QUELLO CHE SOPRATTUTTO SORPRENDE

A proposito del post sulla denuncia dei crimini palestinesi da parte di un palestinese, la cosa che stupisce è che lo abbiano lasciato parlare.

Qualcuno ricorderà sicuramente la vicenda del medico palestinese Ashraf El Hagog e delle cinque infermiere bulgare accusati in Libia di avere infettato col virus HIV 426 bambini, incarcerati per otto anni durante i quali sono stati sottoposti a torture e a maltrattamenti di ogni genere e infine processati e condannati a morte – vicenda sulla quale anche l’immarcescibile Massimo D’Alema, l’equivicino per antonomasia, all’epoca ministro degli Affari Esteri, ha voluto dire la sua. Sospesa la pena ed espulsi i “reprobi”, nell’aprile del 2009, durante una riunione del solito UN human rights council presieduta – tenetevi forte – dalla Libia, il consueto osservatore per UNwatch Hillel Neuer, esattamente come nel caso di Mosab Hassan Yousef, cede il posto a qualcun altro: al medico Ashraf El Hagog che, trattandosi di una seduta finalizzata alla denuncia di violazioni dei diritti umani, incarcerazioni arbitrarie, torture eccetera, è sicuramente il più titolato a parlare. E questo è ciò che succede (NOTA: anche in questo video, come nel precedente, quello che è importante capire si capisce perfettamente anche senza capire una sola parola di inglese):

Pur penalizzato da un inglese piuttosto incerto, è riuscito bene o male a dire quello che aveva da dire, ma con quanta fatica! Quanti sforzi sono stati fatti per fermarlo! Evidentemente le violazioni dei diritti umani vanno denunciate, ma non se a perpetrarle è un Paese arabo; i palestinesi godono di tutti i diritti e di tutta la comprensione di questo mondo, ma non se parlano per denunciare qualcuno che non sia Israele. Per questo mi sorprende che Mosab Hassan Yousef sia stato lasciato parlare fino alla fine. Chissà, forse sarà stato il travolgente crescendo rossiniano a bloccarli. O forse non c’era la Libia a presiedere la seduta.

barbara

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NAHARAIM – L’ISOLA DELLA PACE (13/11)

Naharaim si trova qui,
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lungo la riva del Giordano. In questo territorio, di proprietà ebraica già molto prima della rinascita dello stato di Israele, Pinchas Rutenberg, fondatore della Palestine Electric Company (“Palestine” esattamente come il Palestine Post e la Palestine Philharmonic Orchestra: il quotidiano ebraico, l’orchestra filarmonica ebraica, la compagnia elettrica ebraica in quella regione che i romani conquistatori avevano ribattezzato col nome di Palestina per cancellare quello di Israele, e di cui la Gran Bretagna aveva assunto il mandato conservandone il nome), nel 1927 firmò un accordo con l’emiro di Transgiordania Abdullah I per costruire una centrale idroelettrica, i cui impianti possiamo ancora oggi vedere, oltre a un resto della ferrovia a scartamento ridotto.
ferrovia
I canali e le dighe costruiti a questo scopo, in aggiunta ai fiumi Giordano e Yarmuk, hanno circondato questo territorio, trasformandolo in un’isola artificiale.
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(sì, oltre ai mari sono storti anche i fiumi e i canali. Prendetene atto e rassegnatevi)
La centrale cominciò a produrre energia nel 1932, ma nel 1948, all’inizio della guerra arabo-israeliana, i lavori si fermarono.
Nel 1994, nell’ambito del trattato di pace israelo-giordano, Israele cedette l’area alla Giordania, che accettò di affittarla, con un contratto venticinquennale automaticamente rinnovabile, in modo che i contadini del vicino kibbutz Ashdot Ya’akov
Ashdod Ya'akov
potessero continuare a coltivarla. (In realtà l’indicatore di google maps è sbagliato: l’enclave giordana è quella più sopra) Tra la parte israeliana e quella giordana c’è un cancello transitabile dietro presentazione della semplice carta d’identità.
bandiere
Isola, dunque, si diceva, e della pace in quanto frutto di un trattato di pace. Ed è proprio questo luogo che, per uno di quei tragici paradossi che in queste terre sono purtroppo di casa, nel marzo del 1997 fu teatro di una orribile strage. Non ne avevo presente la collocazione, ma l’episodio sì. Per ricordarlo riporto l’articolo pubblicato all’epoca da Repubblica, in cui inserirò alcune delle foto scattate durante la visita.

