RIGUARDARLO OGNI TANTO FA BENE ALLA SALUTE

barbara

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PRIMA ESPLOSIONE DI UN AUTOBUS ISRAELIANO PER ATTENTATO SUICIDA DAL 2005

مسيرات عفوية في بيت لحم بعد اعلان استشهاد عبد الحميد ابو سرور منفذ عملية #باص12

Raduni spontanei a Betlemme dopo il martirio di Abdul Hamid Abu Srour pratico porta bus 12 (traduttore automatico)

(grazie a lui che riesce a scovare fuori di tutto)

barbara

GIUSTIZIA, DOPO 26 ANNI

Mi è sempre rimasto sullo stomaco, nel corso degli anni e dei decenni, quell’osceno, spietato linciaggio morale nei confronti di un uomo onesto, la cui coscienza, ad un certo momento, non aveva più retto al peso dell’omertoso silenzio sui crimini, spacciati per giustizia popolare, perpetrati nel cosiddetto triangolo rosso. Finalmente, dopo ventisei lunghissimi anni, si è avuto il coraggio di riconoscere che Otello Montanari non è un infame, un traditore, una spia, un delatore ma, semplicemente, un uomo con una coscienza.

Le storie del 25 aprile – Il “delatore” Montanari riabilitato dall’Anpi. Ma solo dopo 26 anni
Nel 1990 aveva cercato di alzare il velo sui delitti delle bande emiliane contro gli ex fascisti

FRANCO GIUBILEI
REGGIO EMILIA

Ci sono voluti 26 anni. Anni difficili, fatti di accuse di tradimento durissime da mandar giù per un ex partigiano comunista gravemente ferito in battaglia contro i nazifascisti, ma alla fine Otello Montanari si è visto riconoscere tutte le sue ragioni, con tanto di scuse dall’Anpi di Reggio Emilia. Parliamo del periodo successivo al 25 aprile 1945, quando nel cosiddetto «triangolo rosso» c’erano bande clandestine che facevano giustizia sommaria di persone ritenute legate al fascismo. Dopo l’uccisione del parroco di Correggio, don Umberto Pessina, nell’estate del ’46, si mosse anche Togliatti per porre fine alle spedizioni punitive e mettere ordine nella federazione Pci di Reggio.
Quarantaquattro anni dopo, Otello Montanari alzò il velo delle ipocrisie sul sangue versato nel Dopoguerra con una lettera al Resto del Carlino che si concludeva con l’appello «chi sa, parli», in relazione a un altro delitto eccellente: quello del direttore tecnico delle Officine Reggiane, Armando Vischi, ucciso il 31 agosto del ’45 da una formazione paramilitare. «Dopo la pubblicazione scoppiò l’ira di Dio, in poco più di un mese uscirono più di 1200 articoli su tutti i giornali italiani», ricorda oggi Montanari, 90 anni il prossimo maggio, una vita spesa fra Pci, di cui è stato deputato per una legislatura, Anpi e Istituto Cervi. La direzione del partito allora spedì a Reggio Piero Fassino per vederci chiaro: «Mi disse che avevo ragione e che avevo fatto bene – racconta Montanari -. Mi invitò a tener duro con la sola avvertenza di stare attento alle strumentalizzazioni fasciste, perché il Msi voleva fare una manifestazione».
La tempesta vera, però, con tutto il corredo di minacce telefoniche a casa, accuse di essere un delatore e l’ostracismo di Anpi e Istituto Cervi, si scatena a partire dal ’91, quando l’ex partigiano rivela prove decisive sulle responsabilità dell’omicidio Pessina, per cui nel frattempo erano finiti in galera due innocenti, Germano Nicolini ed Egidio Baraldi: «L’ex archivista del Pci Rangoni ritrovò la registrazione di una conversazione con l’allora responsabile della federazione Pci di Reggio, Nizzoli, in cui risultava che si era deciso di tacere sui veri colpevoli, così ci siamo rivolti al magistrato ed è stato possibile avviare il processo di revisione». Per Montanari cominciano i problemi veri, soprattutto dopo che «Diavolo», nome di battaglia di Nicolini durante la Resistenza, nel ’94 viene assolto: «Sono stati anni duri, amari, in cui ho sofferto io e ha sofferto molto anche la mia famiglia: non sono stato più chiamato a parlare a cerimonie pubbliche né dall’Anpi né dal partito».
L’ultimo colpo velenoso arriva nel 2011, con l’accusa del presidente provinciale dell’associazione partigiana, Giacomo Notari, di non aver raccontato tutto quel che sapeva sulla morte di don Pessina «qualche decennio prima, quando c’era Nicolini in galera. Se avesse parlato apertamente, forse Diavolo non avrebbe fatto tutta la galera che ha fatto ingiustamente. Così anche per Baraldi». «Per queste frasi l’ho querelato – spiega Montanari -. Di certo non potevo sapere cos’era successo, perché fino al ’46 sono rimasto in ospedale per le ferite riportate a inizio ‘45, quando le SS italiane mi spararono addosso 8 proiettili (colpi che lo avrebbero azzoppato per il resto della sua vita, ndr). Seppi della registrazione solo nel ‘91». Stavolta però, la retromarcia del presidente Anpi sono piene e incondizionate: «Riconosco che Otello, appena saputo di prove utili per ottenere giustizia, agì con tempestività, fornendo un decisivo contributo a svelare la verità. Chiedo scusa di avergli procurato sofferenze, amarezze e preclusioni». Per Montanari, un risarcimento morale: «È un fatto straordinario che dopo 26 anni vissuti in croce ci sia stata questa dichiarazione». (qui)
Otello Montanari
Ed è di qualche conforto il fatto che, pur con tanto vergognoso ritardo, il riconoscimento della sua onestà lo abbia raggiunto ancora vivo.

