I PALESTINESI TRA L’ILLUSIONE DELLA VITTORIA E LE RAGIONI DELLA PACE

Un articolo importante, che dice alcune cose fondamentali, che raramente vengono dette.

di Marco Faraci  01 Agosto 2014

Quanto si affronta la questione palestinese, c’è una cosa che è necessaria prima di tutto – sgombrare il campo dall’idea che ci troviamo di fronte ad un problema di “autodeterminazione dei popoli”. La questione palestinese non è una questione di “autodeterminazione” e non ha niente a che fare, per esempio, con le rivendicazioni indipendentiste dei baschi, dei catalani, dei fiamminghi o degli scozzesi.
L’autodeterminazione, in effetti, rappresenta il diritto di una determinata comunità ad autogestirsi all’interno di un ambito solitamente (ma non necessariamente) territoriale, al fine di perseguire un proprio sviluppo sociale, economico e culturale. E’ un concetto che implica dei rapporti pacifici e di tipo orizzontale con le altre comunità politiche e pertanto presuppone il riconoscimento del valore della diversità, della pluralità istituzionale e della convivenza.
La “causa palestinese” per come si è presentata fino a questo momento non è la rivendicazione pacifica e difensiva di una patria nazionale per il “popolo palestinese”, all’interno della quale si declini una statualità. Se l’obiettivo fosse stato questo, sarebbe stato già conseguito da tempo, e la quantità gigantesca di denaro che negli anni è stata iniettata a favore dei palestinesi dai paesi arabi, dall’Occidente e dallo stesso Israele sarebbe stata più che sufficiente per garantire la praticabilità economica del nuovo Stato ed il graduale raggiungimento della completa autosufficienza. La causa palestinese, purtroppo è stata ben altro – è stata un progetto imperialista ed aggressivo mirante alla “riconquista” dello Stato di Israele e, quindi, alla negazione dei valori fondamentali alla base del principio di autodeterminazione dei popoli, cioè la pacifica convivenza, il riconoscimento ed il rispetto dell’”altro”.
Dopo il disimpegno israeliano da Gaza, i palestinesi non hanno utilizzato lo spazio politico apertosi nella Striscia per “autogovernarsi”, bensì hanno de facto organizzato la Striscia come base della guerriglia antiisraeliana. Ritenere che vi possa essere una legittimità nella riconquista violenta da parte dei palestinesi di terre che sono sotto l’amministrazione israeliana è sbagliato. Non ha senso parlare di ritornare ai confini di Oslo o del 1967 o del 1947, per il semplice motivo che non è ammissibile che i palestinesi continuino a pensare di poter scatenare guerre, perderle e poi pretendere che si faccia finta di nulla e si torni alla situazione ex ante.
E’ inevitabile che i palestinesi paghino il fatto di essere stati sempre dalla parte sbagliata (dalla parte dell’aggressore e dello sconfitto) in tutte le guerre. Incidentalmente giova ricordare che, anche prima dei conflitti araboisraeliani, la leadership palestinese si schierò apertamente con i Nazisti nella seconda guerra mondiale. Peraltro nel ventesimo secolo i palestinesi non sono certo gli unici ad avere perso dei territori o ad avere conosciuto esodi. Noi italiani ricordiamo certamente la perdita dell’Istria, di Fiume e di Zara e la fuga di tanti nostri connazionali da quelle terre. La Germania ha vissuto questa situazione molto più in grande, vedendosi sottratti tutti i territori ad Est dell’Oder Neisse; dodici milioni (!) di tedeschi furono costretti ad andarsene. Ed anche i confini della Polonia usciti dalla guerra avevano poco a che fare con quelli precedenti al conflitto, con milioni e milioni di polacchi che hanno dovuto trasferirsi.
