OPERAZIONE SHYLOCK

Sì, lo so: Philip Roth è uno scrittore grandissimo stupendissimo meravigliosissimo straordinarissimo genialissimo. Criticarlo è peggio che bestemmiare in chiesa, peggio che rapinare un handicappato, peggio che mettere bombe in luoghi affollati. Lo so, e sono pronta a pagare le conseguenze di quanto sto per dire.
Tanti anni fa avevo letto L’orgia di Praga, talmente brutto, talmente insulso, talmente noioso che un secondo dopo avere girato l’ultima pagina non mi ricordavo più – e tuttora non ricordo – di che cosa parlasse. Questo qui non so perché ce l’ho, forse li avevo comprati insieme, raggirata dai proclami sul Grande Genio della letteratura, forse qualcuno mi aveva turlupinata raccontandomi che l’altro effettivamente non era granché ma questo era realmente un capolavoro, e insomma erano più di vent’anni che stava lì a prendere polvere e adesso mi sono decisa ad affrontare l’impresa di leggerlo. Nel corso delle 412 pagine si alternano noia profonda e noia mortale, pagine e pagine di pippe mentali che vorrebbero sembrare profonde e sono solo noiose, pagine e pagine di intrecci che vorrebbero sembrare intriganti e invece sono solo intricati e noiosi, al punto che se alzavo la testa un momento poi non mi ricordavo più dove ero arrivata. Il nome di Shylock, riferito al personaggio shakespeariano, compare per la prima volta a pagina 283, mentre la missione che dà il titolo al libro viene proposta a pagina 357 – oltretutto in maniera così contorta e confusa che solo dopo un bel po’ ti accorgi che gli è stato proposto di partecipare a una missione: le 356 pagine e mezzo precedenti servono da introduzione. Poi a pagina 369 veniamo informati che la missione non ce la può raccontare perché il Mossad gliel’ha caldamente sconsigliato. Seguono altre quarantatre pagine di pallosissime e inconcludenti pippe mentali e poi finalmente il libro finisce. Ad un certo punto ho cominciato a saltare mezze righe, righe intere, paragrafi, mezze pagine perché la noia era davvero impossibile da reggere. Perché sono arrivata fino in fondo? Perché non riuscivo a credere che un libro di oltre quattrocento pagine potesse contenere un tale nulla assoluto, e sono andata avanti nella convinzione che qualcosa dovesse per forza succedere e invece no, non succede niente. Proprio niente di niente. E in più è brutto: non ci sono altri aggettivi adatti a questo libro, è proprio brutto e basta. Con in più il penoso espediente di suggerire che sia una storia inventata che però potrebbe anche essere vera ma potrebbe anche essere tutto un lavoro di fantasia ma potrebbe però anche esserci dentro qualcosa di vero… Ho conosciuto bambini dell’asilo con fantasie molto migliori.
Dice che questo libro ha vinto il PEN/Faulkner Award for Fiction per il 1994. Effettivamente è proprio un libro del pen.

Philip Roth, Operazione Shylock, Mondadori
operazioneShylock
barbara

QUELLE FAMOSE CHIAVI

chiave
Questa donna palestinese mostra orgogliosa le chiavi della casa che avrebbe abbandonato, 69 anni fa, persuasa in ciò dagli eserciti arabi che si apprestavano ad annichilire nel 1948 il neonato stato ebraico, subito dopo la sua solenne proclamazione. Peccato però che questo modello di chiave esista da non più di trent’anni. Si vede che nel frattempo sarà tornata in Israele per cambiare la serratura… (qui)

Senza contare che col piffero che questa donna ha 69 anni.

barbara

JUDEN HABEN WAFFEN!