barbara

DIARIO DI UN SOLDATO

Una babele di lingue e culture.
Un alternarsi continuo di flessioni e riflessioni.
Una divisa che racconta senza dover parlare, un paio di scarponi che marciano senza sosta.
Un fucile sotto il braccio destro, “per difendersi e mai per uccidere” ci ripetono, perché qui la vita va celebrata e mai condannata.
Un sorriso appena accennato, una mano tesa, pronta all’aiuto. Un vocabolario ricco e colorato, un lessico unico nel suo genere.
E così imparo al volo il primo termine che mi accompagnerà passo per passo, mano nella mano, in questa nuova avventura. Amcha: il tuo popolo.
Ci viene dunque insegnato senza equivoci che qualsiasi gesto compiuto da un soldato dell’esercito israeliano, non è mai fine a se stesso.
“Affronterete con orgoglio e coraggio tutte le prove che vi si presenteranno, tutte le difficoltà che troverete lungo il vostro cammino. E quando vi sembrerà di non farcela più, vi ricorderete d’un tratto di chi vi aspetta a casa. Penserete poi alla maestra che vi ha insegnato a leggere e scrivere, al fruttivendolo dietro l’angolo che vi saluta ogni mattino con entusiasmo, all’autista dell’autobus che vi accoglie con un largo sorriso, all’idraulico che vi ha riparato la perdita del lavandino, al giardiniere che ha seminato i tulipani invece che le rose, all’anziano signore seduto sulla panchina a guardare il cielo, all’operaio che ha perso il suo lavoro, al banchiere che prova a convincervi che aprire un mutuo sia la cosa migliore che possa capitarvi, al bambino che corre spensierato dietro a un pallone. Penserete al vostro popolo.”
E mentre il giullare di corte, munito di kippa colorata e barbetta illusoria, definisce Israele uno Stato apartheid senza alcuna traccia di pudore, io e il mio nuovo amico Saalan, un ragazzo di tradizione drusa, aspettiamo impazienti di prestare il giuramento di fedeltà all’esercito di cui facciamo parte.
Io stringendo in mano la Bibbia, lui il libro di Yitro: perché da queste parti funziona così.
David Zebuloni (22 aprile 2016, moked)
David-Zebuloni
“Giullare”: David Zebuloni evidentemente è un signore, e ha preferito usare questo eufemismo al posto del più adeguato “buffone”: quello che in cambio di vantaggi materiali divertiva i suoi signori e padroni svendendo il proprio onore, la propria dignità, la propria coscienza. In una parola: un prostituto.