Massacro di bambine nella valle del giordano

NAHARAIM (confine israelo-giordano) – Una fiammata d’odio anti-israeliano ha bruciato ieri le vite acerbe di sette ragazzine tutte intorno ai 13 anni d’età. Le ha uccise un soldato giordano mentre si trovavano assieme ad altre decine di compagne, sei delle quali sono state ferite, in gita scolastica all’’isola della pace’, un’isoletta piena di verde, al confluire del fiume Giordano con lo Yarmuk, lungo quella che storicamente rappresentava l’unica vera frontiera tranquilla d’Israele, la frontiera con il regno hashemita di re Hussein. Dal punto di vista dei simboli, il massacro non poteva avvenire in un luogo più carico di significati né in un momento peggiore, data la tensione polemica che da alcuni giorni domina le relazioni tra il primo ministro Netanyahu e il monarca che regge le sorti del piccolo regno, considerato fino a ieri un amico, se non il solo amico d’Israele nel mondo arabo. Il luogo, Naharaim, è uno di quei frammenti di territorio giordano in cui, in base al trattato di pace dell’Aravà, firmato nell’ottobre 1994, gli israeliani hanno libero accesso. Queste enclave lungo il confine, dove da tempo s’erano insediati gli agricoltori israeliani, anziché tornare in possesso della Giordania sono state date in affitto, praticamente perpetuo, agli stessi kibbutzim. Una decisione che Hussein ha dovuto difendere contro le aspre critiche del mondo arabo. E tuttavia, in omaggio alle speranze accese dalla pace, l’isoletta è diventata meta di scolaresche israeliane che lì possono trovare un pezzo di storia del loro paese compreso in un giro d’orizzonte di rara bellezza. A destra i monti aspri della Giordania, diventati finalmente accessibili. Risalendo verso nord, ecco il confine con la Siria, il nemico sempre restio, mentre ancora più a nord, in lontananza, sfuma il profilo del Golan, l’altopiano al centro della contesa con Damasco.
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E lì, tra le barriere di filo spinato arrugginito che delimitano la terra di nessuno, un monumento al sionismo, i resti della prima centrale elettrica costruita negli anni Venti da Pinhas Rutemberg, un ingegnere ebreo di origine russa.
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E’ questo il luogo in cui ieri mattina alle 10 si sono incrociati i destini di una scolaresca di Beith Shemesh, una cittadina in via di sviluppo a trenta chilometri da Gerusalemme, direzione Tel Aviv, e di un suddito di sua maestà hashemita, Ahmed Mussa, 26 anni, autista che i suoi commilitoni, dopo il fatto, si sono affrettati a qualificare come “un pazzo”. Loro, le ragazzine di Beit Shemesh, 120 venti divise in tre autobus, allieve di un istituto religioso, erano arrivate lì di buon mattino, accompagnate dal vicepreside, da due insegnanti e da una guardia del corpo armata che, svolgendosi la gita in territorio sotto sovranità giordana, aveva lasciato l’arma sul pullman. Esauriti rapidamente i controlli, la scolaresca si era diretta verso la collina sormontata da una torretta, su cui sventolava una grande bandiera giordana,
torretta
il luogo migliore per osservare quel pezzo di mondo tanto sublime nella natura dei luoghi quanto difficile per il carattere degli uomini. Rosa Himi, è una delle due insegnanti che accompagnava le ragazzine. “Eravamo scese dall’autobus e ci eravamo raccolte intorno alla nostra guida per sentire le sue spiegazioni – racconta la professoressa – quando improvvisamente ho sentito gli spari. Ho girato lo sguardo per capire da dove provenivano, da dove dovevamo difenderci e ho visto che a spararci addosso era un soldato giordano appostato sopra la torre. “Le ragazze sono corse vie, alcune si sono nascoste dietro ai cespugli, ma lui, sceso di corsa dalla sua postazione, le ha inseguite continuando a sparare. Quando ha finito il primo caricatore s’è fermato e ha cercato di inserirne un altro, ma non c’è riuscito. E a questo punto i suoi compagni l’hanno bloccato”. Non è facile immaginare la scena di dolore e di morte che s’è presentata davanti alle stesse ragazzine sopravvissute, prima che ai loro soccorritori. “Tutti piangevano, gridavano aiuto, fuggivano da ogni parte. Ho visto Ivri, la mia amica più cara colpita alla spalla, rotolare sull’erba in un lago si sangue. Poi ha finito di respirare”, racconta Rifka dal suo lettino d’ospedale. Mentre il “pazzo” veniva disarmato, altri soldati giordani prestavano i primi soccorsi. “Troppo lenti, in grave ritardo”, accusano gli israeliani.
Un particolare è destinato ad accendere le polemiche. Sebbene gli accordi di pace consentano agli israeliani di entrare in quelle particolarissime enclave in caso d’incidente, ieri a Naharaim i giordani non lo hanno permesso. Così, la gran parte dei morti e dei feriti sono stati portati in un ospedale giordano non lontano dal confine, mentre solo quelli tra i sopravvissuti che sono riusciti a risalire sugli autobus con cui erano arrivati la mattina hanno potuto cercare soccorso in Israele. Al pomeriggio, comunque, tutti i morti e i feriti erano stati rimpatriati. (La Repubblica, 14 marzo 1997)

