PADRE E FIGLIO

Già una volta ho avuto modo di osservare che i libri sembrano vivere di vita propria, e questo libro lo conferma. Mi è stato regalato a Natale del 1965: è rimasto lì, dimenticato, ignorato per oltre mezzo secolo, sopravvissuto a una mezza dozzina di traslochi, alle lunghe assenze dei soggiorni africani, alle lune e ai soli, ai mesi e alle stagioni… Poi ho letto il libro di Simone; finito quello sono andata alla libreria dei libri non letti e la mano si è diretta su questo, di cui ignoravo del tutto l’esistenza, per non parlare del tema.

Questo, a differenza del precedente, è un libro rigorosamente autobiografico. I genitori dell’autore, calvinisti estremisti, non appena vengono benedetti, non più giovanissimi, dalla nascita di un figlio, si affrettano a “dedicarlo al Signore” e a dire che se il Signore vorrà riprenderselo presto, loro Glielo lasceranno volentieri, perché sicuramente Lui sa meglio di loro che cosa sia giusto fare, e con grande frequenza lo ripetono anche al bambino, che se dovesse morire loro saranno contenti di restituirlo al Signore, al quale fin dalla nascita è stato dedicato. Nella vita del bambino non entrano giochi, non entrano letture profane, non entrano bambini con cui giocare, non entrano argomenti diversi da quelli religiosi, se non quelli relativi all’attività del padre scienziato – ma scienziato alquanto sui generis. Non è previsto neppure che, una volta diventato adulto, svolga una qualche attività per guadagnarsi da vivere, perché la sua vita tutta intera deve essere dedicata al Signore. E tutta la sua vita si svolge nella piccolissima comunità dei “convertiti”, chiamati “i Santi”, ossia quelli che hanno visto la luce e, dopo un rigoroso esame, hanno ricevuto un secondo battesimo per immersione totale – e guardando con sufficienza, se non con disprezzo, quelli che “credono nel pedobattesimo”. Quando finalmente si decide a mandarlo a una scuola, gli ricorda a ogni istante che ai suoi compagni deve parlare di Dio, sempre, senza mai stancarsi, solo di Dio, e se non fanno parte della loro comunità, non deve frequentarli. Va da sé che solo i membri di quella piccolissima comunità sono destinati alla salvezza: tutto il resto dell’umanità, non importa quanto buoni, non importa quanto cristiani, non importa quanto osservanti e praticanti, non importa quanto devoti, non importa quanto dediti alla preghiera e alle opere di carità, bruceranno per l’eternità tra le fiamme dell’inferno.

Vi sentite soffocare? Immaginatevi quel povero bambino!

Quando poi è costretto a mandarlo a studiare a Londra, lo martella con lunghissime lettere quotidiane, in cui gli chiede assillantemente di confermargli che la sua fede è saldissima, che si sente sempre consacrato al Signore, che nella sua mente non vi sono pensieri se non quelli dedicati al Signore, esigendo risposte immediate, altrettanto lunghe e altrettanto dettagliate. E ancora non siamo arrivati al clou.

I nostri pensieri erano in quel tempo tutti assorti nell’aspettazione di una prossima venuta del Signore che, come mio Padre e quelli a lui uniti dalla stessa fede credevano, sarebbe apparso senza il minimo avvertimento e avrebbe assunto con sé in gloria eterna tutti coloro che accettando la Redenzione si erano assicurati l’immortalità. Questi erano, in complesso, ben pochi, e pensavamo che il mondo, dopo pochi giorni di sbigottimento per la totale sparizione di queste persone, sarebbe tornato alle sue normali abitudini di vita, solo affondando più rapidamente nella corruzione morale, data la partenza di quelle anime elette. L’interpretazione di una profezia aveva convinto mio Padre che questo evento era assolutamente imminente, e a volte, quando ci separavamo dopo cena, egli soleva dire, con una luce di rapimento negli occhi: «Chissà? magari domani potremo trovarci lassù, con tutta la corte dei Santi di Dio». […]
Mio Padre visse ancora per un quarto di secolo senza mai perdere la speranza di «non conoscere la morte», e quando si avvicinò agli ultimi momenti era profondamente amareggiato per quella che considerava una meschina ricompensa alla sua lunga fede e pazienza.

La rottura, naturalmente, è inevitabile. Estremamente dolorosa per entrambi, a causa del grande affetto che nonostante tutto li unisce, ma quando il giovane arriva ad avere ben chiaro che per accontentare la follia paterna dovrebbe sacrificare tutta intera la propria vita, la propria intelligenza, la propria creatività, la  propria capacità di comunicare col prossimo, ossia, da cristiano profondamente credente, tutti i doni che Dio gli ha dato, non può fare altro che scegliere la libertà.

Edmund Gosse, Padre e figlio, Adelphi
padre e figlio
barbara

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    • Sai, per un po’ lui sta benissimo: non conosce mondi diversi, ambienti diversi, modi di vivere diversi, l’esistenza di cose diverse. E’ un po’ alla volta che comincia a rendersi conto delle limitazioni perché è un ragazzino molto intelligente, sveglio, e soprattutto di grande fantasia, e proprio quella si vede sistematicamente castrare (non esistono “storie inventate”, esistono storie vere e storie false; se quella che vorresti raccontarmi non è una storia vera, allora stai mentendo, che è ovviamente un peccato gravissimo, e per il bene della tua aninma te lo devo impedire). Però è veramente molto bello vedere, pur nell’assoluto rispetto per il padre e nella onvinzione della bontà delle sue intenzioni, il risveglio della consapevolezza di questo bambino.

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