LA BELLEZZA INTERIORE

Era la mia vicina d’ombrellone, vale a dire a portata di voce il che, nel suo caso, significava in un raggio di trecento metri, però quell’anno era la mia vicina d’ombrellone anche in senso stretto. Era una di quelle persone talmente innamorate della propria voce che per niente al mondo rinuncerebbero, neanche per un attimo, al paradisiaco piacere di ascoltarsela. E infatti non rinunciava, neanche per un attimo. Ed è stato così che tra i suoi vari, interminabili, flussi di pensiero, un giorno mi è arrivata questa profonda riflessione:
“Quello che conta è essere belli dentro. Infatti i miei figli non se ne accorgono mica che sono diventata vecchia e brutta”.
Da cui si deduce che:

a) La signora era convinta di essere stata, un tempo, bella, cosa alquanto difficile da credere.
b) Tutti i giorni i suoi figli le telefonavano per dirle stai tranquilla mamma, guarda che noi non ce ne accorgiamo mica che sei diventata vecchia e brutta.
c) La signora era convinta di essere “bella dentro”

La mia profonda riflessione invece è questa:

P.S.: E non si accorgeva mai di quando uno dei suoi figli seviziava il proprio bambino torcendogli il braccio dietro la schiena fino a farlo urlare dal dolore, con un sorriso di satanico godimento in faccia. Non come punizione per qualcosa che il bambino avesse fatto ma semplicemente così, all’improvviso, perché gli veniva voglia di farlo.

barbara

FELICITÀ È UN PIZZICO DI NOCE MOSCATA

Si fa presto a dire “verità”. Si fa presto a dire “realtà”. Si fa presto a dire “bisogna guardare in faccia i fatti”. Si fa presto, quando i fatti sono quelli degli altri. Ma quando la realtà è tale che solo a sfiorarla con lo sguardo non potresti sopravvivere, come si fa? Quando hai una figlia che fortunatamente ha cancellato dalla memoria la propria infanzia, come fai a spiegarle da dove vengono quelle cicatrici che si porta addosso? E allora ti inventi – e le inventi – una realtà parallela, fatta di profumi e di eventi straordinari e meravigliosi e di persone buone e di tanto tanto amore. E la inventi così bene che alla fine non conosci più altra realtà che quella: non la stai più inventando, non stai più mentendo: quel mondo meraviglioso lo stai vivendo.
Il problema è che una figlia, quando si rende conto che quelle storie non possono essere vere perché i suoi compagni sghignazzano sgangheratamente quando lei le racconta nei temi, e la maestra la rimprovera per queste invenzioni così assurde e implausibili, si sente ingannata, si sente tradita, e vuole a tutti i costi sapere la verità, vuole sapere chi è suo padre, vuole conoscere la propria infanzia. E da te non la può sapere, perché tu quella verità non la conosci più, e deve dunque cercarla altrove, e sarà una ricerca lunga, e difficile, e maledettamente dolorosa. Poi, quando sarà arrivata a trovarla, lo capirà anche lei, che con una verità come quella non avresti potuto sopravvivere, né tanto meno regalare a lei tanto amore e tanta felicità.
È un libro bellissimo: leggetelo!

Maria Goodin, Felicità è un pizzico di noce moscata, Sperling & Kupfer
Felicità-noce-moscata
barbara

POICHÉ DETESTO LE BUFALE

E soprattutto quando oltre ad essere delle bufale sono anche delle mastodontiche vaccate, talmente cretine che ti chiedi come sia possibile che qualcuno si beva simili stronzate, ogni tanto mi diverto a farne a pezzi una. Oggi vi tocca questa.

Dolci momenti

Quando nasce un bambino è già nata un’emozione

Nel cuore di ciascuno di noi c’è una “voce che sa”,
nel cuore?! Ah già, è vero: avremmo giurato che questa roba avesse a che fare col cervello, ma Aristotele ci garantisce che parte tutto dal cuore, quindi dev’essere senz’altro così che stanno le cose

una canzone capace di ricordarci ciò che più apprezziamo e desideriamo, qualcosa che sapevamo fin dalla nostra infanzia.
Noi tutti tutti? Sette miliardi e rotti più tutti quelli di prima a partire da Neanderthal? Compreso Hitler? Compreso Idi Amin Dada che conservava le teste dei nemici nel frigorifero? Compresi i sordomuti che la musica non la conoscono?

