LA MERAVIGLIOSA ETICA DEI VEGANI

Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano

 Di Matteo Lenardon    18 settembre 2017

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E una bussola morale formata dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.
Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.
“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.
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Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.
Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.
I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.
Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.
Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.
Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.
La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro.
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Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale.
La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente.
In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso. Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America. Secondo l’UNICEF il 19.5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica.
Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa.
vegan-burger
(ma a voi non viene da vomitare a guardare quella cacca molle e grumosa?)
Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse.
Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free?
Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs.
Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock.
Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani.
Brazil cashew factory, Brazil : Industry
La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar.
Ma è facile dimenticare tutto questo quando ogni nervo nella tua lingua vibra dopo aver assaporato questa cheesecake vegana crudista con fragole, mandorle e anacardi. Riesce a farti pensare nello stesso momento “non riesco a credere che la dolce cremosità non sia data da Philadelphia” e “fanculo le donne nel terzo mondo”.
È utile parlare anche della base di questo dolce, capace di innalzare lo spirito di chiunque da “crudo” a “etico”: è fatta di mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni , grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana. Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della produzione mondiale. Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate. Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura: peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle.
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Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle. L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua. Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica”!
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Certo, c’è chi se la passa peggio.
Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado – conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”– diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia. Come per la California, questa perdita sta trasformando radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza vegetazione il loro destino è l’estinzione. L’enorme quantità di pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano animali e popolazione locale. Il controllo di questo enorme business è in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1.3 miliardi del 2012.
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Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1.5 milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha mai più rivisti.
Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi.
Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.
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Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi.
Defo
Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana – il sito de “La cucina etica” contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non mangia carne.
Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”.
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Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del pollo: il tofu.
Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0. La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. Certo, esiste chi si ciba solo di frutti autoctoni, ma i rischi cui si va incontro sono una carenza di calcio, una pericolosa mancanza di acidi grassi essenziali e una predisposizione ad ascoltare Enya.
Perché, quindi, la giunta Appendino, dopo essersi insediata, ha parlato di “promozione della dieta vegana sul territorio comunale come atto fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali”?
Perché l’unica critica rivolta ai vegani è quella di essere vegani. Basti pensare che negli ultimi anni hanno avuto come principale antagonista intellettuale Giuseppe Cruciani, il conduttore di uno Zoo di 105 per uomini che scrivono “Liceo Classico” nella bio di Tinder.
Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre.
Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un voler apparire ecologisti.
Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza. Quale parola dovremmo usare per identificare chi sceglie di dare priorità alla propria coscienza piuttosto che alla vita, alla salute e alla serenità di altri esseri umani? Soprattutto quando parliamo di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, mentre la coscienza risiede in un corpo con un taglio asimmetrico che vive tra Berlino, Milano o Londra.
Nessuno lo può sapere. L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno. (qui)

Ricapitolando: grazie ai vegani viene annientata la diversità biologica delle coltivazioni ma chi se ne frega? Loro non mangiano animali né cibi prodotti dagli animali, quindi sono moralmente superiori. Grazie ai vegani vengono sterminati animali in misura molto superiore a quella degli animali mangiati ma chi se ne frega? Loro non mangiano animali né cibi prodotti dagli animali, quindi sono moralmente superiori. Grazie ai vegani un’infinità di esseri umani patiscono la fame e vengono sfruttati fino alla morte ma chi se ne frega? Loro non mangiano animali né cibi prodotti dagli animali, quindi sono moralmente superiori. E naturalmente sono moralmente superiori a quegli esseri immondi che sono gli specisti, ossia coloro che trovano qualche differenza gerarchica fra sé e la drosofila melanogaster (moscerino della frutta per i profani) mentre loro invece no (che in effetti, volendo – con tutto il rispetto per la povera innocente drosofila, sia ben chiaro) (A proposito: quando vedrò un gatto praticare un’appendicectomia ne riparliamo), ma ne vedono, e soprattutto ne praticano, di enormi fra sé e gli schiavi che non esitano a condannare a morte per continuare a sentirsi eticamente superiori con la loro dieta vegana. E a fine giornata sicuramente dormono il sonno del giusto.

barbara

  1. Mi vien voglia di far morire di fame i vegani…
    La cosa ridicola è che i vegani sostengono che la loro dieta potrebbe sconfiggere la fame nel mondo, invece la sta portando persino in alcuni paesi del primo mondo.

