MA SIAMO VERAMENTE TERRIBILI!

Sono nato bianco, il che fa di me un razzista.
Non voto a sinistra, il che fa di me un fascista.
Sono eterosessuale, il che fa di me un omofobo.
Non sono sindacalizzato, il che fa di me un traditore della classe operaia e un alleato del padronato.
Sono di religione cristiana, il che fa di me un cane infedele.
Ho più di sessant’anni e sono in pensione, il che fa di me un vecchio rimbambito.
Rifletto, senza prendere per buono tutto ciò che mi dice la stampa, il che fa di me un reazionario.
Tengo alla mia identità e alla mia cultura, il che fa di me uno xenofobo.
Vorrei vivere in sicurezza e vedere i delinquenti in galera, il che fa di me un agente della Gestapo.
Penso che ognuno debba essere ricompensato secondo i suoi meriti, il che fa di me un antisociale.
Ritengo che la difesa di un Paese sia compito di tutti i cittadini, il che fa di me un militarista.
Amo l’impegno e lo sforzo di superare se stessi, il che fa di me un ritardato sociale.

Pertanto ringrazio tutti i miei amici, che hanno ancora il coraggio di frequentarmi, nonostante tutti questi difetti.

(Fonte ignota, traduzione mia)

E poi vai a leggere questo, che è lungo lungo lungo ma quando lo avrai finito vedrai che sarai contento di averlo letto.

barbara

  1. In entrambi gli scritti gli autori hanno evitato di ricercare il principio della realtà affondando le loro certezze nella retorica piu pura.
    Di frequente si accusa il pensiero della tradizione filosofica di essere stato rappresentazionismo e fondazionismo, ovverosia: dualismo e sforzo di afferrare, grazie ad uno speciale vocabolario, il significato originario della realtà quasi fosse un oggetto. Lo si ritiene inoltre responsabile di aver allevato una razionalità tirannica, proterva nei confronti delle tradizioni e sorda alla voce del diverso. Ma, cosa accade se si mostra che all’origine la filosofia non ha affatto teorizzato l’opposizione tra soggetto e oggetto della conoscenza? E che il filosofare è, prima di eventuali propositi fondativi e in ogni caso, il pensare si porta al suo limite? Che cosa accade se si puo mostrare che la conversazione indefinita, ideale del nostro tempo che celebra l’oltre la filosofia, è di qualità inferiore al dialogo filosofico? Cosa si dovrà dire se ci si deve avvedere che all’origine, e in ogni momento piu alto dell’Occidente, prima e a dispetto di ogni degenerazione, è il capire che è innanzitutto in questione e non il dominio. La filosofia non è quindi in linea di principio fondazionismo, il ragionamento filosofico è ricerca del limite estremo cui può giungere il logos. Qualsiasi cosa abbia a che fare con ideali come la solidarietà e il dolore è comunque inferiore a ciò che è stato proposto dalla filosofia tradizionale.
    La tradizione filosofica ha sempre cercato di obbedire all’imperativo del pensare, come afferma Kant “osa pensare”, e non come molti oggi affermano, a privilegiare il punto di osservazione e il vocabolario unico. Questo fraintendimento ci lascia esposti a una mancanza di riferimenti a una teorizzazione di linguaggi autoreferenziali. Nella sua origine storica il ragionare è dialogo e il dialogo non ci permette di attestarci in orizzonti autoreferenziali e autogiustificanti. Il dialogo è uno sforzo di confronto continuo. Storicamente questo è l’orizzonte della ragione o di quella che noi chiamiamo la ragione. Se noi andiamo all’origine (al pensiero greco post socratico) notiamo che sostanzialmente filosofare era confronto tra posizioni ragionate e motivate. Nei dialoghi platonici quello che continuamente ricorre è che non si può asserire qualcosa senza motivarlo, senza dargli ragione. Questo è l’orizzonte primario dell’uomo in quanto ente che problematizza intorno a se ciò che lo circonda. L’accusa più grande che viene fatta al dialogo filosofico, che esso non lasci vivere l’altro, non lo lasci sussistere, lo assimila al medesimo.
    A tal proposito Lévinas ha cercato di pensare all’interno della tradizione filosofica occidentale alla maniera ebraica, egli ha resuscitato all’interno della tradizione filosofica occidentale la categoria dell’ALTRO, della irriducibilità all’altro. Che cosa è davvero l’altro? In verità, nella precompensione dell’altro nel medesimo, come orizzonte in cui sorge ogni riconoscimento, non c’è alcuna violenza, non c’è riduzione all’altro; c’è all’opposto, il suo pieno riconoscimento, poiché l’altro non significa in primo luogo che moltiplicazione di quell’io che si cela nel soggetto della conoscenza, un io quindi che non appartiene ad alcun soggetto. L’alterità e la molteplicità della consapevolezza nei soggetti conoscenti. Dunque, di nuovo, medesimezza dell’io nella soggettività. Qui si cela l’equivoco: consapevolezza dell’io non vuol dire ancora posizione del medesimo, come volontà indifferente. In realtà il dialogo ci impegna su di un terreno che antecede la supposizione socratico-platonica dell’uguale,si attesta come quell’esercizio in cui l’immotivato lascia nella sua piena responsabilità chi lo propugna.
    Quando prendiamo in considerazione alcuni classici della storia del pensiero filosofico, noi per certi aspetti, come afferma Gadamer, siamo in vantaggio sull’autore stesso. Siamo in vantaggio perché questi testi hanno continuato a produrre interpretazione, e sono stati la radice di orizzonti che si sono dischiusi, che negli autori erano germinali o non erano neppure presenti. Noi abbiamo infine i testi e le interpretazioni che essi hanno prodotto, possediamo qualcosa che i loro autori non potevano possedere: gli effetti dei testi, la storia degli effetti. La distanza storica lungi dall’essere uno svantaggio risulta per noi un arricchimento. Lo spazio storico, per Gadamer, non è uno svantaggio ma il felice posizionamento di chi viene dopo rispetto all’autore.
    Il nostro scopo è quello di sostenere il dialogo, è la nostra terra di incontro in cui le alterità conservate si intendano e si intendono proprio perché sono altre.