In Africa orientale
Primo inconfondibile marchio di fabbrica della bufala: in Africa orientale dove? Egitto? Sudan? Eritrea? Gibuti? Etiopia? Somalia? Kenia? Tanzania? Mozambico? Guai a precisare dove, non sia mai che possa capitare qualcuno in grado di dire io là ci sono stato e questa puttanata non l’ho mai sentita

c’è una tribù
secondo inconfondibile marchio di fabbrica della bufala: quale tribù? Da quando in qua le tribù sono anonime? Solo che a fare un nome potrebbe capitare qualcuno a dire io quella tribù la conosco benissimo e lì questa puttanata non esiste. E, ovviamente, guai a fare il nome dell’antropologo che avrebbe documentato questa cosa (in uno dei vari siti in cui si trova questa storia, il rito viene attribuito alla tribù Himba – di circa 12.000 membri – residente in Namibia, ossia nell’Africa Occidentale, e costituita da pastori nomadi. In nessuno studio sulla tribù Himba è fatto cenno all’usanza di cui qui si parla)

che crede che questa canzone esista prima ancora della nascita. In quella tribù, la data di nascita di un bambino non è il giorno in cui viene al mondo e neppure il giorno del suo concepimento, come accade in altre tribù,
davvero queste tribù africane analfabete sanno calcolare il momento del concepimento? E hanno delle date, ossia un calendario? E addirittura una “data di nascita”? Magari anche un Ufficio Anagrafe in mezzo alla foresta tra l’oleandro e il baobab? Io in Somalia ho conosciuto un sacco di gente che non aveva la più pallida idea di quanti anni avesse, per non parlare di una roba marziana come una “data di nascita”…

ma l’attimo in cui nella mente della madre è nato il pensiero di quel bambino. Conscia della propria intenzione di concepire un figlio con un certo uomo, la madre va nella boscaglia e si siede sotto un grande albero. Rimane seduta e ascolta attentamente fino a quando ode la canzone del bambino che spera di mettere al mondo.
Quindi in questa fantomatica tribù non esistono bambini nati per sbaglio, non esistono persone che cedono alla tentazione di una botta di ormoni e si ritrovano in attesa di un figlio senza averne prima cercato la canzone, nessuno fa l’amore se non ha già programmato di avere un figlio e trovato la “sua canzone”. Resterebbe poi da capire se questo “certo uomo” con cui la donna ha deciso di concepire un figlio sia stato informato di questa sua intenzione. Resterebbe da capire se sia previsto il suo consenso. Resterebbe da capire che cosa succede quando, dopo avere avuto un figlio, la donna decide di averne un altro: va di nuovo nella boscaglia per trovare la sua canzone seduta sotto un grande albero (grande, mi raccomando, se no la canzone non arriva), e nel frattempo dell’altro figlio chi si occupa? Del marito chi si occupa? E se una coppia è sterile, cosa ne è della canzone trovata a cui non segue un bambino? O forse le coppie sterili lì non esistono?

Dopo averla udita, torna al villaggio e la insegna a colui che sarà il padre, così potranno cantarla insieme mentre faranno l’amore,
cioè, questi qui mentre scopano cantano? Tutto il tempo? E in tutte le capanne del villaggio tutti scopano cantando e tutto il villaggio sa chi sta scopando e deve assistere in diretta a tutti i trombamenti di tutti? Porca zozza!

invitando il bambino a unirsi a loro.

Dopo il concepimento la donna canta la canzone al bimbo che porta in grembo, poi la insegna alle donne anziane che faranno da levatrici, così che durante il travaglio e nel momento miracoloso della nascita il bambino venga salutato con la sua canzone.
Quindi lì non esistono aborti e nessun bambino nasce morto.

Dopo ogni nascita, tutti gli abitanti del villaggio
villaggio? Non era un’intera tribù?

imparano la canzone del nuovo membro della tribù
cioè, quanti membri ha questa tribù? Cinquecento? Mille? Tremila? E ognuno di loro sa tutte le canzoni di tutti gli altri? E se le ricorda per tutta la vita? E non sbaglia mai la canzone di uno con quella di qualcun altro? Cazzarola!

e gliela cantano quando cade o si fa male.
Quindi in quella tribù non succede mai che due persone si facciano male contemporaneamente, visto che intorno a ogni persona che si fa male ci sta tutta la tribù a cantare la sua canzone.