Pochi giorni fa ricorreva il settantaquattresimo anniversario della fine dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. Poiché il cannocchiale è irraggiungibile da ormai oltre un mese e mezzo, e temo che sia definitivamente defunto – con conseguente perdita del migliaio buono di documenti postati in sei anni e mezzo – ripropongo qui il post pubblicato undici anni fa.

varsavia ghetto 1
È con questo grido sgomento che i tedeschi accolgono l’incredibile, l’impensabile, l’inimmaginabile: gli ebrei hanno armi. Questo branco di Untermenschen, questa ammucchiata di straccioni pidocchiosi indegni di vivere, hanno deciso di ribellarsi al destino loro assegnato: moriranno, sì, ma non in una camera a gas. Moriranno, sì, ma con le armi in pugno. Moriranno, sì, ma morirà con loro anche qualche combattente dell’esercito più potente del mondo, qualche rappresentante della razza dei superuomini, qualche orgoglioso dominatore ariano. E questa banda di straccioni riuscì a resistere all’esercito tedesco per quasi un mese: fino all’8 maggio 1943.
Quello che segue è un brano dal diario di Zvia Lubetkin, che fu tra i capi dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia (aprile 1943). Dopo la guerra, Zvia è emigrata in Israele con altri superstiti e nel giugno del 1946 ha rilasciato la sua prima testimonianza al Comitato del Kibbutz Hameuhad, al kibbutz Yagur. Zvia è stata tra i fondatori del kibbutz “Lohamei haghetaot”, in cui si è spenta nel 1978, a 64 anni.

varsavia ghetto 2
Si fa sera. Io e Haim Primer, del gruppo Akiva, ci mettiamo in cammino e Marek Edelman è con noi. Siccome anche Marek rientra nel nòvero dei “ragazzi indisciplinati”, quelli cioè che se ne infischiano degli accorgimenti di sicurezza, ecco che allora prendiamo con noi una candela per illuminarci la strada. La cosa è assolutamente proibita. La candela potrebbe metterci nei guai, ma, del resto, è difficile farne a meno e noi dobbiamo procedere furtivamente tra le rovine.
varsavia ghetto 3
Un soffio di vento spegne il lume. Rimaniamo bloccati tra le rovine di un caseggiato completamente buio, senza sapere dove siamo e dove andiamo. Cominciamo a scalare quell’ammasso di detriti. Ad un tratto, non so come, scivolo rovinosamente e cado dentro ad una buca tra le rovine. So che non devo urlare. Il primo pensiero che mi salta in mente è questo: dov’è la pistola? I miei compagni si sono spaventati più di me, perchè non sanno cosa mi sia successo. A fatica mi tirano fuori dalla buca. Zoppicante e piena di graffi, continuo il cammino.
varsavia ghetto 4
Ci avviciniamo a via Mila 18, dove ha sede il bunker principale dell’Organizzazione Ebraica di Combattimento. Il nostro spirito si rianima. Ci mettiamo a programmare degli scherzi da fare ai compagni che stanno di guardia all’entrata. Ma, ben presto, nei pressi del bunker, rimaniamo sorpresi perchè ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, rispetto ai giorni passati. Non riesco a riconoscere il posto e, anzi, per un momento, mi sembra che abbiamo sbagliato strada. C’è qualcosa di diverso. Le rovine sono piene di brecce. Non ci sono le sentinelle vicino al nascondiglio, e il nascondiglio stesso, dov’è andato a finire? A un tratto, sono presa da un senso di angoscia, provo a soffocarla, forse i guardiani del bunker si sono spostati per coprirsi meglio. E loro stessi hanno messo le pietre all’entrata per camuffarla. Il bunker ha sei entrate. Noi ci dirigiamo verso la seconda, la terza, la quarta. Non esistono più e non si vede neppure traccia di un guardiano. Il cuore si riempie di orrore e ha tristi presagi. Uno di noi pronuncia la parola d’ordine, nel caso che una sentinella nascosta ci risponda, ma non si ode voce o segno di risposta.
varsavia ghetto 5
A questo punto, cominciamo a muoverci nervosamente e il timore di una disgrazia si fa largo nei nostri cuori. Nel cortile accanto, vediamo d’un tratto delle ombre che si muovono nelle tenebre, c’è chi è seduto e chi cammina. In un primo tempo, abbiamo l’impressione che il nostro gruppo si sia messo in azione come è solito fare al calar della sera. Ci dirigiamo gioiosamente verso quelle figure indistinte, che riconosciamo come i nostri compagni. Ma, subito dopo, ci arrestiamo davanti ad uno spettacolo terribile: davanti ai nostri occhi si presentano degli esseri sporchi di fango e di sabbia, stremati e tremanti come se non fossero di questo mondo. Uno di loro si accascia al suolo svenuto, un altro respira a fatica, Yehuda Vangrobar, dell’Hashomer hatzair, emette dei rantoli soffocati, pesanti e Tossia Altman giace a terra, ferita alla testa e alle gambe. Siamo attorniati da gente a pezzi, che, in modo concitato, ci racconta ciò che è successo, in che modo è andato distrutto il bunker dei combattenti ebrei di via Mila 18 e come in pochi siano riusciti a mettersi in salvo.
Qui incontriamo tre compagni, che come noi sono usciti l’altro ieri dal bunker per andare in missione nella parte ariana e sono tornati poco fa. Tuvia Bojikowsky, Mordechai Grovas, comandante di una delle compagnie dell’Hashomer Hatzair, soprannominato Mardek e Israel Kanal. Anche loro sono usciti in missione al di là della parte ariana, sono rimasti bloccati da qualche parte come noi e non hanno potuto fare ritorno. Si sono imbattuti e scontrati con una pattuglia tedesca, ne sono usciti illesi e sono rimasti nascosti tra gli ammassi di detriti, pronti ad affrontare il nemico. Sono arrivati qui prima di noi e hanno sentito le cose terribili avvenute nel bunker di via Mila 18.

