IL FREDDO, PER ESEMPIO

“Avevo sentito raccontare di quanto freddo faceva ad Auschwitz. Avevo sentito di come le condizioni di lavoro affrontato con i sistemi messi in atto dai nazisti avevano come unico risultato la morte per gli ebrei. Mentre visitavo Auschwitz, ho deciso di togliere 3 strati di indumenti solo per sentire il freddo. Dopo 3 minuti avevo difficoltà a respirare, figuriamoci camminare o concentrarmi su qualcosa, così come i miei occhi stavano combattendo per riuscire a restare aperti. Non posso assolutamente dire di avere sperimentato qualcosa che si avvicini all’Olocausto, e tuttavia ci ho messo 3 minuti a crollare. Si possono solo immaginare gli orrori che le persone in questo e in altri campi hanno vissuto giorno dopo giorno giorno, soprattutto se erano fuori al freddo a lavorare in tali condizioni brutali. Non dimenticherò mai questo momento. Riposino in pace tutti coloro che perirono qui ad Auschwitz”. (Qui, traduzione mia)
Ori Herschmann

Ecco, il freddo. Questa era una. Poi c’era tutto il resto. A me è venuto da pensarci nel penultimo trasloco: andavo a scuola e trasportavo cose da una casa all’altra, trasportavo cose da una casa all’altra e andavo a scuola. Lavoravo ininterrottamente dalle sei di mattina alle due di notte. Dopo un mese sono crollata. Mangiando qualche panino di corsa in piedi, ma comunque a sufficienza. Dormendo in un letto. Coperta a dovere. Senza prendere botte. Senza il terrore di essere uccisa. Facendo ogni sera un bagno caldo. Un mese e sono crollata. Ad Auschwitz non avrei retto una settimana.
Vero comunque che avevo quarantasei anni, e ad Auschwitz probabilmente non avrei neppure passato la selezione all’arrivo.

barbara

 

  1. Raggelante…. il freddo come tortura aggiuntiva (oltre alla fame, la fatica, le percosse, le malattie, il dolore, la paura).
    Ma Eichmann diceva che aveva SOLO ESEGUITO GLI ORDINI……….
    Forse i deportati non erano molto resistenti fisicamente…….
    Dopotutto QUALCUNO è tornato……..
    E qualcuno, come Primo Levi, non ha retto il peso del ricordo.

    • Lui lo sappiamo perché era famoso, ma ce ne sono stati parecchi a non reggere. Anni fa ho letto di una donna sopravvissuta insieme alla figlia adolescente, uniche di tutta la famiglia. Uscite dal lager, si è dedicata a crescere la figlia, finché questa finalmente si è sposata, e il giorno dopo si è suicidata: si è imposta di resistere fino a sistemare la figlia, fino a quando la figlia poteva avere bisogno di lei. Una volta portato a termine il compito, si è finalmente concessa il riposo.

  2. su Primo Levi non sarei così sicuro del suicidio. ho conosciuto il nipote, e i dubbi mi sono ancora saliti. vero che era depresso, vero che spesso era triste e assente (dice lui). vero anche che spesso aveva giramenti di testa, e che il mancorrente di casa sua era abbastanza basso, e che era già caduto in casa molte volte.

    per cui al suicidio mi permetto di non credere molto, magari sbagliando.

    oh, questo non toglie nulla al dolore di chi s’è ammazzato per davvero, e di chi ha scelto invece di continuare a vivere nonostante i ricordi e gli sguardi increduli e il fastidio via via più palese di chi ha saputo e vorrebbe dimenticare o negare. tutte cose che Levi ha sperimentato sulla sua pelle, ha denunciato con forza dopo la prima incredulità e non ha permesso che lo travolgessero.

  3. A chi non ha avuto un minimo ..minimo senso di empatia..mi piacerebbe provando un sottile senso di piacere che potessero aver subito sulla loro pelle anche una sola parte di quello che hanno subito gli ebrei..e cosi ancora nei tempi attuali..certi antisemiti..e negazionisti.
    Le vittime che in qualche modo sono riuscite a sopravvivere a tanto
    dolore, pur ricordando tutto e conoscendo il dolore propio e altrui…probabilmente dirà non sò come ho potuto continuare a vivevere, l’ energia..la forza per andare avanti .Probabilmente il forte senso di lottare per la vita.L’ amore per questa come massimo dono ricevuto

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