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  2. Artico molto corposo. Da far riflettere molto profondamente per i tanti variegati argomenti
    nanche molto forti.
    L’ essere umano da millenni vive in un suo equilibrio riguardo l’ alimentazione in armonia
    con quello che i territori possono offrire , così pure riguardo agli animali che potevano essere reperibili. Potevano subire delle variazioni con inserimento di nuove tipi di semina,
    alberi da frutto…come pure nuovi animali che prima non esistevano in quelle terre..ma tutto
    non stravolge quello che esisteva prima.
    Con il tempo, ma in tempi abbastanza recenti le popolazioni…amano e si mostrano curiose
    nei confronti di quello che è esotico..e così frutti e verdure sono presenti nei negozi di ortaggi e in tutte le stagioni…Ricordo…che quello che era reperibile alcuni decenni fà..era
    nostro…rispettando il ciclo delle stagioni…
    Poi…vagando per i supermercati..quanti nomi di alimenti che non conosciamo..per curiosità
    cerco di capire ..cos’ è..Solo semplici cereali…ma che arrivano da lontano..
    Sono..appartengono a quelli inseriti..in diete o linee di alimentazione definite..molto salutari…Mi ricordo..in inverno una pentola di fagioli..il cavolo nero..così saporiti..Tutta roba
    nostra..
    Un’ occhiata..lato frigo..il tofu..provato e lasciato da un’ amico che partiva per tornarsene a
    casa..estero. Non sà di niente..gommoso..Hamburger vegetale..non male..durante la cottura emanava odore di cipolla..” che poi..lo rendevano appetibile..”…e altri componenti,
    anche dai nomi esotici..
    Ah..voglio aggiungere che l’ amico straniero…che è in alimentazione vegana..ha problemi
    alla tiroide–il suo medico gli ha detto..o inserisce nell’ alimentazione del pesce..o ti prescrivo dei farmaci. Optò per il pesce! Meglio così avendolo ospite..Adesso non sò..
    Come abbiamo visto..questo modo di sentire..mode.. ha avuto dei risvolti..sia positivi…che
    negativi..I positivi..piu’ lavoro in quei paesi..poveri, il guadagno và al propietario di una qualsiasi coltivazione..a loro i lavoranti come sempre accade paghe misere e condizioni
    lavorative da schiavitù…” amaro risvolto…dai salutisti..” che per amore degli animali..ne
    risente l’ essere umano..
    E..come se non bastasse..quello che producono era…il loro piatto alimentare principale..
    che è venuto a mancare per far fronte alle sempre maggiori richieste dell’ occidente..
    dove arrivano nei nostri scaffali poi confezionati in belle scatole di cartone…e certamente
    a prezzi non inferiori…dei nostri prodotti. Poi guardando…certi valori organolettici..sul misero.
    …Come se non bastasse anche l’ ambiente ne risente sotto i vari …amari aspetti..” l’ articolo …ce le ha mostrate..”…Così una specie di mafia..che certi RAS..si comportano da
    banditi…sempre per i loro affari piu’ che sporchi visto che non hanno nessun remore …
    violenza..in varie manifestazioni.
    Mangiamo…quello che ci dà…l’ orto..E..quente cose abbiamo e di buone con le quali potersi alimentare con maggiore equilibrio rispetto a un pò di decenni fà..

    L’ articolo fà spalancare gli occhi…

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        • No.. è che non ho il coraggio di esprimere a parole lo stato d’animo in cui mi mette questo post, e non solo.
          Insomma, non ci sono alternative: o mi sento male al pensiero degli animali uccisi, o a quello della sorte di uomini e animali.
          Comunque la terra si sta vendicando.
          Basta così: non so dire di più, e quel che ho detto l’ho detto anche male.
          Sii indulgente

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        • “La terra si sta vendicando” è un’immagine che vorrebbe attribuire alla terra reazioni umane, pensieri, sentimenti. Beh, non ne ha. Né umane, né logiche né ragionevoli. Non esiste una vendetta della terra, esiste un rapporto causa-effetto di determinate azioni: bruci una foresta e l’ossigeno che prima ti arrivava da quegli alberi adesso non ti arriva più, come quando stacchi la spina del condizionatore e il fresco non ti arriva più. tutto qui. Se muore un miliardo di persone alla terra non frega niente, se muoiono cento miliardi di animali alla terra non frega niente.
          PS: io per gli animali uccisi per mangiare non mi sento male per niente: loro fanno parte della nostra catena alimentare esattamente come noi, se ci trovassimo nella giungla, faremmo parte di quella della tigre. La cosa buffa è che per gli antispecisti questa dovrebbe essere una cosa logica e invece non lo è: l’unica specie animale priva di diritti, secondo loro, siamo noi.

