IO, RIFUGIATO PALESTINESE

Discorso pronunciato da George Deek, vice ambasciatore di Israele a Oslo, il 27 settembre 2014

George Deek è un arabo israeliano, cristiano ortodosso

[è piuttosto lungo, ma avrete alcuni giorni per leggervelo con calma, stamparlo, appenderlo e impararlo a memoria. È una delle cose più commoventi che ho letto da molto tempo a questa parte]

Quando passeggio per le vie della mia città natale, Jaffa, mi ricordo dell’anno 1948.
I viali della città vecchia, le case del quartiere Ajami, le reti da pesca al porto – tutto sembra raccontare storie diverse sull’anno che ha cambiato per sempre la mia città.
Una di queste storie riguarda una delle più antiche famiglie di questa antica città – la famiglia Deek – la mia. Prima del 1948 mio nonno George, di cui mi è stato dato il nome, lavorava come elettricista alla compagnia elettrica Rotenberg. Non si interessava molto alla politica. E dato che Jaffa era una città mista, aveva naturalmente degli amici ebrei.
Infatti i suoi amici alla compagnia elettrica gli insegnarono persino lo yiddish, facendo di lui uno dei primi arabi a parlare questa lingua.
Nel 1947 si fidanzò con Vera – mia nonna – e avevano programmato di fondare una famiglia nella stessa città, Jaffa, in cui la famiglia Deek era vissuta per circa 400 anni. Ma pochi mesi dopo i loro programmi cambiarono, letteralmente, da un giorno all’altro.
Quando l’ONU approvò la fondazione di Israele, e pochi mesi più tardi fu proclamato lo stato di Israele, i leader arabi avvertirono gli arabi che gli ebrei stavano programmando di ucciderli se fossero rimasti nelle loro case, e usarono come esempio il massacro di Deir Yassin. Dissero a tutti: «Lasciate le vostre case e scappate via». Dissero che servivano solo pochi giorni, nei quali con cinque eserciti promettevano di distruggere la neonata Israele. La mia famiglia, inorridita da ciò che poteva accadere, decise di fuggire, con molti altri. Fecero venire un prete di corsa alla casa della famiglia Deek, che in fretta e furia sposò i miei nonni, George e Vera, nella casa. Mia nonna non ebbe neppure modo di vestirsi in modo appropriato. Dopo l’improvviso matrimonio, tutta la famiglia fuggì a nord, verso il Libano.
Ma quando la guerra giunse al termine, gli arabi non erano riusciti a distruggere Israele. La mia famiglia era dall’altra parte del confine, e sembrò che il destino della famiglia Deek fosse di essere dispersa per il mondo. Oggi ho parenti in Giordania, Siria, Libano, Dubai, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Australia e altro ancora. La storia della mia famiglia è solo una – e probabilmente non la peggiore – delle tante storie tragiche dell’anno 1948. E, in tutta franchezza, non c’è bisogno di essere antiisraeliani per riconoscere il disastro umanitario dei palestinesi nel 1948, denominato la nakba. Il fatto che io debba comunicare con skype con dei parenti in Canada che non parlano arabo, o che abbia un cugino in un Paese arabo che non ne ha ancora la cittadinanza nonostante sia di terza generazione – è una testimonianza vivente delle tragiche conseguenze della guerra.
Secondo l’ONU, 711.000 palestinesi sono diventati profughi, questo lo sappiamo già – alcuni fuggiti, altri espulsi con la forza. Contemporaneamente, a causa della nascita di Israele, 800.000 ebrei furono costretti a lasciare il mondo arabo, lasciandolo per lo più privo di ebrei. E, come già avevamo saputo, non furono rare le atrocità da entrambe le parti.
Ma questo conflitto non sembra essere stato l’unico ad avere provocato espulsioni e trasferimenti durante il XIX e il XX secolo.
Fra il 1821 e il 1922 5 milioni di musulmani furono espulsi dall’Europa, per lo più verso la Turchia. Negli anni ‘90 la Yugoslavia esplose, facendo circa 100.000 morti e circa 3 milioni di profughi. Dal 1919 al 1949, durante l’operazione Visla fra la Polonia e l’Ucraina, 150.000 persone morirono e un milione e mezzo divennero profughi. Dopo la seconda guerra mondiale e la convenzione di Potsdam, si spostarono fra i 12 e i 17 milioni di tedeschi. Quando l’India e il Pakistan si separarono, furono trasferiti circa 15 milioni di persone.
Questa tendenza esiste anche in Medio Oriente: per esempio 1,1 milioni di curdi spostati dagli ottomani, 2,2 milioni di cristiani espulsi dall’Iraq, e parlando di oggi, yazidi, bahai, curdi, cristiani e anche musulmani vengono assassinati ed espulsi in seguito all’ascesa dell’islam radicale a un tasso di un migliaio al mese. La possibilità che qualcuno di questi gruppi possa fare ritorno alle proprie case è praticamente nulla.
E allora perché le tragedie dei serbi, dei musulmani europei, dei rifugiati polacchi o dei cristiani iracheni non vengono commemorate? Com’è che la cacciata degli ebrei dal mondo arabo è stata completamente dimenticata mentre la tragedia dei palestinesi, la nakba, è ancora viva nella politica attuale? A me sembra che ciò avvenga perché la nakba è stata trasformata da disastro umanitario in una offensiva politica.
La commemorazione della nakba non riguarda più il ricordo di ciò che è accaduto, bensì il risentimento per la pura e semplice esistenza di Israele. E la prova più evidente è la data scelta per commemorarla: la nakba non è il 9 aprile, giorno del massacro di Deir Yassin, o il 13 luglio, giorno dell’espulsione da Lod. Il giorno della nakba è stato stabilito il 15 maggio, il giorno successivo alla proclamazione dell’indipendenza di Israele. Con questo la dirigenza palestinese dichiara che il disastro non è l’espulsione, i villaggi abbandonati o l’esilio – la nakba, ai loro occhi, è la creazione di Israele. La rinascita dello stato ebraico li rattrista più della catastrofe umanitaria abbattutasi sui palestinesi. In altre parole, non compiangono il fatto che i miei cugini sono giordani, compiangono il fatto che io sono israeliano.
In tal modo i palestinesi sono divenuti schiavi del loro passato, legati con le catene del risentimento, prigionieri in un mondo di frustrazione e di odio.
Ma, amici, la pura e semplice verità è che per non ridursi a vivere di dolore e amarezza, dobbiamo guardare avanti. Per essere ancora più chiari: per riparare il passato bisogna prima assicurare il futuro.
Questo l’ho imparato dal mio maestro di musica, Avraham Nov. Quando avevo sette anni sono entrato nella banda della comunità arabo-cristiana di Jaffa. È lì che ho incontrato Avraham, il mio maestro di musica, che mi ha insegnato a suonare il flauto e poi il clarinetto. Ero bravo. Avraham è un sopravvissuto all’olocausto, e tutta la sua famiglia è stata assassinata dai nazisti. È stato l’unico che è riuscito a sopravvivere, perché un certo ufficiale nazista lo ha trovato dotato nel suonare l’armonica, e così durante la guerra lo ha preso in casa per intrattenere i suoi ospiti.
Finita la guerra, e rimasto solo, avrebbe potuto sedersi a piangere e lamentarsi per il più grande crimine dell’uomo contro l’uomo nella storia e per il fatto di essere rimasto solo. Ma non lo ha fatto: ha guardato avanti, non indietro. Ha scelto la vita, non la morte; la speranza, piuttosto che la disperazione. Avraham è venuto in Israele, si è sposato, ha costruito una famiglia, e ha cominciato a insegnare la stessa cosa che gli aveva salvato la vita – la musica. E quando ha visto salire la tensione fra arabi ed ebrei, questo sopravvissuto all’olocausto ha deciso di insegnare la speranza attraverso la musica a centinaia di bambini arabi come me.