La canzone viene cantata anche nei momenti di trionfo, durante i rituali e le iniziazioni. Quando il bambino diventa adulto la canzone entra a fare parte del cerimoniale del suo matrimonio, e alla fine della sua vita i suoi cari si raccolgono intorno a lui e gliela cantano per l’ultima volta.
E naturalmente tutta questa tribù vive di rendita, visto che sono tutti impegnati costantemente a cantare per ogni persona del villaggio che nasce, che cade, che si fa male, che fa qualche cosa di bello, che fa qualche cosa di brutto, che è felice, che è triste, che si sposa, che muore (a proposito: perché per tutta la vita canta tutta la tribù mentre quando crepa cantano solo “i suoi cari”?)

Visto il rispetto che le viene tributato, anche noi desidereremmo profondamente udire quella canzone
? Noi chi? No, scusate, ma se state cercando di chiamarmi in causa avete sbagliato indirizzo

perché ci faccia da guida nella vita. Purtroppo, però, siamo stati distratti e trascinati sulla “piazza del mercato”.
Tutti noi sette miliardi e rotti tranne quella “tribù” dell’ “Africa Orientale”?

Le nostre esistenze sono complicate, viviamo in un mondo dominato dal materialismo, dall’ambizione, orientato verso ciò che è esteriore, e non sappiamo più ascoltare.
Soprattutto gli aborigeni dell’Australia e i pigmei delle foreste dell’Africa centrale: un materialismo, guarda, un consumismo, un’esteriorità che se non avessi visto coi miei occhi non riuscirei a crederci.

E’ difficile essere in contatto con il cuore quando si è troppo occupati.
Eccerto: lo sanno tutti che i popoli primitivi delle foreste e delle savane hanno molto meno da fare di noi, anzi, a dirla tutta, non hanno un cazzo da fare dalla mattina alla sera. Posso dire vaffanculo? Ok: VAFFANCULO. E posso dire anche andate a cagare? Ok: ANDATE A CAGARE.

Da: “Il libro del cuore”, R. Carlson e B. Shield, Ed. Sperling & Kupfer (qui)

barbara

NON TEMERE E NON SPERARE

L’esercito come metafora? Potrebbe essere. Così come potrebbe essere, anzi, sicuramente è, tantissime altre cose: un trattato di psicologia, un trattato di sociologia (entrambi con approfondimenti che i normali trattati neppure si sognano), un romanzo di formazione, una storia a volte vagamente onirica, a tratti con reminiscenze kafkiane (mi è venuto da pensare, in più di un’occasione, a Gespräch mit dem Betrunkenen, Conversazione con l’ubriaco).
In realtà, lo confesso, sto un po’ menando il can per l’aia, perché questo è uno di quei libri talmente belli, talmente ricchi, in tutti i sensi, che non sai da che parte cominciare a recensirli, come quando hai tante emozioni che vorrebbero uscire tutte insieme, che ti si ingorgano le parole in gola e non ti esce niente; o come quando, più prosaicamente, capovolgi di colpo una bottiglia piena ed è l’acqua stessa a fare da tappo, e almeno per un momento non riesce a uscire. Per fortuna ho trovato in rete una bella recensione, questa, e vi invito a leggerla: è sicuramente molto migliore di quanto riuscirei mai a dire io.
Aggiungo solo un’ultima cosa, in merito al titolo: è una frase che un superiore dice a un sottoposto, di cui è stato compagno di scuola: non temere (vendette) e non sperare (favoritismi). Titolo lontanissimo da quello originale (Hitganvut yehidim, Infiltrazione individuale – o dei singoli – titolo di una delle parti del libro), e tuttavia significativo perché anche questa, volendo, si potrebbe considerare come una metafora della vita stessa.
non-temere-e-non-sperare
Yehoshua Kenaz, Non temere e non sperare, Giuntina


(c’entra, fidatevi)

barbara

E IN FRANCIA

(tanto per cambiare)
marcia di solidarietà con i tre ragazzi rapiti violentemente attaccata da antisemiti


(preso qui)