(Si noti che vent’anni fa “pazzo” veniva messo fra virgolette)

In seguito a questa tragedia i soldati furono sostituiti da membri dalla guardia personale del re, da lui personalmente scelti e che a lui personalmente rispondono. In ricordo delle sette ragazze uccise si possono ora vedere questa grande tavola con le loro foto,
ragazze
e questo cippo, che reca la scritta “In ricordo dei fiori che sono stati recisi”
cippo
(grazie a Rachel per la traduzione). In un altro luogo che non abbiamo visitato si trova questo memoriale con i nomi delle sette vittime.
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Poi vi faccio vedere la postazione militare israeliana,
caserma
e questo albero che vi ho fotografato perché è tanto grande e tanto bello (contenti?)
albero
e infine la vostra beniamina
io
con le ossa intatte ancora per meno di quarantott’ore.

barbara

LA MERAVIGLIOSA ETICA DEI VEGANI

Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano

 Di Matteo Lenardon    18 settembre 2017

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E una bussola morale formata dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.
Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.
“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.
Innocenzi
Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.
Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.
I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.
Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.
Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.
Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.
La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro.
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Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale.
La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente.
In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso. Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America. Secondo l’UNICEF il 19.5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica.
Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa.
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(ma a voi non viene da vomitare a guardare quella cacca molle e grumosa?)
Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse.
Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free?
Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs.
Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock.
Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani.
Brazil cashew factory, Brazil : Industry
La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar.
Ma è facile dimenticare tutto questo quando ogni nervo nella tua lingua vibra dopo aver assaporato questa cheesecake vegana crudista con fragole, mandorle e anacardi. Riesce a farti pensare nello stesso momento “non riesco a credere che la dolce cremosità non sia data da Philadelphia” e “fanculo le donne nel terzo mondo”.
È utile parlare anche della base di questo dolce, capace di innalzare lo spirito di chiunque da “crudo” a “etico”: è fatta di mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni , grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana. Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della produzione mondiale. Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate. Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura: peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle.
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Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle. L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua. Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica”!
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Certo, c’è chi se la passa peggio.
Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado – conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”– diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia. Come per la California, questa perdita sta trasformando radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza vegetazione il loro destino è l’estinzione. L’enorme quantità di pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano animali e popolazione locale. Il controllo di questo enorme business è in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1.3 miliardi del 2012.
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Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1.5 milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha mai più rivisti.
Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi.
Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.
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Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi.
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Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana – il sito de “La cucina etica” contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non mangia carne.
Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”.
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Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del pollo: il tofu.
Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0. La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. Certo, esiste chi si ciba solo di frutti autoctoni, ma i rischi cui si va incontro sono una carenza di calcio, una pericolosa mancanza di acidi grassi essenziali e una predisposizione ad ascoltare Enya.
Perché, quindi, la giunta Appendino, dopo essersi insediata, ha parlato di “promozione della dieta vegana sul territorio comunale come atto fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali”?
Perché l’unica critica rivolta ai vegani è quella di essere vegani. Basti pensare che negli ultimi anni hanno avuto come principale antagonista intellettuale Giuseppe Cruciani, il conduttore di uno Zoo di 105 per uomini che scrivono “Liceo Classico” nella bio di Tinder.
Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre.
Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un voler apparire ecologisti.
Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza. Quale parola dovremmo usare per identificare chi sceglie di dare priorità alla propria coscienza piuttosto che alla vita, alla salute e alla serenità di altri esseri umani? Soprattutto quando parliamo di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, mentre la coscienza risiede in un corpo con un taglio asimmetrico che vive tra Berlino, Milano o Londra.
Nessuno lo può sapere. L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno. (qui)

Ricapitolando: grazie ai vegani viene annientata la diversità biologica delle coltivazioni ma chi se ne frega? Loro non mangiano animali né cibi prodotti dagli animali, quindi sono moralmente superiori. Grazie ai vegani vengono sterminati animali in misura molto superiore a quella degli animali mangiati ma chi se ne frega? Loro non mangiano animali né cibi prodotti dagli animali, quindi sono moralmente superiori. Grazie ai vegani un’infinità di esseri umani patiscono la fame e vengono sfruttati fino alla morte ma chi se ne frega? Loro non mangiano animali né cibi prodotti dagli animali, quindi sono moralmente superiori. E naturalmente sono moralmente superiori a quegli esseri immondi che sono gli specisti, ossia coloro che trovano qualche differenza gerarchica fra sé e la drosofila melanogaster (moscerino della frutta per i profani) mentre loro invece no (che in effetti, volendo – con tutto il rispetto per la povera innocente drosofila, sia ben chiaro) (A proposito: quando vedrò un gatto praticare un’appendicectomia ne riparliamo), ma ne vedono, e soprattutto ne praticano, di enormi fra sé e gli schiavi che non esitano a condannare a morte per continuare a sentirsi eticamente superiori con la loro dieta vegana. E a fine giornata sicuramente dormono il sonno del giusto.