I sopravvissuti all’olocausto come Avraham sono fra le persone più straordinarie che possiate trovare. Sono sempre stato curioso di capire come potessero continuare a vivere sapendo ciò che sapevano, avendo visto ciò che avevano visto. Ma per tutti i 15 anni in cui sono stato studente di Avraham, non ha mai parlato del suo passato, tranne una volta – quando io ho chiesto di sapere. Mi sono reso conto che Avraham non era il solo, e che molti sopravvissuti all’olocausto non parlavano di quegli anni, neppure alle loro famiglie, a volte per decenni, o addirittura per sempre.
Solo quando avevano assicurato il futuro si concedevano di voltarsi indietro a guardare il passato. Solo dopo aver costruito un tempo di speranza permettevano a se stessi di ricordare i giorni della disperazione. Hanno costruito il futuro nella loro vecchia-nuova patria, lo stato di Israele. E sotto il peso della loro più grande tragedia, gli ebrei sono riusciti a costruire uno stato leader nel mondo in medicina, agricoltura, tecnologia. Perché? Perché hanno guardato avanti.
Amici, questa è una lezione che ogni nazione desiderosa di superare una tragedia dovrebbe imparare, compresi i palestinesi. Se i palestinesi vogliono riscattare il passato, devono innanzitutto concentrarsi ad assicurare un futuro, a costruire un mondo come dovrebbe essere, come i nostri figli meritano che sia.
E il primo passo in questa direzione, non c’è ombra di dubbio, è di porre fine al vergognoso trattamento dei rifugiati palestinesi. Nel mondo arabo i rifugiati palestinesi, compresi i loro figli, nipoti e anche pronipoti hanno ancora sistemazioni provvisorie, sono pesantemente discriminati e sono quasi sempre negati loro la cittadinanza e i più elementari diritti umani. Perché i miei parenti in Canada sono cittadini canadesi, mentre i miei parenti in Siria, Libano o nei Paesi del Golfo – che sono nati lì e non conoscono nessun’altra patria – sono ancora considerati rifugiati? Il trattamento dei palestinesi nei Paesi arabi è indubbiamente la più grande oppressione subita in qualunque parte del mondo. E i complici in questo crimine sono la comunità internazionale e le Nazioni Unite. Invece di svolgere il proprio compito e aiutare i rifugiati a rifarsi una vita, la comunità internazionale sta nutrendo la narrativa del vittimismo. Mentre per tutti i rifugiati del mondo c’è un’unica agenzia ONU, l’UNHCR, un’altra agenzia è stata istituita per occuparsi unicamente di quelli palestinesi, l’UNRWA.
Non è una coincidenza: mentre lo scopo dell’UNHCR è di aiutare i rifugiati a trovare una nuova sistemazione, costruirsi un futuro e porre fine alla loro condizione di rifugiati, lo scopo dell’UNRWA è l’opposto: perpetuare la loro condizione di rifugiati e impedire loro di iniziare una nuova vita. La comunità internazionale non può seriamente immaginare che il problema dei rifugiati si risolva, mentre collabora con il mondo arabo nel trattare i rifugiati come pedine politiche, negando loro i diritti basilari .
Dove ai rifugiati palestinesi sono stati garantiti pari diritti, là essi hanno prosperato e contribuito alla loro società: in Sud America, negli Stati Uniti e anche in Israele. Infatti Israele è stato uno dei pochi Paesi che hanno automaticamente dato piena cittadinanza e uguaglianza a tutti i palestinesi in esso residenti dopo il ’48. E ne vediamo i risultati: nonostante tutte le sfide, i cittadini arabi di Israele costruiscono un futuro. Gli arabi israeliani sono gli arabi più istruiti del mondo, con i migliori standard di vita e opportunità nella regione. Degli arabi prestano servizio come giudici alla Corte Suprema. Alcuni dei migliori medici in Israele sono arabi, e lavorano in quasi tutti gli ospedali del Paese. 13 arabi sono membri del parlamento e godono del diritto di criticare il governo – un diritto che essi sfruttano al massimo – protetti dalla libertà di parola. Degli arabi vincono in popolari reality show. E potete trovare persino diplomatici arabi – uno di loro si trova di fronte a voi in questo momento.
Oggi, quando cammino per le vie di Jaffa, vedo i vecchi edifici e il vecchio porto, ma vedo anche bambini che vanno a scuola e all’università, vedo fiorenti aziende, e vedo una cultura viva. In breve, anche se, come minoranza, abbiamo ancora molta strada da fare, noi abbiamo un futuro in Israele.
Questo mi porta al prossimo punto: è arrivato il momento di finirla con la cultura dell’odio e dell’incitamento, perché l’antisemitismo, io credo, è una minaccia per i musulmani e i cristiani tanto quanto per gli ebrei.
Sono arrivato in Norvegia poco più di due anni fa, e per la prima volta ho avuto a che fare con gli ebrei come comunità di minoranza. Io sono abituato… ero abituato a vederli come maggioranza. E devo dire che ciò mi appare molto familiare. Io sono cresciuto in un ambiente simile, nella comunità arabo-cristiana di Jaffa. Facevo parte dei cristiani ortodossi, che fanno parte della comunità cristiana, che fa parte della minoranza araba, nello stato ebraico di Israele, nel Medio Oriente musulmano.
È come quelle bambole russe, ne apri una grande e dentro ce n’è una più piccola. Io sono il pezzo più piccolo. Un ebreo in Norvegia o un arabo in Israele, essere una minoranza significa che fai sempre parte di una piccola comunità in cui ognuno si preoccupa per ogni altro e lo aiuta. È una bella cosa sapere che hai sempre una comunità che si prenderà cura di te per qualunque cosa. Per tutta la mia vita, far parte di una comunità di minoranza è sempre stata una benedizione. Ma, amici, la vita di una minoranza è anche una vita di lotta costante per un trattamento equo.
A volte venite discriminati, e potete anche essere vittime di crimini motivati dall’odio. Anche in una democrazia come Israele, essere una minoranza araba non è sempre facile. Poco più di un anno fa una banda di bulli sono entrati nel cimitero arabo cristiano di Jaffa e hanno dissacrato le tombe con scritte “morte agli arabi”, e una delle tombe di quel cimitero era di mio padre.
Essere minoranza, amici miei, è una sfida ovunque, perché essere minoranza significa essere diversi. La storia del popolo ebraico ha aggiunto molte parole al vocabolario umano: parole come espulsione, conversione forzata, inquisizione, ghetto, pogrom, per non parlare della parola olocausto. Il rabbino Lord Jonathan Sacks ha spiegato accuratamente che gli ebrei hanno sofferto in tutti i tempi perché erano diversi; perché erano la più consistente minoranza non cristiana in Europa, e oggi sono la più consistente minoranza non musulmana in Medio Oriente. Ma, concretamente, non siamo tutti diversi? Diversi in ciò che ci rende umani! Ogni persona, ogni cultura, ogni religione è unica, e perciò insostituibile. E in un’Europa, o in un Medio Oriente, in cui non c’è spazio per gli ebrei, non c’è spazio per l’umanità.
Non dimentichiamo, amici: l’antisemitismo può cominciare con gli ebrei, ma non finisce mai con gli ebrei.
Gli ebrei non sono stati gli unici ad essere convertiti a forza sotto l’inquisizione; sotto Hitler anche zingari e omosessuali, tra gli altri, soffrirono insieme agli ebrei; e ora sta succedendo di nuovo in Medio Oriente.
