di carta vetrata sfregata direttamente sui nervi. Poi, volendo proprio proprio pignoleggiare, potrei aggiungere che di tanto in tanto vi si sente aleggiare qua e là un lieve sentore di manicheismo. Ma proprio lieve lieve, ecco. E il libro resta un libro che si deve assolutamente leggere. Anche perché una discreta quantità delle cose che troviamo qui dentro non le abbiamo mica trovate, a suo tempo, nei giornali. E dunque se le volete sapere non avete scelta: dovete proprio leggerlo.

Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, Einaudi
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barbara

STAVOLTA IL POST PARASPLATTER VE LO BECCATE

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Ecco, questa è la mia gamba. Punti pochi perché, mi ha detto il dottore del pronto soccorso, sicuramente verrà un ematoma, e bisogna lasciargli spazio per espandersi. E infatti è venuto, ed è lui che dà l’effetto salsiccia. Pochi e larghi, perché largo è lo squarcio, e profondi, perché è profondo. Ed è (anche) per questo che la gamba resterà deturpata. Vabbè, un’altra medaglia di guerra al valore. Poi al termine indicato ero andata a farmeli togliere, ma appena tolto il primo i labbri della ferita hanno cominciato ad aprirsi, perché non si era ancora cicatrizzata, sicché ha dovuto interrompere la rimozione e mettere, nella parte già aperta, un cerottino speciale per tenere unita la ferita.
E ancora un aggiornamento sull’altro incidente. Fino a quattro mesi fa per lavarmi i capelli mi inginocchiavo accanto alla vasca da bagno. Oggi, dopo quattro mesi, ho provato a rifarlo, mettendomi sotto le ginocchia un cuscino imbottito di gommapiuma spesso una dozzina di centimetri. Il tempo di bagnarmi i capelli – pochi e corti – e ho avuto male alle ginocchia per più di un’ora.
Poi adesso anche la bronchite. Di quelle proprio proprio brutte, con un miliardo di aghi piantati in bronchi trachea e laringe e attacchi convulsi con crisi di soffocamento e tutti i muscoli della pancia che mi fanno male per la violenza della tosse.
Ma chi mi sta aspettando non si preoccupi: io sono questa qui:

barbara

AGGIORNAMENTO: oggi sono tornata a togliere i punti, a sedici giorni dall’incidente. E l’ultimo tratto è ancora aperto, da tanto che era profondo lo squarcio.

aperto det
uffa

CRITICARE ISRAELE? SÌ, GRAZIE!

Questo mio articolo è di dieci anni fa. Magari a qualcuno potrebbe interessare rileggerlo.

