TERRORISTI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!

Francesco Giordano
Il signore che con la faccia coperta dalla kefiyah sventola orgogliosamente la bandiera degli alleati di Hitler nel gruppetto che urla assassini a coloro che hanno contribuito a liberare l’Italia dal nazifascismo, è Francesco Giordano, uno degli assassini del giornalista Walter Tobagi: rimasto disoccupato dal terrorismo in cui militava, per morte più o meno naturale dello stesso, se ne è cercato subito un altro, ed ecco dunque l’accoppiata vincente: il terrorista rosso con l’emblema del terrorismo nero (nazista)-verde (islamico).

PS: io non ci sono, quindi a eventuali commenti risponderò solo al mio ritorno, ed eventuali commenti in moderazione non potranno essere approvati prima di quel momento.

barbara

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UN’EBREA ITALIANA CITA PER DANNI MORALI MONI OVADIA E IL MANIFESTO

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.
Non le scrivo il merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.
Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.
L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.
E così senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.
La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il giornale dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?
A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?
Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse pagliacci.
Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?
Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?
Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?
No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.
Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.
Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo. (qui)

Aggiungo il commento che ho lasciato al post di Gheula.

Veterocomunista ideologizzato? No, niente del genere. Che cos’è M.O. l’ho capito la volta che, parlando dei miei eterni drammatici problemi finanziari, mi ha suggerito di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere attitudine alla prostituzione, ho detto. No, ha risposto, quale prostituzione, intendevo un amante fisso. Avevo capito che intendeva un amante fisso, ovviamente, solo che per me darmi a un uomo in cambio di qualcosa che non sia amore o piacere, è prostituzione: che sia su un marciapiede a dieci uomini per sera, o in un appartamento a uno solo, sempre lo stesso, una volta la settimana, non vedo differenze. E’ stato allora che ho capito: se non è prostituzione andare a letto con un settantenne decrepito repellente ricco per farmi mantenere, allora non è prostituzione neanche svendere il proprio popolo, svendere la verità, svendere la dignità in cambio di un ricco ingaggio e di un applauso in più. Questo è moni ovadia: un prostituto in vendita al miglior offerente. E se gli offerenti sono quelli che sgozzano i neonati nella culla, pazienza: Parigi val bene qualche messa nera.
Ah, dimenticavo: vorrei che fosse chiaro che non ho assolutamente niente contro le oneste prostitute che si guadagnano onestamente il pane su un onesto marciapiede, senza atteggiarsi a maestre di virtù, senza spacciarsi per combattenti per la giustizia, senza vomitare veleno su chi, avendo già avuto il piacere, a lasciarsi un’altra volta giustiziare non ci pensa proprio.

Aggiungo ancora un’annotazione, a proposito della cosa che porta in testa. È stato un po’ più di vent’anni fa che, vedendola, ho notato la stranezza di quella kippà: no no, ha risposto, non è una kippà, è una berretta da integralista islamico. Se lo cercate in google immagini, potrete vederne almeno una quindicina di esemplari.
E concludo riportando una mail inviata a Deborah Fait diciassette anni fa

Intanto ti racconto questa. In luglio tutti gli anni c’è il festival di musica klezmer di Ancona, presidente onorario Moni Ovadia, e io ci vado sempre. Quest’anno il festival era dedicato alla pace, e lui, che si esibiva l’ultima sera, ha dedicato tutta la sua serata alla pace: gruppo musicale arabo e cantante palestinese. E io mi sono preparata all’incontro: mi sono comprata una sciarpa bianca, un barattolino di colore per stoffa azzurro, un pennello …
Lo spettacolo poi è stato il perfetto emblema di quello che lui intende per pace: una decina di canzoni arabe, in una delle quali lui ha rivendicato l’onore di cantare in arabo, tre canzoni sefardite e due ebraiche, nelle quali il cantante palestinese NON ha rivendicato l’onore di cantare in ebraico o in giudeo-sefardita. L’ultima era una canzone di Simchat Torah: lui ha cantato in ebraico e il palestinese ha cantato – suppongo le stesse cose – in arabo. Solo che il palestinese aveva la voce otto volte più potente della sua e così l’ebraico è stato totalmente sommerso dall’arabo. Fine della serata e applausi scroscianti per il politically correct Moni Ovadia e per i suoi amici. E io sono andata a salutarlo, con al collo la mia doppia bandiera israeliana (l’ho dipinta ad entrambe le estremità) raccogliendo un’infinità di sguardi tra lo schifato e il furibondo da parte del pubblico che andava in senso contrario per uscire – manifestare così spudoratamente simpatia per Israele è decisamente politically incorrect! Poi avevo una stella di David di strass appuntata alla scollatura del vestito e da mettermi al collo ho scelto quella che mi ha portato la mia amica Paola da Parigi perché ha i colori giusti: in argento smaltato, fondo azzurro e stella bianca. Per un attimo gli si è vetrificato lo sguardo, poi ha diplomaticamente ignorato il tutto, ma almeno un crampo allo stomaco sono sicuramente riuscita a farglielo venire.