Il mondo arabo sembra avere dimenticato che i suoi giorni migliori negli ultimi 1400 anni si sono avuti quando ha mostrato tolleranza e apertura verso chi era diverso. Il genio matematico Ibn Musa el-Khawazmi era uzbeko, il grande filosofo Rumi era persiano, il glorioso conduttore Salah a-din era curdo, il fondatore del nazionalismo arabo era Michel Aflaq, un cristiano, e colui che ha portato la riscoperta islamica di Platone e Aristotele al resto del mondo è stato Maimonide, un ebreo.
Ma invece di tornare alla proficua tolleranza, si sta insegnando alla gioventù araba a odiare gli ebrei usando la retorica antisemita dell’Europa medievale mescolata con il radicalismo islamico. E ancora una volta, ciò che era cominciato come ostilità contro gli ebrei è diventato ostilità contro chiunque sia diverso. Proprio la settimana scorsa più di 60.000 curdi sono fuggiti dalla Siria verso la Turchia, temendo di essere massacrati. Lo stesso giorno 15 palestinesi di Gaza sono annegati mentre tentavano di sfuggire agli artigli di Hamas; bahai e yazidi sono a rischio. E, soprattutto, la pulizia etnica dei cristiani nel Medio Oriente è il maggior crimine contro l’umanità del XXI secolo. In appena due decenni i cristiani come me si sono ridotti dal 20% della popolazione del Medio Oriente al misero 4% di oggi. E quando vediamo che le principali vittime della violenza islamica sono i musulmani, diventa chiaro a tutti che alla fine l’odio distrugge l’odiatore.
E dunque, amici, se vogliamo riuscire a difendere il nostro diritto di essere diversi, se vogliamo avere un futuro in quella regione, io credo che dovremmo essere uniti, ebrei, musulmani e cristiani. Combatteremo per il diritto dei cristiani di vivere ovunque la loro fede senza paura, con la stessa passione con cui combatteremo per il diritto degli ebrei di vivere senza paura. Combatteremo contro l’islamofobia, ma è necessario che i nostro compagni musulmani si uniscano alla lotta contro la cristianofobia e la giudeofobia. Perché ciò che è in gioco è l’umanità che condividiamo.
Lo so che può sembrare ingenuo, ma sono convinto che è possibile, e l’unica cosa che si frappone fra noi e un mondo più tollerante è la paura. Quando il mondo cambia, la gente comincia a preoccuparsi di ciò che riserva il futuro. Questa paura induce la gente ad arroccarsi in una passiva posizione di vittime, rifiutando la realtà e cercando qualcuno da additare come responsabile di tutto questo. Ed è vero oggi tanto quanto lo era nel 1948.
Il mondo arabo può superare questa mentalità, ma deve avere il coraggio di pensare e agire in modo diverso. Questo cambiamento richiede che gli arabi si rendano conto che non sono vittime impotenti, richiede che si aprano all’autocritica e si prendano le loro responsabilità. Finora, non c’è un solo libro di storia arabo che abbia messo in discussione l’errore storico del rifiuto della nascita dello stato ebraico. Non c’è stato un solo storico arabo di rilievo che abbia avuto il coraggio di dire che se gli arabi avessero accettato l’idea di uno stato ebraico, oggi ci sarebbero due stati, e non ci sarebbe stata alcuna guerra, e non ci sarebbe stato il problema dei profughi.
Vedo israeliani come Benny Morris, che è con noi oggi, che hanno il coraggio di sfidare le narrative dei loro dirigenti in Israele, assumendo rischi personali nella ricerca di una verità che non è sempre comoda per il loro popolo. Ma non riesco a trovare qualcosa di analogo tra gli arabi. Non vedo mettere in discussione la sensatezza della distruttiva leadership del mufti di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini, o l’inutile guerra lanciata dagli arabi nel 1948, o ciascuna delle guerre contro Israele negli anni seguenti fino a oggi. E non vedo critiche nella corrente palestinese attuale a proposito del terrorismo, dello scatenamento della seconda intifada, o del rifiuto di almeno due offerte israeliane negli ultimi 15 anni per porre fine al conflitto. Riflettere su se stessi non è debolezza: è un segno di forza. Fa avanzare la nostra capacità di superare la paura e affrontare la realtà. È necessario che guardiamo con onestà le nostre decisioni, e che ce ne prendiamo la responsabilità.
Solo gli arabi possono cambiare la propria realtà. Smettendo di appoggiarsi a teorie cospirative e di incolpare poteri esterni – l’America, gli ebrei, l’Occidente o chiunque altro – per ogni problema; imparando dagli errori passati e prendendo decisioni ragionevoli nel futuro.
Proprio due giorni fa il presidente statunitense Obama, sul podio dell’ONU di fronte all’Assemblea Generale, ha detto: “Il compito di rifiutare settarismo ed estremismo è un compito generazionale – un compito per il popolo stesso del Medio Oriente. Nessun potere esterno può portare a una trasformazione dei cuori e delle menti”.
Recentemente ho letto un articolo molto interessante di Lord Sacks sulla rivalità tra fratelli nella bibbia. Ci sono quattro storie di fratelli rivali nella Genesi: Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù, e Giuseppe e i suoi fratelli. Ogni storia si è conclusa in modo diverso: nel caso di Caino e Abele, Abele è morto; nel caso di Isacco e Ismaele, si trovano insieme sulla tomba del padre; nel caso di Giacobbe ed Esaù, si incontrano, si abbracciano, e ognuno va per la propria strada. Ma il caso di Giuseppe finisce in modo diverso. Per chi conosce poco questa storia: Giuseppe era l’undicesimo dei dodici figli di Giacobbe e il primogenito di Rachele in terra di Canaan. Ad un certo punto, a causa della gelosia che nutrivano per lui, i suoi fratelli decisero di venderlo come schiavo. Ma dopo un po’ Giuseppe arrivò ad essere il secondo uomo più potente d’Egitto, accanto al faraone. Quando la carestia colpì Canaan, il padre e i fratelli di Giuseppe andarono in Egitto. E lì, invece di punirli per ciò che gli avevano fatto, Giuseppe decide di perdonare i suoi fratelli. Questo è stato il primo evento di perdono e riconciliazione registrato in letteratura. Giuseppe provvede i fratelli di tutto il loro fabbisogno ed essi prosperano, crescono in numero e diventano una grande nazione. Alla fine della storia Giuseppe dice ai suoi fratelli: “Voi volevate farmi del male, ma Dio lo ha trasformato in bene, per compiere ciò che si sta attuando ora, la salvezza di molte vite”. Con questo intende dire che dai nostri atti nel presente noi possiamo costruire il futuro e riscattare il passato.
Ebrei e palestinesi, possiamo non essere fratelli nella fede, ma siamo indubbiamente fratelli nel fato [molto migliore il gioco di parole in inglese, tra faith e fate, dalla pronuncia quasi identica, ndt]. E sono convinto che proprio come nella storia di Giuseppe, compiendo le scelte giuste, scegliendo di focalizzarci nel futuro, noi possiamo riscattare il nostro passato. I nemici di ieri possono diventare gli amici di domani. È accaduto fra Israele e Germania, Israele ed Egitto, Israele e Giordania.
È tempo di cominciare ad aprire un raggio di speranza nelle relazioni tra israeliani e palestinesi, così che possiamo porre fine al ripetersi di vecchie lamentele e concentrarci nel nostro futuro e sulle straordinarie possibilità che esso contiene per tutti noi, se solo sapremo osare.