barbara

PEDUEL (13/9)

Peduel
Peduel 1
si trova qui,
Peduel 2
oltre la “mitica” linea verde, quella che gli ignoranti della storia di Israele chiamano “i confini del ‘67” – quelli oltre i quali Israele dovrebbe ritirarsi, chiamando in causa una risoluzione Onu, la 242, che nessuno di loro ha mai letto – mentre chi la storia la conosce e ci tiene a ricordarla, li chiama “i confini di Auschwitz”. Due parole dunque per chi, traviato dalla propaganda, ignorasse e volesse smettere di ignorare, la questione della “linea verde”. Quando, nel corso della guerra di liberazione scatenata contro il neonato stato di Israele da sette eserciti arabi, Israele stava rischiando di vincere, l’intera diplomazia mondiale si è mobilitata per fermare la guerra, così come avrebbe fatto da quel momento in poi in tutte le guerre combattute da Israele, comprese le operazioni – non vere e proprie guerre – in Libano e a Gaza, in modo da impedire a Israele di giungere a una vittoria veramente schiacciante, che potesse mettere definitivamente fine alle illusioni dei suoi nemici di poterla distruggere. Accadde dunque nel 1949 che Israele fu costretta a fermarsi, e furono tracciate sulla mappa della regione le linee armistiziali, ossia quelle lungo le quali i vari eserciti si erano fermati al momento del cessate il fuoco. Quelle linee furono tracciate con una matita verde. Qualcuno potrà restare deluso dalla banalità della cosa, ma il significato di “linea verde” è tutto qui: una linea tracciata con una matita verde. Quindi questa linea è del 1949, e non del 1967, e non ha alcuna valenza politica. Avrebbe potuto averla, per iniziare da lì, dalle linee armistiziali, un negoziato per definire i confini entro cui vivere in pace, se gli arabi avessero accettato la risoluzione Onu 242, ma l’intera Lega Araba l’ha rifiutata con i famosi – per chi conosce la storia – Tre no di Khartoum (1 settembre 1967): no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace. Eh già: anche quella di Israele che ignora le risoluzioni Onu è una pura leggenda: Israele è stata costretta a rifiutare la risoluzione a causa del rifiuto arabo. E il motivo per cui Abba Eban, nel 1969, definì quelle linee “i confini di Auschwitz” è reso chiarissimo dagli eventi del 1967, quelli in cui Israele poté sopravvivere al nuovo attacco congiunto unicamente grazie alla decisione di prevenire i nemici, attaccando con qualche ora di anticipo: quei confini racchiudono un ghetto che rende possibile l’annientamento totale.

E torniamo ora a Peduel. A Peduel si trova quella che viene chiamata la terrazza (o il balcone) di Sharon, che è questa,
terrazza di Sharon
preceduta da questo cippo che riporta alcuni versi della Bibbia.
terrazza cippo
Qui Sharon era solito portare i politici stranieri, quelli che si riempiono la bocca con la parola “restituzione” (termine peraltro del tutto improprio, dato che fino al 1967 quel territorio era occupato – ILLEGALMENTE! – dalla Giordania, e prima della Giordania faceva parte del protettorato britannico, e prima del protettorato britannico faceva parte dell’impero ottomano. Quindi ai palestinesi potrebbe essere al massimo regalato, non certo restituito, dato che mai lo hanno posseduto). Li portava qui perché potessero toccare con mano che cosa significherebbe dare questo territorio in mano a chi non desidera altro che la distruzione di Israele: da qui si domina (leggi: si può raggiungere anche con armi relativamente poco potenti) l’intera valle
terrazza valle
Quel giorno c’era foschia, e la visibilità era molto ridotta, tuttavia si può chiaramente distinguere, di fronte a noi, Tel Aviv,
terrazza Tel Aviv
e più a sinistra Lod, con l’aeroporto Ben Gurion.
terrazza Lod
Con la foschia, e con la foto ridotta a poco più del 10% dell’originale, se non si sa dove cercare è difficile individuarla, ma in quest’altra immagine, ritagliata e lasciata alle dimensioni originarie, si può vederla chiaramente:
torre
la torre di controllo dell’aeroporto. Tutto, per così dire, a un tiro di schioppo. E qui si può avere un’idea delle posizioni e delle distanze:
distanze
una decina di miglia nel punto più stretto come si vede, da un’altra prospettiva, in quest’altra carta,
distanze 2
e in quest’altra ancora con le distanze espresse in chilometri.
topografia distanze
Regalare queste alture (esattamente come quelle del Golan) a chi non ha mai nascosto il progetto di annientamento di Israele e di tutti i suoi abitanti ebrei, sarebbe peggio che un suicidio: sarebbe un immane crimine contro l’umanità.

barbara

E CONTINUO, DUNQUE

Nel post precedente avevo nominato l’amministratore. Quella che segue è una lettera che ho inviato al padrone di casa, a proposito del personaggio in questione.

