ISRAELE DIECI (3)

Il museo del Palmach

Se la parola museo vi evoca immagini di stanze con vetrine e bacheche e oggetti esposti con la giusta illuminazione, cancellate la parola museo, e inventatene un’altra, perché quella non è adatta. La visita a questo “museo” in realtà non è una visita, bensì un’esperienza di vita. Ma prima di raccontare l’esperienza, due parole sul Palmach, che forse non tutti conoscono.
Abbreviazione di Plugot machatz (compagnie d’attacco), fu fondato dall’esercito britannico il 15 maggio 1941 per aiutare i britannici a difendere il territorio del mandato dai nazisti; dopo la vittoria di El Alamein, ritenendo di non averne più bisogno, la Gran Bretagna ne ordinò lo smantellamento, ma il Palmach continuò a operare clandestinamente. Venendo a mancare i finanziamenti britannici, i soldati del Palmach trovarono il modo di autofinanziarsi lavorando nei kibbutzim: parte del tempo lavoravano, ricevendo in cambio vitto, alloggio e armamento, e parte si addestravano. Tale addestramento si mostrò di vitale importanza nella difesa degli insediamenti ebraici dopo l’approvazione della Risoluzione 181 e soprattutto dopo la proclamazione dello Stato, quando cinque stati arabi (Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq), insieme a corpi di spedizione provenienti da Arabia Saudita, Yemen, Esercito del Sacro Jihad ed Esercito Arabo di Liberazione aggredirono il neonato stato ebraico allo scopo dichiarato di annientarlo. Nel corso della guerra, durata dal novembre 1947 ai primi mesi del 1949 (anche se la guerra “ufficiale” inizia con la proclamazione dello Stato, il 14 maggio 1948) il Palmach perse quasi 1200 dei suoi uomini, i cui nomi sono ricordati qui
palmach-memorial
(tutte le immagini sono prese da internet). Dopo la fine della guerra di indipendenza, Ben Gurion sciolse tutte le formazioni militari e paramilitari, e dunque anche il Palmach, che confluirono a formare l’Esercito di Difesa di Israele. Tutto questo ci è stato spiegato qui
Palmach-Museum
da un soldato (caruccio caruccio. Un soldato israeliano brutto non l’ho ancora visto. Davvero).
Conclusa la premessa, veniamo alla visita. Esperienza di vita, dicevo, perché per un’ora abbiamo vissuto insieme ai soldati che combatterono in Terra d’Israele negli anni precedenti la proclamazione dello stato e poi nella guerra di indipendenza: abbiamo camminato tra le tende degli accampamenti,
tenda museo Palmach
abbiamo attraversato un tratto di foresta appoggiandoci ai tronchi degli alberi per aiutarci nei punti scoscesi e siamo inciampati nei ceppi in una radura,
museo Palmach bosco
abbiamo visto i ragazzi addestrarsi e li abbiamo visti riposarsi e ridere e scherzare, abbiamo sobbalzato quando a due metri da noi, in un’azione di sabotaggio, è saltato in aria un ponte, abbiamo sentito i canti di gioia per l’approvazione della 181 e ci sono esplose nelle orecchie le prime fucilate della guerriglia araba, e poco dopo siamo stati assordati dalle cannonate della guerra vera e propria, e abbiamo pianto sulle tombe dei nostri ragazzi caduti e abbiamo esultato quando alla fine, incredibilmente, contro ogni probabilità, siamo riusciti a vincere in quella guerra iniziata e condotta in condizioni tanto impari (e quando qualcuno chiede: “ma come hanno fatto a vincere in condizioni simili”? la risposta è una sola: non avevano alternative).
Ecco, questo è il museo del Palmach. Se passate per Tel Aviv non lasciatevelo scappare, perché è un’esperienza che lascia davvero il segno.

barbara

  1. In parte e a grandi linee, almeno a me, STORIA ben nota, … alla faccia di chi, cocciutamente – “stando in casa andando per via coricandosi alzandosi”… – ci vuol male e non si concilia con l’idea che la nostra pelle NON l’avrannooooooo…, MAI PIù!!!…
    Per quel che mi riguarda, ABBIAMO GIà DATO OLTRE l’UMANAMENTE TOLLERABILEEEE… Se mi è permesso, un suggerimento spassionato agli “ostinati”: lasciate ogni speranza voi che… continuate!!!… Israel, le Chaim!!!

  2. “Un soldato israeliano brutto non l’ho ancora visto. Davvero.” I soldati d’Israele sono tutti belli, fisicamente. Ma essi hanno anche un’altra bellezza, infinitamente più grande: quella dello spirito.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...