IN GENERALE (11/2)

In generale il viaggio è andato bene. Per me, tanto per cominciare: partita, ancora una volta, per scommessa, la scommessa è stata vinta; sono successe alcune cose, che più avanti racconterò, ma bene o male ho retto. È andato bene perché abbiamo visto molte cose bellissime, rispettando l’intero programma, senza saltare cose perché eliminate da una guida fdp, come accaduto due anni fa, o perché impossibili da far rientrare nelle 24 ore, come l’anno scorso che era stato approntato un programma talmente denso da dover eliminare, strada facendo, ben sedici visite. Stavolta abbiamo visto tutto quello che era previsto di vedere, abbiamo ovviamente mangiato come porcelli (sono aumentata di tre chili, ma uno e mezzo per fortuna l’ho già perso), abbiamo goduto di un tempo magnifico (e ci siamo congelati sull’autobus, nei ristoranti e in tutti i locali per via dell’aria condizionata a palla), abbiamo visitato generose cantine, abbiamo, ahimè, anzi ahinoi, ritrovato lui, ma fortemente peggiorato, che ha messo a dura prova i nervi dell’accompagnatore e della guida (già, la guida: bisognerà parlarne a fondo), l’ultima sera ho rovesciato un intero bicchiere di birra addosso a due compagne di viaggio (che naturalmente sarebbe stato meglio che non succedesse, se non altro per il costo della birra, ma se proprio doveva succedere…) e la mattina dopo a colazione mi sono rovesciata mezzo bicchiere di spremuta sui pantaloni (poi ieri pomeriggio al supermercato, per non lasciare la triade incompiuta, non so come e non so perché, alla cassa ho lasciato cadere un vaso grande di giardiniera, che toccando terra è praticamente esploso disseminando di schegge un buon paio di metri quadri, oltre alle verdure e alla salamoia). Un po’ alla volta, come al solito, racconterò tutto, ma una cosa devo dirla subito: in questo suo brillante pezzo Selvaggia Lucarelli racconta che viene appiccicata sul passaporto un’etichetta con numeri da 1 a 6, che indicano il grado affidabilità/pericolosità del passeggero. Nel corso di questo viaggio ho verificato che non è vero. Nell’etichetta che viene appiccicata al passaporto c’è effettivamente un codice di comunicazione per far sapere a chi lo avrà in mano nei passaggi successivi che il soggetto va tenuto d’occhio, ma non si tratta di numeri: Selvaggia Lucarelli ha inventato questa storia per non svelare i sistemi di controllo israeliani e non mettere quindi in guardia eventuali soggetti da tenere sotto controllo. E quindi, in nome della sicurezza, grazie Selvaggia. Tornando a me, quanto, nonostante tutto, stessi bene, credo si veda chiaramente in questa foto scattata il penultimo giorno di viaggio.
viso
barbara

 

  1. Sì, Barbara. Appari magnificamente e sono contenta di vederti così. E mentre leggevo il tuo veloce resoconto mi è venuta una nostalgia… Nostalgia che si rinnova ogni volta che penso a quel viaggio dello scorso anno al quale ho partecipato e che mi ha dato l’ opportunità e il grande piacere di conoscerti.

    • Niente crocchini e niente caplestamenti: ero seduta. Il bicchiere si è proprio svuotato completamente, una ne ha preso l’80% e l’altra il restante 20%, un macello bellissimo. Ogni tanto riesco davvero a combinare dei disastri fantastici. Quella dell’80% aveva addirittura pantaloni e camicia che pisciavano birra!
      Come sarebbe foto ringiovanita?! Questa è una foto veritiera, sono le altre che mi invecchiano perché sto male!

  2. ma l’etichetta poi te la tolgono? Chiedo perché non ricordo nulla del genere a dicembre 2014, e di sicuro adesso non c’è più… anche perchè altrimenti “dubito” che sarei riuscito ad entrare in Libano l’anno scorso!

    • Intendo l’etichetta che ti mettono in partenza, attaccata su un bordo, che poi stacchi, con strane cose di cui tu non capisci il significato ma loro sì. Il timbro di ingresso e di uscita invece non lo mettono più da qualche anno, credo dal 2013, proprio per evitare disagi a chi poi deve andare nei Paesi arabi, e al loro posto ti infilano nel passaporto due targhette non adesive, azzurra in entrata e rosa in uscita.

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