VIA DALL’INFERNO

Credo che la cosa migliore, per presentare questo libro, sia riprodurre l’introduzione della co-autrice.

A partire dagli anni Ottanta assistiamo all’incremento del fenomeno delle bande, a cui è connessa la mitizzazione della figura del piccolo boss, per il quale il gran numero degli stupri di gruppo commessi, i cosiddetti “progetto troie”, costituisce motivo di vanto. Il film La Squale ha portato sullo schermo e rivelato al pubblico la pratica della “giostra”, durante la quale un ragazzo fa “girare” la sua ragazza.
Questo libro e un pugno allo stomaco. Ci sbatte in faccia un fenomeno sociale che, in alcune cité così vicine alle nostre grandi città, consiste nell’istituzione e nella banalizzazione della violenza sessuale. Oggi, la sessualità è spesso ridotta a un rapporto di forza e di prevaricazione. La legge che regna è quella del più forte contro il più debole: la legge della giungla. Questo libro alza il velo sulla condizione intollerabile che alcune ragazze vivono, combattute fra due schiavitù: obbedire restando chiuse in casa o rischiare, nella strada, di diventare preda delle bande e della loro ferocia sessuale.
Samira è una sopravvissuta. È stata vittima di due stupri di gruppo all’età di quattordici anni, poi di un terzo all’età di diciassette. Ha vissuto un’adolescenza devastante, attanagliata dalla vergogna, dai sensi di colpa, da un sentimento di totale abbandono e dalla paura di nuove aggressioni. Schiacciata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dalla solitudine, non ha potuto reagire che con la violenza e l’illegalità, con una vita sbandata in perenne fuga da casa. Si è lentamente distrutta fino a diventare un piccolo animale selvaggio, una carica di dinamite.
Nel 1998 la polizia ha arrestato 994 minori accusati di stupro di gruppo su ragazze minorenni. Secondo l’inchiesta nazionale sulla violenza nei confronti delle donne, appena il 5 per cento degli stupri commessi su donne maggiorenni sarebbero oggetto di denuncia. Non si conoscono statistiche relative alle ragazze minorenni, ma si sa che pochissime osano sporgere denuncia. La vergogna e la paura di rappresaglie le spingono a chiudersi nel silenzio. È per questa ragione che la giustizia si occupa di crimini di questo tipo solo da poco tempo. Molti responsabili di quanti occupano posti di responsabilità continuano a far finta di non vedere, affermando che si tratta di fenomeni isolati e che la miseria sessuale è presente ovunque. Sembra che in questi quartieri che eufemisticamente vengono definiti “sensibili”, dove la maggioranza delle famiglie sono immigrate, sia difficile assegnare alla donna una precisa collocazione. Alcuni giovani sono preda della contraddizione tra il rigore delle proprie radici culturali (integralismo religioso, idealizzazione della donna, poligamia…) e un ambiente culturale fortemente erotizzato. Il flirt è proscritto, così come l’amicizia ragazzo-ragazza, mentre la tensione sessuale è esasperata. La sola educazione sessuale che ricevono questi ragazzi è quella dei film pornografici, non hanno nessun’altra immagine della relazione d’amore. Questi adolescenti non hanno più alcun punto di riferimento e non hanno coscienza della gravità delle loro azioni. Per loro la “giostra” è un gioco e le ragazze degli oggetti.
Le ragazze stuprate diventano agli occhi dei ragazzi e di tutta la cité delle “poco di buono” verso le quali tutto è permesso. La violenza inflitta alle ragazze non è solo fisica. Oltre al trauma dello stupro, esse devono affrontare la violenza morale, rappresentata da una reputazione compromessa, dalla vergogna, dall’umiliazione e dalla paura di rappresaglie qualora osino sporgere denuncia.
Questo è l’inferno che ha vissuto Samira ma, se è vero che tante altre sono sprofondare nella droga, nella prostituzione, nella follia, lei è riuscita a riprendersi in modo esemplare e a ventinove anni è una giovane donna piena di vita e di speranza.
È questa storia che vogliamo raccontare, questa inversione di marcia, questa metamorfosi, questo passaggio dalle tenebre alla luce, questa speranza che Samira vuol far rinascere in quelle che, come lei, hanno visto la propria infanzia depredata, il proprio futuro annientato. È soprattutto per loro che Samira ha scritto, per dire loro che tutto, sempre, è possibile.
Borys Cyrulnik, in Dolore meraviglioso, si sorprende del fatto che alcune persone possiedano la capacità di trionfare su disgrazie immani e di costruirsi una vita di uomo o di donna, malgrado tutto. Questa capacità è da lui definita “capacità di resilienza”.
«Un’avversità è una ferita che si inscrive nella nostra storia, non è un destino». Ecco che ci allontana dai discorsi fatalisti ai quali siamo stati abituati. Ci si può interrogare su ciò che ha dato a Samira la forza per venirne fuori, quando tante altre sue compagne di sventura sono state totalmente distrutte, Samira aveva due elementi a suo favore fin dall’inizio: una natura particolarmente combattiva, ereditata da sua madre, e la stabilità affettiva di cui ha beneficiato nella sua famiglia d’adozione, durante i suoi primi quattro anni di vita. Non ha mai perso la speranza. Non ha mai smesso di volerne venire fuori, di tornare alla carica dopo i ripetuti fallimenti, ma era come se il suo passato la riafferrasse inesorabilmente e lei continuasse a pagare per il fatto di essere stata vittima.
È Fanny, la psicologa che la segue da cinque anni, che l’ha aiutata, pazientemente e intelligentemente, a uscire dal tunnel e a gettare le fondamenta della sua ricostruzione. È grazie a questo lavoro terapeutico che Samira è approdata al libro e che noi ci siamo incontrate.
La scrittura del libro è stato il secondo stadio della sua liberazione. Avrei potuto scegliere di intervistare Samira e scrivere io stessa la sua storia. Ho preferito che fosse lei a scrivere. Prima di tutto perché ha un modo di esprimersi intenso e ricco di immagini, poi, e soprattutto, perché ha già un luogo per la parola, mentre la scrittura richiede un diverso lavoro su di sé. È un lavoro personale di introspezione e precisione. Scrivere con l’obiettivo di essere letta, da me nella seduta successiva e in seguito da un eventuale lettore, l’ha obbligata a mantenere un certo rigore e a non “abbandonarsi” a un’espressione spontanea. Il libro non doveva essere il prolungamento della sua terapia. Ho cercato, attraverso il confronto con me, di portarla a una maggiore concisione e coerenza. Collaborando alla scrittura per renderla più accessibile, spero di aver rispettato il più possibile il colore del racconto e la personalità di Samira. Ho perciò accettato di sostenere Samira nella stesura del suo libro e sono contenta di averlo fatto. Sono stata colpita al cuore dalla sua rabbiosa voglia di farcela e dalla crudeltà della sua storia. Ho riso fino alle lacrime quando questa piccola donna tutto pepe mi demoliva il suo mondo, con un vocabolario spassosissimo e un umorismo corrosivo. Samira, la piccola beurette, ha condiviso la mia vita, ha occupato i miei pensieri e anche un po’ quelli della mia famiglia e dei miei amici. Ho beneficiato al cento per cento di questa avventura comune. È una grande occasione poter partecipare alla liberazione di un essere umano.
Per un anno ci siamo incontrate due, tre ore alla settimana. Nei primi tempi del nostro lavoro in comune, Samira era ancora piena del suo passato, ferita, sofferente. I ricordi e la loro comprensione erano confusi. Era attaccata al suo vissuto e lo viveva ancora come se fosse colpevole e avesse meritato quanto aveva subito. Non possedeva le parole per esprimere le emozioni legate ai suoi traumi. Tuttavia, il suo corpo reagiva e soffriva man mano che i ricordi riaffioravano in lei.
Una volta che le violenze della sua storia sono state estirpate dalla memoria, stampate, lette e rilette, lei ha cominciato a prendere le distanze dal suo passato e a pacificarsi. Tutto era stato detto, urlato, pianto. Tutto era stato ripensato, compreso, integrato. Aveva ricollocato al proprio posto ogni avvenimento della sua vita. Tutto era stato ordinato, sistemato, messo per iscritto. Finalmente c’era posto per qualcos’altro.
Oggi Samira non si definisce più come “Samira, violentata” ma come una Samira che riesce a non parlare più del suo passato, una Samira rinata, pronta per vivere.