Va detto, tra l’altro, che negli anni successivi alla proclamazione dello Stato di Israele, almeno 850.000 ebrei sono stati espulsi da paesi arabi nei quali le loro famiglie avevano vissuto per centinaia di anni. Nei fatti ci fu uno “scambio di popolazioni”, nel quale moltissimi ebrei hanno dovuto abbandonare tutto quello che avevano costruito in generazioni nei paesi arabi di origine – eppure questi profughi ebrei sembrano non rientrare mai nell’equazione politica. Un’altra fase storica che ha prodotto una grande quantità di rifugiati è stata il processo di decolonizzazione. Si pensi agli italiani di Libia, ai pieds noirs d’Algeria, alla diaspora rhodesiana, ai retornados portoghesi del Mozambico e dell’Angola o agli indo-olandesi. Si tratta, nel complesso, di milioni di persone, ma nessuna di queste comunità oggi rappresenta in alcun modo una questione politica. Il fatto è che tutti i rifugiati che il ventesimo secolo ha prodotto si sono sempre rapidamente integrati  nelle rispettive madri patrie o in paesi culturalmente omogenei e sono diventati elementi pienamente produttivi nelle loro “nuove società”.
Questi “immigrati invisibili” hanno fatto di necessità virtù e, armati di dignità e di etica del lavoro, hanno ricostruito un futuro per loro e per i loro figli. Noi non abbiamo stipato per settant’anni a Gorizia i profughi giuliani e dalmati educandoli alla guerra ed all’odio contro gli slavi. Né i tedeschi lo hanno fatto con i rifugiati della Pomerania, della Slesia e della Prussia. Né i vari presidenti francesi hanno addestrato per cinquant’anni gli esuli algerini a preparare la riconquista di Algeri. Invece per i quasi venti anni in cui la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono stati sotto il controllo dell’Egitto e della Giordania, i rifugiati palestinesi sono rimasti in campi profughi, a crescere in numero ed in disperazione.
Di fatto la “questione palestinese” è stata creata a tavolino per precisa scelta politica dai paesi arabi che, anziché integrare i profughi hanno scelto di conferire loro il ruolo di riserva permanente di guerriglia antisionista. Il crimine più grave che sia stato compiuto finora contro i palestinesi è quello di averli illusi che fosse possibile riportare indietro l’orologio della Storia ed averli incoraggiati in questi decenni a sacrificare collettivamente la propria esistenza ad una guerra infinita senza speranza alcuna.
In un certo senso i palestinesi hanno combattuto una guerra non loro perché i veri beneficiari della loro lotta sono stati i leader delle élites politiche dei vari paesi arabi che nella retorica filopalestinese trovavano a buon mercato una legittimazione del proprio potere presso le masse. Naturalmente, da un simile punto di vista, è del tutto irrilevante il fatto che la guerra non possa avere alcuno sbocco positivo per i palestinesi. Non serve affatto che sia vinta, basta che sia combattuta – ed anzi più è dolorosa e luttuosa per gli stessi palestinesi, più genera un capitale politico per i suoi “stakeholders”.
Naturalmente il patimento accumulato dai palestinesi in decenni di guerra e di guerriglia è tale che praticamente ogni palestinese ritiene di avere forti ragioni personali per continuare la lotta. Se ci si arrendesse a questa logica tuttavia, il mondo intero vivrebbe in una guerra permanente. Ogni guerra, infatti, porta con sé come esito le ragioni potenziali per farne un’altra. Ogni guerra ci lascia con ingiustizie da riparare, innocenti da vendicare, martiri in nome dei quali combattere affinché non siano morti invano. Eppure a un certo punto l’odio deve piegarsi alla realtà.