barbara

25 APRILE, FESTA DELLA LIBERAZIONE NAZIONALE

Cari amici, oggi è il 25 aprile, festa della Liberazione. È il settantunesimo anniversario dell’insurrezione di Milano contro i nazisfascisti, che è stata presa come data per la liberazione del nostro paese dall’occupazione nazista (e dall’oppressione dei fascisti che li assistevano). Il caso vuole che quest’anno il 25 aprile sia anche il terzo giorno della festa ebraica di Pesach, che ricorda un’altra liberazione accaduta circa trentacinque secoli fa: quella del popolo ebraico dal Faraone. È un caso naturalmente, ma fra le due liberazioni c’è più di un nesso: la fine del tentativo del genocidio degli ebrei ad opera di un potere che si sentiva invincibile, ma minacciato dal popolo di Israele è senza dubbio una relazione importante, con la conseguenza che gli ebrei furono in prima linea nell’antichità come durante la seconda guerra mondiale per combattere il dispotismo. Un altro è la contrapposizione fra libertà dei popoli, diritto alla dignità e alla vita degli individui, affermazione della giustizia tramite la legge e dunque dell’uguaglianza dei diritti da un lato e dispotismo, violenza, “principio del capo” dall’altro. Di solito si pensa a Roma come patria del diritto (almeno in Italia), ma non è vero: la Torah precede di dieci o venti secoli (a seconda di come la si dati) il codice di Giustiniano, è socialmente assai più avanzata e, anche grazie alla mediazione del cristianesimo, ha impregnato tutto il nostro mondo.
Vi è dunque un nesso di principio fra ebraismo e libertà che rende gli ebrei (almeno quelli capaci di ricordare davvero la loro identità) naturalmente antifascisti e dovrebbe renderli anche anticomunisti per la stessa identica ragione: il rifiuto della dittatura. Ma c’è molto di più. I regimi nazifasciti oppressero i loro paesi e tolsero loro la libertà, commisero crimini efferati contro i loro nemici, cercarono di liberarsi delle persone che vedevano come una violazione del loro ordine: gay e rom, ma anche malati genetici e mentali. Contro gli ebrei si proposero qualcosa di più e di diverso: il progetto esplicito di distruggere una “razza” che essi definivano non solo nemica ma inquinante, ostacolo “metafisico” alla loro missione storica (per citare l’antisemita Heidegger, che fu il più “grande” teorico del nazismo). L’odio nazifascista per gli ebrei fu implacabile, non si fermò di fronte ai feti e ai neonati, ai vecchi e ai malati, a coloro che di ebraico non avevano né cultura né religione, ma solo un quarto o un ottavo del loro “sangue”. Per questo alcuni ebrei quando poterono fuggirono il nazifascismo e altri, molti altri, lo combatterono. Sui 40 mila ebrei italiani, ottomila furono le vittime delle deportazioni e duemila i partigiani attivi: cifre enormemente più grandi del resto della popolazione. Se la proporzione rispetto alla popolazione fosse stata la stessa (5%), i partigiani italiani avrebbero dovuto essere circa due milioni, mentre furono 223.000 (il dato è di una fonte insospettabile, Luigi Longo, in “Un popolo alla macchia”).
Bisogna anche tener conto che l’Italia non fu davvero liberata dai partigiani, che non ebbero mai una forza lontanamente paragonabile a quella tedesca, ma dagli alleati, innanzitutto gli angloamericani. E che nell’esercito inglese fu costituita nel 1942, dopo infinite insistenze della dirigenza sionista (Weizmann e Jabotinsky innanzitutto), una Brigata ebraica (http://www.bellaciaomilano.it/1945/46-ventanni-fascisti/deportazione/173-la-brigata-ebraica.html),
Brigata ebraica
che combatté nel ‘44-’45 proprio in Italia, risalendo la penisola lungo l’Adriatico. Erano tutti volontari, alcuni fra i 30 mila sui 550 mila ebrei residenti nel mandato di Palestina (ancora il 5%), che furono arruolati in varie armi. I membri della brigata furono circa 5000 e 42 di essi caddero in combattimento in Italia e sono sepolti oggi in un cimitero in Romagna (http://www.museofelonica.it/doc/stampa/Sermidiana/feb08.pdf).
Per tutte queste ragioni, il 25 aprile è una festa anche degli ebrei, forse soprattutto degli ebrei italiani: se il 27 gennaio è Giornata della memoria per l’apertura di Auschwitz, il 25 aprile è l’apertura di tutti i carceri e i luoghi di tortura e di concentramento dove passò più di un quarto degli ebrei italiani e dei nascondigli dove cercarono di salvarsi gli altri. È un momento di memoria sionista, perché la Brigata ebraica si costituì, con l’insegna della stella di Davide per volontà e stimolo della dirigenza sionista, che voleva che gli ebrei con la loro bandiera avessero un luogo esplicito nella lotta contro Hitler. Questo rapporto è stato chiaro e incontestato per decenni. Io personalmente ricordo che la mia vita politica è iniziata più di cinquant’anni fa, nel segno dell’antifascismo, proprio a ragione del mio ebraismo; e nessuno si sognava allora di discutere tale nesso. Ma da una decina d’anni la festa della Liberazione è stata progressivamente dirottata e sequestrata, certamente in concomitanza con la progressiva sparizione dei partigiani veri, dei deportati e della loro memoria (chi aveva vent’anni nel ‘45 oggi ne deve avere 91 e purtroppo non sono tanti); ma anche con il rifluire dell’estrema sinistra politicamente sconfitta ed emarginata su una falsa memoria e su movimenti sempre più marginali.