Non ho ancora raccontato il resto della storia della mia famiglia nel 1948. Dopo un lungo viaggio verso il Libano, per lo più a piedi, i miei nonni George e Vera raggiunsero il Libano. Vi rimasero per molti mesi, durante i quali mia nonna diede alla luce il suo primo figlio, mio zio Sami. Quando la guerra fu finita, si resero conto che erano stati ingannati. Gli arabi non avevano vinto la guerra, come avevano promesso. E, contemporaneamente, gli ebrei non avevano ucciso tutti gli arabi, come era stato loro detto. Mio nonno si guardò intorno, e non vide altro che una perpetua vita da rifugiato. Guardò la sua giovane sposa Vera, non ancora diciottenne, e il figlio appena nato, e comprese che in un luogo congelato nel passato non c’era alcuna possibilità di guardare avanti, nessun futuro per la sua famiglia
Mentre i suoi fratelli e sorelle vedevano il proprio futuro in Libano e in altri Paesi arabi e occidentali, lui la pensava diversamente. Voleva tornare indietro a Jaffa, alla sua patria. Avendo in passato lavorato con degli ebrei ed essendo loro amico, non aveva subito il lavaggio del cervello dell’odio. Mio nonno George fece ciò che pochi altri avrebbero osato: tornò da coloro che la sua comunità vedeva come nemici. Fu sostenuto da uno dei suoi vecchi amici della compagnia elettrica e gli chiese aiuto per tornare indietro.
E questo amico, di cui ho sentito dai racconti di mio padre e il cui nome ignoro, non solo seppe e volle aiutare mio nonno a tornare ma, con uno straordinario gesto di generosità, lo aiutò anche a riottenere il suo vecchio lavoro in quella che è diventata la compagnia elettrica israeliana, facendo di lui uno dei pochissimi arabi che vi lavoravano.
Oggi, fra i miei fratelli e cugini, abbiamo contabili, insegnanti, assicuratori, ingegneri hi-tech, diplomatici, direttori di fabbrica, professori universitari, dottori, avvocati, consulenti, dirigenti delle maggiori compagnie israeliane, architetti e persino elettricisti.
La ragione per cui la mia famiglia ha avuto successo nella vita, la ragione per cui io sono qui come diplomatico israeliano e non come rifugiato palestinese in Libano, risiede nel fatto che mio nonno ebbe il coraggio di prendere una decisione che agli altri sembrava impensabile. Invece di lasciarsi andare alla disperazione, seppe trovare speranza là dove nessuno osava cercarla: scelse di vivere fra coloro che erano considerati i suoi nemici, e di farne degli amici. Per questo io e la mia famiglia dobbiamo a lui e a mia nonna eterna gratitudine.
La storia della famiglia Deek dovrebbe rappresentare una fonte di ispirazione per il popolo palestinese.
Noi non possiamo cambiare il passato, ma possiamo costruire un futuro per la prossima generazione, se vogliamo un giorno riparare il passato. Possiamo aiutare i rifugiati palestinesi ad avere una vita normale. Possiamo essere sinceri sul nostro passato e imparare dai nostri errori. E possiamo unirci – musulmani, ebrei, cristiani – per difendere il nostro diritto alla differenza e, con ciò, salvaguardare la nostra umanità.
Infatti non possiamo cambiare il passato, ma se faremo tutto questo, cambieremo il futuro.
Vi ringrazio. (qui, traduzione mia)