barbara

CENTRO SPORTIVO CHIUSO

per video con intollerabile abbigliamento osceno che può corrompere la morale pubblica (qui).

Sono troppo maligna se penso che abbiano colto il primo pretesto per chiudere il centro quando si sono resi conto che là dentro le donne, oltre a tenersi in forma, potevano anche imparare a difendersi?

(PS: ma saranno poco fastidiosi quei video in cui nell’ultima parte l’immagine è quasi interamente coperta dalle pubblicità ad altri video?)

barbara

LE TRE DOMANDE DA PORSI PER RESISTERE ALL’ISLAMIZZAZIONE

Domande che molti di noi, in effetti, si pongono; quelli che non se le pongono sono quelli che più dovrebbero farlo, ossia i nostri governanti.

È la punta dell’iceberg. A volte alcuni episodi diventano oggetto di attenzione mediatica. Sono, verosimilmente, spie di cambiamenti diffusi, molecolari, quotidiani, che tendiamo per lo più ad ignorare. Si prenda il caso dei responsabili dell’ospedale di Parma che trasferiscono un’anziana assistita dal nipote per darla vinta a una islamica che non accetta la presenza di un uomo nella stanza in cui è ricoverata. Oppure il caso di coloro che, a Savona, coprono una statua per compiacere un gruppo di musulmani che sta per riunirsi in una sala. Non si tratta di folklore, forme di stupidità fastidiose ma innocue. Anticipano scenari che, in capo a pochi anni, potrebbero diventare drammatici. Tre domande meritano di essere poste. La prima: il passaggio dalla multietnicità (uno stato di fatto, in sé neutro: né buono né cattivo) al multiculturalismo (una seria minaccia per la democrazia) è inevitabile? La seconda domanda è una articolazione della prima: è possibile difendere la società aperta, o libera, dall’azione di minoranze culturali che le sono ostili senza sopprimere, mentre si cerca di difenderla, la società libera medesima? La terza domanda è: sarà possibile convincere gli italiani ad affrontare senza isterismi antistranieri ma anche facendo il contrario di ciò che si è fatto a Parma o a Savona, il difficile problema della convivenza fra immigrati extraoccidentali e noialtri indigeni?
La multietnicità non è in linea di principio incompatibile con la democrazia. Guidata nel modo giusto può anche infonderle vitalità mettendo i suoi cittadini a contatto con esperienze che in precedenza non conoscevano. In ogni caso, gli ostili alla multietnicità devono darsi pace: una società che ha scelto di non fare più figli non ha altri canali per alimentare la propria forza-lavoro o per mantenere la sua crescente popolazione anziana. Ma se la multietnicità è o può essere un’opportunità, diventa una minaccia se gli indigeni sono così sprovveduti, stupidi o sbadati da accettare che su di essa cresca la mala pianta del multiculturalismo. Il multiculturalismo è una situazione nella quale, di diritto o di fatto (per l’affermazione di nuove usanze), si accetta che l’insieme dei cittadini venga segmentato, diviso lungo le barriere che separano le diverse tradizioni culturali. Si afferma una disparità di trattamento: per i diversi «segmenti» valgono regole diverse, coerenti con le rispettive usanze. La formale uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge viene dapprima neutralizzata di fatto e, in seguito, anche di diritto (in virtù di adeguamenti normativi alla situazione di fatto). Non è difficile ritrovarsi in un «incubo multiculturale». È sufficiente che nei vari luoghi — dagli ospedali alle scuole agli uffici pubblici e privati — le domande di trattamenti speciali, in deroga, da parte delle minoranze culturali vengano accolte, un giorno qua e il giorno dopo là: il trattamento speciale, una volta concesso, diventerebbe, dal punto di vista della minoranza, un diritto, e i tentativi di revocarlo incontrerebbero dure resistenze. Nascerebbero controversie giudiziarie e non è impossibile che esse sfocino in sentenze volte a riconoscere il suddetto diritto. Ed ecco la società multiculturale, la frantumazione della cittadinanza, la fine dell’uguaglianza formale di fronte alla legge, l’affermazione di diritti speciali e diversità di trattamento a seconda del gruppo culturale di appartenenza.
Chi crede che quanto sta accadendo oggi in Belgio non ci riguardi è un incosciente. Il partito islamico, che si presenterà alle prossime elezioni amministrative, punta ad introdurre formalmente (di fatto, nei quartieri islamici è già operante) la sharia, la legge islamica, cominciando simpaticamente dall’idea di mezzi pubblici di trasporto separati per uomini e donne. Fin qui ho parlato dei rischi del multiculturalismo ma gli esempi negativi che ho citato hanno tutti a che fare con la presenza islamica. Benché problemi di vario genere sorgano anche in rapporto alle attività di altre minoranze, è quella presenza all’origine delle difficoltà maggiori. Non sto alludendo al tema della radicalizzazione pro jihad di giovani islamici (un problema speciale all’interno di un problema più generale). Mi riferisco alla delicata questione della convivenza — impossibile per i pessimisti, comunque difficile per gli ottimisti — fra comunità islamiche e democrazia occidentale. Il problema, nella sua potenziale drammaticità, è semplice. La società libera si fonda sul principio della separazione fra politica e religione, fra economia e religione, eccetera. Ma nell’Islam queste separazioni non hanno senso. Il che spiega perché le moschee (a differenza delle chiese) non siano soltanto luoghi di culto. Ne deriva una tensione inevitabile fra società aperta e comunità islamiche. È plausibile, come molti pensano, che la compatibilità fra Islam europeo e società aperta si realizzerà solo se e quando, un giorno, le donne musulmane, influenzate dall’individualismo occidentale, riusciranno a imporre l’abbandono di vecchie regole e principi. Fino ad allora bisognerà stare in guardia, essere consapevoli che si sta maneggiando materiale radioattivo: non bisognerà cedere alle richieste degli (fin troppo visibili) esponenti fondamentalisti delle comunità islamiche, bisognerà favorire solo i musulmani che abbiano già maturato un atteggiamento favorevole per le libertà occidentali, non bisognerà permettere, per eccesso di zelo, deroghe alle regole della nostra convivenza quotidiana. Si riuscirà a «educare» gli italiani? Si riuscirà a impedire che per un misto di ignoranza, opportunismo e desiderio di quieto vivere, passo dopo passo, permettano l’affermazione di principi incompatibili con la democrazia occidentale? Serve una buona dose di ottimismo per crederlo.

Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 23/04/2018

E ricordiamo: gli islamici si sono insediati in tutto il Medio Oriente e TUTTI i popoli invasi hanno perso la propria cultura, le proprie tradizioni, i propri abiti tradizionali, i propri nomi e, più d’uno, la propria lingua. Si sono insediati in tutto il nord Africa e TUTTI i popoli invasi hanno perso la propria cultura, le proprie tradizioni, i propri abiti tradizionali, i propri nomi e TUTTI, SENZA ECCEZIONE, la propria lingua. Ora si stanno insediando in Europa (sì, lo so, siamo paranoici. E xenofobi. E islamofobi e razzisti e fascisti e naturalmente sionisti, che come tutti sanno è peggio che ladro assassino stupratore pedofilo messi insieme).

barbara

CHI HA DIRITTO AL 25 APRILE

Cari amici,
ieri sono stato a una piccola manifestazione che si è svolta in piazza Sana Babila a Milano, luogo un tempo considerato casa loro dai neofascisti neri e da qualche anno punto di ritrovo dei neofascisti neri rossi bianchi e verdi (per chi non capisce l’allusione, sono i colori della bandiera palestinista) per contestare la presenza ebraica alla manifestazione del 25 aprile. Il presidio è stato proposto dal deputato europeo di Forza Italia Stefano Maullu ma vi hanno partecipato soprattutto esponenti della comunità ebraica milanese e delle associazioni di amicizia con Israele. L’iniziativa è stata resa necessaria da un appello di organizzazioni palestiniste contro “la presenza sionista al corteo” (https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/25-aprile-palestina-1.3842371). E’ una pagliacciata che si ripete da qualche anno a tutte le feste della Liberazione, non solo a Milano, che questa volta sembra più organizzata e pericolosa. Tanto che a Milano, a differenza da quel che è accaduto a Roma negli anni scorsi, l’Anpi si è affrettata a condannare la provocazione.
Io non credo che ci saranno incidenti, per la vigilanza delle forze democratiche e soprattutto della polizia e anche perché l’assalto al corteo del 25 aprile da parte di sostenitori del terrorismo palestinese, magari guidati da avanzi di galera del terrorismo italiano degli anni Settanta, com’è successo l’anno scorso, sarebbe uno scandalo troppo grosso. Ma comunque vale la pena di riassumere qui un paio di argomenti cruciali su questo problema:

