CARTOLINE DA ISRAELE

CARTOLINA 1 DAL NEGEV «Alla mattina mi sveglio e vedo alberi, come in Svizzera e in Scandinavia: li abbiamo piantati noi, uno per uno». David Ben Gurion riposa in eterno accanto alla moglie Paula su uno sperone affacciato all’oasi di Ein Avdat, un profondo avvallamento nell’immane scenario del Negev. Siamo all’estremo limite del kibbutz di Sde Boker dove il padre di Israele – l’uomo che il 14 maggio 1948 diede al suo popolo la nuova terra promessa – aveva scelto di trascorrere gli ultimi anni contemplando il sogno realizzato: un deserto che fiorisce e si colora di verde grazie al lavoro dell’uomo. Proprio lì, a Midreshet Ben Gurion, hanno scelto di vivere anche Shirly Rimon, maggiore dell’aereonautica militare, responsabile del museo di Be’er Sheva, con i suoi figli. Li incontriamo sul ciglio della strada per Eilat e ci consegnano una memorabile cartolina di questo storica tre giorni del Giro. Qui non ci sono le grandi folle che ci hanno accompagnato sinora. Quattro anime solitarie nella pietraia. Sotto l’occhio vigile della madre e della figlia Rony, avvolta in una bandiera israeliana, Edo e Smir scalpitano sui sandali in attesa dei corridori: sul petto, con un pennello rosa, hanno tatuato «I love Giro». E «love» è un cuore all’altezza del cuore.
I love giro
«Siete venuti qui a vedere chi siamo, a portarci uno spettacolo e una gioia che non scorderemo mai. Grazie Italia!», scandisce Shirly. Nel suo sorriso, l’alfa e l’omega di questo viaggio rosa.

CARTOLINA 2 DA GERUSALEMME Partenza e arrivo dalla porta di Giaffa, via d’ingresso alla città vecchia, il fazzoletto di terra che racchiude i luoghi santi delle tre grandi religioni. E, insieme, quasi tutte le passioni e le contraddizioni del mondo in cui viviamo. A quelli che hanno chiesto che cosa ci andavamo a fare, a quelli che hanno cercato e cercheranno di buttarla in politica, risponde la parola più gettonata tra gli spettatori che invadono le strade: «Shalom». Che in ebraico è un saluto, ma vuol pur sempre dire «pace». Lo sport ha saputo pedalare con levità su strade intrise di storia e di dolori in nome di un valore che va oltre le barriere. Alla presentazione delle squadre, nella piazza del municipio intasata di gente entusiasta, l’applauso più intenso è andato, insieme con la Israel Cycling Academy, a due formazioni sponsorizzate dagli arabi: Bahrain-Merida e Uae-Team Emirates. Che cosa cambia un battito di mani nel mare dell’odio? Molto per chi lo vuole sentire.

CARTOLINA 3 DALL’ALTA GALILEA Lo Zoncolan d’Israele è una collina aspra e coperta di abeti, un angolo di Dolomiti incastonato tra Haifa e Tel Aviv. Sul Monte Carmel, luogo mistico di immenso fascino, abitava il profeta Elia, è nato l’ordine dei Carmelitani e i primi coloni d’Israele hanno imparato a vinificare sulle terre acquistate dai Rothschild. Il Giro d’Italia c’è passato facendosi largo tra due ali di folla. Mancavano gli alpini e il tasso alcolico ne ha risentito, ma il tifo ha riportato i più esperti girini al Veneto e al Friuli. Per la cronaca, ha vinto Viviani che di nome fa Elia. Come il profeta.

CARTOLINA 4 DA TEL AVIV A proposito di Viviani: una delle fortune riservate al direttore della Gazzetta è quella, ogni tanto, di vedere le cose dal palco. E qui l’immagine è doppiamente indimenticabile. Elia che sale sul palco tenendo per mano il piccolo Giacomo, uno dei due gemelli di Michele Scarponi, un po’ intimorito dall’ovazione e dalla commozione generale.
viviani_figlio_scarponi
Davanti a lui, una folla compatta e urlante occupa uno spiazzo lungo almeno 400 metri e largo 100. Non abbiamo perso tempo a contarli. Erano tanti, tantissimi. Legati da un magico filo rosa. Domani, dalla Sicilia, è un altro giorno. E altre immagini troveranno posto nella storia del ciclismo. Ma questa parte dell’album è preziosa come la scena di un matrimonio ben riuscito. Shalom, vecchio Giro. E altri cento di questi azzardi.

Andrea Monti, La Gazzetta dello Sport, 7 maggio 2018

Ogni tanto c’è, fortunatamente, qualcuno che, quando guarda, è capace anche di vedere. E sentire. E capire. E amare. Grazie Andrea!

barbara

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SALVATI DA ISRAELE 2

La seconda volta è stato undici anni fa, in Siria. Per chi segue la stampa ebraica sono fatti noti, ma i retroscena sono nuovi anche per noi.