La violenza dei manifestanti filo-palestinesi, già alleati di Hitler, contro chi ricorda le imprese della Brigata ebraica
Andare alla manifestazione del 25 aprile con i simboli ebraici, fossero pure quelli dei liberatori della Brigata ebraica, è diventato sempre più difficile; la nostra semplice presenza è stata definita dai sequestratori “provocatoria”. Perché uso un termine forte come “sequestratori”? Perché c’è stato un tentativo piuttosto riuscito di mettere al centro del 25 aprile non un generico “internazionalismo”, che già sarebbe discutibile, perché il tema della festa è la liberazione NAZIONALE italiana; ma addirittura la “questione palestinese”. Ora non solo è indubitabile che nella Resistenza nessuno si occupasse del destino delle terre fra il Giordano e il Mediterraneo, se dovessero essere mandato britannico, stato ebraico o arabo. Ma resta il fatto indubitabile che i leader arabi (tutti, ma in primo luogo quelli “palestinesi” ante litteram – perché non si sognavano di chiamarsi così, allora, – come il Muftì di Gerusalemme Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī) erano schierati dalla parte dei nazisfasciti (http://www.kore.it/CAFFE/rosselli/hitler-mufti.htm). Al Husseini dopo aver provocato tutti i pogrom antiebraici che poteva nel mandato britannico fra il 1920 e la fine degli anni Trenta, allo scoppio della guerra per non essere arrestato dagli inglesi scappò a Bagdad, dove causò altre stragi di ebrei, poi fu recuperato da un aereo italiano (fascista) e portato a Roma, si stabilì a Berlino, fece amicizia con Hitler e Himmler, tenne discorsi di propaganda alla radio nazista, contribuì ad organizzare una feroce divisione di SS musulmane bosniache (https://en.wikipedia.org/wiki/13th_Waffen_Mountain_Division_of_the_SS_Handschar_(1st_Croatian), fu consulente di Eichmann per l’organizzazione della Shoà, intervenne ripetutamente sui governi dell’Asse perché non rilasciassero neppure un ebreo, sfuggì per un pelo al processo di Norimberga e negli anni Cinquanta e Sessanta fu fra i padri nobili del terrorismo palestinese, rivendicato da Arafat come suo parente e ispiratore (http://www.focusonisrael.org/2010/01/21/nazismo-hitler-mufti-gerualemme/). Il caso di Amin Al Husaini è ben noto e non insisto sul tema; ma se uno allarga lo sguardo è evidente che tutto lo schieramento islamista della seconda guerra mondiale è filonazista, mentre gli ebrei sono antinazisti. La ragione non è solo banalmente tattica (l’occupazione inglese di buona parte dei paesi arabi), come si vede anche dal fatto che gli arabi dei territori occupati dalla Francia non si schierarono affatto contro Petain. Semplicemente c’è una profonda omogeneità fra l’antisemitismo e il principio autoritario del capo del nazismo e dell’islamismo, come c’è omogeneità fra l’organizzazione democratica, il principio della libera discussione intellettuale e lo spirito imprenditoriale delle comunità ebraiche e il liberalismo occidentale.
Resta il fatto indubitabile che il 25 aprile segna la vittoria delle forze alleate sui nazifascisti e i militari ebrei, l’organizzazione sionista e il popolo ebraico erano dalla parte degli alleati mentre i militari islamisti e pre-palestinisti col loro popolo erano dalla parte dei nazisti. Portare a spasso la bandiera palestinista nelle manifestazioni del 25 aprile è come esibire la svastica; insultare la stella di Davide della Brigata Ebraica, sotto il cui segno da anni si raccolgono gli ebrei è insultare la resistenza. Il 25 aprile è stato sequestrato dai filonazisti. Contro di loro è necessaria una nuova resistenza. Oggi, come tutti gli anni, io andrò a manifestare, a prendermi l’insulto e l’odio probabilmente dei nipoti di coloro che contribuirono a perseguitare le famiglie ebraiche fra il ’38 e il ’45 (sono stati tanti, quasi tutti gli italiani, regalate questi libri agli amici che non lo sanno: http://www.baldinicastoldi.it/libri/di-pura-razza-italiana/, http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/i-carnefici-italiani/), comunque di coloro che sostengono ora i palestinisti antisemiti, discendenti diretti delle SS. Veniteci anche voi, nelle diverse modalità decise dalle comunità (a Milano in manifestazione, a Roma fuori di essa per evitare lo scontro fisico). Perché resistere ai neonazisti che hanno sequestrato il 25 aprile è un imperativo politico e morale.
Ugo Volli (pubblicato su Informazione Corretta)