E questo è quanto abbiamo raccolto dalle testimonianze dei superstiti:

Nel pomeriggio, mentre giacciono mezzi nudi sui loro giacigli, una sentinella dell’avamposto fa correr voce che dei gendarmi tedeschi si stanno avvicinando al bunker e, infatti, si sentono distintamente i loro passi. In questi casi, i combattenti prevedevano di reagire in due modi diversi. Secondo il primo, siccome i tedeschi inizialmente erano soliti ingiungere agli ebrei di venir fuori, allora usciva prima la nostra compagnia con le armi nascoste e dopo qualche secondo apriva il fuoco sul nemico e, nel trambusto che ne seguiva, i combattenti si sarebbero dileguati in ogni parte. Alcuni sarebbero morti in combattimento, altri sarebbero riusciti a mettersi in salvo. Il secondo modo prevedeva che bisognasse restare all’interno, ignorando le intimazioni del nemico. Se tentavano di penetrare con la forza, bisognava respingerli con uno sbarramento di fuoco. In questo caso, si poteva resistere per tutto il giorno, perchè i tedeschi non sarebbero entrati, e ci si poteva mettere in salvo. Si sapeva, comunque, che i tedeschi usavano i gas ma questa eventualità non era stata presa in considerazione. Qualcuno ci aveva pure detto che se si teneva un panno bagnato in faccia, i gas non producevano un effetto immediato.
A questo punto, si decide di ignorare l’ingiunzione perentoria dei tedeschi.
Quando arrivano e intimano alla gente di venir fuori, escono i civili, che si consegnano al nemico; dei combattenti, invece, non esce nessuno. I tedeschi dichiarano che chi si arrende viene mandato ai lavori ma chi si rifiuta di uscire è condannato a morire fucilato sul posto. I nostri compagni, nel frattempo, si barricano vicino ai vicoli e aspettano, armi in pugno, l’arrivo dei tedeschi, i quali ribadiscono la loro promessa che nessun male verrà fatto a chi viene fuori. Tutti i combattenti, però, ignorano la loro richiesta. A questo punto, i tedeschi evitano di penetrare nel bunker e cominciano ad immettere i gas, che si diffondono rapidamente all’interno del bunker.
Così arriva la fine spaventosa per centoventi compagni. I tedeschi non li condannano ad una morte rapida, dal momento che introducono nel bunker quantità minime e intermittenti di gas, per fiaccare in questo modo il loro spirito con un lento e progressivo soffocamento. Arieh Wilner è il primo ad esortare i compagni: venite, uccidiamoci, così non cadiamo vivi in mano dei tedeschi! Detto e fatto. Inizia una serie di suicidi. Si sentono degli spari provenire dall’interno del bunker: alcuni combattenti ebrei si tolgono la vita. Avviene anche che un’arma si inceppa e il suo possessore, afflitto e confuso, chiede al compagno di ucciderlo, ma nessuno se la sente di farlo. Berel Broide, che ha la mano ferita e non può impugnare la pistola, chiede ai compagni di sopprimerlo. Mordechai Anilewitz, fiducioso che l’acqua possa neutralizzare l’effetto dei gas, consiglia ai compagni di provare a farlo. Ad un tratto, arriva qualcuno e dice che c’è un’uscita segreta, ignota al nemico, ma solo pochi riescono a raggiungerla, perchè chi è rimasto in vita, si è indebolito per i vapori letali dei gas e sta morendo soffocato.
Tra i combattenti del bunker di via Mila c’è anche Lusek Rothblatt, militante del gruppo Akiva, insieme a sua madre Maria, che, a suo tempo, aveva diretto un orfanotrofio e ai tempi della grande Aktzia [retata] era riuscita a salvare molti dei suoi ragazzi e li aveva raccolti in un casolare abbandonato. Che cosa sia poi successo a quegli orfani, nel periodo tra la grande Aktzia [retata] e l’inizio dell’insurrezione del Ghetto, proprio non lo so. Adesso Maria Rothblatt è accanto a suo figlio e in quei tragici momenti di assedio al bunker, gli chiede di toglierle la vita. Lusek le spara quattro colpi ma la donna non muore subito e agonizza in una pozza di sangue. A quel punto, anche Lusek si toglie la vita.