  1. GLI EBREI hanno tutto il diritto di stare in un corteo che festeggia la caduta del fascismo. Perseguitati dal fascismo ben prima dell’invasione nazista (le leggi razziste che fecero perdere agli ebrei italiani lavoro, scuola, proprietà ecc. sono del ‘38), internati, consegnati ai tedeschi per inviarli ai campi della morte, gli ebrei parteciparono alla Resistenza in proporzione molto maggiore del resto della popolazione e con rischio assai più grande. Per i clandestini, gli internati, i carcerati ebrei il 25 aprile 1945 fu letteralmente il momento che li riportò alla vita dall’anticamera della morte – almeno per quelli che non erano già stati trovati e sterminati. Chi più di noi ha diritto di festeggiare questa data? Chi più di noi ha l’antifascismo come matrice esistenziale?
  2. IL SIONISMO, movimento proibito e perseguitato dal fascismo e dal nazismo ha sempre avuto una organizzazione democratica e pluralista al suo interno, ha organizzato la lotta contro il nazismo del popolo ebraico, sospendendo anche in Israele la resistenza al colonialismo inglese per non ostacolare la guerra. L’antinazismo è radicato nel DNA del sionismo, dalla rivolta del ghetto di Varsavia ai partigiani come Primo Levi e tanti altri fino alla Brigata Ebraica.
  3. LA BRIGATA EBRAICA. Una delle prove di questa scelta è il reclutamento di un’intera brigata di volontari per l’esercito britannico, che fu curata dall’Agenzia Ebraica, l’organo esecutivo del sionismo. E’ un progetto formulato nel ‘39, all’inizio della guerra, che dovette superare fortissime resistenze nel governo e nello stato maggiore britannico e che quindi divenne operativo solo nel ‘44-’45. Ma la Brigata Ebraica combatté effettivamente contro i nazisti proprio sul fronte italiano, risalendo il versante adriatico fino alla pianura padana. Gli ebrei e i sionisti furono parte, con questa brigata della grande alleanza dei popoli contro il nazifascismo.
  4. I PALESTINESI. Anche se è improprio chiamare per gli anni ‘40 con questo nome gli arabi che oggi vogliono chiamarsi così, [fino al 1948 erano chiamati palestinesi gli ebrei che vivevano in quell’area, ndb] vale la pena di chiedersi: loro e i loro alleati nazionalisti arabi, da che parte stavano allora? La risposta è semplice: erano compattamente dalla parte dei nazifascisti. Il caso tipico e tante volte commentato è quello del Muftì di Gerusalemme Amin al-Ḥusaynī, il quale non contento di aver guidato stragi antiebraiche in terra di Israele e in Mesopotamia, nel 1941 si rifugiò in Italia (accolto con grandi onori da Mussolini) e poi in Germania dove fu ospite onorato di Hitler, amico personale di Himmler e consulente di Eichmann per la soluzione finale della questione ebraica e capo di una divisione di SS musulmane (trovate qui un riassunto delle sue imprese: https://it.wikipedia.org/wiki/Amin_al-Husseini).

Dunque: i fondatori del palestinismo si arruolarono con le SS, gli esponenti del sionismo con l’esercito britannico e nella Resistenza. Chi ha diritto di stare in una manifestazione che ricorda la vittoria degli alleati e del movimento partigiano contro i nazifascisti? Purtroppo l’antisemitismo che fu dei nazisti è riaffiorato abbondantemente anche a sinistra e l’odio per Israele dei centri sociali è identico a quello dei neofascisti. Esso si esprime nella orribile retorica negazionista per cui Israele farebbe ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei. E’ un’immensa menzogna, i cittadini arabi hanno in Israele gli stessi diritti degli ebrei e nei territori contesi Israele si limita a impedire il terrorismo.