“Criticare Israele è legittimo!” e poi “Possibile che non si possa rivolgere una legittima critica a Israele senza essere tacciati di antisemitismo?” e ancora “Perché Israele dev’essere intoccabile?” … Alzi la mano chi non ha sentito almeno settemila miliardi di volte il fatidico lagno … Nessuno? Lei là in fondo? Ah, si sta solo grattando un orecchio … Bene, allora è giunto il momento di dare una franca risposta a tutti questi accorati interrogativi, e la risposta è: sì, signori, criticare Israele è legittimo. E potete farlo tutte le volte che volete senza che a nessuno passi per la testa di accusarvi di antisemitismo. Garantito. E dunque prego, accomodatevi, fate pure tutte le critiche che desiderate.
Quando avrete criticato in misura proporzionata alle rispettive colpe l’Autorità Palestinese, la Siria, l’Iran, la Libia, l’Arabia Saudita, il Sudan, la Corea, Cuba, la Cina, la Birmania e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche il terrorismo.
Quando avrete condannato in misura proporzionale l’occupazione del Tibet da parte della Cina, del Libano da parte della Siria, dell’Irlanda del Nord e delle isole Malvine da parte della Gran Bretagna, della Catalogna e dei Paesi Baschi da parte della Spagna, di alcune regioni tedesche da parte della Polonia, di alcune regioni polacche e delle isole Kurili da parte della Russia, dell’Istria da parte della Jugoslavia (oggi Croazia), dell’Alto Adige (e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche di Roma) da parte dell’Italia e ne avrete chiesto il ritiro e la restituzione ai legittimi proprietari.
Quando avrete dichiarato illegali il muro tra l’Arabia Saudita e lo Yemen, quello tra gli Stati Uniti e il Messico, quello tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, quello di Cipro, quello dell’Olanda, quello tra India e Pakistan, quello tra la Spagna e Ceuta, quello in Botswana, quello nello Zimbabwe, i sei del Marocco e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche quello del Vaticano (che non tengono fuori terroristi bensì, semplicemente, persone sgradite) e ne avrete preteso a gran voce l’immediato abbattimento.
Quando sarete insorti contro le uccisioni di palestinesi operate dalla Giordania, dalla Siria, dal Libano, dal Kuwait eccetera eccetera.
Quando avrete boicottato (e invitato l’universo mondo a boicottare) tutti i prodotti, tutti i libri, tutti gli accademici, tutti gli studiosi, tutte le università, tutti i contributi, tutte le collaborazioni di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete impedito di parlare a tutti i diplomatici, a tutti i politici, a tutti i rappresentanti, ufficiali o privati di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete condannato tutti gli stati che si difendono dal terrorismo. E anche, a maggior ragione, quelli che si difendono da bagatelle come la mafia e la criminalità comune.
Quando avrete reclamato il “ritorno” di decine di milioni di profughi, e dei loro figli, e dei loro nipoti, occasionalmente anche dei loro pronipoti, negli stati originari propri e magari, se capita, anche in stati altrui.
Quando vi sarete indignati per la vergognosa mancanza di diritti degli arabi negli stati arabi.
Quando sarete scesi in piazza contro le lapidazioni (magari di bambine stuprate), contro le macellazioni sulla pubblica piazza di sospetti o presunti “collaborazionisti” palestinesi (etichetta sotto la quale si può incollare – e spesso si incolla – chiunque sia sgradito a qualcuno di coloro che contano), contro gli stupri di massa decretati dai tribunali islamici contro le mogli o sorelle o figlie di qualcuno che ha commesso qualche sgarbo a qualcuno di coloro che contano.
Quando avrete smesso di impestarci l’aria col famigerato “proprio voi che avete tanto sofferto” (“voi” chi? Gli israeliani? Non c’erano israeliani al tempo delle camere a gas: dunque, di chi state parlando, o nobili signori che non tollerate di essere presi per antisemiti?)
Quando avrete chiesto conto ad Arafat e soci dei miliardi di dollari (nostri) intascati lasciando i palestinesi nelle baracche, e di una intera generazione di bambini palestinesi mandati al macello.
Quando avrete chiesto conto ai vari Paesi arabi dei campi profughi che essi hanno voluto, costruito e riempito di palestinesi dopo averli indotti a lasciare le proprie case, per poi farveli vivere come bestie e destinarli a diventare carne da cannone.
Quando vi sarete ricordati che i vostri nonni scrivevano su per i muri di tutta Europa: “Ebrei, andate in Palestina!” riconoscendo la Palestina come unica vera patria degli ebrei e gli ebrei come popolo legittimato a risiedervi.
Fatto? Bene, allora potete cominciare a criticare Israele. E noi vi ascolteremo. Con attenzione. Con interesse. Con simpatia. Con partecipazione. E non saremo neppure sfiorati dal sospetto che possiate nutrire qualche sentimento antisemita. Garantito.

La cosa interessante è che questa gente passa metà del proprio tempo a vomitare ogni sorta di veleni su Israele, e l’altra metà a frignare che Israele non si può criticare; metà a strillare che Israele deve essere trattata come qualunque altro stato e l’altra metà a trattarla in modo diverso da qualunque altro stato. Quanto a uno dei mantra di questa gentaglia, che Israele “con la scusa dell’Olocausto” si sente in diritto di compiere qualunque crimine restando impunita, io vi sfido a trovare un israeliano, anche uno solo – e vi autorizzo a cercare anche nei manicomi, anche nelle bettole di avvinazzati, anche negli istituti per ritardati – che dichiari: “Io prendo a calci chi mi pare e non potete dirmi niente perché io ho avuto l’olocausto”.