Buon giorno.
Mi permetto di disturbarla per lettera perché la questione di cui desidero parlarle è piuttosto complessa, e parlandone a voce potrei rischiare di lasciar fuori qualche pezzo importante.
E comincio con una domanda: a Lei risulta che G. sia una persona onesta? E ora passo ai fatti.

All’inizio del 2016 mi è arrivato, oltre al conteggio delle spese del 2015 che ho naturalmente provveduto a saldare, il preventivo delle spese per l’anno in corso, calcolato in € 760, da pagare in quattro rate di € 190 ciascuna, che ho regolarmente pagato. All’inizio di quest’anno è arrivata la tabella consuntiva, in cui risultava un totale di spesa effettiva di € 761,79, e pagamenti effettuati per un totale di € 298,82 con un debito residuo di € 462,97. È evidente che non siamo di fronte a un errore di calcolo (una o più rate sfuggite all’attenzione avrebbero comportato una differenza, rispetto a quanto effettivamente pagato, di € 190, o di un multiplo di tale cifra), bensì di cifre inventate di sana pianta, senza alcuna relazione con alcunché di reale.
Chiamo G. (mi ci è voluta una intera settimana prima che riuscissi a beccarlo), e mi imbastisce su una storiella a base di computer non funzionante per cui al momento non può verificare, ma appena glielo riparano, tempo un giorno o due, mi richiama e vediamo tutto per bene. Dopo cinque settimane richiamo, e lì mi imbastisce un’altra storiella: gli è capitata una grana dal ministero delle finanze, deve compilare schede di persone di cui non ha i recapiti, deve cercare indirizzi che non ha sottomano, non ha neanche il tempo di respirare… Lo interrompo: da quanto le è capitata questa grana? Due giorni? Tre giorni? Si era impegnato a richiamarmi subito cinque settimane fa. Mi interrompe: ah no, guardi, io non sono quel tipo di amministratore che lei pensa, che anche altri inquilini pensano [anche altri inquilini? Quindi è un’abitudine, la sua, di tentare di rapinare gli inquilini a suon di mezze migliaia di euro al colpo!], io non sono né un dittatore né un profittatore, mi dia due giorni per finire questa cosa e il giorno 9 [marzo] la richiamo. Il 14, bontà sua, finalmente mi chiama, e mi racconta una favola che i fratelli Grimm al confronto sono dei dilettanti. Ho chiamato P., dice, abbiamo chiarito tutto. È per via dei mesi in cui l’appartamento è rimasto sfitto (sic!). Le avevo messo in conto le spese di quei mesi ma poi si è chiarito che le aveva già pagate P. quindi lei non ha debiti bensì un accredito di € 83,01.
In quel momento avevo (ho tuttora, per la verità) troppi problemi per avere voglia di mettermi a discutere, e quindi ho preso atto del nuovo conteggio e ho chiuso la conversazione; restano tuttavia insolute le seguenti questioni:

  1. La tabella è relativa ai conteggi del 2016: che cosa c’entra il periodo in cui l’appartamento è rimasto sfitto, nel 2015?
  2. Da quando in qua se un appartamento rimane sfitto, le spese vengono addebitate all’inquilino che entra successivamente?
  3. Se quelle spese le aveva già pagate Lei, lui dopo due anni ancora non se n’era ancora accorto?
  4. Ma soprattutto: la cifra contestata è quella dei pagamenti da me effettuati, ammontanti a €190×4=760, come documentato dalle ricevute bancarie, e non a €298,82 come scritto nella tabella: perché invece di darmi spiegazioni su quella cifra assurda uscita da non si sa quale fantasia, mi viene a raccontare favolette di spese e altre stupidaggini?

Purtroppo, come detto, avendo problemi fin sopra la testa, ho lasciato perdere ogni discussione e contestazione, e mi sono accontentata della rettifica a voce; resta però che, oltre al fatto che non ho alcuna documentazione di quali sarebbero le mie spese effettive, nessunissima trasparenza ma solo cifre buttate lì, pescate da chissà dove, del nuovo conteggio ho solo la sua parola, a fronte di una tabella timbrata e firmata, ossia un documento ufficiale, con le cifre menzognere. La parola di un individuo che ha giocato sporco che più sporco non si può, e di cui non mi fido minimamente, per cui non so quali altre sorprese potrebbero arrivarmi da lui. E a questo punto mi chiedo anche quanto siano affidabili i suoi conteggi sulle spese che ci vengono poi addebitate.