Se poi volete anche vederlo e sentirlo:

barbara

SIRIA MON AMOUR

Mi piace l’Italia, mi piace da morire. Mi piaceva già prima di ciò che mi è accaduto, adesso adoro ogni sua sfumatura, ogni suo vicolo, ogni suo terrazzino fiorito, ogni sua testimonianza di libertà. Perché finché non te la tolgono, la libertà, non ti rendi nemmeno conto di averla. Tutto ciò che nella mia città italiana mi pareva ovvio, andare a scuola, telefonare a un’amica, sorridere a un ragazzo che ti offre da bere, a sei anni dal mio ritorno mi appare ancora un privilegio, una sorta di premio quasi immeritato, tanto mi strugge, a volte, e mi commuove.
Non ti rendi conto di quanto la libertà ti sia vitale fino a che non la perdi.
Ma quel giorno, seduta sul trolley, con la Pausini nelle orecchie, non lo sapevo. Ho preso l’aereo e sono partita felice.

Non è un romanzo: è la storia autentica di Amani El Nasif, cresciuta in Italia e riportata dalla madre nella natale Siria con un pretesto, per tenervela segregata per sempre, “per il suo bene”, per farle smettere la vergognosa abitudine di portare jeans e maglietta, di andare in giro con le amiche e parlare con i ragazzi. Un marito che la frusti e gli occhi di tutta la tribù addosso sono la cura ideale.

Preferivo stare nei campi che in casa, ma gli zii avevano deciso che non ci sarei più andata perché avrei potuto conoscere qualche ragazzo e comportarmi male.
Ero italiana, ero una ulech, una puttanella.
Nonostante il caldo, anche le pulizie di casa le dovevo fare con i tre vestiti e con i calzini o le scarpette, più insopportabili dei vestiti.
Mi pareva impossibile che le mie cugine non si ribellassero a quelle regole, che erano tortura pura.
Quando io chiedevo: «Ma non avete caldo? Ma perche non camminate scalze? Ma perché non vi tenete un solo vestito addosso?» esclamavano allarmate:
«Haram, Haram!».
Haram significa peccato, e nel villaggio di Al Karatz il peccato per le donne sta nel solo fatto di esistere, con i loro corpi, con la loro pelle profumata, con i loro sguardi.
Haram è quando ti sbuca un ricciolo dal velo, anche se tra le mura ti possono intravedere soltanto i familiari.
Haram è quando lavi i piatti e le maniche della veste ti salgono ai gomiti, impunemente, e allora devi coprirti le braccia con dei manicotti ricavati da vecchi calzini.
Haram è quando stai cucinando da ore e hai talmente caldo che ti togli i calzini e rimani a piedi nudi.
«Metti i calzini!» ti dice tuo zio. «La porta è aperta! La gente passa, ti vede!»
Haram sei tu che dici: «Fa caldo, tanto passano solo i parenti».
Haram sei tu che ti impunti e i calzini non li metti.
Allora lui srotola il berim, la corda che gli tiene sul capo la kefiah, e comincia a dartelo sui piedi, fino a farteli diventare viola.
Haram sono quei piedi colpevoli, doloranti e gonfi, ai quali infili i calzini perché non ce la fai a prendere un’altra frustata.
Haram è tutto, haram ero io, che non avevo fatto niente.
Reagivo, gridavo, mi ribellavo. Nessuno veniva in mia difesa, nessuno mi dava ragione. Nemmeno mia madre, nemmeno mia sorella. Mai.

Solo la sua incrollabile determinazione a resistere (prendete nota: questa è resistenza, questa ha il diritto di portare il nobile nome di resistenza) a pressioni e intimidazioni e minacce e ricatti e violenze fisiche di ogni sorta per farle sposare il detestabile e detestato cugino – oltre, alla fine, un inaspettato colpo di fortuna – la salveranno dal condividere la sorte dei settanta milioni di spose bambine nel mondo.

