C’È APARTHEID IN ISRAELE?

Quello che segue è il testo della conferenza da me tenuta a Udine, su invito dell’associazione amicizia Italia-Israele e patrocinata dall’Università degli Studi di Udine. La conferenza, su mia richiesta, è stata preceduta da un minuto di silenzio in onore degli ebrei vittime della mattanza messa in atto da due terroristi arabi israeliani nella sinagoga HarNof a Gerusalemme OVEST.
(NOTA: alcuni dei testi qui presenti sono presi da precedenti post pubblicati in questo blog, che i lettori abituali conoscono già).

Il termine “apartheid”, da qualche tempo a questa parte, è uno dei mantra più gettonati quando si parla di Israele e, come tutti i mantra, succede piuttosto spesso che venga usato senza sapere esattamente che cosa significhi. È dunque per cercare di fare un po’ di chiarezza che ci troviamo qui oggi.

La parola, con la relativa politica, nasce in Sudafrica dove i bianchi, che costituiscono il 20% della popolazione, impongono al restante 80% di popolazione nera e mista un regime di totale separazione – questo è il significato del termine in lingua afrikaans. Tale politica, già almeno parzialmente in atto, viene codificata e istituzionalizzata nel 1948. Non intendo ripercorrere ora tutta la storia del Sudafrica: mi limiterò a ricordare che questa terra fu colonizzata a partire dal XVII secolo da varie popolazioni europee, fra cui predominavano gli olandesi (i boeri, ossia contadini, in lingua olandese) e gli inglesi. E vediamo in che cosa, esattamente, consisteva questa politica.

– Proibizione dei matrimoni interrazziali
– Proibizione di rapporti sessuali con una persona di razza diversa, che diventano un reato penalmente perseguibile
– Obbligo per tutti i cittadini di registrarsi come bianchi o neri
– Divieto ai non bianchi di entrare in alcune aree urbane
– Divieto di utilizzare le strutture pubbliche, come fontane, sale d’attesa, marciapiedi, ecc. Anche le cabine telefoniche erano separate, non sia mai che un bianco avesse a contaminarsi toccando una cornetta toccata prima da un negro
– Severe limitazioni all’istruzione
– Legge che sanzionava la discriminazione razziale in ambito lavorativo (per lo stesso lavoro un bianco poteva guadagnare anche 14 volte più di un nero)
– Istituzione dei bantustan – veri e propri ghetti – per la popolazione nera nominalmente indipendente ma sottoposta al controllo del governo sudafricano per mezzo di governi fantoccio
– Privazione della cittadinanza sudafricana e dei diritti a essa connessi per gli abitanti dei bantustan
– I neri che vivevano nei centri urbani erano costretti ad abitare in quartieri periferici, spesso formati da sole baracche, dai quali potevano uscire per lavorare solo con speciali lasciapassare
– I neri non hanno diritto di sciopero
– Pur essendo l’80% della popolazione, non possono possedere più del 7,3% del totale delle terre

Nel 1950 entra in vigore il Population Registration act, con il quale la registrazione della popolazione richiede che i sudafricani vengano classificati in una delle tre categorie: bianco, nero (africani), o di colore (categoria che comprendeva le razze miste e i sottogruppi di origine indiana e asiatica). Vi era anche un apposito Dipartimento responsabile della classificazione dei cittadini che puniva severamente il mancato rispetto delle leggi razziali.
Nel 1956 la politica di apartheid viene estesa anche ai cittadini asiatici.
Negli anni sessanta tre milioni e mezzo di neri, etichettati come Bantu, furono sfrattati con la forza dalle loro case e reinseriti nei bantustan. I neri erano privati di ogni diritto civile e politico; potevano frequentare solo l’istituzione di scuole agricole e commerciali speciali; i negozi dovevano servire tutti i clienti bianchi prima dei neri; dovevano avere speciali passaporti interni per muoversi nelle zone bianche, pena l’arresto o peggio.
Nel 1975 un ulteriore giro di vite: si decide di far rispettare una legge a lungo dimenticata: ogni norma doveva essere scritta esclusivamente in lingua afrikaans; la legge viene estesa anche alle scuole in cui sia insegnanti che alunni devono tenere le lezioni in tale lingua. Chi si oppone viene espulso dalle scuole.