Fin qui la lettera al padrone di casa, il quale, tanto per cominciare, smentisce di avere parlato con l’amministratore (non che avessi qualche dubbio), e mi dice che andrà da lui a chiedergli spiegazioni. Dopodiché mi viene a trovare e, tutto sorridente, dice: mi ha spiegato tutto, tutto chiarito, mi sono anche fatto scrivere per non rischiare di dimenticarmi o confondermi, adesso lo spiego a lei come lui lo ha spiegato a me, e vedrà che resterà sorpresa. E comincia a ritirarmi fuori la storia dei 92 euro di condominio di quando l’appartamento era sfitto che quello aveva addebitato a me e invece lo aveva già pagato lui (92 euro di cui non c’è traccia nella tabella, e non si vede come, anche se fosse reale e non inventata, potrebbe esserci dal momento che riguarda l’anno prima). Già parecchio su di giri, gli faccio notare che questo riguarderebbe, caso mai, le spese, mentre la cosa contestata sono i pagamenti. Ma sì, dice sempre sorridendo radioso, mi ha spiegato che nell’amministrazione pubblica (amministrazione pubblica?! Questo è un condominio!) lei per esempio paga mille ma ottocento vengono accreditati subito e duecento l’anno prossimo. E poi – con un sorriso ancora più radioso – ha mai sentito parlare di ritenuta d’acconto? Eh? È stato lì che ho completamente perso il controllo e, in un vero e proprio attacco isterico, ho attaccato a urlare come duecento Erinni scatenate tutte insieme,
erinni
dando oltretutto libera uscita a tutto il mio più intenso turpiloquio. L’unica cosa che sono riuscita a tenere sotto controllo è stata la tentazione di dire “ha approfittato del fatto che sei un vecchio rincoglionito e ti ha preso per il culo dritto e rovescio”. Ma è stata proprio l’unica.

barbara

AGGIORNAMENTO VERTEBRA

Frattura brutta brutta, ma proprio brutta brutta brutta. Il che mi costringe a ridurre ulteriormente il già pochissimo che mi era consentito fare. E a iniziare subito un trattamento di magnetoterapia. Unica nota positiva nel quadro attuale: dopo che la ragazza che mi faceva le pulizie è stata costretta dalle circostanze a tornare in Romania, e dopo che per tre settimane sono rimasta a secco, finalmente ne ho trovata un’altra, raccomandatami da una persona in cui ho la massima fiducia; oggi è venuta a presentarsi e la settimana prossima comincia. In compenso ho la camera da letto allagata. Un anno e mezzo fa avevo denunciato la presenza di macchie di umidità sul soffitto; il padrone di casa ha informato l’amministratore che è venuto a vedere, e ha detto che avrebbe mandato qualcuno. Molto molto molto molto tempo dopo il padrone di casa mi ha detto che l’amministratore gli ha detto che era venuto col pittore per dare una mano di colore sulle macchie ma io non c’ero. Cioè, primo, uno viene per fare un lavoro in casa mia ma non gli passa per la testa di avvertirmi (leggi: contando sul fatto che nessuno, a meno che non sia in coma, resta in casa ventiquattr’ore su ventiquattro sette giorni la settimana, ha raccontato che è venuto e che non mi ha trovato); secondo, dalla terrazza l’acqua mi filtra in casa e quelli risolvono il problema con una pennellata di colore? Poi in un secondo momento avevo avvertito che le macchie erano aumentate a dismisura (circa due metri quadri in camera e mezzo metro quadro nella cameretta) e ha promesso che avrebbe mandato qualcuno. Lunedì scorso è piovuto, e quando sono andata in camera ho trovato una pozzanghera di un metro di diametro e alta un buon paio di millimetri. Ho coperto tutto con diversi vecchi asciugamani ma poi si è aperto un altro buco sul soffitto – altri vecchi asciugamani, una gonna strappata che non posso più portare, stracci… – e mercoledì notte mi sono accorta che cadeva acqua anche sopra un mobiletto, di cui si è rovinato tutto il coperchio, oltre al centro che ci stava sopra. Vabbè, chiamo il padrone di casa che mi dice telefono all’amministratore e all’asfaltista e mercoledì pomeriggio veniamo da lei. Dopo un’ora mi richiama e dice che l’asfaltista sta facendo un lavoro lontano da qui e può venire solo lunedì prossimo. Ma manca una settimana! dico. Sì, risponde, ma è prevista pioggia solo per il fine settimana – infatti per domenica è prevista pioggia a rotta di collo – e comunque se lui non può venire, cosa devo fare? [chiamare qualcun altro è un pensiero troppo complicato?] E dopo che ha smesso di piovere ha continuato a venire giù acqua ancora per più di ventiquattr’ore. Poi durante il giorno ci ho messo tre secchi, ma la notte no, perché con il rumore dell’acqua che cade sull’acqua è impossibile dormire, e quindi lascio che cada sul mucchio di stoffa. Sotto la quale immagino che il parquet a quest’ora sarà già marcito, ma quelli sono cazzi suoi. Io, in ogni caso, con una vertebra fratturata non posso certo chinarmi a togliere e rimettere a seconda dei capricci del tempo. Carino quando ho detto, a proposito delle piogge che ancora verranno fino a lunedì, “speriamo che non mi venga giù tutto il soffitto”, e lui: “ma come venga giù il soffitto? È solo acqua!”. Eh già, acqua che è riuscita a bucare in tre punti tutto lo spessore dalla terrazza alla ma camera, ma chi sta a badare a questi banali dettagli?
(continua)