Ma il punto non è questo. In una manifestazione che ricorda la sconfitta del nazismo ha posto chi fece la resistenza e la guerra contro Hitler e Mussolini, non chi li appoggiava allora. E soprattutto non chi ancora oggi usa i loro simboli. Avete visto le fotografie e i video con la svastica fatta sventolare a Gaza insieme alle bandiere palestinesi?
fumo
Gli aquiloni che cercano di incendiare e bombardare le terre israeliane, con scarso successo, ma decorati ancora con la svastica?
aquisvastica 1
aquisvastica 2
I palestinisti erano filonazisti E LO SONO ANCORA esplicitamente, spudoratamente. Non c’è posto per loro in qualunque situazione, organizzazione o manifestazione che voglia essere antifascista.

Ugo Volli, su Informazione corretta, 23/04/2018

Di mio aggiungo solo il ricordo di quando, a una manifestazione del 25 aprile a Roma, Piero Terracina
25aprile2008b
25aprile2008 Terracina
– arrestato all’età di quindici anni su segnalazione di un delatore, deportato ad Auschwitz insieme ai genitori, la sorella, i fratelli, uno zio e un nonno, nessuno dei quali sopravvisse – si sentì urlare ripetutamente “assassino” (mentre quest’anno, invece…).

barbara

AGGIORNAMENTO: mi è venuto in mente che in archivio ho questo:
anac
Poi magari potresti anche leggere qui.

DAAWA

Come avevo preannunciato qui, pubblico ora un articolo di Yosef Tiles che spiega dettagliatamente che cos’è, come funziona, come si applica la Daawa.