JOSEE STOQUART

Le banlieues parigine, popolate da immigrati di prima, seconda o terza generazione, e l’inferno che questi vi hanno creato. In quelle di cui parla Samira non ci sono ancora tutte le cose che vediamo oggi, ma la violenza sì, quella c’è tutta, l’arroganza c’è tutta, la prevaricazione c’è tutta. Violenza in strada e violenza in famiglia (il padre che, quando apprende che non solo è stata violentata, ma che a violentarla sono stati dei NEGRI, le urla “mi fai schifo!” e la caccia di casa, ragazzina adolescente). E come in tutti gli inferni, ci sono molti sommersi e qualche salvato. Samira, apparentemente, appartiene ai salvati; le ultime parole del libro sono

Non devo più utilizzare la mia carta di identità di vittima, ora esisto diversamente. Sono Samira, ho ventinove anni. Credo nella vita e aspiro alla felicità. Ho fatto quello che dovevo fare per esserne capace.

Due anni dopo è morta di cancro allo stomaco. Aveva trentun anni. Ironia della sorte, nel raccontare il baratro in cui si trovava a ventisette anni, scrive “se pensavo a me di lì a dieci anni, mi vedevo già morta”. Invece se n’è andata sei anni prima delle previsioni più nere. E tuttavia il fatto di essere uscita dall’inferno aiuta a credere che una via di uscita, se davvero si vuole uscire, forse si riesce a trovarla.