barbara

LA MOSCHEA (13/8)

La moschea si trova, naturalmente, nel settore arabo di Machpelah, rigorosamente vietato agli israeliani, e a tutti gli ebrei in generale. Noi però eravamo turisti, e naturalmente non abbiamo detto che fra noi c’erano quasi una decina di ebrei, e ci siamo andati. Nelle poche decine di metri da percorrere fra il cancello che separa il settore ebraico da quello musulmano e la scala di accesso alla moschea, siamo stati assillantemente pressati prima da un arabo dai capelli impomatati che voleva venderci a 5 euro dei braccialetti di plastica “Italia Palestina”, poi da un altro ragazzino arabo che semplicemente chiedeva soldi. Arrivati alla scala, siamo stati eruditi dalla guida locale sulla moschea, antica di quattromila anni. Forse sarà stato per i nostri incontenibili risolini, fatto sta che ha pensato bene di correggersi: cioè, l’edificio non è sempre stato una moschea, duemilacinquecento anni fa in effetti era una chiesa cristiana, ma poi, appena hanno saputo che quella era la tomba di Abramo, l’hanno subito trasformata in moschea. Finita la lezione, siamo saliti per entrare nella moschea. Naturalmente in qualunque luogo religioso è richiesto un abbigliamento adeguato; al kotel (muro del pianto), per esempio, all’ingresso del piazzale vengono offerte alle donne con spalle e braccia interamente nude delle specie di mantelline che coprono, appunto, braccia e spalle. Lì no: lì c’erano dei mantelli di un ammosciante azzurro moscio, lunghi fino ai piedi (o quasi, a seconda della statura dell’indossante – o indossanta, boldrinianamente parlando), coi bottoni per chiuderli, senza maniche in modo che braccia e mani restassero interamente coperte, e col cappuccio. Io avevo una gonna nera lunga fino al polpaccio, una giacca incolore con le maniche lunghe, chiusa fino al collo, e ho tirato fuori il cappuccio e me lo sono sistemato per bene sulla testa: pensavo che potesse bastare. E invece no, la loro tenda beduina dovevo mettermi addosso. E allora li ho mandati affanculo e me ne sono andata, però prima di andarmene mi sono tolta la giacca, lì davanti a loro all’ingresso della moschea, restando con la canotta rosso fuoco con braccia e spalle nude e una discreta scollatura, come potete vedere in questa foto col mitico Giulio Meotti
con Meotti
(in cui come al solito ho dimenticato di tirare dentro la pancia. Però anche lui). Eccheccazzo, sono entrata nelle sinagoghe mettendomi sulle spalle un foulard che mi copriva le braccia fino al gomito, e non c’è stato rabbino ortodosso, ultraortodosso, ultraextramegasuper ortodosso che abbia avuto qualcosa da ridire, e questi pretendono di inchadorarmi, a me, come se fossi una Fallaci qualsiasi?!
oriana-fallaci-velo
Ma vaffanculo, va’. Anche Claudia e Silvana si sono rifiutate di sottomettersi alla dittatura e sono venute via con me; tutte le altre si sono lasciate incappucciare senza obiezioni.
sdr
E quindi la moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, non ve la posso raccontare. Spero che mi perdonerete, che riuscirete a elaborare e gestire la delusione senza reagire dandovi ad atti inconsulti, e soprattutto che non ci perderete troppo il sonno.

PS: va detto, a onor del vero, che Sharon, che vedete al centro, tutta ben abbottonata e con una faccia da presa per il sedere che la metà basterebbe, l’ha fatto solo per fare la foto da mandare poi su FB; subito dopo si è tolta l’infame paludamento e ha raggiunto Silvana, Claudia e me.