Sia consentito, ancora, un paragone storico: dopo la prima guerra mondiale, Adolf Hitler prese il potere in Germania cavalcando da posizioni ultranazionaliste la frustrazione per la pace ingiusta, per le condizioni vessatorie imposte dal Trattato di Versailles. Fece leva sull’orgoglio e “revanchismo” per inquadrare la popolazione tedesca in un terribile progetto imperialista. Per riprendersi Danzica ed il suo “corridoio”, scatenò una nuova guerra mondiale ancora più sanguinosa di quella precedente. La perse e quello che ne seguì non fu certo una pace più generosa per la Germania. Il paese uscì dalla guerra con terribili ferite economiche, politiche e morali. Il massacro di Dresda, la perdita ad Oriente di regioni storiche, le vendette sovietiche sulla popolazione civile, l’occupazione da parte delle potenze vincitrici e così via. Quante buone ragioni ci sarebbero state perché i tedeschi alla prima occasione decidessero di dotarsi di un nuovo Hitler che li riscattasse dalla “punizione collettiva” che era stata inflitta loro?
Eppure, anziché dare un’altra possibilità al nazionalismo estremo, la Germania ha scelto le straordinarie opportunità di sviluppo economico e sociale offerte dalla pace – anche se questo, evidentemente, ha richiesto la capacità di elaborare il lutto della sconfitta ed intraprendere un percorso di autocritica storica e politica. La scelta di pace dei tedeschi ci sembra assolutamente ovvia e scontata; non ci parrebbe proprio concepibile una scelta diversa. Non potremmo immaginare che la gioventù tedesca anziché godersi e costruirsi la vita preferisse arruolarsi in una nuova guerra. Non potremmo immaginare che dei genitori anziché vedere i propri figli laureati e felicemente sposati, preferissero che si immolassero per riguadagnare Breslavia, Danzica o Königsberg. Chiunque di noi, anche trasversalmente all’appartenenza politica, lo riterrebbe non solo folle ma anche profondamente inumano.
Eppure troppi, anche in Occidente, sono disposti a giustificare che generazioni e generazioni di palestinesi siano coscritte a vita in una battaglia ideologica nazionalista. Da questo punto di vista, la migliore sintesi della questione israelo-palestinese è probabilmente quella che fu fatta da Golda Meir. “La pace sarà possibile solo il giorno in cui i palestinesi ameranno i loro figli più di quanto odiano noi”. La pace sarà possibile solamente se per un padre di Gaza il fatto che suo figlio diventi un bravo avvocato, ingegnere, ristoratore, commerciante o idraulico, si sposi e viva tranquillo con la sua famiglia sarà più importante di conquistare Gerusalemme. La “questione palestinese”, in altre parole, sarà risolta solo quando i palestinesi si renderanno conto dello straordinario valore che avrebbe per loro il dividendo economico e sociale della pace.
Significherebbe la fine delle limitazioni alle attività economiche nei territori ed al movimento delle persone e dei beni. Significherebbe la possibilità di attrarre investimenti economici che oggi sono fortemente ridotti a causa delle incertezze e dei rischi dello status quo, avviando così un importante sviluppo a livello industriale, agricolo, tecnologico e turistico. Ma se i palestinesi continueranno a preferire l’illusione della “vittoria” alle ragioni della pace, nessuna simpatia, vicinanza, comprensione, giustificazione, condiscendenza è possibile. Il messaggio che va mandato oggi deve essere inequivoco: è tempo che i palestinesi si arrendano alla pace. Ed alla storia. (qui)

