LA PECORA NERA

Pecora nera poi si fa per dire: mica che sia un delinquentello, un bullo o chissà che cosa; in una famiglia qualunque sarebbe semplicemente un bambino come tanti altri, vivace il giusto, curioso il giusto. Ma che il figlio di un pio (se piissimo non suonasse così brutto mi azzarderei a dire anche piissimo) rabbino si diverta di più a carezzare il muso ai cavalli che a studiare la Torah, che preferisca la compagnia di operai e ancor più di vagabondi e mendicanti, che hanno un sacco di storie fantastiche da raccontare, a quella dei devoti e studiosi amici di suo padre, che nel tempo libero scappi a scorrazzare coi bambini più straccioni del villaggio invece che immergersi nei libri, che addirittura adotti un cane randagio e lo ammaestri insegnandogli a porgere la zampa, è davvero scandaloso (anche se il titolo originale yiddish è, molto più opportunamente, Fun a velt vos iz nishto mer, “Di un mondo che non c’è più”). Per non parlare di quando suo padre, in base all’osservazione di quanto sta accadendo nel mondo e ad accuratissimi calcoli annuncia, con assoluta sicurezza, che entro la fine dell’anno arriverà il Messia, e allora tutti lì ogni momento con la testa per aria per essere i primi ad avvistare la nuvola con la quale il Messia scenderà a terra e con la quale poi porterà tutti in Terra d’Israele (e nessuno che si chieda cosa ne sarà degli ebrei che vivono negli altri villaggi, nelle altre province, negli altri stati, negli altri continenti…) e quello che ha il tetto sfondato ma non si preoccupa di ripararlo perché tanto all’arrivo dell’inverno sarà già in Terra d’Israele insieme al Messia, e tutti a chiedere dettagli che il saggio e sapiente rabbino fornisce senza risparmio – e poi la fine dell’anno arriva ma il Messia no. Al che il bambino comincia a maturare una serie di dubbi su un bel po’ di cose.
Se La famiglia Karnowski era un potente affresco di un’intera epoca, e Yoshe Kalb ci mostrava, anche nei suoi aspetti peggiori, il mondo dello shtetl, quest’altro piccolo gioiello ci racconta quello stesso mondo ma in toni molto più leggeri, oserei quasi dire sbarazzini, e sempre con immenso amore per quell’umanità destinata, di lì a pochi decenni, a scomparire, prima decimata nei ghetti, poi sterminata nelle camere a gas.

Israel Joshua Singer, La pecora nera, Adelphi
la pecora nera
PS: e non avete idea di quante famiglie fanno dieci figli e poi rimangono con due o tre: gli altri tutti morti da piccoli. Di che cosa? Di morbillo. Di difterite. Di scarlattina. Eccetera. Perché facevano parte di quella fortunata generazione che è riuscita a nascere prima che i poveri bambini fossero condannati a diventare autistici per colpa dei pericolosissimi vaccini.

barbara

  1. ho letto yoshe kalb la settimana scorsa e non mi ha entusiasmato tantissimo l’atmosfera del ghetto, chiusa intorno alla sinagoga, al rabbino, al potere. La Fede mista alla superstizione fa molto yiddish
    Leggerò anche questo, intriso di profezia e sciroppo di crotalo 🙂

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    • Non è un ghetto, è uno stetl, villaggio di residenza coatta in quanto nell’impero russo agli ebrei non era consentito abitare nelle città. Nei paesi cristiani dell’epoca la vita era chiusa intorno alla chiesa, al parroco, al potere. E la storia è una storia vera, e le storie vere, si sa, non sempre sono entisuasmanti (credi che io, se fossi un romanzo, mi spaccherei qualcosa ogni due per tre e avrei le gambe piene di cicatrici deturpanti?).
      Il crotalo è bellissimo.
      Occhio agli emoticon, lo sai che qua c’è una diffusa allergia.
      Shavua tov.

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  2. Una vita senza aver letto i Singer è una vita senza valore. Yoshe Kalb è quello che mi ha entusiasmato meno, mentre La pecora nera è davvero delizioso; ma quelli che mi hanno davvero fatto impazzire sono quasi tutti i racconti, di “ambiente” yiddish di suo fratello.

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