Samira Bellil, Via dall’inferno, Fazi Editore
Via dall'inferno
E qui una testimonianza di Samira Bellil.
Père-Lachaise_Bellil
barbara

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  1. Credo che in ogni popolo possano nascere individui dotati di intelligenza critica…o perlomeno arrivandoci nel tempo.
    Così nell’ immenso mondo islamico da paragonare come ..altra dimensione del tempo e dello spazio per le persone di tipo liberale nel pensiero.
    Per cui nascere in quel mondo rappresenta un tipo di condanna, per l’ uomo molto meno
    in quanto per questo nelle sue azioni nella società, famiglia in ipccolo nasce già padrone.
    La donna…da prigioniera di quel mondo ancora barbaro al quale deve sottostare fatto di
    regole impensabili per un’ essere libero.
    La fuga..Siano uomini o donne..Per chi lo vuole o ci riesce desiderando veramente entrare
    nel mondo libero perlopiù trovandosi a vivere entrandovi deve ripulirsi di molte cose che è
    stato costretto indottrinato, lavoro da apporto di psicologo…o con il fattore tempo.

    Qui..nel quotidiano possiamo assistere a vari spezzoni di vita che riguardano ..il mondo
    islamico qui in occidente…per mezzo di interviste..trasmissioni TV principalmente.
    Le parole in bocca degli esseri di sesso maschile..le stesse che ben conosciamo di condanna del mondo occidentale oltre delle..regole dettate da Maometto nei confronti della
    donna insieme alle altre relegate allo scandire del tempo giornaliero.
    Le donne..Ben felici di appartenere a quel mondo opposto al nostro, con il solito abbigliamento che le contradistingue..facciano pure se vogliono il fazzoletto in testa..ma
    è tutto il resto che è intollerabile..come certi diritti, libertà raggiunti qui in occidente dopo
    tante lotte.Mentre loro vociferano contro l’ occidente.
    IL mondo che qui…vogliono imporci non ci appartiene nemmeno lontanamente…anche se
    vi sono quelle autoctone..che probabilmente sono in cerca di identità..come quelli dell’ altro
    sesso al quale si sentono ispirati come fonte di vita.
    Gli Iman..” quasi si autodefiniscono pastori di pace.
    Questo..e molto altro il loro desiderio di integrazione.

    Qui…dei profughi…africani ..giovani e per questo basta poco per vestirsi alla moda…
    nel soggiorno è previsto l’ insegnamento dell’ insegnamento dell’ italiano per ..l’ inserimento..Lezioni che saltano.
    Sono gli stessi..” per tipologia..ormai siamo in grado di capire i luoghi di provenienza..
    anche per la lingua..” che alla domenica sulla ventina salgono sul treno..diluendosi.
    Naturalmente senza biglietto. Cosa che non sfugge alla..controllora..vispa e per di più
    conoscendo la loro lingua.

    Sù youtube…nella mia pagina….dopo letti non li ritrovo..
    avendolo capito..ho preso il titolo…Islam..Ciò che l’ occidente deve sapere —dura oltre
    l’ ora. Studiosi occidentali…nei primi m’ che ho visto…leggono ed asseriscono c iò che
    dice…chiaramente..E così si arriva..all’ attuale ISIS..che prendono alla lettera i comandamenti e di Maometto facendo quello che gli arabi fecero già agli albori .
    E ..fanno i nomi delle 4 tribù ebraiche trucidate in Arabia. 630..e spiccioli

    Goderecci gli altri 2..
    Giornalista egiziane…in studio intervista una signora…vestita elegantemente..testa e volto
    coperti..solo gli occhi in vista.,
    Via via che procede i toni della giornalista prendono i toni sempre più accesi…mentre
    l’ intervistata risponde ossessivamente con le consuete tematiche..
    Finale esplosivo l’ intervistata viene cacciata via…corrono parole grosse…io sono una
    dottoressa…lei è grande ignorante…è lei una grande cafona esca da qui,

    Arabo intervistato in studio..ambedue uomini in maniera classica..piu’ tranquillo.
    L’ intervistato…per me diceva cose reali ed intelligenti…cose negative poche ma importanti
    sul M.O…Israele…Giappone , come esempi diversi da seguire per arrivare al progresso,
    sviluppo mondo arabo. Asserendo come esempio al Giappone..mondo chiuso, arretrato..
    feudale…è bastata un’ apertura verso l’ occidente per farne una dei paesi più avanzati
    a livello mondiale.

    La religione. Ce la infilano dappertutto affiancandone le leggi.

    Samira…mi dispiace la sua brutta fine..A volte si asserisce…chissà se frutto di tanta
    sofferenza.
    Dopo tanta lotta la sua vittoria sulla sua vita doveva trionfare.
    Esperienza di vita che dovrebbe essere come un documento scritto di storie simili alla sua
    al quale trarre forza.
    E..come si sente quella specie di padre…i famigliari..gli altri.

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