Da imparare a memoria.

barbara

  1. Sembrerebbe perfino banale dirsi d’accordo con quanto magistralmente esposto da Marco Faraci. Parole di verità assoluta. La realtà purtroppo ci pone davanti al muro invalicabile dato dalla rivendicazione dei palestinesi di un diritto impossibile da soddisfare, perché presuppone come contropartita l’annullamento del diritto sacrosanto degli ebrei di vivere in pace nella loro terra.

  2. Il mondo arabo qui un’ esempio che si aggiunge ad altri con diverse motivazioni sempre al di fuori di una sana logica con un pensiero analitico ,razionale…E con il loro pensiero di base da attuare con qualsiasi mezzo, con le varie modalità ma sempre con il solo obbiettivo di colpire Israele come una colonia di tarli. E il loro scopo finale la distruzione di Israele! Sempre lo stesso scopo da quando è nato…rinato Israele come
    entità nazionale.Le guerre che sempre a varie scadenze sono state innescate dagli arabi.Perse…Il pensiero lo stesso,ossessivo maniacalmente…
    Escono da ogni logica del pensiero come entità di popolo,di persone come singolo individuo per il loro sentire che non ha niente di positivo.

    Le testine che li assecondano non riesco assolutamente a comprenderli .
    E’ Israele che deve essere tutelato e non additato ogni valta che deve difendersi.
    Se cosi non deve essere intervengano loro democraticamente a gestire la situazione
    palestinese …anche con forze armate …presidiando…gli aiuti milionissimi da gestire
    sottocontrollo…
    Ma in clima democratico…combattendo il banditismo terroristico.

    Fino ad ora hanno fallito!
    Ipocriticamente colpendo Israele con accuse….che appaiono persecutive.

    I fondi…Grandi gestiti ..ma non da loro …oppure grandi tagli!

    Ora mi viene in mente la Russia….tanta propaganda,tanto occultato…tutto sottocontrollo…niente informazione estera..’ filtri’…etc. E’ reale…il coinquilino..anni
    fà porlo’ con 2 russe..’ laureate…’ una amica..l’ altra la piu’ giovane…a noi dicevano…
    non sapevo ………etc.
    In Palestina i capi che dovrebbero essere fonte di chiarezza…pulizia..onestà……
    sono stati banditi, propagandisti incitando al terrorismo..e con scarso impegno verso la
    prosperità del territorio e del suo popolo
    .

    L’ ARTICOLO….OTTIMO: DICE TANTO…CHIARO NEL DARE UN QUADRO BEN
    CHIARO

    Le risposte dovrebbero darle attuandole i grandi, ma diverse a quelle usate fino ad ora.

    I vari persecutori di Israele dovrebbero impegnarsi per trovare delle soluzioni o suggerirle.
    Ma basta! Con incolpare sempre Israele!!! Che deve difendersi!
    Associandovi nell’ appoggiare i terroristi….destate molti dubbi sulla vostra onestà . obiettività, un ragionare logico Come impressione finale sà di persecuzione contro Israele, ebrei..sionismo come vi và meglio
    MA tenete conto che Israele vuole solo vivere in pace.Cosa che non vogliono i palestinesi.

    Non molto fiducioso….vedremo …
    ..

    • L’obiettivo, più che altro, è l’istituzione del califfato islamico su tutta la terra; la distruzione di Israele è necessaria perché rappresenta un ostacolo sulla via del califfato, come già ho scritto in un post di alcuni giorni fa.

  3. Ma lo ignorano i vertici…dell’ occidente !?
    Piu’ volte hanno trasmesso il loro folle progetto…
    Sono sempre fermi…ricordando un post…’ tanto non tocca a me …è toccato a..ma a me non è toccato….poi tocca anche a lui…Lo ricordo, ora maggiormente.

  4. Tanto di cappello al signor Faraci!!! Direi che l’articolo è assai più che IMPORTANTE: l’articolo è DEFINITIVO!!! Dispiace solo che questo termine mal si addica proprio – ed è un paradosso sottilmente pessimista – alla sostanza dello stesso articolo. La “ragionevolezza intelligente” di tutti i popoli implicati nei precedenti storici, opportunamente e molto dottamente ricordati da Marco Faraci, sembra non essere nel DNA (nè a breve, né a medio, né a lungo termine) della dirigenza palestinese e degli “stakeholders” (uso il termine di Faraci) che sullo statu quo hanno prosperato e tengono a continuare a prosperare.

    • Non è l’unica, tutti i filopalestinesi lo dicono. Evidentemente si da poco spazio ai vecchi video dell’omino coi baffi e ancora si parla male di Grillo.

    • A dire la verità non lo conoscevo, l’ho incontrato per la prima volta in questo articolo che mi era stato segnalato, e l’ho trovato davvero notevole, per la lucidità dell’analisi e per la chiarezza espositiva (embè, è per leggere cose interessanti che mi si frequenta, no?)

  5. Infatti si vede che mentre i filopalestinesi si dannano per il riconoscimento della palestina, ai ‘palestinesi’, della palestina importa poco o nulla.

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