Per capire l’emozione che come un’onda altissima ha investito Israele ieri mattina, quando a 11 anni di distanza sono stati resi noti i particolari della distruzione della base atomica siriana di Deir al Zur, bisogna mettersi nei panni di un padre che ha salvato il figlio da morte certa riprendendolo per un braccio, e questo figlio non è soltanto il popolo di Israele ma il mondo intero: infatti la sede della centrale, Deir al Zur, la città più grande della Siria orientale fu catturata dall’ISIS nel 2014 ed è rimasta nelle sue mani per più di tre anni. Immaginiamoci quindi non solo cosa sarebbe successo se oggi Assad, insieme ai suoi amici iraniani e Hezbollah, avesse nelle mani il plutonio e le strutture per la bomba atomica, ma anche quali pazzeschi ricatti i tagliagole avrebbero potuto imporre a tutti se Israele non avesse lanciato i suoi F16 e F15 in questa operazione di salvataggio del suo popolo e del mondo.
“È molto raro che il capo del Mossad chieda al Primo Ministro di vederlo immediatamente” racconta nel suo libro appena uscito l’ex premier israeliano Ehud Olmert  “stavolta mi disse” ecco lo smoking gun”. E sul tavolo si dispiegarono le incredibili foto rubate a Vienna a Ibraim Matman, il capo siriano dell’Operazione bomba, per cui quel cubo laggiù nel deserto, di cui né il Mossad né la CIA avevano indagato l’uso, si dimostrava  un reattore nucleare che nel giro di giorni, se non immediatamente, sarebbe stato in grado di fornire a quell’individuo pazzoide e feroce che è Assad di Siria la bomba atomica.
La tecnologia, fu subito chiaro era fornita dalla Corea del Nord, ma la timidezza dei servizi israeliani era legata all’incapacità, a suo tempo, di capire che il Pakistan aveva fornito a Gheddafi la possibilità di costruire il suo reattore.
Ma adesso Olmert vede la realtà dispiegata sul tavolo, la minaccia è immediata: il Mossad portò la “pistola fumante”. Tuttavia già la discussione ferve e Aman, i servizi militari, rivendica la sua parte nell’osservazione dei fatti che tuttavia non era giunta alla conclusione.
Il Mossad porta 30 foto rubate a Vienna dal computer del capo progetto siriano impegnato nel bar di un albergo con una signorina mentre vengono forzate la sua stanza e il suo computer.
Olmert dopo riunioni molto nervose, mentre soprattutto ci si interroga sul pericolo che la struttura sia già “calda” e quindi, se colpito e ridotto in fumo, in grado di contaminare tutto il Medio Oriente, parla con George Bush. Alla fine di una discussione gentile e simpatetica Bush dice tuttavia che gli USA tenteranno la strada diplomatica. Olmert risponde: “Noi sappiamo che la struttura è pronta a usare la bomba, e quindi dobbiamo agire subito”. Israele agisce da sola.
Il raid di otto velivoli contro quell’anonimo quadrato di cemento prende corpo pochi minuti dopo la mezzanotte fra il 5 e il 6 di settembre. Un complicato sistema elettronico confonde il sistema anti-aereo siriano, tonnellate di esplosivo distruggono fino nel profondo della terra il progetto imperialistico di uno dei peggiori tiranni del Medio Oriente, una struttura quasi identica a quella di Yonbyon in Nord Corea.
Adesso il velo del silenzio è stato sollevato, le due grandi agenzie segrete di Israele confliggono; Ehud Barak che era Ministro della Difesa si difende dalle accuse di Olmert di aver cercato di ritardare l’operazione. Israele è una società molto litigiosa, sempre. Resta il fatto che il mondo è già stato salvato dalla minacciata nucleare due volte dal coraggio di Israele: nell’81 con la distruzione della struttura di Osirak, in Iraq, dove Saddam voleva costruire l’arma del suo impero, nel 2007 da quella di Assad… Il seguito alla prossima puntata?
Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 22 marzo 2018

Lo ricordo bene quel bombardamento “strano” sul quale la Siria, quella volta, non ha levato neppure le solite proteste formali, per non parlare di minacce di ritorsione: niente, silenzio assoluto, come se niente fosse accaduto. E proprio questo ha indotto, da subito, a supporre che il bersaglio fosse un impianto nucleare. Adesso abbiamo la conferma che ancora una volta, dopo il bombardamento di Osirak, Israele ha salvato il mondo intero (e poi sì, c’è stata una prossima puntata con un seguito).

barbara