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  3. Questo l’avevo già letto, ma mi pare che fa dei ragionamenti un po’ forzati, come se la dieta vegana dovesse essere per forza composta da quinoa, anacardi, mandorle, avocado e soia a tonnellate.( e lenticchie, fagioli, fagiolini, farro, ceci, e altre fonti di proteine vegetali ampiamente disponibili in Italia, con con un impatto ambientale assai modesto? chissà perché si dimentica di citarli!)

    E come se questi, e altri cibi che hanno una catena produttiva ad alto impatto ambientale e/o poco rispettosa dei lavoratori, non fossero consumati in abbondanza anche da chi vegano/animalista non lo è mai stato!

    io ad esempio mai stato vegano(mangio pochissima carne, ma semplicemente perché non mi è mai piaciuta più di tanto), ma sono goloso di mandorle, e dubito che consumare mandorle sia un “delitto” peggiore che consumare tanti altri cibi con impatto ambientale simile.
    Inoltre non è vero che le mandorle italiane non sono sufficienti ai consumi nazionali, vengono importate dalla California e dall’Iran semplicemente per una questione di prezzi. Le mandorle californiane hanno dei prezzi talmente ribassati che i coltivatori siciliani e pugliesi dovrebbero lavorare in costante perdita per fare gli stessi prezzi. Perciò gli italiani hanno preferito diminuire la produzione di mandorle, e puntare su una nicchia di mercato più attenta alla qualità…costano di più, ma sono molto molto più saporite!

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    • “Ti pare” che siano ragionamenti forzati o hai documenti che dimostrano che sia falso quanto afferma sulla scelta di quegli alimenti da parte dei vegani e sul loro devastante impatto ambientale e umano? Hai documenti che dimostrano che lenticchie fagioli e fagiolini non sono solo disponibili ma anche abtualmente consumati dai vegani?

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      • No, nessun documento, ma a rigor di logica i ceci( o le lenticchie)hanno più o meno gli stessi valori proteici della soia (come contenuto di vitamine e minerali forse sono anche meglio della soia), e di sicuro a livello gustativo sono molto meglio( che l’hummus di ceci è meglio del tofu, credo che siamo quasi tutti d’accordo!), quindi suppongo che ci saranno probabilmente dei vegani intelligenti, che mangiano più ceci che “cibi finti”(carne finta, salsicce finte, latte finto, panna finta ecc..) fatti con la soia.

        Comunque sicuramente i vegani sbagliano a considerarsi più buoni o “più etici”, e sbagliano anche a dare per scontato che un’alimentazione senza carne abbia automaticamente un costo ambientale/umano più basso rispetto a un’alimentazione onnivora. L’impatto ambientale dipende da quello che uno mangia complessivamente, due persone vegane possono mangiare in maniera molto diversa tra loro, così come due onnivori. E’ onnivoro sia chi mangia una tipica dieta mediterranea(poca carne, pochi formaggi, molti cereali e verdure), che chi mangia bistecche di bovino e aragoste tutti i giorni, ma è ovvio che l’impatto ambientale non è equivalente!

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        • Cioè, lui ti porta i dati dei consumi e tu controbatti che però potrebbero consumare anche, e che quindi a rigor di logica quello che lui dice non può essere vero. Vale a dire che io ho visto chiaramente Francesca insieme a Toni, ma siccome suo marito è più bello di Toni allora a rigor di logica stabiliamo che no, non è Francesca. E questa sì che è logica coi fiocchi e controfiocchi.