E naturalmente, come da programma, le bandiere della Brigata Ebraica che ha combattuto per liberare l’Italia, sono state contestate sventolando le bandiere dei nipoti degli attivi complici di Hitler, che da allora non hanno mai smesso di dichiarare – provandoci con tutte le loro forze – di voler portare a termine il lavoro di sterminio totale del popolo ebraico iniziato da Hitler.

barbara

MI SPIACE DIRVELO, MA…

Miei cari amici, ebrei d’Israele e della diaspora, mi spiace dirvi che gli attacchi terroristici che ci colpiscono oggi come ieri, da una settimana, da un mese, da un anno, da un decennio e da un secolo, sono tutti parte della stessa guerra, della stessa lotta, della stessa Jihad condotta contro di noi dai nostri vicini da ormai oltre un secolo.
A volte è una guerra su vasta scala con carri armati, fragori, fiamme, aerei e navi, a volte invece è una guerra di bassa intensità, conosciuta come “terrorismo”, con sparatorie, esplosioni, accoltellamenti. In arabo è sempre Jihad, l’obiettivo sono gli ebrei solo perché sono ebrei.
Mi dispiace inoltre dovervi ricordare che questa guerra è iniziata molto prima della creazione dello Stato ebraico proclamato nel 1948. Le aggressioni e i massacri degli anni 1920, 1921, 1929, dal 1936 al 1939 ed altri ancora, non erano certo avvenuti a causa di uno Stato ebraico o per quella che i nostri nemici chiamano l’ “occupazione” del 1948, di certo non per l’ “occupazione” del 1967.
Nel 1929 l’orrendo massacro degli ebrei di Hebron era stato perpetrato contro degli ebrei che non facevano parte del movimento sionista, anzi. Vi ricordo che il Movimento di Liberazione della Palestina (Fatah) è stato fondato nel 1959 e che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) è nata nel 1964, dunque alcuni anni prima dell’ “occupazione” del 1967, risultato della vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni.
Voglio farvi notare che le grida che sentivamo, soprattutto nella Guerra di Indipendenza del 1948, erano (in arabo) “Itbach al Yahud” ovvero “Massacrate gli ebrei” e non gli “israeliani” o i “sionisti”, perché il loro vero problema sono gli ebrei, che si rifiutano di essere sottomessi all’Islam, non accettano di vivere come dhimmi, ovvero “persone protette” come l’Islam impone a loro e ai cristiani.
Ancora oggi nel mondo arabo i bambini cantano: “La Palestina è il nostro paese e gli ebrei sono i nostri cani”. Il cane, nella tradizione islamica, è un animale impuro.
La Sharia stabilisce che se un musulmano sta pregando e davanti a lui passa un cane, un maiale, una donna, un ebreo o un cristiano, le sue preghiere verranno respinte e lui deve ricominciare a pregare dall’inizio.
Non è piacevole dirvi questo, ma sappiate che il canto più popolare tra i nemici di Israele è “Khyber, Khyber o Giudei, l’esercito di Maometto ritornerà di nuovo”. Khyber è un’oasi nella penisola arabica popolata da ebrei fino a quando Maometto non li ha massacrati nel 626 d.C. Il canto ricorda quell’evento e minaccia una replica.
Gli ebrei, secondo il Corano (Sura 5, versetto 82) sono i nemici più ostili dei musulmani. Il versetto 60 afferma che la maledizione e la furia di Allah ricadranno su di loro, trasformandoli in scimmie e maiali. Da quando in qua scimmie e maiali hanno diritto ad uno Stato? Da quando hanno il diritto di sovranità? Nonostante quello che pensate, la pace con l’Egitto è stata raggiunta solo dopo che Sadat si rese conto che, malgrado gli sforzi degli arabi di distruggere Israele nella Guerra di Indipendenza del 1948, nella Campagna del Sinai del 1956, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, nella Guerra di logoramento del 1970, e persino nella Guerra dello Yom Kippur del 1973 in cui aveva attaccato di sorpresa Israele, lo Stato ebraico era riuscito a respingere tutti gli eserciti arabi e a portare la guerra nel loro territorio.