Così venne recisa la gloria della Varsavia ebraica in lotta. Qui i combattenti ebrei trovarono la morte e tra loro anche Mordechai Anilevitz, il più amato e caro tra i combattenti, il comandante coraggioso, di bell’aspetto, che anche nei momenti più terrificanti, aveva il sorriso sulle labbra. Pochi si salvarono da quell’inferno. Tra loro, quelli rimasti feriti nei tentati suicidi, quelli semisoffocati dai gas, come Menachem Bugelman del Dror e Yehuda Vangrobar dell’Hashomer Hatzair.
Fu uno spettacolo orribile, sconvolgente. Tutti aspettavamo la fine, sapevamo che si stava avvicinando e non avevamo scampo. E, tuttavia, questa storia ci fece rabbrividire e inorridire. Il cuore continuava a piangere la morte degli amici e la sofferenza dei compagni mezzi morti. E c’era solo un desiderio: porre fine per sempre a questa agonia. Non conoscevamo il nostro stato d’animo. Come pazzi correvamo qua e là intorno al bunker e con le nostre unghie tentavamo di strappare le pietre ammassate della barricata. Forse saremmo riusciti ad arrivare ai cadaveri, a prendere le armi, ma i tedeschi avevano fatto saltare in aria tutto con l’esplosivo.
In pochi, con un senso di cordoglio e di lutto, ci levammo da quel luogo orrendo per trovare un rifugio al manipolo di compagni feriti e stremati e per pensare al domani. Le labbra sussurrarono qualche parola di commiato ai nostri compagni fedeli e valorosi, la gloria del nostro sventurato eroismo era stata recisa, la fine dei nostri sogni e delle nostre speranze vi era rimasta sepolta. Provammo la sensazione di andarcene da qui nudi e privati dell’anima, dei sogni, della fede… Tutto è rimasto sepolto qui, per sempre.
varsavia ghetto 6

E non dimentichiamo mai che tutto questo non sarebbe avvenuto – non in queste proporzioni, almeno – se a quel tempo ci fosse stato lo stato di Israele. Che non è nato, come amano dire gli antisemiti, a causa di (o grazie a, a seconda dei punti di vista), Auschwitz, bensì nonostante Auschwitz.

barbara

E QUANDO (12/2)

E quando nella casa (casetta. Casettina. In effetti il mio appartamento è più grande) di Ben Gurion in mezzo al deserto (oggi non più, ma a quel tempo lo era) Franco ha proposto di cantare tutti insieme HaTikvah. Ho chiesto espressamente l’autorizzazione a cantare anch’io (per metà della mia vita ho pensato di essere la persona più stonata del pianeta. Poi è salito alla ribalta Jovanotti e mi sono dovuta autorelegare al secondo posto. Che è comunque una posizione non da poco). HaTikvah è una cosa talmente emozionante che mi emoziono perfino quando, stonatissima, la canto io. E quelle cinquanta persone strette in una stanza, alcune intonate e alcune no, appassionate, emozionate, unite in quel coro spontaneo, mi hanno fatto pensare – spero che a qualcuno l’accostamento non appaia irrispettoso – a quest’altro coro,

soprattutto per le parole finali del rabbino: “Am Israel chai, the children of Israel still live”: loro erano vivi, e dopo settantadue anni noi eravamo lì, in Terra d’Israele, in mezzo al deserto fatto fiorire anche da loro e dagli altri sopravvissuti, vivi, a testimoniare la realizzazione di quella speranza.