    • Spero che riuscirai a sopravvivere alla delusione ma… filosofia e affini per me sono peggio che arabo: non l’ho mai studiata, neanche a scuola, non ne ho mai letto niente, non mi dice niente, non mi ispira in alcun modo. Non è che quello che hai scritto non mi piaccia, intendiamoci, o che non mi trovi d’accordo, è che è proprio come avere davanti un testo in caratteri arabi, o ideogrammi cinesi. I segni li vedo, ma non sono in grado di interpretarli. Ma sicuramente più di qualcuno, fra gli amici che passano di qui, sarà in grado di apprezzare.

  2. Barbara, mi impegnerò per sopravvivere alla delusione ricevuta. Non voglio mettermi nuovamente a filosofare, malgrado abbia passato tanto tempo a farlo. Pur avendo già scritto tanto , ve ne chiudo scusa, volevo solo precisare che se vogliamo essere dialettici dobbiamo sempre avere a che fare con la ragione delle cose e non con il nostro volere che stiano in un modo o in un altro.
    Adesso torno a leggere il libro di cui tu ne hai curato la traduzione in quanto voglio poi farlo leggere ad una amica. Un abbraccio Fabio.

  3. Si ho letto che siete stati in tre a curarne la traduzione. Posso comprendere la sofferenza che ha potuto trasmettervi. Sta dando dolore anche a me la sua lettura. Ma mi riservo di darne un giudizio solo a fine lettura.

  4. Barbara..complimenti per ogni tua traduzione, per me sempre ben fatte.
    Riguardo all’ articolo..c’ è sempre uno o piu’ fattori che non possono piacere ad altri, a me non me ne importa piu’ di tanto, ci sono individui ipercritici ai quali non và bene niente.Nel loro senso di superiorita’ ci sentenziano.Basta osservarli piu’ da vicino per notare che spesso sono incasinati e con tanti punti degni di critica.E spesso è tempo perso mostrare il nostro pensiero. Le critiche..le accetto quando chi le fà ha qualcosa di
    speciale da comunicare e lo si avverte.

  5. Beh, non ho ancora 60 anni e non sono pensionata, e non sono cristiana – ma sono ebrea e israeliana, molto peggio…. a parte quello direi che ci siamo. Probabilmente e’ una descrizione adatta a molti di quelli che passano di qua!

  6. Sono curiosa di sapere se la sottoscritta, secondo te, va bene ( tu sai quello che sono e non sono, quindi puoi giudicare ) ma personalmente penso di essere ok.
    Una nota ( negativa o positiva non so ): quel che dici della filosofia mi consola alquanto dell’essermi sempre sentita una capra, in materia.
    Arabo, per me, come dici tu: sono ferma a Platone e alla sua caverna, che peraltro si equivale alla prigione di Calderòn de la Barca ne “La vita è sogno”: questo è quanto, e più non dimandare.. ahimè!

    • Ma sì, secondo me rientri anche tu nella categoria dei reprobi con tutti i difetti possibili e immaginabili. Quanto alla filosofia, è che proprio non capisco il senso di elucubrare in astratto, che cos’è questo e che cos’è quello e cos’è quell’altro…

      • Anche io non ci ho mai capito molto. Oltretutto perchè per me le cose devono avere uno scopo, e spesso, quando sento parlare i filosofi e leggo le loro riflessioni, non vedo il fine delle loro conclusioni, non capisco come possono migliorare la vita della gente, come possono risolvere i problemi reali. Poi io tendo a vedere le cose su un piano più concreto.

        • Sì, anch’io. Elucubrazioni infinite per decidere che cos’è la vita, che cos’è l’amore, che cos’è la verità, discussioni sull’astratto, ecco, non è proprio roba che fa per me. Mentre tutto il pezzo di Giovanni capisci fin dall’inizio, anche se non lo dice, che tutto quel discorso apparentemente astratto vuole in realtà andare a parare da qualche parte e su qualcosa di molto concreto, e quando ci arrivi dice ah ecco.

  7. La filosofia sembra avulsa dalla realtà, ma in fondo siamo ciò che pensiamo. Le nostre azioni sono sempre il frutto di un ragionamento. E allenarsi a pensare è cosa buona e giusta. Non è detto che si arrivi alla chiusura del cerchio, anzi, ma aiuta a guardarci dentro e ad essere un po’ più consapevoli delle nostre scelte. Scelte anche sbagliate, ma almeno… pensate. La filosofia era una delle mie materie preferite, ma nonostante questo non ho mai avuto la testa fra le nuvole, anzi, credo di essere abbastanza concreta e pragmatica.

    • Sì, può darsi, ma sta di fatto che a me quel tipo di elucubrazioni non dice niente e mi annoia a morte. Posso discutere su una situazione concreta, ma per un’ipotesi astratta non sono disposta a buttare via neanche mezzo secondo. Anche se mi sforzassi non ci riuscirei proprio, come quando alla mensa universitaria a Vienna mi sforzavo di mangiare i crauti perché erano l’unica verdura disponibile ma non c’era niente da fare: arrivati a metà della gola mi tornavano su e dovevo sputarli.

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