SE NON SI TRATTASSE DI UNA TRAGEDIA

sembrerebbe una scena di teatro comico, un po’ come quella canzone di Monica Vitti che faceva Ricordo una sera a Varazze, che venivo giù da Savona, no, non era Varazze, e non era neanche Savona, poi non era nemmeno quella volta lì. La notizia, tragica e grottesca al tempo stesso, la riprendo da Progetto Dreyfus.

LA DISINFORMAZIONE NON HA RISPETTO NEMMENO PER I MORTI

Il 22 ottobre scorso l’agenzia stampa iraniana Fars News, batte questa notizia. “Le forze di sicurezza hanno catturato un colonnello israeliano”, afferma un comandante delle forze popolari irachene che aggiunge “l’ufficiale sionista è un colonnello e ha partecipato alle azioni terroristiche per conto di Daesh (Isis). Il suo nome è Yusi Oulen Shahak, fa parte della Brigata Golani dell’esercito del regime sionista e il suo numero di matricola è Re34356578765az231434.”
Il comunicato termina affermando che il colonnello è stato arrestato con altri militanti dell’Isis e saranno sottoposti ad un interrogatorio. Mettono on line la foto che abbiamo pubblicato con una didascalia che successivamente cancelleranno sostituendola con un’altra con persone, quasi tutte di spalle, che festeggiano sollevando i loro i fucili.
Così la velina iraniana comincia a planare nel web, passa qualche giorno e oggi Rai News pubblica questa notizia: “La sicurezza irachena ha arrestato nei giorni scorsi un colonnello israeliano della Brigata del Golan insieme ad un gruppo di terroristi dell’Isis”.
La notizia è stata diffusa dall’agenzia iraniana Fars. Il colonnello arrestato si chiama Yusi Oulen Shahak e l’agenzia fornisce anche il suo numero di matricola. Le forze di sicurezza irachene lo stanno interrogando per capire le ragioni della sua presenza fra i combattenti dell’Isis.

Ma quello nella foto non è un colonnello ma un sergente maggiore.
Ma quello nella foto non si chiama Yusi Oulen Shahak ma Oron Shaul.
Ma quello nella foto non è stato arrestato perché è stato ucciso il 20 luglio 2014 da Hamas
durante l’Operazione Margine di Protezione e il suo corpo è ancora in mano ai terroristi che governano la Striscia di Gaza in attesa di scambiarlo con decine o magari centinaia di galeotti vivi e vegeti che occupano le carceri israeliane.

Anche questo genere di (dis)informazione contribuisce ad aumentare l’odio verso gli ebrei, gli israeliani e Israele. Per gli iraniani, l’Isis e Israele sono due nemici da demonizzare e questo genere di invenzioni rappresentano il classico detto “due piccioni con una fava” a differenza di certa stampa italiana di cui non si può fare a meno di notare la leggerezza con la quale controllano la veridicità delle veline informative.

Fonti > http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13940730000210
Fonti > http://www.rainews.it/…/ContentItem-70366234-7bfa-4e06-9e67…
(nei commenti si possono trovare altre informazioni importanti)
Oron Shaul
Io, che di informazione su Israele mi occupo praticamente a tempo pieno da quindici anni, sono abituata alle notizie manipolate, sono abituata alle notizie strategicamente tagliate, sono abituata alle notizie addomesticate, e sono abituata anche alle notizie fabbricate di sana pianta. Sono abituata, e tuttavia non ci ho ancora fatto il callo, e ogni volta non manco di stupirmi del livello di spudoratezza che questa gente riesce a raggiungere.

barbara

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E A PROPOSITO DEL POST PRECEDENTE

ho scoperto adesso che ricorre in questi giorni il tredicesimo anniversario della morte del generale Massu; ritengo che valga la pena, nel bene e nel male, di ricordare questo personaggio, e lo faccio con questo articolo di “Repubblica”.