E quando presso la tomba di Ben Gurion mi sono fatta un mezzo pianto insieme a Simonetta, perché certe emozioni sono troppo forti per riuscire a restare dentro, soprattutto quando si è vicini a qualcuno che le condivide, e in qualche modo devono uscire. Poi naturalmente abbiamo smesso, ed eccoci qui, belle e sorridenti.
con Simonetta

E quando ho chiesto ad Avi,
Avi 1
Avi 2
il nostro addetto alla sicurezza e paramedico, mitra in spalla e zaino di pronto soccorso al seguito, di misurarmi la pressione perché in questo periodo è molto ballerina e devo tenerla controllata per potere, in caso di necessità, aggiustare il dosaggio delle pastiglie, e lui ha risposto “Se vuoi vengo a misurartela in camera tutte le sere” (ohibò, è vero che mi sono sempre piaciuti giovani e che il mio ex più giovane potrebbe essere mio figlio, ma di questo potrei tranquillamente essere la nonna) (che comunque se ci fosse stato il minimissimo sospetto che lui parlasse sul serio, se ci fosse stato il minimissimo sospetto che io potessi prendere in considerazione l’idea, ad entrambi sarebbero stati cavati gli occhi seduta stante) (e avrei anche dovuto darle ragione).

E quando Emanuela ha incominciato a raccontare. È stato a Timna, durante la cena, che abbiamo consumato nel ristorante presso questo laghetto (foto di Martina),
lago Timna
arrivandoci per questo sentiero costeggiato da grandi candele di citronella.
sentiero lago Timna
Ha incominciato a raccontare, dicevo, e ho pensato eccone un’altra che vuole far sapere quanto è brava. E ha continuato a raccontare e ho pensato ah beh, però. Ed è andata avanti a raccontare e più andava avanti più mi diventava difficile contenere l’emozione. E sempre più diventava chiaro che non stava facendo la bella statuina, ma trasmettendo – con modestia, con umiltà – una conoscenza che nessuno di noi aveva. Quando ha finito di raccontare le ho chiesto di scrivere quello che aveva raccontato, per metterlo nel blog. Metterò anche le foto, e un video, e i link ai documenti, ma il racconto voglio che sia quello suo, palpitante, emozionato ed emozionante, come lo abbiamo sentito noi, in quella notte in mezzo al deserto, perché le azioni che danno un senso alla parola “umanità” non vanno mai nelle prime pagine dei giornali, ed è quindi giusto trovare per loro altri spazi.

E quando alla cena di Shabbat abbiamo cantato Shalom Aleichem e mi è tornata alla mente la volta che è stata cantata nel mikveh di Siracusa,
mikveh Siracusa
con voce bassa e profonda che riecheggiava tra le volte, io appoggiata a una di quelle colonne, e improvvisamente dal petto mi è scoppiato fuori un grosso singhiozzo.

E quando Shariel Gun, direttore generale del KKL Italia, appena saliti sull’autobus che dal Ben Gurion ci avrebbe portati al mar Morto, ha provveduto a informarci che “sull’autobus c’è uaifai, che immagino che in Italia si dirà vafa”, e io non solo non ho capito la battuta, ma non ho neanche capito che era una battuta, fino a quando un compagno di viaggio non mi ha detto che “ci ho messo un po’ prima di capire la battuta del vaf(f)a che si dice in Italia”.

E quando mi sono messa a raccontare a una compagna di viaggio un certo episodio, e per chiarire le circostanze ho spiegato che fino a non molto tempo fa vivevo in mezzo alle Alpi e lei mi interrompe dicendo: “Tu hai tenuto una conferenza a Udine!”