La cosa interessante è che proprio a causa di questi continui attacchi che da almeno una ventina d’anni vanno aumentando in maniera esponenziale, va aumentando di pari passo l’emigrazione degli ebrei francesi in Israele: quell’Israele a cui, quegli stessi soggetti che aggrediscono gli ebrei, negano ogni legittimità e diritto di esistenza. Vale a dire che gli ebrei non possono stare qui e non devono andare lì. Sembrerebbe volersi ripetere l’antico copione:
PRIMO PASSO: voi ebrei non avete il diritto di vivere tra di noi come ebrei.
SECONDO PASSO: voi ebrei non avete il diritto di vivere tra di noi.
TERZO PASSO: voi ebrei non avete il diritto di vivere.

barbara

NOTA: poiché il video non è più visibile, metto due immagini che possono almeno dare l’idea delle presenze, anche se non della violenza dell’attacco.
attacco parigi 1
attacco parigi 2
.

DAL LIBRO DI ZACCARIA

Sollevai gli occhi e mi apparvero quattro corni. Chiesi allora all’inviato divino che parlava a me: “Che cosa significano?” Ed egli mi rispose: “Questi sono i corni che hanno frantumato Giuda, Israele e Gerusalemme”. Il Signore mi fece quindi vedere quattro fabbri. Chiesi: “Che cosa vengono a fare?”. Ed Egli: “Vengono a gettare il terrore sui corni che hanno frantumato Giuda al punto che nessuno può più alzare il capo, e per abbattere le nazioni che sollevano il loro corno contro la terra di Giuda per annientarla”. (Zaccaria 2, 1-4)

barbara

DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE

Cara Michelle, perché taci sui rapiti israeliani?

Nessuno in piazza per gli ebrei. Alla giusta mobilitazione della Obama per le ragazze rapite in Nigeria non ha fatto seguito quella per i tre ragazzi presi da Hamas. Michelle, ci spieghi: se sono israeliani si possono rapire?