Queste leggi, come possiamo vedere, differiscono molto poco dalle leggi di Norimberga in vigore nella Germania nazista. Aggiungo qualche annotazione di carattere sociale. Negli anni Ottanta la spesa totale pro-capite per l’educazione è di 780 $ per i bianchi e di 110 $ per i neri. L’87% del territorio (con oro e diamanti) è assegnato alla minoranza bianca. C’è un medico ogni 330 bianchi e uno ogni 91.000 neri (nel bantustan KwaZulu ce n’è uno ogni 150.000 ab.: è la proporzione più bassa di tutto il Terzo mondo). Un medico bianco non può soccorrere un nero. I bambini neri in carcere sono sempre privi di assistenza legale e i genitori non sanno dove vengono rinchiusi né di cosa sono accusati. Le condanne per loro variano da un minimo di 6 a un massimo di 9 anni di reclusione. Nei ghetti le scuole possono anche avere classi di 70 ragazzi. Nessuno può parlare agli studenti, nell’ambito della scuola, di argomenti che esulano dal programma ufficiale, alla cui base vi è il Manifesto dell’educazione nazionale cristiana, che afferma: “il compito del sudafricano bianco nei confronti dell’indigeno è quello di cristianizzarlo e aiutarlo a progredire culturalmente. L’istruzione degli indigeni deve essere basata sui principi di custodia, non-uguaglianza e segregazione. Lo scopo di questa educazione è quello di far capire qual è lo stile di vita dell’uomo bianco, specialmente quello della nazione boera”. A scuola non ci si può andare se non si ha un nome “cristiano”, che i bianchi sappiano pronunciare. Negli anni Settanta la media delle condanne a morte è stata di 79 all’anno; negli anni Ottanta, 119. A queste vanno aggiunte le numerosissime morti in carcere fra le decine di migliaia di detenuti (11.000 bambini e ragazzi alla fine degli anni Ottanta), e tutti morivano o di infarto, o per avere battuto la testa dopo essere scivolati su un pezzo di sapone mentre facevano la doccia, come documentato da Donald Woods nel suo libro dedicato a Stephen Biko, assassinato in carcere il 12 settembre 1977, all’età di trent’anni.
A conclusione di questo rapido quadro dell’apartheid in Sudafrica voglio aggiungere un ricordo personale, ossia un servizio pubblicato all’epoca su un giornale italiano, L’Europeo, se ricordo bene: vi si mostravano, tra l’altro, i minatori che a fine turno, prima di lasciare le miniere, venivano fatti spogliare e minuziosamente perquisiti, con tanto di ispezione anale, per assicurarsi che non trafugassero qualche diamante. Parecchi lettori, in seguito a questo servizio, hanno vigorosamente protestato per via della foto, qualificata come oscena, dei minatori nudi: non l’umiliazione imposta a questi uomini, oltre al lavoro massacrante e tutto il resto, scandalizzava queste brave persone, bensì la vista di un paio di peni.
Alcune immagini potranno dare un’idea ulteriore dell’apartheid in Sudafrica.
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E passiamo a Israele, secondo termine del confronto, di cui vorrei inquadrare brevemente la situazione statuale, che forse per qualcuno potrebbe non essere del tutto chiara e nota.
Lo stato di Israele occupa un pezzetto di terra (per oltre la metà desertico) che è il 60% del 22%, ossia circa il 13% della terra che era stata promessa nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, impegno ripreso dalla Società delle Nazioni alla Conferenza di Sanremo il 24 aprile 1920, confermato dal Consiglio della Lega delle Nazioni il 24 luglio 1922 e diventato operativo nel settembre 1923. Qualcuno chiede: con quale diritto? Risposta: con quello che da che mondo è mondo compete a chi vince le guerre (tranne quando il vincitore si chiama “Israele” e lo sconfitto “Paese arabo a scelta” o “palestinesi”): l’impero ottomano e l’impero asburgico, dopo avere voluto la guerra e non essere stati in grado di vincerla, si sono dissolti, e le potenze vincitrici se ne sono spartite le spoglie e ne hanno fatto ciò che hanno voluto. Dite che è ingiusto? Può darsi, però in questo caso, per coerenza bisognerà contestare la legittimità dell’esistenza o dei confini di tutti o quasi gli stati del pianeta, a cominciare dalla Giordania, inventata dal nulla e fabbricata a tavolino per far piacere a un amico degli inglesi (estraneo al territorio), su terra rubata agli ebrei (il 78% di quella assegnata loro, per la precisione) – e diventata istantaneamente judenrein, perché tutti gli ebrei che vi risiedevano ne sono stati immediatamente cacciati.
Qualcuno dice: sì, ma quella era terra araba, ci stavano gli arabi. Momento. Lo sapete perché si chiamano arabi? Esatto: perché vengono dall’Arabia. Di tutto ciò che oggi chiamiamo il mondo arabo, gli stati arabi, le popolazioni arabe, ogni centimetro fuori della penisola araba è stato aggredito, invaso, occupato, arabizzato e islamizzato a suon di massacri, deportazioni, stupri etnici e conversioni forzate, con annientamento delle culture e quasi sempre cancellazione delle lingue originarie.
Qualcuno obietta: sì, ma in ogni caso quando hanno cominciato ad arrivare i primi pionieri ebrei lì c’erano gli arabi, e loro li hanno cacciati. Falso: è vero l’esatto contrario. Nei racconti di viaggio e nelle foto dell’epoca pre-sionistica troviamo paesaggi desolati e semidesertici, i dati dei documenti ottomani danno una densità abitativa di pochissime unità per chilometro quadrato, e nel 1939, Winston Churchill osservò che “lungi dall’essere perseguitati, gli arabi si sono ammassati nel paese e si sono moltiplicati… ” Già. La leggenda narra che sono arrivati gli ebrei e hanno cacciato gli arabi, ma la Storia e i dati demografici dicono l’esatto contrario: dopo che sono arrivati i pionieri ebrei, grazie alle condizioni di vita che questi ultimi avevano cominciato a creare, sono arrivati gli arabi dagli stati circostanti, come dimostra questa tabella.
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Immagino poi che vi sarà capitato di vedere quella serie di quattro cartine che mostrano il progressivo “furto di terra” da parte di Israele ai danni dei palestinesi cominciando, nella prima, con alcuni puntini bianchi in un mare verde che rappresentano le terre di proprietà ebraica, e il bianco che, nelle carte successive, si estende fino a eliminare il verde.
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Ebbene, quelle cartine sono delle colossali patacche: i puntini bianchi sono sì proprietà ebraica privata (interamente acquistata e pagata, per lo più da latifondisti ottomani residenti all’estero), ma il resto non è, come si vorrebbe far credere, proprietà privata palestinese, bensì, in grandissima parte, demanio: prima ottomano, poi del mandato britannico, e infine dello stato di Israele. Per la precisione, in base ai dati forniti dal governo britannico, nel 1946 l’8,6% del territorio corrispondente all’attuale stato di Israele era di proprietà di ebrei, il 3,3% di arabi rimasti nel Paese e il 16,5% di arabi che lo hanno successivamente abbandonato. Il terreno demaniale copriva quindi oltre il 70% del territorio. Per concludere il discorso sulla terra, può essere utile dare un’occhiata alle variazioni occorse nelle varie epoche.
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Quanto al “dramma dei profughi palestinesi”, vale forse la pena di rileggere un paio di notizie riportate all’epoca.
Il quotidiano del Cairo AKHBAR EL-YOM, il 12 Ottobre 1963 ricordava: “Venne il 15 Maggio 1948… quello stesso giorno il Mùfti di Gerusalemme fece appello agli Arabi di Palestina affinché abbandonassero il Paese, in quanto gli eserciti Arabi stavano per entrare al loro posto…”
Il 6 Settembre 1948, il “Beirut Telegraph” intervistava Emile Ghoury, segretario del Supremo Comitato Arabo: “Se esistono questi profughi, è conseguenza diretta dell’azione degli Stati Arabi contro la partizione, e contro lo stato Ebraico”.
Il 19 Febbraio 1949, il quotidiano Giordano FALASTIN scriveva. “Gli Stati Arabi che avevano incoraggiato gli Arabi di Palestina a lasciare le proprie case temporaneamente per essere fuori tiro degli eserciti d’invasione Arabi, non hanno mantenuta la promessa di aiutare questi profughi…”.
Interessante, per inciso, notare che fino al 1963 i giornali arabi non parlano di palestinesi, bensì di “Arabi di Palestina”: fino a quel momento, infatti, il nome di palestinesi designava unicamente gli ebrei: il Times of Palestine era il giornale ebraico, la Palestine Philharmonic Orchestra fondata nel 1929 era l’orchestra ebraica, questa era la bandiera della Palestina
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e magari ricordiamo anche che sui muri di mezza Europa, quegli stessi muri su cui oggi leggiamo “Ebrei, fuori dalla Palestina!”, gli antisemiti dell’epoca scrivevano “Ebrei fuori dai piedi! Tornatevene in Palestina!” L’espressione “popolo palestinese” nasce con l’OLP, ossia l’organizzazione per la liberazione della Palestina, fondata nel 1964 quando, sarà bene ricordarlo, NON c’erano territori occupati da Israele: l’unico territorio occupato da Israele era lo stato di Israele.
E non dimentichiamo, a proposito di profughi, il milione circa di ebrei che, in quello stesso periodo, furono costretti a lasciare i Paesi arabi in cui risiedevano da secoli, e in alcuni casi addirittura da millenni, abbandonandovi case, terreni, negozi, fabbriche e ogni altra proprietà, senza che nessuno abbia mai pensato a pretendere per loro il benché minimo risarcimento.
Quindi, ricapitolando, lo stato di Israele si trova in quel pezzetto di terra in cui scavando si trovano tombe ebraiche antiche di migliaia di anni, in cui nel corso dei due millenni seguiti alla deportazione operata dai romani non è mai venuta meno una presenza ebraica, i cui terreni sono stati acquistati e pagati, la cui legittimità è stata sancita da un organismo internazionale, la cui integrità è stata difesa in molte guerre subite, al costo di molti morti: quanti altri stati al mondo possono vantare una tale quantità di fattori a sostegno del proprio diritto a esistere?
E passiamo alla famosa apartheid. In Israele la legge sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini. Tutti i cittadini hanno libero accesso all’università (alla Hebrew University gli studenti arabi sono circa il 10% del totale, a Haifa il 20%), diritto a essere curati negli ospedali, (dove operano medici e infermieri arabi, sia cristiani che musulmani) perfino quando si tratta di terroristi,
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diritto ad accedere alla magistratura (ricordo che è stato un giudice arabo a condannare alla prigione per molestie sessuali il presidente dello stato – il quale presidente non si è messo a strillare alla persecuzione o al complotto: è andato in galera e basta), al parlamento, dove più di qualcuno usa il proprio ruolo per invocare la distruzione di Israele, e anche alle più alte cariche dello stato.