E quando la signora P., ultraottantenne (un bel po’ ultra, credo) si è incazzata con me e con Marisa e si è messa a strepitare “io mi sono rotta i coglioni, cazzo!” (Poi Pierre, un po’ per l’impegno che ci ha messo, un po’ per talento naturale, non solo l’ha rabbonita, ma alla fine è riuscito anche a farla ridere, anche se cercava testardamente di continuare a fare il muso)

E questi siamo tutti noi, alle spalle il deserto e davanti le tombe di Ben Gurion e di sua moglie Paula (purtroppo il sistema che mi aveva insegnato Giovanni per rendere le immagini cliccabili per ingrandire non funziona più. Se lui o chiunque altro mi può insegnare un sistema alternativo gliene sarò grata)
tutti Sde Boker
barbara

E DUNQUE VADO

Con qualche apprensione, per via di un incontro intimo fra il mio malleolo destro e una tonnellata di ferro, irresistibilmente attratta, a quanto pare, dalla sublime bellezza del malleolo suddetto, ancora molto molto dolorante nonostante siano passate due settimane. Che, per inciso, è quello che nove anni fa si era beccato un frattura scomposta, ma talmente scomposta da rischiare una denuncia per atti osceni in luogo pubblico (mezzo centimetro di vuoto fra i due pezzi, una cosa spettacolare a vederla sullo schermo). Ho già avvertito la capogruppo (no, non capagruppo, capogruppa, capagruppa: noi siamo un gruppo e lei ne è il capo, checché ne dicano quella sottospecie di femministe che il nostro Marco, in uno di quei momenti di genialità che ogni tanto emergono in lui, ha una volta chiamato passere fuori di senno) di Roma e un’altra compagna di viaggio che io comunque parto, a loro rischio e pericolo.
Vi ripropongo le parole che ho scritto, al ritorno dal viaggio, due anni fa, e vi lascio con questo video.

Noi ci vediamo fra una decina di giorni: come certamente sapete, non possiedo – e non voglio possedere – portatile né smartphone né nient’altro: quando esco esco, non voglio cordoni ombelicali; quando vado in giro voglio guardare paesaggi e non schermi, quando sono fra la gente voglio parlare con loro e non con dei bit. Mi sono stati dati in dotazione cinque sensi e, qualunque cosa faccia, intendo usarli tutti, non limitarmi a dita e occhi e tutto il resto in coma. E quindi fino al mio ritorno voi porterete pazienza.

PS: nel caso qualcuno si chiedesse a che cosa serva Israele, la risposta è questa
dhimmimaipiù
barbara

 

LEGGETE COSA CI FANNO MANGIARE!

Leggete e inorridite!
sostanze chimiche
Questa caterva di orrende sostanze chimiche, alcune innominabili, altre terrificanti come il radioattivo 40K, si trovano in un prodotto consumato in tutto il mondo e che addirittura trovate in vendita al supermercato: una prova che i governi, in combutta con le lobby farmaceutiche, vogliono controllarci introducendo nei nostri corpi ogni genere di veleno!!1!

Ok, faccio il serio. Quando sento qualcuno dire (e capita troppo spesso, purtroppo) “io non assumo roba chimica” oppure “quel prodotto è pieno di sostanze chimiche” mi parte l’embolo. È vero, non tutti avete avuto la fortuna di studiare chimica a scuola e di apprezzare le meraviglie del mondo a livello molecolare, ma proprio per questo NON DOVRESTE USARE a sproposito termini che non conoscete. TUTTO È CHIMICO: l’aria che respirate, l’acqua che bevete, il cibo che mangiate, lo schermo sul quale state leggendo queste parole. Volete sapere cosa compongono gli ingredienti elencati nell’immagine? Una dannata banana. Sì, quel frutto il cui 1% di acidi grassi è costituito al 30% da, udite udite, acido palmitico, cioè OLIO DI PALMA! Smetterete di mangiare anche le banane adesso?

Le molecole non devono incutere timore solo perché sembrano impronunciabili: per alcune ho volutamente scelto termini non usati ma corretti, come ad esempio il monossido di diidrogeno che sarebbe l’acqua e il D+glucopiranosio che sarebbe il glucosio, per altre ho usato il codice dell’additivo alimentare, che spesso contribuisce a rendere incomprensibile e misterioso un dato ingrediente su una confezione. Il polimero E460 non è altro che la cellulosa, l’E515 è il solfato di potassio che la banana produce mentre matura, l’E300 è la vitamina C, l’E306 la vitamina E, il fillochinone la vitamina K, l’E101 la vitamina B2, l’E160a il betacarotene. Il 3-metilbutanale è un’aldeide che si trova naturalmente in molti cibi e che a livello industriale viene usata come additivo aromatico. Ok, in realtà l’ho evidenziata solo perché mi piaceva il nome allusivo.