Muore Massu, il generale della battaglia d’Algeri

PARIGI – «Sono un soldato e obbedisco», amava ripetere il generale Jacques Massu, scomparso sabato sera a 94 anni. Ma a volte il protagonista della battaglia d’Algeri non riusciva a tener la lingua a posto. Avrebbe potuto essere un eccellente uomo politico, di quelli che «fanno titolo», ma dopo essere andato in pensione rifiutò più volte un seggio di deputato: «L’ambiente politico non conviene al mio genere di bellezza». Non stimava gli uomini politici, tranne uno, ovviamente un militare: il generale de Gaulle. Massu fu uno dei primi a rispondere all’appello del 18 giugno 1940, quello con cui da Radio Londra de Gaulle chiamava la Francia a rifiutare l’armistizio e l’avvento del regime pétainista. Figlio e nipote di militari, sconosciuto capitano di stanza nel nord del Ciad, Massu divenne così l’uomo di fiducia del maresciallo Leclerc, luogotenente di de Gaulle. È l’inizio di una lunga epopea: nel marzo ’41, Leclerc e Massu strappano agli italiani l’oasi libica di Cufra e pronunciano il loro giuramento: «Deporremo le armi solo quando i nostri bei colori sventoleranno sulla cattedrale di Strasburgo». Promessa tenuta: la divisione Leclerc libera Parigi il 25 agosto 1944 e tre mesi dopo conquista il capoluogo alsaziano. Finito il conflitto mondiale, Massu viene spedito in Indocina, poi passa in Nordafrica, dove prende il comando dei paracadutisti. Di nuovo in Francia nei primi anni ’50, Massu diventa generale e nel 1957 il governo del socialista Guy Mollet lo manda ad Algeri. È il secondo, grande capitolo della sua vita militare, la tragica battaglia d’Algeri. Dotato di poteri di polizia, con oltre seimila uomini a disposizione, Massu deve mettere fine agli attentati e annientare l’organizzazione politica del Fronte di liberazione nazionale. In nove mesi, utilizzando tutti i mezzi, compresa la tortura, Massu ristabilisce l’ordine. Ma in quelle tragiche settimane scrive anche una delle pagine più nere della storia francese. Ha obbedito, certo, ma lui stesso nel 2000 si rammarica «di essere stato costretto a condurre quest’azione di polizia». Cattolico praticante, invita la Francia a pentirsi. A differenza di altri generali in pensione, che giustificano l’uso della tortura in Algeria, Massu la condanna: «La tortura non è indispensabile in tempo di guerra. Si potrebbe benissimo farne a meno. Quando ripenso all’Algeria, tutto questo mi affligge, perché faceva parte di una certa atmosfera». Un atteggiamento che dimostra la contraddittorietà dell’uomo Massu: «Era un personaggio complesso – ha commentato ieri Gillo Pontecorvo, l’autore de “La battaglia d’ Algeri”. Aveva dati positivi, ma rappresentava anche un pesante elemento regressivo e reazionario». Difensore dell’«Algérie francaise», richiamato a Parigi per aver criticato de Gaulle, Massu sarà rapidamente “riabilitato” e finirà la sua carriera come capo delle forze francesi di stanza in Germania. E lì sarà protagonista di un altro fatto storico: il 29 maggio 1968, mentre la Francia è in preda alla rivolta, de Gaulle scompare. Parte in elicottero e va a Baden Baden, per parlare con Massu. Un episodio mai veramente chiarito. L’indomani, de Gaulle rientra, tiene alla radio un discorso inflessibile e poco dopo un milione di persone sfilano sugli Champs-Elysées per sostenerlo: il Maggio finisce con il trionfo del generale. Cosa si dissero i due uomini? Massu ha detto un giorno che forse lo avrebbe rivelato ai suoi figli, perché lo rendessero pubblico dopo la sua morte. Se non lo ha fatto, avrà portato con sé nella tomba un misterioso tassello della storia francese recente.