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Troviamo arabi fianco a fianco con gli israeliani ebrei nei negozi, nelle spiagge, nei posti di lavoro, nei luoghi di divertimento, e anche un paio di miss Israele: non avete bisogno di credermi sulla parola, potete andare a verificare coi vostri occhi. Un discorso a parte va fatto per l’esercito: gli arabi, per ragioni facilmente comprensibili, non sono obbligati a prestare servizio militare, però possono farlo se lo desiderano, e alcuni raggiungono anche gradi elevati, donne comprese, e ultimamente il numero di arabi che chiedono di entrare nell’esercito o nella polizia sembra in deciso aumento. Niente apartheid, dunque, da quelle parti? Beh, no: di apartheid in realtà ce n’è: dall’altra parte della barricata: gli israeliani non hanno diritto di entrare nei territori amministrati dall’Autorità Palestinese,
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sono passibili di morte se vendono proprietà agli ebrei,
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e in un eventuale futuro stato palestinese non sarà consentita la residenza a nessun israeliano.
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In pratica abbiamo quel fenomeno che in psicanalisi si chiama proiezione: tutto ciò che una parte fa e desidera, viene sistematicamente imputato all’altra.
Ancora due parole, prima di concludere il discorso sull’apartheid, su quello che viene universalmente chiamato “il muro dell’odio”, “il muro della vergogna”, “il muro dell’apartheid”. Una precisazione, innanzitutto: la barriera di difesa è muro per circa il 10% del suo tracciato, ossia nei tratti che costeggiano le strade su cui i cecchini palestinesi facevano il tiro al bersaglio contro le auto in transito; tutto il resto è barriera metallica dotata di sensori elettronici:
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NON una barriera elettrificata, come qualcuno ama dire, forse perché così assomiglia di più al filo spinato elettrificato di Auschwitz, ma sensori elettronici che segnalano eventuali tentativi di intrusione. La seconda cosa è un’immagine, che non credo necessiti commenti.
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Un altro mantra molto gettonato è quello dell’acqua: gli israeliani rubano l’acqua ai palestinesi appropriandosi delle fonti, e per giunta interrano i pozzi. Lo leggiamo in continuazione, lo sentiamo in continuazione, fa parte di quelle cose che “tutti sanno”: lo sanno talmente bene che non si sente neppure il bisogno di andare a verificare. E noi invece ci andremo, a verificare, partendo da alcune recenti accuse “firmate”, come per esempio l’interrogazione parlamentare grillina: «A seguito delle politiche israeliane di gestione dell’acqua i palestinesi che vivono in Cisgiordania possono disporre di meno di 60 litri al giorno (rispetto ai 100 litri minimi secondo gli standard internazionali), mentre i coloni dispongono di almeno 300». Poi è stata la volta di Martin Schultz, Presidente del Parlamento Europeo che alla Knesset ha detto: “Perché un Israeliano può usare 70 litri d’acqua al giorno e un Palestinese solo 17?” [interessante, noto io, la concordanza dei dati, evidentemente accertati con rigorosissimi metodi scientifici]
Nel 2011 l’agenzia Ma’an riportava: “Il capo della Palestinian Water Authority ha condannato la distruzione di Israele di tre pozzi d’acqua vicino a Nablus, invitando la comunità internazionale ad intervenire. Shaddad Atilli ha detto che i pozzi di Beit Hassan sono stati usati per irrigare 2.000 ettari di terra.” Non ottenne la stessa copertura mediatica delle accuse una lettera del 2012 da parte del capo delle infrastrutture per COGAT, che cercava di spiegare la verità. “Pochi giorni fa il dottor Atilli ha inviato una lettera, denunciando la distruzione di Israele di un certo numero di pozzi illegali situati in Beit Hassan, usando questo per spiegare la sua scelta di recedere dal programma di desalinizzazione. È un peccato che il dottor Atilli abbia scelto di intraprendere tale azione, soprattutto, in quanto è solo il popolo palestinese che soffrirà a causa della sua decisione. In risposta alla sua accusa, penso che sia essenziale informarvi di una serie di punti cruciali che il dottor Atilli ha omesso e che mettono in evidenza non solo le difficoltà che dobbiamo affrontare per quanto riguarda la cooperazione nel settore idrico, ma anche nell’esporre le consuete, noiose tattiche di pubbliche relazioni palestinesi, che siamo costretti ad affrontare in maniera regolare. La decisione di chiudere i tre pozzi illegali a Beit Hassan è stata concordata da entrambe le parti, Israeliani e Palestinesi, presso il Comitato Congiunto per l’Acqua nell’incontro tenutosi il 2.12.2007. Diversi pro-memoria di questa decisione sono stati inviati al Palestinian Water Authority che ha ribadito l’intenzione di proseguire nella decisione sopra indicata e ha anche promesso di presentare una relazione sulla sua attuazione. In diverse occasioni la parte palestinese ha sottolineato il suo impegno per combattere il fenomeno delle trivellazioni illegali , affermando che è nel migliore interesse di entrambe le parti. Nel marzo del 2011, quattro anni dopo la decisione iniziale congiunta di chiudere i pozzi , abbiamo chiesto ancora una volta che la decisione del Comitato Congiunto per l’Acqua fosse attuata. La decisione di chiudere i pozzi in Beit Hassan non è una questione politica – è sopravvivenza – poiché volta a proteggere la nostra risorsa naturale vitale collettiva più grande e più importante . Un esempio inquietante dei rischi connessi alle trivellazioni non monitorate è la distruzione della falda acquifera di Gaza , conseguenza della grande quantità di perforazioni non autorizzate . Questo non può e non deve essere ripetuto con la falda acquifera montana, ed è un mistero per noi il perché la parte Palestinese non abbia a cuore la propria sopravvivenza. È anche importante sottolineare che le perforazioni non autorizzate sono in contraddizione con l’articolo 40 dell’allegato III dell’accordo interinale, che Israele attua pienamente, superando anche i suoi obblighi derivanti dal contratto, ad esempio fornendo ai Palestinesi quantità di acqua ben oltre l’obbligo.”
Lt.Col Grisha Yakubovich, Responsabile della Branch Infrastructure COGAT, Ministero della Difesa
In un’altra accusa Atilli afferma che “Israele assegna solo il 10% delle fonti idriche comuni ai palestinesi”. La verità è che la quota di acqua per la Cisgiordania è stata concordata negli accordi di Oslo: il 33% delle acque nelle falde acquifere sotto la West Bank è assegnato ai Palestinesi. Nel 1993 i Palestinesi avrebbero potuto pompare 117 milioni di metri cubi e Israele ne avrebbe forniti ancora 31 milioni. Nel 2007 sono stati assegnati alla PA, 200 milioni di metri cubi, 51,8 milioni dei quali forniti da Israele. Tuttavia, di questi 200 milioni di metri cubi, solo 180 milioni sono stati effettivamente utilizzati.
La ragione principale di ciò è che la Palestinian Water Authority non ha attuato progetti per la falda acquifera orientale che avrebbe risolto gran parte della crisi idrica palestinese. Più della metà dei pozzi autorizzati per lo sfruttamento della falda orientale non sono ancora stati perforati. I permessi sono stati rilasciati nel 2000. In una lettera scritta il 4 aprile 2001, l’amministrazione civile ha invitato la Palestinian Water Authority ad eseguire questi progetti. Una lettera dell’8 Giugno 2009 ha ribadito la richiesta. Atilli ha anche mentito sul consumo idrico palestinese. Nell’articolo al JPost ha affermato che i palestinesi sono “costretti a una media di soli 60 litri.” Tuttavia, nel 2009 proprio la Palestinian Water Authority ha pubblicato un rapporto che menzionava una fornitura media di 110 litri pro capite al giorno.
Un’altra ragione per la perdita di acqua è la scarsa manutenzione delle infrastrutture idriche palestinesi. Un incredibile 33% della fornitura d’acqua dolce si perde a causa di perdite, furti e scarsa manutenzione. Altri documenti hanno fornito prove solide che la chiusura di 250 pozzi illegali è stata concordata nelle riunioni del Comitato Congiunto per l’acqua. Ad esempio, il verbale della riunione del 13 novembre 2007 mostra una decisione consensuale di distruggere ‘forature e connessioni illegali.’ Tuttavia, Atilli ha agito come se non avesse mai partecipato a queste riunioni o cofirmato le decisioni comuni. Sono centinaia, i punti di deviazione dell’acqua abusivi, utilizzati dai Palestinesi.
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I tubi che i Palestinesi collegano ai condotti principali dell’acqua alimentano vasche di irrigazione, serbatoi improvvisati di acqua rubata. I Palestinesi usano questi serbatoi per le esigenze agricole. Episodi di questo genere sono stati segnalati nelle condutture Shiloh-Migdalim così come in altri settori. Ogni anno 3,5 milioni di metri cubi di acqua in Giudea e Samaria vengono rubati in questo modo. Un nuovo studio condotto dal professor Haim Gvirtzman, che dirige l’Hebrew University’s Hydrology Studies Program e la cui relazione è stata pubblicata dal Centro Begin-Sadat per gli Studi Strategici presso la Bar-Ilan University, rivela che Israele perde circa 10 milioni di metri cubi di acqua all’anno in questo modo. In pieno giorno, i palestinesi trapanano illegalmente senza ricevere le necessarie autorizzazioni da parte della commissione dell’Autorità israelo-palestinese che gestisce le questioni idriche congiuntamente. Ramallah ignora volontariamente questi incidenti o tacitamente li approva. Il prof. Gvirtzman, che ora lavora per l’Autorità delle Acque, rivela che “il comitato congiunto israelo-palestinese ha concesso quasi 80 permessi di trivellazione ai Palestinesi, la maggior parte dei quali per attingere l’acqua dalla falda orientale. Eppure, i Palestinesi utilizzano meno della metà di questi permessi”, preferendo invece perforare senza permesso nella falda acquifera di montagna, soprattutto nel settore settentrionale nella zona di Jenin, e nel quartiere occidentale circostante Qalqilyah e Tul Karem. “Come risultato, Israele è stato costretto a ridurre la portata di acqua alle pompe di questa falda, al fine di evitarne la salinizzazione.” Gvirtzman ha anche scoperto che dei 52 milioni di metri cubi di acque reflue che i Palestinesi producono ogni anno, solo due milioni sono trattati nell’impianto di depurazione che hanno costruito in Al-Bireh. “Il resto del liquame scorre negli affluenti e inquina l’ambiente e il terreno”, scrive. È un allarme conosciuto da tempo e finora ignorato dall’Autorità palestinese. Diciassette milioni di metri cubi di acque reflue attraversano la linea verde. La maggior parte di questa acqua viene assorbita e trattata in Israele, ma solo dopo che ha danneggiato l’ambiente e inquinato le falde acquifere. Questo stato di cose si trova in totale contraddizione con gli accordi che i Palestinesi hanno firmato con Israele. Ci sono piani (rimasti sulla carta) per la costruzione di decine di impianti di depurazione in città come Nablus, Hebron, Betlemme e Tul Karem. Tutti questi progetti sono sovvenzionati dai paesi donatori, ma ora i Palestinesi hanno deciso che non vogliono costruire nelle aree A e B, ma nell’Area C (che è sotto il pieno controllo militare e amministrativo israeliano).
A conclusione di questo lungo discorso sull’acqua, vediamo ora alcune immagini, tutte rigorosamente di fonte palestinese, che illustreranno adeguatamente la drammatica carenza di acqua di cui soffrono i palestinesi – qui, dove ho trovato anche le informazioni qui riportate).