E avete letto bene: oltre ad essere alcoliche (contengono etanolo) le banane sono anche radioattive. Il Potassio-40 è un isotopo che contribuisce al 10% della radioattività ambientale alla quale siamo sottoposti. La quantità di radioattività di una banana di 150 grammi, circa 0,1 μSv, è addirittura usata come unità di misura equivalente, ed è l’1% della dose di radiazione naturale giornaliera media: tre banane e mezzo ad esempio corrispondono ad un’ora di fondo di radiazione, 50 banane ad un’ora in aereo in alta quota, 1000 banane una radiografia del torace e così via. Siamo costantemente esposti a radiazioni, anche mangiando il cibo o camminando per strada, eppure leggo di gente terrorizzata del Giappone e di Fukushima dove, come ha rilevato di persona il mio amico Marco Casolino, il fondo di radioattività è più basso di quello che c’è a Piazza di Spagna a Roma.

E ora ditemi la verità: se vi trovaste a dover scegliere tra una confezione di zucchero con scritto “naturale” e un’altra dove c’è scritto “chimico”, quale scegliereste? Non vi vergognate a dire la prima: l’ignoranza purtroppo porta a fare scelte irrazionali. Ma se avete letto bene il mio post, d’ora in poi potete scegliere con questa consapevolezza: tra quello “naturale” e quello “chimico”, comprate quello che costa di meno, tanto sono la stessa identica cosa. (Massimiliano Bellisario, via Buseca)

E giusto a proposito di zucchero, guardiamoci anche questa cosa qui

barbara

 

CHE COSA SUCCEDE QUANDO SI INVECCHIA

Quando ero giovane ascoltavo questa canzone, bellissima, e la sentivo molto realistica: mi immaginavo che quando fossi stata vecchia mi sarei sentita esattamente così. E invece no. La canzone è sempre bellissima, ma più invecchio, più mi avvicino alla fine, e più mi sento esattamente al contrario: anche oggi la luce di ogni giorno mi porta una meravigliosa pazzia, e trovo il sole anche di notte, e il gusto della vita lo assaporo ancora tutto, ogni giorno di più, e la fiamma continua a brillare senza spegnersi; il mio cuore non si stanca di suggerirmi sogni, e i castelli sono ancora tutti qui; di canzoni ne ho ancora tante, e intendo cantarle tutte fino all’ultima, fin che avrò un filo di fiato. Quanto ai giochi dell’amore, suvvia, perché porre limiti alla Provvidenza? [Come dite? Il filo dell’eternità? Dai su, non scherziamo ragazzi: chi mai oserebbe strapparmelo dalle mani? Del resto lo avevo già detto qui. Ci ho messo un sacco a ritrovarlo, perché non ricordavo in quale post l’avessi messa – e quell’imbecille di WP non me lo dava né col tag della cantante, né con quello del titolo -; poi per fortuna mi è venuta in mente la parola “sciupato” contenuta in un commento di zemzem (grazie cara), e dai commenti sono riuscita a risalire al post].
Fra vent’anni, probabilmente, mi sentirò così.

Per adesso, comunque, posso ancora dire che

E che, nonostante tutto,

barbara

PER CELEBRARE DEGNAMENTE YOM HAATZMAUT

Penso che la cosa migliore sia questo video con un Begin in smagliante forma

che richiama quest’altro straordinario discorso. E ci aggiungo una foto del mio ingresso, con una copia della pergamena con la dichiarazione di indipendenza.
pergamena
Poi, per non distaccarmi troppo dai temi recentemente trattati, vi regalo questa bellissima foto, regalatami a sua volta dalla nostra Rachel,
scuola ebraica
che mostra la riapertura della scuola ebraica di Roma nell’estate del 1944 dopo la liberazione di Roma (cerchiati la madre e lo zio di Rachel), con sullo sfondo la bandiera della Brigata Ebraica, che a tale liberazione aveva contribuito – a dispetto delle farneticanti dichiarazioni di un losco individuo dall’anima nera – mentre lo striscione davanti porta la scritta “scuola ebraica Roma”.
Buon compleanno, Israele! Centoventi miliardi di questi giorni!

barbara