Nella guerra dell’Islam per sottomettere il mondo degli infedeli, l’Islam usa 3 armi di cui 2 allo scoperto 1: Jihad, guerra santa e, in caso sia improponibile, il terrorismo (Irhab). 2: Hijrah, che gli occidentali pensano sia immigrazione mentre gli islamici la interpretano come invasione.
La 3 arma si chiama Daawa: ha diversi significati che tutti insieme vogliono dire: ingannare gli infedeli e sfruttare le loro debolezze per far trionfare l’Islam.
L’origine della Daawa è nel Corano, dove Allah inganna gli infedeli (4:142) (8:30) (86:15/16) (10:21)
Nel Corano si comincia in genere con la cospirazione degli infedeli che cercano di ingannare i mussulmani, ma siccome Allah è il più grande ingannatore (8:30) i mussulmani hanno il diritto/dovere di ritorcere questa arma contro gli altri.
Se Allah inganna gli infedeli lo devono fare tutti i mussulmani!
Quindi immigrano in occidente per distruggere le sue istituzioni dall’interno con l’arma della Daawa.
La base religiosa che sconvolge il codice d’onore arabo deriva dall’Accordo di Khudibia firmato da Maometto con la tribù ebraica dei Quraish della Mecca. Una tregua per 10 anni che nel codice d’onore arabo premaomettano (MURUAH) nessuno si sarebbe sognato di violare. Invece alla prima occasione in cui si sente abbastanza forte, dopo solo 22 mesi, Maometto viola l’accordo e manda i suoi sgherri a massacrare i Quraish uccidendo tutti i maschi, violentando le donne e i bambini, trasformandoli in schiavi sessuali, dopo aver ottenuto una dispensa da Allah. E se questo è legittimo per il profeta di Allah, modello per tutta la razza umana, è ovviamente legittimo per i fedeli mussulmani: firmare un accordo con gli infedeli e violarlo quando lo ritengono opportuno. (pace di Oslo)
Un altro principio fondato da Maometto è la Taqyia: se il mussulmano si trova in un ambiente ostile deve usare la diplomazia dell’inganno con lo scopo di far trionfare l’Islam. Così ottengono un successo incredibile nell’occidente perché gli occidentali, che ignorano questi principi dell’Islam, quando il mussulmano cita un versetto del Corano per dimostrare la natura pacifica dell’Islam, credono che questo versetto esiste proprio con quel significato.
Ci sono tanti siti internet islamici, in diverse lingue, quasi tutti finanziati dai sauditi, che hanno come scopo la diffusione della Daawa. Uno di questi siti in inglese: www.soundvision.com pubblica una guida rivolta agli Imam e ai leader delle comunità islamiche in occidente per insegnare come diffondere la propaganda islamica nel modo più efficace. Il primo campo in cui devono concentrare la propaganda è il campo educativo, specialmente nei campus universitari. Solo negli USA i sauditi finanziano attualmente 67000 studenti sauditi ogni anno, dove devono impegnarsi a far sì che ogni studente infedele del campus frequenti almeno un corso riguardante l’Islam, in cui può apprendere quanto l’Islam sia bello, nobile e pacifico. Nelle scuole dell’obbligo “bisogna”far leggere almeno un versetto del Corano al giorno e far mangiare agli studenti solo cibo Halal. Bisogna far insegnare l’Islam da degli insegnanti infedeli, cristiani ed ebrei, vicini o amici dell’Islam, che possono trasmettere agli studenti il messaggio formidabile dell’Islam.
Bisogna creare in ogni università un centro per la ricerca sull’Islam, o sulla collaborazione tra l’Islam e le altre religioni, i sauditi contribuiscono generosamente alla formazione di questi centri, per convincere gli studenti che l’Islam vuole solo la pace, la solidarietà, che l’Islam è una tolleranza pura, che l’Islam non ha mai perseguitato gli altri, che la Jihad non è ciò che dicono e che i terroristi non sono islamici e non hanno niente a che fare con l’Islam vero. I propagandisti islamici hanno l’ordine di appendere in tutte le facoltà americane un poster di pubblicità all’Islam dove c’è un numero gratuito (800622 ISLAM) a cui qualsiasi studente può telefonare per ricevere le informazioni su quanto l’Islam sia pacifico, umanitario.
I propagandisti devono insistere che in ogni giornale scolastico vengano inseriti articoli sull’Islam,  su Maometto, su tutto il bene che ha portato all’umanità.
In ogni discussione di qualsiasi argomento storico, etico, scientifico, bisogna coinvolgere e diffondere il contributo dell’Islam.
Bisogna far conoscere tutti i vantaggi dell’Islam, per cui quando gli islamici celebrano il Ramadan, devono chiedere il permesso di festeggiare e fare vacanza per tutti gli studenti, non solo gli islamici, e per farli partecipare alla festa convincerli a digiunare almeno un giorno.
Quando gli islamici celebrano il Id El Fitr, (3 giorni), devono coinvolgere anche gli studenti non islamici.
Per il grande pubblico la guida consiglia di far sapere agli infedeli solo quanto l’Islam sia una religione pacifica, gli argomenti scomodi sono da evitare. La guida insegna agli Imam a prendere parte a qualsiasi evento pubblico, a far parte di tutti i partiti, di tutte le istituzioni locali e nazionali e a diventare un rappresentante dell’Islam.
Quando uno di questi mussulmani riesce a farli eleggere o inserirsi in una istituzione, ha il dovere di impegnarsi per inserire altri islamici o altri amici che possono promuovere l’interesse dell’Islam, specialmente in magistratura e negli apparati legislativi.
La guida indica che devono prendere parte a qualsiasi evento o dibattito, specialmente favorire incontri interreligiosi per creare l’idea che l’Islam, al pari dell’ebraismo e del cristianesimo, vuole solo la pace.
I propagandisti islamici hanno l’ordine di creare quante più ONG possibili e poi devono inserirsi nel mondo dei Media, prenderne possesso. (i sauditi hanno comprato una fetta notevole della Fox, che ora non parla mai male di loro).
I propagandisti islamici ricevono indicazione su come comportarsi in qualsiasi dibattito.
Purtroppo i media occidentali hanno il vizio (anche dopo ogni attentato terroristico) di far sentire sempre “le 2 parti”, equiparando così i rappresentanti del terrorismo islamico con quelli delle istituzioni e a quelli delle vittime.
La guida insegna al propagandista islamico ad attaccare il nemico subito dall’inizio del dibattito usando frasi come: “le tue parole sono fuori da qualsiasi contesto”…”tu non capisci / conosci l’Islam e i suoi valori”…”tu non conosci l’arabo”….”questa è una tua interpretazione, personale ed inaccettabile”… “le cose che dici sono puro razzismo e islamofobia”…”la tua interpretazione del Corano è estremamente imprecisa e noi non abbiamo mai sentito cose del genere”…. e per vincere nel dibattito è sempre utile chiudere con una frase d’effetto “la tua è propaganda sionista”…
La guida insegna che mentre il nemico parla devi sorridere in un modo beffardo e poi dopo che vedi la telecamera su di te, devi attaccare il nemico personalmente, costringendolo a difendersi, e in questo modo si toglie il dibattito dal problema di base, costringendo il conduttore a sospendere il dibattito. Ogni sospensione è una vittoria per gli islamici.
La guida prosegue: non rinunciare mai, e devi sempre esprimere la tua verità. Quando porti il tuo nemico in una situazione difensiva, hai già vinto il dibattito.
Una frase da ripetere sempre è che l’Islam è stato scippato da dei terroristi che non sono islamici e non rappresentano mai l’Islam, ma sono infedeli.
Devi insistere tutto il tempo che l’islam è la religione dei poveri e degli oppressi., mentre il cristianesimo è la religione dei ricchi e l’ebraismo è la religione dei parassiti, che si infiltrano dappertutto con l’intento di dominare.
In fin dei conti la daawa è uno strumento islamico per annientare la libertà di espressione in occidente.
L’occidente “si adegua” perché non capisce, si evitano certe espressioni e certi simboli per non irritare gli islamici.
Lo strumento più formidabile per tacitare i “nemici” è citarli in giudizio.
La guida dice chiaramente: ”chiunque offenda l’islam o i mussulmani, chiunque danneggi l’onore dei mussulmani o li attacca deve essere citato in giudizio”.