Amani El Nasif – Cristina Obber, Siria mon amour, Piemme
Siria mon amour
Poi, non del tutto fuori tema, andate a vedere anche questo.

barbara

A ME È PIACIUTA UN SACCO

“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non c’ha manco la quinta elementare, non è studiato e quindi se ne sbatte la minghia e vola lo stesso”

Stay Ignorante
calabrone
Che poi a guardarla bene, non è mica una cazzatina tanto per fare una battuta; al contrario, c’è dentro tanta di quella saggezza, ma tanta di quella saggezza…

barbara

LA MOSTRA DI TORINO – INTERVISTA A EMANUEL SEGRE AMAR

Emanuel, pare che siano sorte delle polemiche, in ambito comunitario, in merito a una tua intervista apparsa su La Repubblica: potresti spiegarci che cosa è accaduto?
Ritengo che, per i lettori, sia necessario fare un passo indietro.
Era stata annunciata da tempo una tavola rotonda che si terrà a Torino con la partecipazione del sindaco Fassino e dell’ex segretario generale dell’UNRWA il prossimo 2 dicembre. In tale ambito era prevista una mostra sui profughi palestinesi.
Quando, pochi giorni or sono, mi sono reso conto che il tutto sarebbe avvenuto presso il Museo Diffuso di Torino che, tra le varie denominazioni, riporta anche “della Resistenza”, ho espresso in Consiglio della Comunità l’invito a inviare immediatamente una lettera alla Direzione del museo per metterla in guardia dal concedere le sale ad un ente che, pur operando per conto delle Nazioni Unite (o magari proprio per tale ragione, anche se non è politically correct dirlo) si è mostrato ostile proprio verso gli ebrei, e non solo verso gli israeliani, come ampiamente dimostrato dagli insegnamenti impartiti ai bambini palestinesi nelle sue scuole. Pure le ripetute collusioni della direzione dell’UNRWA con Hamas, ente riconosciuto come terrorista da USA, EU e dalla stessa ONU, dimostra la mancata considerazione da parte dell’UNRWA di quanto scritto nello statuto di Hamas. Il Consiglio della Comunità ha tuttavia scelto di aspettare l’imminente inaugurazione della mostra prima di esprimersi.
Mi sono quindi recato personalmente sia alla presentazione della mostra stessa giovedì 13 novembre, sia alla sua inaugurazione ufficiale, ed in tale occasione ho preso nota di tutto quanto dichiarato dagli oratori (è davvero ammissibile, in un museo che celebra la nostra Resistenza, fare un parallelismo con uno spietato terrorismo che gli organizzatori pretendono di chiamare “la resistenza palestinese”?) ed ho scattato numerose fotografie delle immagini esposte con le loro didascalie e di altre proiettate nei video. Lasciamo perdere la oramai ben nota didascalia che denuncia il massacro fatto a Sabra e Chatila dall’esercito israeliano (sic),
mostra.TO.SeCH
ma tutta la mostra appare come una voluta denuncia degli asseriti crimini israeliani senza che venga spiegato nulla di quanto Israele da tempo dichiara al mondo intero e, in particolare, proprio al Consiglio delle Nazioni Unite, per spiegare quanto succede sulle spalle dei palestinesi.
A questo punto anche il consiglio della Comunità di Torino non ha potuto esimersi dal decidere di scrivere una dura lettera di protesta alla direzione del Museo, lettera che dovrà essere inviata anche ai vari Enti che hanno assicurato la propria adesione alla mostra (dalla Presidenza della Repubblica al Consiglio dei Ministri per proseguire con Comune, Provincia e Regione, oltre ad altri enti).
Questa lettera doveva venire approvata mercoledì 19 e, in qualche modo, la notizia è giunta alle orecchie di una giornalista di Repubblica della redazione di Torino, la quale mi richiese insistentemente, per telefono, di fargliene pervenire copia entro le ore 16 del giorno stesso per non perdere l’occasione del solito scoop. Siccome la lettera, da me stesso preparata in bozza (e chissà chi lo aveva preannunciato alla giornalista!), quando essa mi telefonò, doveva ancora essere approvata, le risposi che ben difficilmente avrei potuto inviargliela prima di sera, che poi divenne notte inoltrata per dare spazio a numerosi suggerimenti, in gran parte dal presidente e da me stesso accolti.
In breve, potei inviarle il testo della lettera, come poi fu inviata alla direzione del Museo, solo nella prima mattinata di giovedì 20, ma grande fu la mia sorpresa quando mi accorsi che proprio nella stessa giornata Repubblica aveva pubblicato un articolo presentato come intervista al sottoscritto che, non essendo mai stata effettuata, riportava fatti e pensieri del tutto inventati.
Questo, anche se sono stato un po’ prolisso, è il resoconto dell’antefatto.

Quali sono state le conseguenze di questa improvvida iniziativa della giornalista di Repubblica?
Premesso che l’articolo pubblicato su Repubblica era, a mio parere, piuttosto inutile e, di per sé, non avrebbe meritato più della mail da me inviata alla giornalista nella quale prendevo le distanze dalle sue fantasie, è successo che Anna Segre l’ha raccolto per scrivere un pezzo pubblicato su Moked venerdì 21 il cui contenuto era anche condivisibile. Purtroppo Anna chiudeva con queste parole: ” È vero che le discussioni sono parte essenziale della nostra identità, ma non mi risulta sia vietato litigare per argomenti su cui ci siano reali differenze di opinione; così come non mi risulta sia obbligatorio che le nostre discussioni vadano a finire sui giornali”.
A questo punto, essendo evidente che per Anna sarei stato io ad aver sbagliato a diffondere ai giornali notizie che avrebbero dovuto restare riservate, ho prima parlato con Anna Segre che, una volta conosciuta la realtà dei fatti, ha compreso che io ero estraneo a quanto mi veniva rimproverato, e, successivamente ho inviato al direzione di Moked la richiesta di pubblicazione del seguente chiarimento: “Leggo su Moked di venerdì 21.11 l’articolo di Anna Segre che fa riferimento all’intervista fatta al sottoscritto e pubblicata su Repubblica di giovedì 20.11. Anna Segre termina molto opportunamente il suo articolo con queste parole: ‘non mi risulta sia obbligatorio che le nostre discussioni vadano a finire sui giornali’. Condivido queste parole, anche perché non mi risulta che mi sia stata fatta intervista alcuna”. Purtroppo il direttore dell’organo dell’Unione delle Comunità ha rifiutato di pubblicare queste poche parole se prima Repubblica non avesse smentito di avermi fatto un’intervista nella quale io avrei fatto quanto pubblicato nelle pagine torinesi. Insomma, io, vice presidente di una Comunità Ebraica italiana, non posso accedere con queste semplici parole all’organo dell’Unione e devo subire, in silenzio, un’accusa infondata.