A questo punto è stata letta questa mia riflessione di qualche anno fa.

E per concludere, visto che stiamo andando per mantra, ne vorrei prendere in considerazione ancora uno: il genocidio palestinese, accompagnato dall’altro mantra tanto amato dai demonizzatori di Israele ossia che “i numeri parlano da soli”. E per farlo riporterò un brano di un mio articolo di circa sei anni fa in cui ho fatto, appunto, parlare i numeri (uno dei quali, proprio perché sono passati sei anni, è un po’ cambiato, ma non ho ritenuto necessario aggiornarlo). Gli armeni della Turchia hanno subito un genocidio: prima erano tre milioni, dopo breve tempo erano uno e mezzo. Gli ebrei d’Europa hanno subito un genocidio: prima erano 12 milioni, pochi anni dopo erano diventati 6. I cambogiani hanno subito un genocidio: prima erano quattro milioni e mezzo, dopo erano tre. I tutsi hanno subito un genocidio: erano un milione e mezzo e in brevissimo tempo si sono ridotti a mezzo milione. I palestinesi da sessant’anni stanno subendo un genocidio: nel 1947 erano un milione e duecentomila, oggi, dopo sessant’anni di ininterrotto genocidio, sono, a quanto pare, un po’ più di dieci milioni: due e mezzo in Cisgiordania, uno e mezzo a Gaza, uno e tre in Israele, e circa cinque milioni di cosiddetti profughi. Qualcuno, un giorno, ce la dovrà spiegare questa cosa.

barbara

CHI È CIECO E CHI È SORDO

Questo lavoro di dodici anni fa che ho trovato in rete mi sembra interessante per molti motivi, e perciò ve lo propongo. Interessanti le prime due parti in quanto utili a rinfrescare la memoria, e interessante in particolar modo la parte finale con le sue considerazioni cliniche.