Sadat, per questi fatti, aveva capito che Israele era invincibile e che non c’era altra scelta che fare la pace, anche se questa pace sarebbe stata temporanea e analoga alla precedente Pace di Hudabiya del 628 d.C. Allora Maometto aveva concesso un periodo di pace di 10 anni agli infedeli abitanti alla Mecca, ma l’aveva spezzata dopo solo due anni. Yasser Arafat firmò gli accordi di Oslo non perché credeva nella pace, ma perché, definendoli la “Pace di Hudabiya “, aveva visto gli accordi come un cavallo di Troia che avrebbe ingannato gli ebrei. L’unico obiettivo degli accordi di Oslo era quello di creare una entità palestinese con esercito e armi, che a tempo debito avrebbero distrutto Israele. Arafat l’aveva sempre ribadito, ma la nostra dirigenza politica aveva spiegato che lui lo stava dicendo solo per un suo uso interno, e quando gli attentatori suicidi si sono fatti esplodere nelle nostre strade, le vittime sono state chiamate “vittime della pace”.
Da quando la pace richiede vittime? E i fucili che gli abbiamo consentito di avere spareranno su di noi?
Mi rattrista dirvi che sono falliti tutti gli sforzi di Israele per compiacere Hamas, che da organizzazione terroristica è diventato uno stato terrorista. Razzi mortali, tunnel per attaccarci, attentatori suicidi, sono tutti considerati legittimi agli occhi del governo jihadista di Gaza, così al diavolo la vita di uomini, donne e bambini che vivono nella Striscia, e al diavolo il loro benessere, la loro salute, la loro sicurezza e le loro proprietà.
Gli abitanti di Gaza sono pedine nelle mani di Hamas, della Jihad e dei salafiti: tutti autonominatisi collegamento tra Gaza e il Paradiso, avendogli già dato un assaggio dell’inferno sulla terra.
Mi duole dire a tutti voi operatori di pace, pacifisti, anime deboli e stanche in Israele e nel mondo, che il cemento e il ferro che ci avete costretto a dare ai jihadisti di Gaza al fine di ricostruire le loro case distrutte, sono stati invece utilizzati per costruire dei tunnel portatori di morte sia per gli abitanti di Gaza che per gli israeliani. Invece di costruire ospedali, scuole e infrastrutture, i jihadisti hanno costruito un’infrastruttura di morte, sofferenze e disastri. Avete sbagliato ancora una volta, basando la vostra politica su sogni irrealizzabili, delusioni e speranze invece che su fatti e cifre.
Gli analisti, me compreso, non sono del tutto senza colpa: hanno pensato in buona fede che quando Hamas si fosse assunta la responsabilità per il benessere di Gaza, i suoi dirigenti sarebbero diventati più moderati, realistici e pragmatici.
Niente di più sbagliato: Hamas, nonostante abbia lasciato l’opposizione per governare, non ha cessato il jihad contro Israele, non l’ha tolto dalla cima della sua lista delle priorità, né ha modificato minimamente il suo progetto genocida dell’ “entità sionista”.
Non vorrei distruggere il sogno dei “due stati per due popoli”, ma devo farlo, perché ciò che sta accadendo a Gaza oggi è esattamente ciò che accadrà al secondo stato palestinese che si sta tentando di instaurare in Giudea e Samaria.
Hamas sarà il vincitore delle elezioni, come lo fu a Gaza nel gennaio 2006, e vincerà pure quelle presidenziali. Se così non fosse, prenderebbe comunque tutta la Giudea e la Samaria con un colpo di stato violento, proprio come ha fatto a Gaza nel 2007.
E quando ciò accadrà, che cosa si dirà? “Ooops … non sapevamo … non potevamo immaginare…?”
Adesso lo sapete e non è necessario fare previsioni! Questo dovrebbe essere il punto di partenza, la vostra ipotesi di lavoro. Se l’Hamas di Gaza sta scavando oggi tunnel di morte nella sabbia, scaverà domani nelle rocce per costruirne in Giudea e Samaria – e vorrei proprio vedere come li troverete e li farete saltare in aria, quando ciò accadrà.