di Maria Giovanna Maglie

Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel. Com’è che per tre ragazzini israeliani rapiti da terroristi arabi non vedo mobilitazioni speciali, indignazioni planetarie, campagne a colpi di tweet e vip? Non che cambi niente, le ragazze rapite in Nigeria restano in mano ai terroristi, ci vuol altro che un cartellino in mano a Michelle Obama, un bel tweet «Bring back (…) (…) our girls», e via di nuovo a fingere di coltivare pomodorini e zucchine rigorosamente organic nell’orto presidenziale; ci vuol altro che le telefonate propagandistiche di Matteo Renzi e le magliette della nazionale di calcio con i nomi dei due marò, esibite dal ministro Pinotti per far tornare a casa Latorre e Girone; ci vuol altro anche per i tre ragazzini israeliani rapiti da Hamas. Pure, disturba, e anche in questi tempi di disillusione un po’ indigna, il double standard, l’abitudine volgare di distinguere tra le cause politically correct sulle quali gettarsi in sfoggio di propaganda senza pudore, dalla first lady dell’ordine mondiale all’ultimo consiglio comunale, e quelle meno per bene, un po’ scomode, sulle quali far partire infami distinguo, richiami severi mascherati da solidarietà, richieste alle vittime che alla fine dei conti a dirla tutta assomigliano a quelle dei rapitori terroristi.
Funziona così quando viene intaccato il tabù dell’ipocrisia mondiale pacifista, funziona sempre così quando c’è di mezzo Israele. Non è tanto una questione di comune antisemitismo, so di dire una cosa scomoda, sul quale tra brutti libri, pessimi film, pellegrinaggi ai lager che furono, e abbastanza inutili Giornate della Memoria, il senso di colpa cambia forma, si acqueta e vince pure gli Oscar; è che l’antisemitismo quello profondo si è convertito in causa palestinese, ha preso le vesti di critica e pregiudizio verso lo Stato di Israele, comanda le organizzazioni internazionali e le commissioni europee, lambisce e anche penetra tanti ebrei d’occidente, ha caratterizzato la pessima presidenza di Barack Obama in uno strappo terribile con la tradizione degli Stati Uniti. Un alibi stantio, ché io posso anche non poterne più di sentir ricordare retoricamente l’Olocausto, figuriamoci la Resistenza, e vorrei non essere additata per questa saturazione a pubblico scandalo, ma mai dimentico che quello Stato piccolo e guerriero è l’avamposto d’Occidente in territorio nemico, che lo sterminio di ieri si riscatta oggi in Medio Oriente.
Invece che ci tocca leggere? Che, lancio Ansa del 18 giugno, «Amnesty chiede immediato rilascio 3 ragazzi rapiti», ma subito dopo che «Israele sospenda immediatamente le punizioni collettive». Che sono in realtà due misure indispensabili: la chiusura del distretto di Hebron e del valico di Erez tra Gaza e lo Stato israeliano, che serve a impedire il trasferimento dei tre ragazzi nella Striscia, e la detenzione dei membri dell’organizzazione terroristica Hamas, dai quali si possono ottenere informazioni vitali. Seguono articoli di quotidiani vari, ma vi raccomando di non perdervi le perle di Avvenire, informazioni che negano qualsiasi coinvolgimento di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese, peccato che il governo da lui messo in piedi di Fatah-Hamas qualche agevolazione di circolazione ai terroristi islamici l’ha certamente fornita; altre che sostengono che il nuovo ostacolo alla pace siano non il terrorismo o i sequestri, ma la costruzione di nuove case a Gerusalemme. Peccato anche che, l’ho visto ricordato solo su Repubblica, a Hebron circoli un manuale di Hamas di 18 pagine, titolo «Guida per il rapitore», con suggerimenti e consigli per rapire israeliani e ottenere in cambio la liberazione di detenuti palestinesi.
Quanto alla Nigeria, senza un adeguato pagamento o un’azione di forza, le 276 studentesse della scuola di Chi-bok rapite dai Boko Haram il 14 aprile scorso non saranno liberate, e la campagna di buonismo mondiale servirà soltanto ad alzare il prezzo del riscatto e a far diventare più famosi in Africa i talebani neri. Impazzano, va detto, da anni, nell’indifferenza dell’Occidente: hanno massacrato cristiani, bruciato le chiese in cui li hanno sorpresi a pregare, hanno ucciso migliaia di nigeriani, e due italiani, Franco Lamolinara e Silvano Trevisan, sono nelle loro mani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, i due preti italiani rapiti il 4 aprile, con la suora canadese Gilberte Bussier. Il gruppo di fanatici islamici Boko Haram sconfina allegramente dalla Nigeria in Camerun. Sono terroristi in nome e per conto dell’islam, come quelli che hanno rapito i tre ragazzi israeliani, come quelli che Israele non rinuncia a combattere.

(Libero, 20 giugno 2014)
michelle

Nel frattempo anche il papa continua a tacere – ritenendo, evidentemente, di avere portato a termine la sua missione fermandosi in accorato silenzio accanto a quel muro che vergognosamente impedisce ai terroristi di fare carneficine di ebrei e accogliendo l’imam che ha pregato per la sconfitta degli infedeli – mentre l’inviato dell’Onu Robert Serry, coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, tenta di far trasferire a Hamas 20 milioni di dollari e critica i tentativi di Israele di trovare e liberare i tre ragazzi rapiti. Come già ho avuto occasione di dire, la prostituzione è davvero un mestiere redditizio, e quindi assai ambito.
(E Rachel Frenkel, mamma di Naftali, invoca: “Io credo che ritorneranno, ma se così non dovesse essere, per favore, siate uniti. Siate uniti”)

barbara

 

A CUORE APERTO

Per fortuna non tutti, invecchiando, rimbambiscono: ne è la prova quest’ultimo minuscolo ma prezioso libro di Elie Wiesel, che raccoglie pensieri, emozioni, ricordi, affetti rivissuti in quelli che, temeva, potevano essere gli ultimi giorni, gli ultimi istanti della sua vita – al punto che, al momento di essere anestetizzato, chiede ancora un minuto, per poter recitare lo shemà, perché non è molto sicuro di risvegliarsi da un intervento così impegnativo – a cuore aperto, appunto, come a cuore aperto sono le confidenze che sgorgano in questo particolare frangente.
Poi si è risvegliato, per (anche nostra) fortuna, il che gli ha permesso, oltre che di regalare ancora amore e saggezza alla moglie, al figlio e ai nipotini, anche di offrire a noi questo piccolo gioiello che ci regala intense emozioni.

Elie Wiesel, A cuore aperto, Bompiani
A cuore aperto
barbara