Le réel n’est jamais une image de la réalité. Le réel est l’enigme. Le mot sanskrit qui dit l’enigme est le mot “brahman”. C’est un présent éternel et prodigiesusement actif. Il présente deux traits: il est incompréhensible, il est hallucinatoire.
(Pascal Quignard, Les Ombres errantes, Grasset, Paris, 2002, pag. 70.)

Cosa ne pensereste voi di questo tipo di situazione? Con la cadenza di circa una o due settimane al massimo, degli attentati terroristici fanno centinaia di morti fra dei civili italiani, fra bambini che vanno a scuola, fra lavoratori che prendono l’autobus, fra giovani che ballano in discoteca, nelle strade più alla moda come Via Montenapoleone a Milano o Piazza di Spagna a Roma… Degli attentati colpiscono gli italiani ovunque si trovino, anche all’estero, in località turistiche le più diverse, con bombe negli alberghi, missili contro aerei civili in volo, lancio di granate nei check-in Alitalia dei più diversi aeroporti… Un gruppo di terroristi, individuato come tale e che ammette di esserlo, per sfuggire alla cattura prende in ostaggio dei civili innocenti, occupa San Pietro a Roma e si asserraglia insieme ai sacerdoti presi anch’essi in ostaggio
per quaranta giorni, minaccia di fare saltare per aria tutto e tutti se non ottiene l’impunità. La nostra polizia scende a patti con loro e tutto si risolve con la loro espulsione all’estero.
Negli ultimi due anni sono morti in attentati terroristici oltre 13.000 (!!!) Italiani. Lo stato italiano ha cercato di risolvere il problema in vari modi, sia politici che militari. Ha richiesto ai suoi interlocutori di isolare i terroristi, di non finanziarli, di controllarli, di creare le basi per una tregua. Con risultati molto modesti, se non addirittura opposti. Lo Stato è anche intervenuto militarmente contro le basi dei terroristi.
Tutte le volte che lo ha fatto, l’opinione pubblica mondiale è stata un coro di riprovazione o di critiche: non bisogna operare delle ritorsioni, la violenza è una spirale senza fine, etc. Naturalmente tutto ciò può apparirci assurdo… Tuttavia non è inventato, anzi, è tutto rigorosamente esatto, praticamente fino alla virgola. Dobbiamo solo sostituire il nome Italia con quello di Israele, la basilica di San Pietro con quella della Natività, i tredicimila morti in attentati suicidi con mille e quattrocento circa (ma Israele ha solo sei milioni di abitanti, dei quali un milione e ducentomila circa sono arabi).
Con questo non vogliamo dire che, necessariamente, i mass media abbiano mentito, nascosto, travisato, censurato (anche se certamente molte volte lo fanno), ma che semplicemente la nostra percezione della realtà è legata solo in parte ai contenuti del messaggio in quanto tale ed in massima parte alla nostra capacità di entrare in contatto affettivamente (e razionalmente) con esso. Alla base dell’ascolto, non solo in psicologia clinica, si trova l’empatia. Non essendoci empatia, capacità di immedesimarsi e di provare reazioni affettive condivise, è come se fossimo ciechi e sordi. Riportiamo un articolo che riguarda un penoso episodio di circa un anno fa, invitando i lettori a chiedersi se corrisponda oppure no ai loro ricordi. Siamo pronti a scommettere di no, nel senso che ad essere ricordata probabilmente è la notizia non vera, la propaganda. A proposito, quanti sanno che il nome Al Fatah è la parola speculare del termine arabo Al Ataf, che significa la Morte? E che nella bandiera dell’OLP l’intero stato di Israele è cancellato ed al suo posto compare (non solo al posto della Cisgiordania e Gaza) la Palestina? E che diversi capi dell’OLP sono anche a capo di Hamas? Che negli uffici di Arafat sono state trovate copie degli assegni da cinquantamila dollari che vengono pagati da Hamas alle famiglie dei terroristi suicidi?

La propaganda palestinese oscura il Natale a Betlemme 18 dicembre 2002
L’anno scorso avevano fatto credere a mezza Italia che Betlemme fosse “oscurata” dalla feroce repressione degli israeliani. Lo stesso Maurizio Costanzo, che in un primo tempo aveva dato credito alla campagna di propaganda palestinese “Una luce per Betlemme”, messo di fronte a inoppugnabili prove filmate si era dovuto ricredere e martedì 11 dicembre 2001 andava in onda annunciando che la raccolta fondi per dare luce a Betlemme era finita, che “chiedeva scusa a Israele” e che “sarebbero stati restituiti i soldi” a tutti coloro che avevano ingenuamente aperto il portafogli (si veda: Bufala palestinese per sottrarre soldi agli italiani). Questa volta i propagandisti palestinesi hanno pensato bene di portarsi avanti per tempo. Secondo quanto rivela al Jerusalem Post un alto funzionario della sicurezza israeliana, i dirigenti dell’Autorità Palestinese hanno deciso di sospendere o impedire tutte le celebrazioni natalizie a Betlemme eccetto la messa di mezzanotte. Ciò nel chiaro intento di sfruttare cinicamente le festività natalizie e la loro enorme risonanza sui media per suscitare indignazione a livello internazionale e far crescere le pressioni su Israele
affinché ritiri le sue truppe dalla città palestinese prima che sia cessato l’allarme attentati. “A differenza degli anni scorsi – dice la fonte – a Betlemme non ci sono decorazioni natalizie e non c’è nemmeno l’albero di Natale che tutti gli anni veniva messo nella Piazza della Mangiatoia”. Già il 28 novembre, d’altra parte, lo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat aveva pubblicamente ordinato di cancellare tutte le celebrazioni del Natale a Betlemme. E questo nonostante le autorità israeliane si fossero impegnate a garantire la normale celebrazione delle feste cristiane, compatibilmente con la necessità di tenere sotto controllo le aree a più alto rischio terrorismo, come i campi palestinesi di Dehaishe e al-Aida alle porte della città. Le Forze di Difesa israeliane hanno spiegato alla popolazione che la loro presenza a Betlemme è dovuta unicamente al fatto che le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese non hanno fatto nulla per ostacolare le attività terroristiche, lasciando che diversi attentati contro Israele venissero organizzati nella città. Lo scorso agosto Israele aveva restituito il controllo della sicurezza e dell’ordine pubblico a Betlemme al servizio di sicurezza palestinese che fa capo a Haj Ismail, in accordo con i vertici dell’Autorità Palestinese, nel quadro delle misure previste dal piano “Giudea First” per il ritiro dei soldati israeliani dalle aree dove i palestinesi dimostrano la volontà e la capacità di mantenere la calma. “Ma le forze palestinesi non hanno mosso un dito”, accusa il funzionario israeliano. A ottobre Betlemme era già stata nuovamente trasformata in un covo di terroristi palestinesi. “A Betlemme i terroristi trovano rifugio – disse allora Shimshon Arbel, capo dell’unità di coordinamento dell’ufficio per le attività del governo israeliano nei territori – Da qui mandano ordini a terroristi in altre parti della Cisgiordania per commettere attentati”. Il 21 novembre undici israeliani, tra cui molti adolescenti, venivano assassinati su un autobus di Gerusalemme da un attentatore suicida proveniente da Betlemme. Quello stesso giorno le Forze di Difesa israeliane entravano di nuovo nella città palestinese e arrestavano alcune decine di palestinesi ricercati per terrorismo insieme ad almeno tre attentatori suicidi in procinto di colpire.
“A causa dell’ordine dell’Autorità Palestinese di cancellare le feste, l’atmosfera generale nella città è molto triste – aggiunge il funzionario israeliano – soprattutto per quel 30% di cristiani che vi abitano. Ma nonostante le difficoltà economiche, nessuno vi soffre la fame perché Israele fa passare continuamente camion di alimenti, medicinali e altri beni necessari”.
(Jerusalem Post, israele.net, 18.12.02)