E a tutti voi che avete la memoria corta, permettetemi di aggiornarvi: nel mese di luglio del 2014, con il lancio di razzi da Gaza, Hamas era riuscito a far chiudere per un giorno l’aeroporto Ben Gurion. Se e quando otterrà il controllo della Giudea e della Samaria, sarà perfettamente in grado di far cessare l’attività dell’aeroporto con una semplice catapulta, dalle colline di Beit Arye potrà dominare tutte le piste dall’alto. Chi non mi crede dovrebbe salire in auto e guidare fino alla cima delle colline ad est del Ben Gurion, che si trovano in “territori conquistati, occupati”. Per le condizioni del vento in Israele, la maggior parte degli aerei che atterrano scendono al Ben Gurion da est, volando a velocità moderata proprio sopra quelle stesse colline.
Hamastan permetterà agli aerei diretti in Israele di volteggiare in cerchio sul suo territorio per prepararsi all’atterraggio?
Che prezzo sarà costretto a pagare Israele dopo che un RPG (lancia-granate anticarro portatile) o una mitragliatrice avrà abbattuto, D-o non voglia, un aereo della El Al? Offriremo loro Gerusalemme, per calmarli? E dato che stiamo già parlando di Gerusalemme, cosa farete quando lo Stato di Hamas si presenterà con un ultimatum: Gerusalemme o guerra? Il Monte del Tempio oppure vi facciamo chiudere il Ben Gurion? E quando il mondo appoggerà la loro richiesta di Gerusalemme, lasciando che sia Israele a pagare il prezzo per calmare l’Islam estremista, che cosa direte? E quando i cecchini torneranno al tiro a segno sui passanti nelle strade di Gerusalemme dalle mura della città vecchia, come i loro fratelli giordani hanno fatto fino al 1967, dove vi andrete a nascondere? Dietro muri di cemento? Una barriera di sicurezza? Oppure sposterete semplicemente la capitale di Israele a Tel Aviv?
Mi dispiace deludervi, ma la cosa peggiore che sia mai successa alle speranze di Israele per la pace, è stato l’aumento dei movimenti per la pace, coloro che incolpano Israele di volere uno stato di terrore in Giudea e Samaria e per questo deve rinunciare a Gerusalemme Est.
In Medio Oriente, chi esprime un desiderio di pace, chi manifesta la sua bramosia di pace e offre la sua terra e il paese in cambio di un pezzo di carta con su scritto la parola “pace”, è considerato come uno che ha perso la guerra e sta mendicando per il resto della sua vita. I movimenti per la pace hanno cambiato l’immagine di Israele in quella di un paese rinunciatario debole e timoroso, l’esatto opposto del tipo di paese che può ottenere la pace in Medio Oriente.
Nella regione violenta e fanatica in cui Israele sta cercando di sopravvivere, chiunque sia considerato debole viene preso a calci e pugni ed è inviato nel migliore dei casi all’inferno, o macellato e decapitato sul posto.
In Medio Oriente, pace significa che i tuoi nemici ti lasciano in pace perché sei troppo forte, minaccioso e pericoloso per prendersela con te. In Medio Oriente solo chi vince ottiene la pace. Chi non accetta questa realtà, chi non è pronto per “sangue, sudore e lacrime”, colui che con impazienza chiede “Peace Now”, non appartiene al Medio Oriente. Qui, abbiamo posto solo per i coraggiosi, i forti, i determinati e quelli che credono nella giustizia della loro causa. Chiunque sia privo di questi qualità può trovarsi una casa adatta da qualche altra parte, dove la vita è più tranquilla, silenziosa, prospera e sprizzante gioia. Possiamo suggerire Parigi, Bruxelles, Madrid, Boston o San Bernardino ….
Auguri di un felice Pesach a tutti i figli di Israele!
Mordechai Kedar (Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz, pubblicato su Informazione Corretta)
http://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/18770