Quindi, in definitiva, per poterti difendere dall’accusa (infondata) di avere lavato dei panni sporchi fuori casa ti stai vedendo costretto a rivolgerti fuori casa, perché in casa non ti viene consentito di farlo…
Già, questo è l’assurdo della situazione che si è venuta a creare. Pur essendo vice presidente di una Comunità Ebraica italiana, e certamente Repubblica mi ha interpellato in quanto tale, non mi è stato possibile far pubblicare sull’organo dell’Unione delle Comunità Italiane la semplice dichiarazione sopra riportata.

Ancora una domanda: ho letto che le pesanti critiche alla mostra sarebbero strumentali, dal momento che la stessa mostra, prima di essere trasferita a Torino, sarebbe stata esposta a Roma, precisamente a Montecitorio, dove nessuno avrebbe notato alcunché di scorretto. Che cosa ci puoi dire in proposito?
La direttrice dell’UNRWA, Tana De Zulueta, in occasione della presentazione e dell’inaugurazione della mostra torinese, ha pronunciato queste parole: “La mostra arriva per la prima volta in Europa qui a Torino” e: “La mostra in Italia nasce qui, oggi, e a Roma c’è stata solo una piccola mostra alla Camera, e in effetti nasce qua”. Ha anche aggiunto, circa una precedente mostra esposta a Gerusalemme: “Qui non è come a Gerusalemme; si è aggiunto del materiale e la mostra parla meglio”. In definitiva, chissà chi ha visto questa mostra a Roma; nessuno può esprimere un giudizio senza la conoscenza diretta e, soprattutto, completa. Ma purtroppo la mostra aperta e visitabile a Torino parla molto chiaramente! E in futuro la Mostra girerà per l’Europa con l’aureola di essere già stata ospitata nel Museo della Resistenza di Torino!

Ringrazio Emanuel Segre Amar, vice presidente della Comunità Ebraica di Torino, per averci offerto la possibilità di avere una visione un po’ più chiara e completa di questa brutta vicenda.

barbara

UNO STATO “PALESTINESE” IN FRANCIA?