Bufala palestinese per sottrarre soldi agli italiani 16 dicembre 2001
Maurizio Costanzo ci casca, poi si ravvede, annulla la campagna “Una luce per Betlemme” e chiede scusa a Israele. Tutte le più importanti agenzie di stampa italiane (AGI, ANSA e ADN Kronos) hanno tempestivamente lanciato la notizia, ma giornali e televisioni non l’hanno comunicata agli italiani, salvo poche eccezioni: Radio Radicale, il sito http://www.bresciasera.it, il giornale L’Opinione. Da quest’ultimo riportiamo di seguito l’articolo di Dimitri Buffa.
“Poveri bambini palestinesi della città di Betlemme, ridotti a vivere senza acqua e senza luce dai cattivi israeliani!”, “Una luce per Betlemme”: si intitolava così la più tragicomica (e immotivata, come vedremo) delle raccolte di fondi promossa da Canale 5 tramite il “Maurizio Costanzo Show”. Adesso è stata sospesa, per pudore e carità di patria. E questo dopo che lo stesso Maurizio Costanzo ha potuto visionare un filmato da “candid camera” confezionato dal ministero degli esteri israeliano con una micro telecamera e constatare di persona come l’assunto da cui la raccolta fondi era partita fosse in realtà una bufala grossa come una casa. Si vedevano infatti nel video “pirata” bambini che giocavano in negozi illuminati, alberi addobbati con palline luminose, l’acqua potabile c’era in tutte le case e negli esercizi pubblici, e in nessuna abitazione di Betlemme sembrava mancare alcunché, tanto meno la luce. Più precisamente la bufala era stata confezionata dal rappresentante diplomatico dell’Autorità nazionale palestinese a Roma, l’ormai celebre (almeno in Tv) Nemer Hammad, che era andato al Costanzo Show lo scorso 16 novembre a strappare un po’ di lacrime di circostanza a congiuntive sempre disposte a versarne quando c’è di mezzo qualche bambino palestinese. […] Naturalmente Maurizio Costanzo, con un’onestà intellettuale davvero encomiabile (dato che altri anchorman ci avrebbero pensato due volte ad ammettere l’errore), tre giorni fa ha anche mandato in onda il video verità degli israeliani, dopo averlo visionato lunedì scorso privatamente all’ambasciata di Roma. E ha esordito la puntata di martedì 11 dicembre annunciando che “una luce per Betlemme” era finita, che chiedeva scusa a Israele e che “sarebbero stati restituiti i soldi a tutti i comuni italiani” che ne avevano già spediti a bizzeffe. Insomma un caso di solidarietà male intesa con risvolti comici tipici di un paese che ha fatto del “politically correct” anti israeliano e anti sionista una propria bandiera. Quello che però non si riesce a mandare giù di questa storia non è tanto la leggerezza di chi ha cominciato una campagna stampa e una raccolta di soldi semplicemente fidandosi della parola non veritiera di Nemer Hammad peraltro confermata, sempre da Costanzo una settimana dopo la trasmissione del 19 novembre, anche da quelle altrettanto bugiarde del sindaco di Betlemme Nasser Hanna (altro campione della malafede), quanto il silenzio della stampa italiana su questo episodio che dovrebbe invece fare vergognare tutta la categoria giornalistica e in special modo quella dei giornalisti televisivi. Mercoledì l’ambasciata di Israele aveva fatto visionare la cassetta alle tre principali agenzie di stampa italiane (Agi, Ansa, Adn kronos) e ovviamente erano usciti dei ricchi lanci di agenzia dove tutto veniva spiegato per filo e per segno. Ieri nei giornali quotidiani italiani mancavano quasi del tutto i riscontri a questa che pure è senz’altro una notizia, visto che quando si carpisce la buona fede di chi mette mano al portafoglio molto spesso i giornali scrivono paginate intere. Ma in questo caso l’anima sporca e la cattiva coscienza di un’informazione che odia Israele al limite dell’antisemitismo hanno fatto da freno a mano per la risonanza, strozzandola invece di amplificarla. C’è da giurarci invece che se un video avesse dimostrato che veramente i poveri abitanti di Betlemme rischiavano di passare il Natale senza le luci dell’albero e l’acqua potabile, i titoli di riprovazione anti Sharon si sarebbero sprecati e moltiplicati. Due pesi e due misure quindi. E anche questo episodio contribuisce a convincerci che la battaglia iniziata da L’Opinione (in beata solitudine almeno per ora, se si eccettua la costante presenza di Radio Radicale) per la corretta informazione su Israele era di quelle che andavano combattute a tutti i costi. (Dimitri Buffa su L’Opinione, 13.12.01)