Non c’è molto da aggiungere a questo lucidissimo articolo, se non l’invito a leggere quest’altro articolo, scritto durante la guerra di Gaza del 2014.

barbara

CHAD GADYA – UN CAPRETTO

Canto inserito nella Haggadah di Pesach nel XVI secolo (qui informazioni utili e testo) e da allora cantato ogni anno come parte integrante delle celebrazioni di Pesach. Io però ve lo propongo nella speciale interpretazione di Chava Alberstein, che vi ha messo una sua aggiunta personale dal momento che, se la storia di base non cambia, poi mi dor le dor, di generazione in generazione, la Storia si incarica di aggiungere nuove tragedie e a imporre nuove riflessioni.

Quest’altra speciale versione italiana che vi propongo invece, è ciò che accade quando due Grandi Maestri prendono in mano un capolavoro e lo fanno proprio. Buon ascolto e buona visione.

AGGIORNAMENTO: il video con le illustrazioni di Emanuele Luzzati a quanto pare non esiste più, quindi vi dovete accontentare di questo:

barbara

PICCOLO INTERMEZZO CINOFALLIC-MODE

Da due giorni, grazie alla micidiale sinusite che mi sta devastando, non riesco a mangiare altro che qualche po’ di verdura e di frutta. Contemporaneamente il mio folle nonché megalomane budellame si sta esibendo nella produzione di cacche che sembrano depositate da un elefante. Qualcuno mi sa spiegare perché, dopo due giorni di questo andazzo, la bilancia mi racconta che sono aumentata di tre chili?

barbara