E nel caso qualcuno ancora non lo avesse fatto, raccomando caldamente la lettura di Eurabia di Bat Ye’or.

barbara

SE UNA FIGLIA SI OCCIDENTALIZZA TROPPO

che cosa fa un buon padre musulmano, preoccupato per la sua educazione? Semplice: la violenta. Naturalmente potrebbe ucciderla, e non è detto che poi non lo faccia, ma prima si preoccupa giustamente di educarla, in modo che impari bene come si deve comportare una buona figlia musulmana. Poi succede che la figlia scappa, si rivolge alla polizia (essendosi così scandalosamente occidentalizzata, ha anche idea di cosa fare in questi casi) e il padre viene arrestato con l’accusa di stupro e incesto. E lui non capisce, non si capacita di quell’accusa assurda: che cosa c’è di male a esercitare i propri diritti di padre conformemente alla sharia?! Poi tenta di negare, ma il test del DNA lo inchioda, e allora cosa fa? Spiega che si sbagliano tutti, che non è così che funziona: lui è stato seduto sul letto della figlia per parlare con lei e il suo DNA si è trasferito su di lei per contatto indiretto, ecco, è  così che sono andate le cose.

Se invece si tratta di una qualche piccola marachella infantile, un peccato veniale, come diciamo noi infedeli, allora sarà sufficiente una punizione simbolica, così:

NOTA: poiché il video non è più disponibile, e non sembrano esistere altre copie, lo descrivo: c’è un bambino sui quattro-cinque anni che il padre, con la faccia coperta dalla keffiyah, prende, lo mette su una specie di piedistallo sopra il tavolo e gli infila la testa in un cappio che pende dal soffitto, mentre il bambino urla disperatamente e tenta con tutta la sua forza di divincolarsi. Una volta infilata la testa nel cappio, il padre, pur continuando a sostenerlo, lo lascia però pendere un po’ (alla fine del video il viso del bambino è un po’ paonazzo) mentre il bambino continua a urlare; segue uno scambio che dai toni sembra qualcosa come “giura che non lo farai più” con risposta del bambino e successive ulteriori e sempre più perentorie richieste di conferma. Alla fine lo tira giù e il bambino si accascia sfinito, mentre in sottofondo si sente una divertita risata femminile.

Poi volendo ci sarebbe la pakistana sgozzata perché voleva sposare un italiano, ma a queste storie qui siamo ben abituati, in Italia. (Com’è che…? Ah sì: risorse) E prossimamente su questo schermo…
musulmani-europei
barbara