GIAMPIERO MARTINOTTI 28 ottobre 2002

Massu, in Algeria, ha combattuto contro degli organizzatissimi terroristi. Che combattevano per una causa giusta, ossia la liberazione della propria patria dagli occupanti stranieri (e che nessuno si azzardi a fare immondi quanto insostenibili paragoni), ma lo facevano per mezzo di spietate stragi di civili. E di quanto ha fatto – altrettanto spietatamente – per fermarli, Massu si è pentito, ha giudicato la propria condotta e l’ha condannata. Dalle nostre parti giusto un paio d’anni fa è morto uno che le stragi le ha perpetrate su civili innocenti, e fino al suo ultimo giorno di vita si è dichiarato fiero delle proprie azioni. Checché ne dicano gli animalisti, che mettono sullo stesso piano tutti gli appartenenti al regno animale, la differenza fra uomini e vermi c’è, e si vede. Eccome se si vede.

barbara

ISRAELE NOVE (10)

Laassùùù nellee montaagneeee (3)

Il monte Hermon, al confine fra Israele, Siria e Libano,
monte Hermon
coi suoi 2814 metri, è il più alto di Israele. Lungo la strada per arrivarci si incontra questa fortezza
Hermon 1
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Hermon 3
(sì, questa volta sono storte le foto, perché le ho prese al volo dall’autobus cercando di beccare l’attimo dello spazio fra un gruppo di alberi e l’altro – e non sempre riuscendoci), che ha la particolarità di essere l’unica costruita dai musulmani e non dai crociati. Alla cima si arriva poi con la seggiovia,
Hermon 4-c1
di cui ho già parlato (e una volta arrivati c’è chi passa il tempo a raccattare da terra decine di bossoli – perché in quest’area si effettuano le esercitazioni militari). Da lassù si possono ammirare postazioni militari, sparse in tutta l’area e che è vietatissimo fotografare,
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e panorami mozzafiato,
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anche con vista sull’orsacchiotto che ci ha accompagnati per tutto il viaggio.
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E questo è un osservatorio e centro ricerche.
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Scendendo verso sud si incontra il monte Bental,
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sul quale i caschi blu dell’Onu fanno finta di guadagnarsi il pane posando di tanto in tanto una mano distratta sul cannocchiale puntato verso il Libano, chiacchierando e frequentando, soprattutto nella stagione fredda, il vicino bar.
Bental 1
Anche da qui si gode una magnifica vista sulle superbe coltivazioni più a valle,
Bental 2
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e, anche qui, strepitosi panorami.
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Queste sono sculture costruite con pezzi dei missili che arrivano dal Libano;
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questa hanno detto che sono io in cattedra, e quindi non potevo fare a meno di farmi immortalare al suo fianco.
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Quello che si vede lì dietro è il bar, dall’interessante nome che si può leggere sulla mappa, in cui non solo tocca fare file chilometriche per poter godere di una sana pisciata, ma addirittura, quando sono andata io, in una delle due toilette toccava fare alla cieca perché non c’era luce (e voglio vedere gli uomini!). E poi, scendendo, si incontrano questi giocattolini
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con cui si farebbe molto volentieri a meno di giocare, ma abbassare la guardia, da queste parti, è un lusso che non ci si può permettere, e le difese devono essere sempre pronte.

barbara

QUANDO IL SINDACO SI INCAZZA

Quello che sentite strepitare è Ali Salem, sindaco arabo di Nazaret (unica città israeliana a maggioranza araba): si è trovato a passare per caso di lì nel momento in cui Ayman Odeh, leader della coalizione araba, stava per iniziare un’intervista su Arutz 2, e si è fermato per dirgli quello che pensa di lui, del suo partito e delle sue azioni anti israeliane. Chi non conosce abbastanza l’inglese da riuscire a seguire i sottotitoli, si accontenterà del tono di voce del sindaco, sufficientemente rivelatore dei suoi sentimenti, a mio avviso.
Shavua tov a tutti.