PPS: finita la visita, i compagni di viaggio hanno raggiunto noi quattro partigiane della guerra di liberazione, ma subito dopo è arrivato di corsa l’esperto di storia cristiana e islamica, che li aveva guidati nella visita alla moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, protestando perché la mancia era stata, a suo avviso, troppo scarsa, e chiedendo perentoriamente un supplemento.

barbara

LA GROTTA DI MACHPELÀ (13/7)

CHAJJÈ SARÀ – VISSE SARA

La vita di Sara fu di centoventisette anni. Tanti furono gli anni della vita di Sara. Morì in Kiriath Arbà ora Chevron, in terra di Canaan; e Abramo venne a far esequie a Sara e a piangerla. Levatosi poi da presso al suo morto parlò così ai Chittei: «Io sono presso di voi un estraneo, un forestiero, datemi in proprietà un sepolcro si che io possa togliermi il morto che mi sta davanti e seppellirlo». I Chittei gli risposero: «Ascoltaci, o signore; tu sei fra noi un gran principe, seppellisci il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri, nessuno di noi ti negherà il proprio sepolcro per seppellirvi il tuo morto» Abramo si alzò, si prostrò alla gente del paese, ai Chittei, e così disse loro: «Se voi volete togliermi dinanzi il mio morto per seppellirlo, ascoltatemi e intercedete per me presso ‘Efron figlio di Tsòchar, affinché mi ceda la sua grotta di Machpelà che è all’estremità del suo campo; me la ceda, alla vostra presenza, come proprietà ad uso di sepoltura, per l’intero suo valore». ‘Efron si trovava in mezzo ai Chittei; e ‘Efron chitteo rispose ad Abramo, in presenza dei Chittei, di tutti coloro che erano convenuti nella piazza della sua città in questi termini: «No, signor mio, ascoltami: io ti cedo il campo e ti cedo anche la grotta che in esso si trova; te la cedo alla presenza dei miei connazionali; seppellisci pure il tuo morto». Abramo si prostrò alla gente del paese. Parlò poi a ‘Efron in presenza della gente del paese: « Ma… se tu… deh! ascoltami, io ti do il prezzo del campo, accettalo, e là seppellirò il mio morto». ‘Efron rispose ad Abramo: « Ascoltami, o signore; un terreno da quattrocento sicli d’argento, fra me e te, che cos’è? Seppellisci il tuo morto». Abramo acconsenti a ‘Efron, e gli pagò la somma che aveva chiesto alla presenza dei Chittei; quattrocento sicli d’argento, corrente fra i mercanti. Così il campo di ‘Efron, posto in Machpelà di fronte a Mamrè, il campo e la grotta che è in esso, tutti gli alberi esistenti nel campo, dentro i suoi confini all’intorno, passarono in proprietà di Abramo, alla presenza dei Chittei, di tutti coloro che erano convenuti nella piazza della sua città. Dopo di che Abramo seppellì Sara sua moglie nella grotta del campo di Machpelà posto di fronte a Marnrè oggi Chevron in terra di Canaan. Il campo e la grotta che è in esso passarono dai Chittei ad Abramo in proprietà per sepoltura. (Genesi, cap. 23)

Ora, che questa sia narrazione storica o leggenda, è del tutto secondario. Che là sotto ci siano i resti di Sarah e Abramo, Rebecca e Isacco, Lea e Giacobbe, o di pinchipallini qualsiasi, o magari anche niente, è del tutto secondario. L’unica cosa che conta è che queste pagine sono state scritte tremilacinquecento anni fa. E da tremilacinquecento anni gli ebrei venerano quelle tombe come luogo in cui riposano i patriarchi. Poi, quasi tre millenni più tardi, arriva il sultano mamelucco Baibars che decide che quella è roba musulmana, ci costruisce i minareti e vieta l’ingresso a cristiani ed ebrei (1266), a cui era consentito arrivare fino al settimo gradino, ossia molto molto fuori. Prima che un ebreo potesse mettere piede all’interno di Machpelah dovevano passare settecento anni, ossia dopo la Guerra dei Sei Giorni. Oggi l’edificio è diviso: un terzo riservato agli ebrei e due terzi ai musulmani (o un quarto e tre quarti, non sono sicura di ricordare bene). Infine è arrivata quella benemerita organizzazione dedita alla difesa e conservazione del patrimonio artistico e culturale che è l’UNESCO e ha definitivamente stabilito che gli ebrei con questa cosa non hanno niente a che fare.

Di foto non ne ho fatte, ma se desiderate vederle, ne troverete sicuramente in abbondanza in rete. Ho preferito abbandonarmi alle sensazioni ed emozioni che quei luoghi irresistibilmente suscitano, e lasciarle scorrere dentro di me.

barbara

PRECISAZIONE: la divisione esatta è 18%-82%, quindi un po’ meno di un quinto agli ebrei e un po’ più di quattro quinti ai musulmani (grazie ancora una volta a Sharon).