Lettera aperta di Jacques Kupfer a Madame Elisabeth Guigou.
Elisabeth Guigou
Signora Presidente,
Lei dunque ha deciso di presentare una proposta per il riconoscimento di uno “Stato palestinese”.
Non le importa che la mandataria Palestina britannica, destinata alla creazione di uno stato ebraico, sia già per tre quarti uno stato arabo in Transgiordania e che nella storia non è mai esistito uno stato palestinese!
Né le importa che tra la creazione dello Stato di Israele nel 1948 e la Guerra dei Sei giorni nel 1967, quelli che lei chiama “territori occupati” erano sotto il controllo arabo e nessuna richiesta di stato palestinese era all’ordine del giorno! Poco le importa, inoltre, che fino a quel momento nessuno aveva mai parlato di un “popolo palestinese”, inventato poi dai servizi del KGB nella sua lotta contro l’Occidente! Naturalmente, Lei non si cura di sapere che Abu Mazen, ricevuto in Francia con il tappeto rosso, si proclama l’erede del Mufti Al Husseini, quello che ha creato divisioni SS musulmane accanto a Hitler! E non le importa che Fatah e Hamas, suoi amici “palestinesi”, vogliano uno stato islamico al posto e non al fianco di Israele!
Ovviamente non le importa di sapere che i sopravvissuti all’Olocausto hanno dovuto affrontare le orde arabe che si sono scagliate sul giovane Stato ebraico, di cui rifiutavano l’esistenza. Inutile ricordarle che lo Stato ebraico (ebraico, lo ripeto, perché è l’unico sulla Terra e sembra che il fatto la disturbi) ha dovuto affrontare molte guerre contro chi voleva cancellarlo dalla carta geografica! Non parliamo poi degli attacchi contro autobus, automobili, sinagoghe, associazioni giovanili, case, scuole, perché solo i “palestinesi” sono civili innocenti, mentre gli altri sono soltanto ebrei!
Non le ricorderò gli sforzi fatti da Israele, come quei drammatici accordi di Oslo che alla fine hanno tolto la vita a migliaia d’israeliani, né le decine di migliaia di missili e razzi lanciati contro le città israeliane!
A Lei non importano le lezioni della storia recente e l’accordo di Monaco destinato a salvare la “pace”! Il suo predecessore in Parlamento, Daladier, aveva dato a Hitler i Sudeti (con il risultato che sappiamo, ma che lei sembra ignorare)!
Poco le importa sapere che le nostre terre in Giudea-Sanaria sono essenziali per la difesa dello Stato di Israele e poco le importa di sapere che questa terra è patrimonio ebraico per eccellenza, dove le tracce storiche sono soltanto ebraiche! Non le ricordo che senza la Giudea-Samaria i confini precedenti si chiamavano i “confini di Auschwitz”!
Naturalmente, è inutile ricordarle che siamo uno Stato democratico e il suo amico Abu Mazen, una volta al potere, non si è mai più sottoposto al suffragio universale, cosa che, come tutti sanno, è la prerogativa dei paesi in cui regna l’Islam!
La constatazione del fatto che ovunque l’Occidente si ritira, l’Islam che lei chiama “radicale” prenda il posto non le salta agli occhi. In Afghanistan, Iraq, Libia, o Gaza, la presa del potere da parte dei Talebani, Daesh, Al Qaeda o Hamas, tutto le sembra normale!
Decisamente, gli accordi di Monaco non hanno lasciato nessuna traccia di memoria in lei!
Non parliamo poi dei contributi alla scienza mondiale, all’agricoltura, alla tecnologia avanzata che lo Stato ebraico ha portato al mondo e nei paesi in via di sviluppo! Ma in fondo è poca cosa rispetto allo sviluppo di tecniche di racket, sequestri di aerei e terrorismo inventate dai “palestinesi”!
In realtà, a Lei non interessa la verità, la giustizia, un minimo di equità, perché ha già fatto la sua scelta di campo: contro Israele.
Lei preferisce mettere a rischio l’unico stato ebraico sui suoi ventimila chilometri quadrati piuttosto che rischiare il malcontento dei 22 stati arabi su milioni di chilometri quadrati. Il coraggio qualche volta è merce rara in politica.
D’altra parte, quello che m’interessa è capire le sue scelte, e vedo solo tre opzioni per spiegarle.
La prima sarebbe, se posso esprimermi così, la vaga sensazione di un lavoro incompiuto. Dopo tutto, quel dieci per cento di ebrei europei sopravvissuti alla peste bruna è riuscito a creare uno stato ebraico, nonostante l’Europa, nonostante i boicottaggi sulle armi, e a diventare una grande potenza. Se l’Europa non ha potuto completare la sua opera di distruzione, potrebbe farlo lei con lo Stato ebraico, che pochi giorni fa ha festeggiato la nascita del suo seimilionesimo Ebreo vivente sulla sua terra! Che coincidenza! Il sostegno alla creazione di uno Stato palestinese sarebbe la forma moderna della soluzione finale!
La seconda opzione consiste in un’ignoranza totale e assoluta della geografia e della storia. La Terra Promessa parzialmente riconquistata dagli ebrei e la sua capitale Gerusalemme liberata le dà problemi. Che il Corano non abbia mai menzionato Gerusalemme non è certo un motivo sufficiente per non dichiararla città santa per l’Islam. Che i suoi “territori”, più piccoli di un piccolo dipartimento francese, diventino una base per l’aggressione contro lo stato ebraico (come a Gaza) non la disturba. Poco le importa anche che Abu Mazen abbia dichiarato che gli ebrei non avranno il diritto di calcare il suo eventuale territorio, che dovrà restare “Judenrein”!
La terza opzione è essenzialmente la caccia ai voti musulmane e la codardia davanti a eventuali allargamenti delle “aree sensibili”. Caricare Israele di tutti i peccati dandogli lo stesso nome può risultare elettoralmente utile.
Israele non è e non sarà la Cecoslovacchia di Monaco e la Giudea-Samaria non sarà i Sudeti.
Per quel che mi riguarda, non m’interessa il suo voto. La Douce France de mon enfance è scomparsa nei tumulti di un antisemitismo assassino e di una connivenza politica vergognosa nella sua sottomissione al terrorismo arabo.
I miei nonni sono caduti indifesi nel turbine nazista perché gli aerei alleati non hanno bombardato Auschwitz e le porte della “Palestina” sono rimaste chiuse per loro, e i Daladier giravano la testa o collaboravano.
Ma adesso i miei nipoti servono nell’esercito israeliano e hanno già imparato le lezioni della storia.
Il popolo ebraico ha una memoria infallibile. Si ricorda ancora dell’uscita dall’Egitto, della Legge ricevuta sul Monte Sinai, dei suoi combattimenti e dei Giusti delle Nazioni che sono rimasti al suo fianco, come anche dei suoi nemici e degli “utili idioti” del Jihad.
Voglia gradire, Signora Presidente, i sensi della mia più severa riprovazione da Gerusalemme riunificata e dalla Terra d’Israele liberata sotto la sovranità ebraica per l’eternità.
Jacques Kupfer
Co-presidente del Likud Mondiale
EuropeIsraël, 23 novembre 2014 -trad. www.ilvangelo-israele.it)

E, giusto per avere un’idea dell’entità dei problemi:
muslims killed
barbara

UNA LEZIONE DALLA SHOAH

“Primo, se un nemico del nostro popolo dice che ci vuole distruggere, credigli. Non dubitarne neanche per un momento. Non prenderla alla leggera.
Secondo, quando un ebreo, in qualunque posto, è minacciato o sotto attacco, fai quanto è in tuo potere per corrergli in aiuto. Non perdere tempo a chiederti che cosa ne penserà o ne dirà il mondo.
Terzo, un ebreo deve imparare a difendersi.
Quarto, la dignità e l’onore degli ebrei devono essere protetti in ogni circostanza. I semi della distruzione dell’ebraismo risiedono nel permettere passivamente al nemico di umiliarci.
Quinto, state uniti di fronte al nemico. Noi ebrei amiamo la vita, perché la vita è sacra. Ma ci sono cose nella vita più preziose della vita stessa. Ci sono volte in cui bisogna rischiare la propria vita per salvare le vite degli altri. E quando i pochi rischiano la vita per salvare le vite dei molti, allora anch’essi hanno la possibilità di salvare se stessi.
Sesto, c’è una costante nella storia ebraica. Noi saliamo, cadiamo, ritorniamo, veniamo esiliati, siamo fatti schiavi, ci ribelliamo, ci liberiamo”.
Menachem Begin, 1981 (qui, traduzione mia)

Un grande, c’è poco da dire, come già avevo mostrato qui.

barbara

POI LA SERA DOPO

Abbiamo fatto la “Pizza per Israele”,
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cioè di quelle cose che si fanno, oltre che per ritrovarsi per una volta tanto tra gente decente, anche per raccogliere un po’ di soldi. Che poi in realtà il proprietario del locale ha deciso di sua iniziativa di farci la pastasciutta e quella l’ha offerta lui, anche in doppia o tripla porzione, e poi chi voleva poteva prendere anche un secondo, e così si spendeva meno per mangiare e si poteva dare un po’ di più. E i soldi li abbiamo destinati ai soldati, ai nostri meravigliosi ragazzi, affinché possano ogni tanto tirare il fiato mangiando qualcosa di buono e, soprattutto, sentire la nostra solidarietà e il nostro amore.
bimba-soldati
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barbara