barbara

LETTERA APERTA A COLORO CHE GIUSTIFICANO L’ASSASSINIO DI ISRAELIANI

Io sono ebreo, sionista e israeliano. Al giorno d’oggi, questo equivale a tre condanne a morte.
Tuttavia, questo non mi ha mai impedito di dialogare con persone che non condividono le mie opinioni o le mie convinzioni religiose. Perché credo nel dialogo e perché, per quanto “caldo” possa essere il dibattito, so che ho davanti a me un essere umano e che, quali che possano essere i nostri disaccordi, condividiamo una serie di valori fondamentali che sono alla base, appunto, della nostra umanità.
Ecco perché, da anni, cerco instancabilmente di discutere con i “pro-palestinesi”, di spiegare loro la mia posizione, di far loro capire che la situazione sul terreno non è così semplice come quello che possono percepire in 20 minuti di telegiornale, per ricordare loro che le parole hanno un significato e che “ebreo”, “sionista”, “israeliano” e “israelita” non sono sinonimi, di spiegare loro, pazientemente, cercando di non innervosirmi, perché paragonare Israele alla Germania nazista non è solo spregevole, ma anche totalmente assurdo, eccetera eccetera.
Ma oggi siamo arrivati in una fase in cui, purtroppo, il dialogo non è più possibile. Perché il primo e il più fondamentale dei valori è stato calpestato e gettato nella spazzatura. Questo valore è il semplice rispetto per la vita umana. Dimenticate per un momento che si tratta di Israele, degli ebrei, degli arabi, del Monte del Tempio e della Moschea Al-Aqsa… parliamo di esseri umani. E da due settimane degli esseri umani vengono accoltellati, a sangue freddo, in mezzo alla strada da degli aggressori (uomini, donne e perfino un bambino di 13 anni!) che sono stati fanatizzati dai loro leader al punto di perdere questo valore fondamentale che è il rispetto della vita umana.
E ci sono persone in Europa e negli Stati Uniti che, dall’alto della loro venti secoli di civiltà, sono capaci di giustificare queste azioni in nome della “disperazione” o col pretesto falso (e comunque ridicolo) di un “cambiamento dello status quo” sul Monte del Tempio. Come si può arrivare a questo punto? Come si può, senza tremare di vergogna, giustificare l’assassinio puro e semplice di esseri umani, sotto qualunque pretesto? Quando si arriva a questo punto, è perché si è perduto questo valore essenziale che è il rispetto per la vita umana. E perdere questo valore, equivale a escludere se stessi dall’umanità.
Torniamo un attimo a Israele. Voi potete odiare questo paese con tutte le vostre forze e trattarmi da bugiardo, colono, fascista e tutto quello che vorrete; ma una cosa non potete cambiare: Israele rispetta, più di ogni altra cosa, la vita umana. Israele rispetta talmente la vita umana, che i suoi soldati sono disposti a mettersi in pericolo per evitare l’uccisione di civili. Israele rispetta talmente la vita umana che, quando un terrorista è ferito dalla polizia o dall’esercito dopo un attentato, viene curato in un ospedale israeliano… a spese del contribuente israeliano! (Lo so che non mi crederete… io stesso stento a crederci, ma è la pura verità, e io sono nel posto giusto per saperlo).
E allora capirete, voi che giustificare l’ingiustificabile, che le vostre lezioni di morale non mi fanno più né caldo né freddo.
Io sono ebreo, sionista e israeliano. E soprattutto, io sono un essere umano… purtroppo non sono più certo che voi possiate dire altrettanto.
Julien Pellet
(Qui, traduzione mia)

barbara

CHE NETANYAHU ABBIA DETTO UNA MINCHIATA NON CI PIOVE

(sempre ammesso – conoscendo i nostri polli – che quello che ha detto corrisponda esattamente a ciò che è stato riportato; e almeno una cosa sappiamo per certo che i giornali l’hanno pesantemente – e non certo in buona fede – distorta, in quanto Netanyahu ha parlato del Gran Mufti Haji Amin alHussein e non certo di palestinesi, come tutti i giornali hanno titolato, cosa matematicamente impossibile dal momento che il nome di “palestinesi” per indicare gli abitanti arabi di quella regione è stato inventato nel 1967)

Che abbia detto una minchiata, dicevo, non ci piove. Tuttavia…
mufti
barbara

PICCOLA RIFLESSIONE DELL’ULTIMO MINUTO: e se Netanyahu fosse molto meno fesso di quanto la sua uscita potrebbe far pensare? E se la bestialità che ha detto, in un discorso che altrimenti, probabilmente, sarebbe passato del tutto inosservato, avesse proprio lo scopo di suscitare un vespaio che attirasse l’attenzione del mondo intero? È un dato di fatto che mentre fino a ieri il Gran Mufti era praticamente sconosciuto alla quasi totalità degli abitanti del pianeta Terra, oggi mezzo mondo sta discutendo sulle sue pesantissime responsabilità nella Shoah.