Le riviste di psicologia si interessano allo studio dei meccanismi mentali, sia come ricerca relativa ai meccanismi delle funzioni mentali superiori e delle basi psicofisiologiche della relazione con l’esterno (percezione, memoria, coordinamento, etc.) che come indagine estesa al campo applicativo (clinica,
diagnostica, psicopedagogia, etc). Lo studio dello psichismo è anche, naturalmente, uno studio che investe l’immagine della realtà, in tutti i sensi di tale termine. Senza volerci troppo avventurare in una disamina filosofica di cosa intendiamo per realtà (ma Wittgenstein ci potrebbe essere di grande aiuto, specie ove confronta le regole nei processi di simulazione della cosiddetta Intelligenza Artificiale con le regole ed i criteri etici introiettati, alla luce del doppio criterio coscienza/libertà), appare chiaro che le ricerche
psicologiche sempre si applicano al mondo, anche quelle che possono apparirci le più astratte e di base.
Così, ad esempio, alcuni splendidi contributi di analisi delle strutture fisiognomiche del linguaggio ci introducono nei meandri dei meccanismi della persuasione attraverso la costruzione di risonanze affettive. Altri rilevanti lavori sulla destrutturazione del Sé nelle esperienze estreme dei Lager possono anche essere letti come esemplificazioni del meccanismo dell’isolamento affettivo e della costruzione di una realtà interiore, scissa e allucinata ma non patologica. Potremmo continuare a lungo con queste esemplificazioni. In breve, possiamo dire che ogni contributo di questa rivista ambisce essere un altro sguardo e un’altra voce sul mondo, una chiave di lettura. Innovativa. Gli esempi precedenti, quelli sul terrorismo contro gli Ebrei, costituiscono un caso limite della costruzione di un pregiudizio. Quello, per intenderci, che gli unici Ebrei positivi sono quelli morti (o convertiti, o assimilati). Ovviamente nessuno (con la sola eccezione del Gran Muftì di Gerusalemme alleato con Hitler, di Bin Laden e pochi altri) afferma tutto questo in modo esplicito. Molto più semplicemente si ribaltano le situazioni (difendersi e cercare di arrestare i terroristi vuol dire essere guerrafondai, uccidere degli innocenti vuol dire essere dei martiri…). Ovvero si presentano le informazioni in modo selettivo, con accostamenti allusivi, con censure, con un uso accorto degli aggettivi e delle immagini. D’altra parte tutto questo non è affatto nuovo: uno fra i dittatori più sanguinari e cinici che la storia umana abbia mai avuto, un uomo che ha fatto scoppiare la seconda guerra mondiale alleandosi con Hitler e che si rese responsabile della morte di oltre ottanta milioni di compatrioti- Joseph Stalin- inventò negli anni cinquanta i Comitati per la Pace… Peraltro anche la perversa ideologia di Hitler si richiamava al socialismo (nazional-socialismo)…
Antonio Godino
Dicembre 2002 (qui)

Dell’uso del linguaggio in relazione a Israele mi ero già occupata io. Noi, comunque, sappiamo perfettamente da che parte stare.

Noi ci vediamo verso la fine della settimana. Ho programmato un post per il periodo in cui non ci sarò: qualcuno, forse, capirà il perché.

barbara

SI FA PRESTO A DIRE FACCE COME IL CULO

Magari avessimo di queste facce qui in parlamento, e magari anche a bordo di qualche nave da crociera.

barbara

NOTA DI AGGIORNAMENTO: pare che youtube abbia eliminato il video originale (censura?); l’autore ne ha fatto un altro con lo stesso titolo e il contenuto forse un pelino più soft. Quindi ho inserito quello.

C’ERA UNA VOLTA LO SHTETL

Che oggi non c’è più, asfissiato dai gas e bruciato nei forni di Auschwitz, Treblinka, Maidanek, Sobibor, Belzec, Chelmno. Lo stetl che, per chi ci viveva, era un mondo intero e al centro del mondo (Sarah legge un giornale: “Abraham, quanto è lontana Parigi?” “Beh, Sarah, 2000 verste da Berdyčev” “Praticamente in mezzo al deserto!!!”)

E tuttavia loro sono ancora qui.

MIR LEBN EYBIK

mir lebn eybik

Mir lebn eybik
Es brent a velt;
Mir lebn eybik,
On a groshn gelt.

Un af tsepikenish
di ale sonim,
vos viln undz farshvartsn
Undzer ponim.

Mir lebn eybik
In yeder sho!
Mir lebn eybik,
Mir zaynen do!

Mir lebn eybik
Es brent a velt;
Mir veln lebn un derlebn,
Shlekhte tsaytn iberlebn!

Mir lebn eybik,
Mir zaynen do!

Resisteremo
Anche se il mondo brucia,
resisteremo
anche senza un centesimo,
nonostante tutti i nemici
che vogliono annientarci.

Vivremo per sempre,
in ogni ora,
vivremo per sempre
noi siamo qui.

Resisteremo
Anche se il mondo brucia
Vogliamo vivere
e vedere,
sopravvivremo ai tempi brutti.
Resisteremo,
noi siamo qui.

Lejb Rosenthal, ghetto di Vilna, 1943

Sono qui. Sono qui, e a loro si aggiungono tutti quelli che non sapevano di esserlo e stanno riscoprendo le proprie radici. Sono qui, e ci resteranno. Se ne facciano una ragione tutti i nemici dell’umanità. Il nazismo è morto e Israele è nata. E nonostante tutti i nemici che vogliono annientarla, resisterà.
Shabbat shalom

barbara

INTERVISTA A EYAL MIZRAHI

Eyal Mizrahi è il presidente dell’associazione Amici di Israele, e in questo momento è intensamente impegnato in una campagna a favore del movimento “Over the Rainbow”.

Eyal, che cos’è “Over the Rainbow”?
Over The Rainbow è un giovane movimento sionista, regolarmente registrato in Israele, che vorrebbe entrare a far parte del movimento sionista mondiale. Per essere riconosciuto un movimento nuovo dovrebbe conquistare la maggioranza dei delegati al Congresso Sioniata Mondiale (Il prossimo sarà a Gerusalemme in Ottobre 2015) in almeno 5 paesi su tre continenti e deve utilizzare una piattaforma di un partito Israeliano che fa già una parte della FSM. OTR fa parte del gruppo che comprende la Gioventù Sionista Mondiale – Hanoar Hazioni e il partito di centro Kadima. Per il movimento Over The Rainbow (OTR), gli obbiettivi del movimento in Israele sono importantissimi ed entrano in pieno nel “consensus” della maggioranza degli Israeliani – il ripopolamento Ebraico del Negev a sud e della Galilea a nord. Questi due importantissimi territori Israeliani sono quasi vuoti di popolazione Ebraica e il movimento ha già costruito diversi nuovi insediamenti in queste zone. Il secondo obbiettivo, a dir poco rivoluzionario (e qui entriamo noi sionisti Italiani) è lo spostamento del baricentro della relazione Israele – diaspora verso quest’ultima. Se fino a oggi lo sforzo di tutti i vari Gruppi e Movimenti Sionistici era di spostare fondi e persone in Israele, noi crediamo che sono proprio le comunità della diaspora, in grande difficoltà e sull’orlo della sparizione, che hanno più bisogno di aiuti con finanziamenti della FSM per attività Sionistiche ed Ebraiche. Noi vogliamo rinnovare le Federazioni Sionistiche ormai vecchie e sclerotiche con sangue nuovo, giovani sionisti convinti, pieni di energia e di voglia di difendere Israele e Sionismo nell’opinione pubblica, infondere lo spirito sionista nei giovani delle varie comunità, rinforzare l’Ebraismo locale che si trova in grave difficoltà e lottare attivamente contro l’antisemitismo dilagante. Non vogliamo scardinare le Federazioni locali ma rinnovarle e rinforzarle, e non ho paura di dichiarare che siamo veri idealisti, motivati non da interessi politici, religiosi o pecuniari ma solo dalla voglia di fare del bene.

