MA VOI LO SAPETE VERO

che i palestinesi muoiono di fame? Che tutto il mondo li ha abbandonati? Che bisogna combattere per attirare l’attenzione sulla loro tragedia vergognosamente ignorata e ristabilire la giustizia? Sì, vero, che lo sapete? (Se non sai l’inglese non preoccuparti: guarda le figure e vedrai che capirai abbastanza lo stesso).

Poi volendo ci sarebbero anche tutti quei cristiani ridotti a brandelli in Pakistan che però non lo sappiamo mica chi sia stato, perché se si sapesse il signor papa avrebbe sicuramente denunciato a chiare lettere gli autori di questo orrendo crimine (sempre che qualcuno non avesse insultato la loro mamma, beninteso, che in tal caso…), e quelle decine di ragazzini irakeni fatti a pezzi allo stadio, più qualche altra quisquilia in giro per il mondo, ma mi sa che devono essere finiti i gessetti.

barbara

    • E’ un’ipotesi ragionevole. Il problema – tragico – è che purtroppo non sono i soli a condividere questa caratteristica. Dato che il cannocchiale – la piattaforma su cui scrivevo prima di trasferirmi su wordpress – tanto per cambiare è in coma, ti incollo qui una mia recensione di una decina di anni fa. In cui di mio ci sono solo le poche righe in corsivo alla fine, il resto sono tutte citazioni.

      Da quel momento, fiumi di sangue avrebbero preso a scorrere come non mai. Dopo aver sperimentato gli orrori della guerra del Vietnam estesi al proprio territorio, l’infelice paese si apprestava ora a conoscere il terrore post-rivoluzionario. I khmer rossi, una volta al potere, avviarono drastiche epurazioni eliminando sistematicamente, per ondate successive, tutti gli strati della popolazione, a cominciare dai contadini che venivano deportati e raccolti nei campi di lavoro forzato quando non morivano prima per la fame, le malattie, le torture.
      Soltanto nel 79, dopo quattro lunghi anni, il genocidio ebbe termine. Furono le truppe vietnamite che, senza farsi scrupoli di coerenza ideologica, l’interruppero invadendo la Cambogia per «liberarla» una seconda volta, non più dall’imperialismo americano ma dall’efferatezza e dall’incompetenza dei loro «fratelli» khmer rossi.
      Quando venne scoperto quell’orrore assoluto, per molti iniziò l’epoca del pentimento. Quando penso che oggi non si trova più un solo ideologo capace di sostenere le teorie nel cui nome tutta quella devastazione venne sistematicamente compiuta, vado su tutte le furie.
      Eppure già diversi anni prima dei testimoni avevano denunciato l’orrore che stava dilagando nell’ombra delle foreste. Per infausta casualità, io ero uno di loro. Il 10 ottobre 1971, mentre effettuavo delle ricerche in un monastero della regione di Udong, trenta chilometri a nord di Phnom Penh, ero stato arrestato e condotto in catene in un campo di detenzione khmer rosso. Per tre mesi avevo visto l’abominio adagiare la sua lugubre cappa sulle campagne. Dopo la mia liberazione l’ambasciata di Francia mi aveva chiesto di tradurre un testo sul «Programma politico del Fronte unito nazionale del Kampuchea» che avevo riportato dalla prigionia. Il suo contenuto lasciava presagire l’orrore che sarebbe venuto in seguito: vi si annunciavano l’evacuazione delle città e l’attuazione di una forma di collettivismo statalista a favore di una fascia ristretta della popolazione. Questi preoccupanti segnali debitamente comunicati a Parigi, non avevano tuttavia suscitato la minima reazione, e la Francia aveva ostinatamente mantenuto il proprio appoggio ai khmer rossi…

      «Compagno! Quegli uomini erano forse stati scelti per il fatto di essere i più stupidi? Pensavano solo ai vantaggi personali che potevano ottenere da una carica che esercitavano per la prima volta e, nella concitazione in cui si trovavano, impartivano ordini assurdi a destra e a manca. Non esitarono nemmeno, quei maledetti, a condannare a morte tre capifamiglia che avevano rifiutato di far arruolare i loro unici figli in una formazione di combattimento insieme ai vietnamiti… Cerca di capirmi, compagno: quella gente non aveva intenzione di tramare proprio nulla, è che non volevano perdere il loro unico figlio, ancora tanto giovane! Probabilmente, un padre il cui ragazzo avesse già ricevuto l’ordinazione buddista o che avesse svariati figli avrebbe reagito diversamente; ma nel loro caso… L’esecuzione della sentenza gettò il villaggio nella costernazione. Gli abitanti, sdegnati, insorsero e giustiziarono gli assassini. Poi le cose parvero rientrare nella norma, fino al momento in cui, un mese dopo, dei soldati vietnamiti accerchiarono il villaggio, consentendo ai khmer rossi che erano con loro di riunire gli abitanti e di farsi indicare i membri delle famiglie dei tre uomini che erano stati all’origine della vicenda. Vennero identificate diciannove persone, fra zii e cugini presenti quel giorno al villaggio, e cinque neonati. Adulti e adolescenti vennero massacrati immediatamente, pubblicamente, a colpi di vanga sulla nuca. E dei neonati, che nel frattempo avevano sottratto alle loro madri e tenuti da un lato durante il massacro, che cosa ne fecero? Te lo stai chiedendo, vero? Ebbene, la loro esecuzione fu affidata a un giovane che era con loro. Un ragazzo di quattordici anni! Noi tutti conoscevamo i suoi parenti che abitavano in un villaggio vicino. La sua formazione ideologica era iniziata soltanto qualche mese prima. Vedendo che il ragazzo esitava sentendosi addosso l’attenzione di tutti, uno dei capi – probabilmente il suo istruttore – gli andò vicino, gli mise un braccio attorno alle spalle e gli parlò sottovoce. Ascolta bene, compagno, io questo l’ho visto con i miei occhi: il ragazzo si fece coraggio, venne avanti, afferrò un paio di bambini per i piedi e senza fretta sfracellò con decisione ognuno di quei piccoli corpi contro il tronco dell’albero, del vecchio mango che c’è a ovest della piazza … dando due o tre colpi per ogni bambino. Ciò gli valse poi le congratulazioni del suo capo, che ne citò lo zelo e il sangue freddo esemplari».