barbara

E INTANTO BRUXELLES SI PREPARA PER IL VOTO

Bruxelles, spari al museo ebraico

È di almeno tre morti e un ferito grave il bilancio di un attentato antisemita oggi al museo ebraico di Bruxelles, nell’elegante quartiere centrale del Sablon, quello degli antiquari (con un famoso mercatino nel fine settimana), delle gallerie d’arte e dei bar alla moda. Sulla matrice antisemita dell’attacco, alla vigilia delle elezioni europee e politiche in Belgio, i dubbi sono davvero pochi, dato che almeno due delle vittime – una giovane donna con in mano un depliant del museo, fotografata in un bagno di sangue, e un uomo di mezza età – sono stati uccisi all’interno del museo.
Sono state colpite al viso e alla gola le persone uccise nella sparatoria al museo ebraico di Bruxelles. È quanto emerso dalla conferenza stampa della Procura della capitale belga. Tre le persone decedute, due donne e un uomo, mentre un quarto uomo si trova in ospedale in gravi condizioni.
Uno dei primi a giungere sul luogo del dramma è stato il ministro degli esteri Didier Reynders, che si trovava a pochi metri dalla rue des Minimes, e ha immediatamente twittato: «Scioccato per gli omicidi commessi al museo ebraico, penso alle vittime che ho visto sul posto e alle loro famiglie», ha scritto. Pochi minuti dopo, sempre su twitter il premier Elio di Rupo, si è detto «molto scioccato dagli eventi di Bruxelles».
La prima a sposare la tesi dell’attentato antisemita è stata il ministro dell’interno Joelle Milquet, un’ipotesi poi confermata dal sindaco della capitale, Yvan Mayeur, secondo cui «è probabilmente un atto terroristico», mentre «la polizia è su una pista che ci sembra seria».
Immediata la condanna del premier Matteo Renzi: «è inaccettabile che una simile barbarie avvenga nel cuore dell’Europa in un momento così delicato per il nostro progetto comune». Per il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani, «L’antisemitismo è un male che deve essere estirpato dall’Europa. Sono vicino alle comunità ebraiche di Bruxelles e Roma».
Secondo i principali quotidiani belgi online, da Le Soir alla Libre, passando per La Dernière Heure, la polizia ha arrestato un sospetto non molto dopo l’attentato, verificatosi intorno alle 15:50 (locali ed italiane). Non è chiaro però se si tratta di uno degli attentatori. Secondo le prime ricostruzioni, ancora confuse ed incomplete, a sparare sarebbero state una o due persone, giunte a bordo di un’Audi nei pressi del museo ebraico in rue des Minimes. Dopo aver parcheggiato in seconda fila, il passeggero ed il conducente sarebbero usciti dalla macchina e almeno uno dei due avrebbe aperto il fuoco prima di rimontare rapidamente sulla vettura e darsi alla fuga.
Il presidente del concistoro ebraico belga, Julien Klener, ha riferito che «non si sono state minacce recenti al museo ebraico». La pensano diversamente altri esponenti della comunità ebraica belga. «C’è stata una liberalizzazione del verbo antisemita. Questo è l’inevitabile risultato di un clima che distilla l’odio», ha dichiarato a Le Soir il presidente della Lega belga contro l’antisemitismo (Lbca), Joel Rubinfeld, aggiungendo che la sparatoria di oggi «purtroppo doveva succedere». «È un atto terroristico ha aggiunto – l’assassino è deliberatamente entrato in un museo ebraico». Sulla stessa linea il Congresso ebraico mondiale, l’organizzazione con base a New York che rappresenta le comunità ebraiche di 100 Paesi. Parlando di shock ed orrore, ha definito l’attacco «un atto di terrore atroce chiaramente mirato a colpire membri della comunità ebraica».
«Due anni dopo Tolosa (con l’attacco ad una scuola ebraica da parte di Mohammed Merah, ndr.) e alla vigilia delle elezioni europee – ha aggiunto il presidente Ronald Lauder – questo spregevole attacco rappresenta un altro terribile monito del tipo di minacce che gli ebrei in Europa si trovano ancora ad affrontare».
Non è la prima volta che Bruxelles è vittima di un attentato antisemita. Il 18 settembre 1982, poco dopo l’attacco parigino di Rue des Rosiers (6 morti e 20 feriti), e tre settimane prima di quello che costò la vita al piccolo Stefano Gaj Tachè alla sinagoga di Roma, il tempio brussellese di Rue de la Regence, non lontano dalla rue des Minimes, fu teatro di una sparatoria. Un uomo armato di mitraglietta aprì il fuoco proprio quando i fedeli uscivano dal tempio: ci furono quattro feriti di cui due gravi».