Da dove nasce il desiderio di dare vita a un nuovo movimento nell’ambito della Federazione Sionistica Italiana?
Per essere sincero, per molti anni mi sono concentrato nel Sionismo non Ebraico con l’associazione Amici di Israele (ADI – www.amicidisraele.org) e ho lasciato il Sionismo Italiano ai vari organi delle comunità Ebraiche Italiane con la convinzione che questa missione è importante per loro non meno di quanto lo è per me. Qualche mese fa sono stato contattato dal presidente di un nuovo gruppo del Movimento Sionista Mondiale, che mi ha parlato di un progetto a dir poco rivoluzionario. Oltre alla missione Sionista in Israele (il rinforzare l’insediamento Ebraico nel Negev e nella Galilea) questo nuovo gruppo che si chiama movimento Over The Rainbow (www.overtherainbow.org) sostiene che sono le comunità Ebraiche della diaspora che hanno bisogno di aiuto più di quanto ne abbia Israele, per cui vanno aiutate, anche con finanziamenti da Israele. Conscio dell’importanza di questo progetto ho cominciato ad interessarmi della situazione attuale della Federazione Sionista Italiana perché una Federazione attiva e forte è una condizione primaria per l’erogazione di questi aiuti, e con mio disappunto ho trovato una Federazione vecchia, spompata e inattiva da anni. Ho preso la decisione di investire tutte le mie energie nella rivitalizzazione e ringiovanimento della Federazione Sionista Italiana e sono fiero di notare che al mio fianco si sono mossi tutti i veri sionisti Italiani da tutto l’arco del credo politico e da tutti i gruppi dell’Ebraismo, una vera rinascita. Spero con l’aiuto di tutte queste meravigliose persone di riuscire a portare a compimento questo importantissimo progetto.

Potresti precisare meglio? In che cosa consistono, esattamente, le manchevolezze della Federazione Sionistica Italiana così come è stata gestita finora, e in che modo il movimento OTR si propone di migliorare la situazione?
La Federazione Sionistica Italiana esiste da più di un secolo ormai, e nel corso di questo lungo periodo ha toccato altissime vette nella diffusione e nel rinforzare il Sionismo Italiano. Purtroppo negli ultimi 15 anni la situazione della Federazione è andata di male in peggio toccando il fondo negli ultimi 4 anni in cui l’attività Sionistica dei vari gruppi della FSI e praticamente cessata. La “colpa” è da imputare ai vertici della Federazione che non hanno saputo coltivare un ricambio generazionale (la maggioranza dei vertici della FSI sono ottantenni ormai) e la forte politicizzazione della FSI che è diventata un baluardo dell’estrema sinistra Ebraica Italiana invece di essere, come da statuto, apolitica. Noi di OTR, che si definisce un movimento pluralista e apolitico, vorremo riportare la FSI al suo ruolo naturale e cioè la casa di tutti i sionisti Italiani senza distinzioni di destra o sinistra, e il coinvolgimento attivo dei giovani delle varie comunità Ebraiche che dovranno dare il ricambio ai vertici attuali ormai stanchi. Abbiamo anche la possibilità tramite OTR di avere finanziamenti dal Movimento Sionista Mondiale per attività Ebraiche e Sioniste in Italia, una manna dal cielo per i giovani e per le attività Ebraiche visto che le casse delle comunità sono ormai vuote.

Noi, amanti di Israele e desiderosi di portare il nostro contributo nel ristabilire la verità sulle vicende che la riguardano, che cosa possiamo fare, concretamente?
Iscriversi in massa alla Federazione Sionistica Italiana tramite il movimento Over The Rainbow: per l’iscrizione via internet (che ti porta via non più di 30 secondi) andate al sito www.overtherainbow.org/italy/; per chi non sa usare internet si può scaricare dal sito www.amicidisraele.org il modulo cartaceo, stamparlo, compilarlo, firmarlo e mandarlo via posta all’ADI –  Casella Postale n°7, 20096 Pioltello Stazione o mandare la scansione a eyal-m@amicidisraele.org. I costi dell’iscrizione per il 2014 sono coperti da OTR (per cui non dovrete pagare niente) e il tempo limite per l’iscrizioni è 15 Novembre 2014. In Aprile 2015 ci saranno le elezioni ai vari Gruppi Sionistici Italiani e siamo alla ricerca di persone Sioniste convinte e attive da inserire nelle liste dei candidati. Se siete a interessati o conoscete qualcuno adatto mandatemi una mail a eyal-m@amicidisraele.org o chiamatemi al 328.4584284 chiedete di Eyal Mizrahi. Sono a disposizione per qualsiasi richiesta di informazioni.

Ringrazio Eyal che, fra tutte le sue molteplici attività, è riuscito a trovare il tempo per rispondere a questa intervista, e invito tutti a fare il proprio dovere in nome della verità, in nome della giustizia, in nome della pace.

barbara

QUEGLI INFAMI DEVASTATORI DI ULIVI

Stiamo parlando dei sionisti, naturalmente, che rendono la vita impossibile ai poveri palestinesi in tutti i modi che la loro innata perfidia gli ispira. Per fortuna abbiamo tra noi quegli eroi senza macchia e senza paura che portano il fiero nome di bocchescucite, che provvedono a denunciare e rendere noti gli orrendi crimini sionisti. Guardate per esempio questa donna
ulivi-bocchescucite
che difende appassionatamente il suo ulivo dalla furia sionista che sta devastando l’intero uliveto. Se andate qui potrete leggere anche tutta la storia della devastazione sionista e dell’indomito coraggio di Aja, così si chiama la donna.

Eh? Come dici? La jeep? Beh? Cos’ha la jeep che non va? Non è israeliana? Come sarebbe che non è israeliana? Anche la donna? E cos’avresti da ridire della donna? Ah, secondo te quella non sarebbe palestinese, ma pensa un po’. E cosa sarebbe allora? Turca?? E da dove viene fuori questa storia? Da qui?
ulivi-repubblica
Eh beh, effettivamente la donna sembrerebbe la stessa. Anche l’albero a cui è aggrappata, effettivamente, sembra lo stesso. Anche il terreno, effettivamente, sembra lo stesso. Anche gli ulivi intorno, effettivamente, sembrano gli stessi. Anche il cielo, effettivamente, sembra lo stesso. Anche la jeep, effettivamente, sembra la stessa. Ma allora vorresti dire che bocchescucite raccontano balle? Maddai, figurati.
(Grazie a Ugo Volli per la segnalazione)

barbara