      «Questa società manterrà invariato soltanto ciò che ha in sé di migliore ed eliminerà tutto il resto, contaminato dalla fase di decadenza che stiamo attraversando a causa della frotta di traditori capeggiati da Lon Nol. Compagno» aggiunse in tono perentorio, «è meglio una Cambogia spopolata che un paese pieno di incapaci!»

      Nel frattempo una camionetta aveva parcheggiato nel cortile della scuola. Altri khmer rossi, che non conoscevano quelli arrivati prima – li vidi studiarsi a vicenda, sul chi vive – entrarono in biblioteca e cominciarono a svuotare gli scaffali, ammucchiando i libri sul cassone della vettura. Le collezioni che si trovavano sul primo ripiano vennero lanciate dalle finestre. Traboccante di pezzi di pregio che avevamo volontariamente tenuto a Phnom Penh per le generazioni khmer del futuro – perché era nozione diffusa e condivisa all’epoca che gli intellettuali di un paese, comunisti o no, avrebbero sempre avuto bisogno di una collezione di opere rare che riguardavano la loro storia e la loro cultura -, la camionetta fece numerosi viaggi avanti e indietro. Imbrigliata dalle proprie contraddizioni, la Francia capì troppo tardi che i khmer rossi, ignorando l’arte della lana, non sapevano che la pecora va tosata anziché scorticata viva. Tutti i volumi della scuola, pazientemente raccolti e catalogati da generazioni di studiosi, vennero bruciati insieme ad altri in un patetico autodafé a beneficio di un pugno di adolescenti eccitati…

      La mia guida mi dice ridendo che io sono l’unico prigioniero di questo campo a poter fare un simile pellegrinaggio, perché nessun altro è sopravvissuto.
      «Dove venivano giustiziati?» chiedo.
      «Nella boscaglia, verso il lato esterno» fa lui, e accenna con il mento verso nord, «a circa cinquecento metri da qui».
      «Ma se non sentivamo mai nulla! In che modo li uccidevano?»
      «A randellate. Tu hai avuto davvero fortuna …»

      Uno sguardo particolare, quello dell’etnologo francese, sullo sterminio perpetrato in Cambogia dai khmer rossi, che permette di aggiungere ancora qualche tassello alla conoscenza dell’orrore.

      François Bizot, Il cancello, Ponte alle Grazie

  1. eh, ma quello non è il vero islam, è una distorsione che nulla ha a che vedere con i suoi principi….

    oops, l’ho confuso con “eh, ma quello non è il vero comunismo, è una distorsione che nulla ha a che vedere con i suoi principi”…..

    credo che la confusione arrivi dal fatto che a dire queste parole, una trentina di anni dopo, siano le stesse identiche persone, con qualche capello in meno, un po’ di panza in più e la stessa identica spocchia, prosopopea e arroganza piagnucolosa…..ma proprio le stesse, o almeno quelle che nel frattempo non ci hanno fatto la cortesia di crepare…

    • E se il Duce sapesse, e se il Führer sapesse, e se il compagno Stalin sapesse, Caro compagno Stalin, ti scrivo per informarti di un grave abuso commesso ai miei danni, di cui sono certo tu sia del tutto all’oscuro…
      Comunque sì, lo so benissimo che quello non è il vero islam, è che a noi islamofobi fa comodo premere il pedale della paura del diverso per… Già: per che cosa?
      Che poi i comunisti almeno avevano i compagni che sbagliano: a questi qua non passa neanche per la testa che i bombaroli stiano facendo qualcosa di leggermente sbagliato.

        • Mi viene in mente, si parva licet, un’insegnante elementare che aveva chiesto l’intervento del consulente – non so quale sia la denominazione esatta – per una classe particolarmente difficile, cose tipo che lei entrava e nessuno si sognava di andare al suo posto, lei diceva su per favore, andate al vostro posto, e quelli attaccavano a spernacchiare, diceva tu, smettila di tirare pugni al tuo compagno, e quello diceva vaffanculo. Il tizio è stato in classe per un’ora in cui c’erano lei e quella di religione, ha visto tutto quello che c’era da vedere, e alla fine dell’ora ha decretato: “Dovete dargli più affetto. Si comportano così per frustrazione, perché non gli date abbastanza affetto”.

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