CONTRO OGNI FORMA DI ANTISEMITISMO

presidio
Domenica 22 Aprile 2018

Contro ogni antisemitismo il 25 aprile e sempre!
Domenica 22 aprile alle ore 15 in piazza San Babila a Milano il presidio di chi dice no a qualsiasi forma di antisemitismo.
Sarà una manifestazione apartitica e apolitica rivolta a chiunque voglia ribadire chiaramente un netto rifiuto verso un antisemitismo che sta tornando tristemente di attualità. Promotore l’Europarlamentare Stefano Maullu: “Chi difende Israele difende la Libertà”.
Anche quest’anno – come purtroppo già accaduto troppe volte – alla vigilia del giorno della Liberazione non sono mancati gli annunci di contestazioni alla Brigata Ebraica, che sfilerà durante il corteo del 25 aprile. Il ‘Fronte Palestina’ ha annunciato un presidio proprio il 25 aprile in piazza San Babila ‘contro la presenza sionista al corteo’.
“Qualcuno vuole trasformare la festa della Liberazione nel solito attacco becero e violento alla Brigata Ebraica, a Israele, agli ebrei – spiega l’Europarlamentare milanese Stefano Maullu, promotore dell’iniziativa di domenica 22 in piazza San Babila -. E’ giunto il momento di dare un segnale forte, di dire con chiarezza che non possiamo accettare di assistere ogni anno a manifestazioni di razzismo che riportano ad un passato tragico da rigettare con ogni mezzo. Da qui nasce la decisione di promuovere un presidio domenica alle 15, un momento di testimonianza e condivisione senza sigle di partito o politiche, semplicemente un modo per far sì che la voce della Milano civile sia più alta di quella dei violenti, degli intolleranti, degli antisemiti. Non ci sarà alcuna connotazione partitica: abbiamo invitato a partecipare tutti, proprio perché il valore della lotta all’antisemitismo è una scelta di campo che supera qualsiasi barriera e distinzione politica”.
Il presidio prenderà il via alle ore 15 di domenica 22 aprile e vedrà il coinvolgimento attivo di rappresentanti delle Istituzioni milanesi e lombarde, di realtà associative e culturali.
“Avremmo potuto organizzare questo presidio il 25 ma non volevamo prestare il fianco a polemiche, contrapposizioni o problemi di ordine pubblico, per cui abbiamo scelto di farlo 3 giorni prima – continua Stefano Maullu -. Il messaggio che vogliamo dare è chiaro: Europa, Italia e Israele devono essere legate da un filo saldo di amicizia e alleanza. Lo vogliamo dire partendo da Milano e da un 25 aprile in cui non è più tollerabile assistere a certi spettacoli indecorosi. Chi promuove antisemitismo e intolleranza non dovrebbe poter partecipare alla vita pubblica, soprattutto in occasioni in cui si dovrebbero mettere in piazza tutt’altri valori. Se è legittimo criticare un governo, altra cosa è chiedere la cancellazione di uno Stato sovrano non riconoscendo il suo diritto di esistere”.
Al presidio, al quale sono state invitate tutte le forze politiche – nessuna esclusa – al momento hanno aderito la Comunità Ebraica di Milano, l’associazione Lombardia-Israele, ADEI Wizo (Associazione Donne Ebree d’Italia), ADI (Amici di Israele), l’Osservatorio Solomon sulle discriminazioni, Sinistra per Israele, Progetto Dreyfus, Sar-el Sezione Italiana, UGEI (Unione Giovani Ebrei Italia), AMPI (Associazione Milanese Pro Israele), Keren Hayesod Italia Onlus, Associazione Italia-Israele, Associazione B’ NAI B’ RITH.

 Se vi trovate in zona e non sapete come passare il pomeriggio, fateci un pensierino.

barbara

UNA BAMBINA DI NOVE ANNI

Una come tante. Una come troppe. Ha scritto una letterina per il suo papà, e ora gliela legge.

Mio caro papà Elad, io ti ammiro, e sono orgogliosa di te, che hai combattuto il terrorista fino a quando non ce l’hai più fatta, in modo che noi potessimo nasconderci.
Papà, se tu non lo avessi trattenuto lì, lui sarebbe venuto da noi e dalla mamma al piano di sopra, e chissà che cosa sarebbe accaduto allora…
Papà mio Elad, so che eri fiero di noi e della nostra eroica mamma, che è stata attenta a che non fiatassimo – tutti e cinque
anche se sentivamo tutto quello che stava succedendo al piano di sotto … papà mio Elad
Tu sarai sempre con me. In classe, a casa, nel mio cuore … Per tutta la vita mi mancherai tanto.
Per tutta la vita aspetterò che la maniglia della porta si apra, e io ti aspetterò, papà. Io sogno che tu sei lì, e io corro da te e tu mi abbracci stretto … papà, tu sei stato e sarai sempre il migliore papà del mondo.
Io ringrazio D.o per avermi dato un tale padre, e mi chiedo perché mio padre, Elad, mi sia stato preso così in fretta … Ti amo e mi mancherai sempre – Reut… (qui, traduzione mia)

barbara