LA CUCINA COLOR ZAFFERANO

«Con La cucina color zafferano Yasmin Crowter si dimostra scrittrice di eccezionale grazia e onestà.»
THE SUNDAY TELEGRAPH

«Una drammatica e appassionante storia famigliare… Una lettura davvero insolita e piacevolissima.»
THE GUARDIAN

«Un romanzo dolceamaro… il cui placido snodarsi evoca efficacemente paesaggi geografici e paesaggi dell’anima.»
THE OBSERVER

«Con una scrittura misurata ma potente Yasmin Crowter racconta una vicenda a cavallo tra Occidente e Oriente.»
FINANCIAL TIMES

Ecco, ora ne abbiamo la prova del nove: i recensori dei giornali sono pagati per scrivere sotto dettatura ciò che a qualcuno fa comodo che scrivano, tenendoli rigorosamente all’oscuro di ciò che sta all’interno della copertina del libro. Perché di questo libro, parafrasando il famoso Se tu mi amassi, se io t’amassi, ah come ci ameremmo, potrei dire: Se l’autrice avesse una storia da raccontare, e se sapesse raccontarla, ah che bella storia che ci racconterebbe. La storia, infatti è decisamente banale, trita, scontata, raccontata senza grazia, con dialoghi banali e noiosi, con approfondimenti psicologici da Freud dei poveri, e tutto il libro per arrivare alla drammatica rivelazione finale che dovrebbe chiarire – e secondo l’autrice effettivamente chiarirebbe – tutto ciò che di incompreso era stato lasciato. Ora, non ho il minimo dubbio che essere stuprata a sedici anni da un branco di militari puzzolenti in una lurida caserma per ordine del proprio padre sia un’esperienza che lascia segni indelebili, ma questo dovrebbe spiegare la violenza della donna contro il nipotino? Violenza talmente cieca e gratuita da indurre il bambino a tentare il suicidio? E come se non bastasse, continua a ripetere come un mantra che lo fa per renderlo forte perché se mi mostravo debole mi punivano, quando tutto il libro sta a raccontare che lo scopo della punizione era di spezzarne la resistenza e indebolirla, perché era troppo forte.
E naturalmente non può mancare il lieto fine dove vissero tutti felici e contenti, compresa la figlia che per colpa della madre ha perso un bambino ma adesso ne arriva un altro, compreso il vecchio marito scaricato dopo quarant’anni di amore e di fedeltà e di devozione perché lei, dopo quarant’anni – alleluia alleluia – ha finalmente capito che la sua vera vita è altrove ma lui se ne fa una ragione e va a vivere al mare.
Per curiosità ho anche dato un’occhiata in internet, dove ho trovato un sacco di recensioni e commenti positivi, qualcuno lo ha addirittura paragonato a Il cacciatore di aquiloni. A me, sinceramente, sto libro fa cagare (come gli stralci di recensioni che ho riportato, del resto: sfido chiunque a trovare un qualsiasi significato in quelle ammucchiatine di parole). Insomma, se vi trovate in quella famosa isola deserta e questo è l’unico libro che avete, vabbè, in quel caso leggetelo.
Ah, dimenticavo: quella cucina che ad un certo punto viene dipinta color zafferano e se ne parla giusto il tempo di dipingerla e poi il discorso finisce lì, non si capisce mica tanto come si inserisca nella storia.

Yasmin Crowter, La cucina color zafferano, Guanda
La cucina color zafferano
barbara