Le reazioni. «Ne ho viste tante, ma vi assicuro che questa volta è stato più orribile che mai». Il ministro degli Esteri belga Didier Reynders, ancora sotto shock, è stato uno dei primi ad accorrere sulla scena della strage. Un angolo tranquillo nel cuore della capitale belga, a pochi passi da una delle piazze più famose e visitate dai turisti, quella del Grand Sablon, che in una manciata di minuti si è trasformato nel teatro di un crimine come in Belgio non se ne vedevano dalla fine degli anni ’80. Cioè da quando una banda di cui si cercano ancora i componenti entrava nei supermercati sparando senza pietà sui clienti.
Reynders e la moglie erano seduti a uno dei tanti tavoli dei locali che si affacciano sulla piazza, a meno di 100 metri dalla sede del museo ebraico. «Ad un certo punto ho visto una donna con un bambino correre verso di noi e chiedere aiuto – ha riferito – perché aveva sentito il rumore di colpi di arma da fuoco provenire dal museo. Sono corso lì e mi sono trovato davanti a due corpi al suolo in prossimità dell’ingresso. Ho chiamato i soccorsi e ho aspettato sul posto che arrivassero. È stata un’esperienza terribile». Rue de Minimes, una piccola strada frequentata soprattutto dagli appassionati di oggetti d’arte antichi – molte le botteghe prima e dopo l’ingresso del museo ebraico che si trova al numero civico 21 – parte proprio dalla piazza del Grand Sablon, famosa per il mercatino dell’antiquariato che si tiene ogni weekend, ma anche per una delle più alte concentrazioni di cioccolaterie del pianeta. Nel mezzo della piazza doveva svolgersi una maratona jazz che è stata immediatamente annullata. Le forze dell’ordine hanno reso inaccessibile la zona a curiosi e giornalisti. Ma le tante persone che nel corso del pomeriggio si erano raccolte nella piazza anche per godere della giornata di sole si sono trattenuti, con i volti segnati dallo sgomento per un atto così efferato, per mostrare la loro solidarietà con le vittime. «È difficile immaginare, anche in base alle sue modalità, che non si sia trattato di un attacco terroristico antisemita», ha detto Reynders. Alcuni testimoni hanno riferito particolari che raccontano di un’azione ben congegnata e preparata: un’auto che si ferma in doppia fila davanti all’ingresso del museo, un uomo che scende dall’auto con due borse, entra e ne riesce poco dopo per ripartire sull’auto in attesa. Qualcuno tra i testimoni avrebbe preso la targa della macchina utilizzata dagli attentatori. «Speriamo che le indagini diano presto dei risultati», ha aggiunto il ministro. E intanto tra i politici accorsi sul posto – domani in Belgio si vota per le europee ma anche per le elezioni politiche nazionali – c’è chi punta il dito contro il moltiplicarsi degli attacchi verbali antisemiti e alla sottovalutazione delle loro conseguenze.
«I morti e i feriti dell’attentato di Bruxelles sono anche i nostri morti e i nostri feriti. Le false ragioni della violenza e il circuito cieco dell’odio non si riconoscono in alcun valore e non esiste ragione al mondo che possa consentire tutto questo». Lo dichiara il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. «Ci uniamo al dolore delle famiglie per gli scomparsi, siamo vicini ai feriti, ai loro cari e alla popolazione, nella convinzione che l’Europa, e non solo l’Europa, vada salvaguardata dai focolai di violenza che si nascondono, talvolta anche dietro le parole. Confidiamo, dunque – conclude Alfano – che presto sia fatta chiarezza sui gravissimi fatti avvenuti». (qui)

(Verrebbe voglia di chiedere al signor Renzi se a rendere inaccettabile una simile barbarie sia il fatto di essere stata perpetrata nel cuore dell’Europa e in un momento così delicato, verrebbe. Capisco che l’emozione e l’urgenza di dire qualcosa davanti a un microfono possano giocare brutti scherzi, ma uno che gioca da statista dovrebbe essere sufficientemente corazzato di fronte a queste cose)
attentato Bruxelles
barbara

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