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        • Lui porta dei dati sui consumi generali, ma nessuno sa(non credo che esistano dati in merito) se i consumi di quinoa sono dovuti principalmente alla dieta vegan, o se è solamente un cibo esotico di moda, diffuso trasversalmente sia tra vegani e vegetariani che tra onnivori!(io credo che con la diffusione della quinoa c’entri di più l’assurda mania del gluten free, che la dieta vegana in se per sè)
          Idem per gli altri cibi alla moda citati nell’articolo!

          Mi sembra che manchi la prova che i consumi dei vari cibi citati siano dovuti soprattutto ai vegani.

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        • Ok, ancora una volta sei riuscito a vincere per sfinimento dell’avversario con le tue argomentazioni a cazzo. Tienti stretta la tua vittoria e che buon pro ti faccia.
          Ah, la prima volta che vai in camera, ricordati di prendere su il cervello, che hai dimenticato sul comodino.

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  4. Pare che il preparatore atletico del Milan costringesse i giocatori a un’alimentazione vegana. Ieri è stato licenziato, con la motivazione degli scarsi risultati, ma sicuramente per opera della lobby carnivora.

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  5. “Tienti stretta la tua vittoria e che buon pro ti faccia.”
    Non c’è niente da vincere o da perdere, ho detto soltanto la mia, ho ribattuto alle tue risposte, e sta volta non mi sembra proprio di averti sminuito o offeso in nessun modo.
    Perciò non capisco perché reagisci così, boh…

    Ti ho tediato con le risposte? ok, scusa!

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  6. Ammetto di avere letto qui molte cose che non sapevo. Non sono vegana ne’ vegetariana, anche se non amo mangiare molta carne, ma essendo diventata intollerante al lattosio consumo in realta’ considerevoli quantita’ di mandorle, anacardi e soia per sostituirlo almeno parzialmente, mentre l’avocado semplicemente mi piace moltissimo. Mi ha rincuorato la parte finale “non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani” (e ne deduco da qui: “non c’è nulla di sbagliato nel mangiare tutti questi alimenti anche senza essere vegani), perche’ cominciavo a sentirmi in colpa per il mio uso della soia e simili!

    E nel frattempo – gmar hatima tova e buon digiuno a chi passa di qui e digiuna stasera.

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    • Beh, veramente la parte finale finale dice che se non vuoi mangiare prodotti di origine animale l’unica scelta etica è il digiuno… Quanto a me, in quanto appartenente alla specie umana, il veganesimo non mi riguarda. Se la prossima volta rinasco mucca ci penserò.
      Anyway, gmar chatimah e buon digiuno a te.

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      • Beh, parlavo della parte “meno finale”. Comunque mangio prodotti di origine animale – uova, carne, pesce. Ma ai latticini ho dovuto rinunciare mio malgrado – mi fanno proprio star male, e quindi ho dovuto sostituire latte e formaggi con sostituti vegetali senza lattosio. Quanto al digiuno – mi basta quello di domani…!

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        • Lo so, lo so, che anche tu appartieni alal specie umana! Quanto al latte e ai formaggi finti, ho provato una volta ad assaggiarli, e li ho trovati talmente disgustosi che non ci ho provato mai più. Se mai dovesse capitarmi di diventare intollerante al lattosio, credo proprio che ne farei a meno.

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        • A dire il vero la pensavo allo stesso modo in materia di “latte” di soia e simili. Poi al latte di soia mi sono abituata, e quanto ai non-formaggi me li faccio da soli e vengono meglio di molti di quelli comprati secondo me (solo quest’anno in Italia ne ho trovato uno con le erbette che mi e’ piaciuto e non era insipido). Magari se capiti da queste parti te ne faccio assaggiare uno – se accetti ovviamente….

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        • Ti dirò, mi piacciono poco perfino i dolci israeliani che, avendo tutti gli alberghi portate di carne, sono ovviamente fatti con latte finto, nonostante l’alto livello della pasticceria israeliana. Senza contare che ho avuto modo di constatare che anche il mio intestino gradisce decisamente poco quegli intrugli. Comunque se passo di lì proverà.

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        • Ti aspetto. E con la stessa occasione magari ti porto a mangiare un dolce dove non c’e’ carne, in modo che i dolci possano essere a base di latte, magari puoi riconciliarti con i dolci israeliani… Quanto alle possibilita’ personali pero’ (intestino) non discuto.

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